Il “nostro” Garibaldi




di Giovanni Spadolini - “La Voce Repubblicana”, 1-2 giugno 1982


L’amico Oronzo Reale, che conosce tutto della storia e dell’anima del repubblicanesimo italiano, ci diceva giorni fa del sentimento complesso di simpatia e di rampogna che caratterizzava i vecchi repubblicani prefascisti nei riguardi di Giuseppe Garibaldi. Un sentimento complesso nel quale si univa il fondo libertario, popolare, generoso del vecchio repubblicanesimo – portato ad identificarsi con la leggenda garibaldina, nelle sue scaturigini repubblicane e nella sua costante fedeltà democratica – e insieme un senso di insofferenza e di protesta per la formula “Italia e Vittorio Emanuele”, in base alla quale i mille di Garibaldi erano partiti da Quarto e avevano conquistato il Regno del Sud, avviando quella soluzione monarchica e centralistica dell’unità che si era riassunta nel geniale compromesso di Cavour.
Nelle zone più tradizionali del repubblicanesimo tale sentimento di complessità e, vorremmo dire, di duplicità non è stato mai superato. In un’intervista al quotidiano “Repubblica” di qualche mese fa ricordavo il silenzio che aveva accolto a Forlì il nome di Garibaldi e il riferimento al centenario, l’8 febbraio di quest’anno, in una solenne commemorazione nel palazzo comunale volta a ricordare Aurelio Saffi e le glorie della Repubblica Romana del 1849.
“Segno – avevo aggiunto – che il culto di Garibaldi è meno forte nelle roccheforti repubblicane della Romagna (con l’eccezione del culto ravennate, alimentato dal mito di Anita)”. Concludevo, in quell’occasione: “ecco un segno indicativo di un filone puritano, intransigente, ortodosso, che Aurelio Saffi ha incarnato come pochi altri. Garibaldi rappresentò un po’, in quella prospettiva, una contaminazione”.
Sono dati reali, che affondano nelle contraddizioni dell’unità nazionale, in quella che Oriani chiamava “la composizione unitaria” solcata da dilaceramenti e da contrasti d’animo che non furono mai placati, neanche nel campo della sinistra democratica e repubblicana. Sono dati reali; ma non meno reali sono i dati delle migliaia di immagini e di ritratti di Garibaldi disseminati nelle sezioni repubblicane, soprattutto in quelle più carbonare, più catacombali, caratteristiche proprio del partito popolare, del partito del Lazio, della Maremma, del Carrarino, delle Marche, di talune plaghe della Lombardia e di parte della stessa Romagna.
Certo, il Garibaldi amato dai vecchi repubblicani è il Garibaldi della Repubblica romana del 1849 molto più che il Garibaldi generale dell’esercito regio. È il Garibaldi della cospirazione mazziniana, il Garibaldi conquistato alla parola fascinatrice e divinatrice della “Giovine Italia”, il Garibaldi promotore della battaglie congiunte per la patria e l’umanità, in cui si rispecchiava un frammento della grande religione mazziniana del Dio e popolo, molto più che il Garibaldi del 1860, o il Garibaldi di “obbedisco”, o il Garibaldi che accetta il “dono nazionale” della Monarchia.
Ma c’è un terzo Garibaldi che non mancava mai nelle case dei vecchi repubblicani e conserva un culto pressoché unanime del partito: è il Garibaldi di Aspromonte e di Mentana. La “Rivista popolare” che era tutta di ispirazione repubblicana, dedicò un numero unico, il 20 settembre 1912, alla vicenda dell’Aspromonte, con questo sottotitolo: “il più gran delitto della monarchia italiana”. Erano due fascicoli riuniti, il 16 e il 17, dell’annata 18a, 1912. E quasi negli stessi mesi usciva un volume di Giuseppe Pomelli intitolato: Aspromonte – Mentana e le bande repubblicane in Italia nella primavera del 1870. Si stabiliva così un congiungimento diretto fra i moti alimentati dall’esule di Caprera in vista di congiungere Roma all’Italia, liberandola dal temporalismo ecclesiastico, e quello che fu il movimento dell’ “Alleanza repubblicana universale” di Giuseppe Mazzini, culminato con la fucilazione del caporale Pietro Barsanti.
L’editore del volume di Pomelli era lo stesso che aveva iniziato, nel 1910, alle soglie del cinquantenario dell’Unità, la rivista intitolata “Garibaldi e i garibaldini”.
Nel generale ferito ad Aspromonte dalle palle regie i vecchi repubblicani identificavano in qualche modo l’uomo che attuava il messaggio mazziniano della “terza Roma” e che gli conferiva il sigillo di una battaglia combattuta fino al rischio, evitato sul ciglio, della guerra civile.
Quel Garibaldi del 1849, di Velletri, di Aspromonte e di Mentana è oggi nel cuore di tutti i repubblicani italiani. I quali, nutriti come sono al culto carducciano dell’unità, non piegarono mai ai miti devastatori del dannunzianesimo, e possono ripetere oggi, con la stessa secchezza del giudizio del poeta: “egli fu italiano e uomo di libertà prima di tutto. Repubblicano per natura e per educazione”. Senza aver bisogno di aggiungere altro.

Giovanni Spadolini