



https://youtu.be/3gCvRrF5SA4?si=KS8Vb2K6jZhZfl_g
O, Madre-terra, betulla bianca
Per me sei la Sacra Russia, per ghi altri sei una scheggia.




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O, Madre-terra, betulla bianca
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Mappa farlocca, nella Mongolia Interna ad esempio gli Han sono l'80% della popolazione, poi gli Hui non hanno nulla di diverso dagli Han a parte il fatto che sono musulmani. I Mancesi praticamente non hanno conservato nulla della loro cultura originale, i Tibetani sono maggioritari in Tibet ma non fanno 3 milioni.


Brasile: se cade Dilma
La mani pulite brasiliana rischia di travolgere il presidente Dilma Roussef, dopo aver abbattuto, anche se non è ancora finita, Lula da Silva. Succeduta alla guida del Brasile al leader carismatico del Partido de los Trabajadores, anche Dilma, il cui mandato scadrà nel 2018, sta avendo le sue pene. Per lei infatti si sta approntando la procedura di impeachement: secondo l’opposizione avrebbe falsificato il bilancio dello Stato.
Partita a scacchi quella che si sta giocando nello Stato carioca. Da tempo l’opposizione agita le piazze contro il Pt, che a sua volta risponde riempiendo analoghi spazi. Ma da alcuni mesi è la magistratura ad aver aperto le danze. Subito dopo aver espresso la volontà di candidarsi alle prossime presidenziali, Lula è stato inseguito dalle inchieste giudiziarie, rilanciate dopo il suo annuncio ufficiale.
Messo alle corde, Lula ha provato a sottrarsi all’inchiesta, e a un più che possibile arresto, grazie all’appoggio della compagna di partito Dilma, che lo ha nominato ministro. Nomina però successivamente sospesa dalla Corte suprema.
Così mentre il cappio intorno a Lula sembra stringersi, anche se la stessa Corte Suprema ha poi sottratto il suo caso alla magistratura ordinaria per avocarlo a sé, Dilma deve combattere per la propria sopravvivenza politica tentando di arginare la corsa verso l’impeachement.
La lotta politica carioca, della quale partecipa la magistratura (o parte di essa), si intreccia con le tante vicissitudini infauste che hanno messo alle corde la dirigenza del Paese, che sta vivendo un momento di regressione economica drammatico quanto drammatizzato da opposizioni interne e internazionali.
L’ultima disgrazia ad abbattersi su Dilma è stato il virus zika, che sta mettendo a rischio la partecipazione di diverse squadre alle Olimpiadi brasiliane che si terranno in estate, sulle quali il presidente ha puntato tutto: non solo in termini di immagine, ma anche di ritorno economico.
Un virus che partecipa delle drammatizzazioni di altre presunte epidemie del passato, come ad esempio l’influenza aviaria, che mise in ginocchio la Cina nonostante in realtà le vittime del morbo si potessero contare sulla punta di due mani (ne uccide infinitamente di più l’influenza).
Ma tant’è: il momento che vive il Brasile è questo, e mentre la tensione sale al massimo nei luoghi di potere come nelle piazze, la possibilità di una caduta rovinosa dell’attuale dirigenza si fa sempre più possibile.
Ma per capire cosa sta avvenendo serve allargare lo sguardo: la cronaca politico-giudiziaria rischia di ridimensionare un fenomeno che è invece epocale.
C’erano state le dittature militari in Sud America. Che avevano seminato il terrore: la repressione attuata non si limitava a eliminare oppositori e indesiderati, ma era appunto studiata per creare paura allo scopo di tenere soggiogata la popolazione civile. C’erano anche studi in proposito: se si creava più paura uccidendo una persona o facendola sparire per sempre; oppure facendone ritrovare il corpo scempiato dalle torture.
Il terrorismo ha tanti metodi e tante applicazioni, non è certo nato con l’Isis. E quello sudamericano si è avvalso di esperti del settore: tanti i nazisti rifugiati in sudamerica…
La paura aveva generato reazione. E nel tempo, anche grazie a circostanze internazionali favorevoli, i popoli sudamericani si erano liberati dal giogo, premiando figure e forze politiche che a quelle dittature avevano tentato di far argine. Il motto con il quale Lula aveva salutato il suo primo mandato da presidente era stato appunto: «La speranza ha vinto la paura». Non era solo uno slogan.
Hugo Chavez in Venezuela, Lula (e poi Dilma) in Brasile e Nestor Kirchner (e poi la moglie Cristina) in Argentina avevano creato un asse asimmetrico che aveva portato aria nuova nel Continente, al di là del giudizio che se ne può avere. Le economie nazionali erano state rilanciate, come anche la cooperazione tra Stati latinoamericani attraverso il Mercosur, un partneriato nato al fuori dell’influenza degli Stati Uniti.
Ora il vento sembra essere cambiato. L’asse portante di quella stagione più o meno felice è stato poco a poco destrutturato: dopo l’arretramento dello chavismo, con la sconfitta di Maduro alle ultime elezioni politiche, è toccato alla Kirchner passare la mano. E ora sembra che tocchi al Brasile archiviare il Pt e i suoi leader.
Un vento di destra soffia sul continente, favorito anche dal fatto che le nuove generazioni non hanno conosciuto la dittatura e non temono il ritorno di quegli orrori. Anche perché la moderna destra latinoamericana ha volti meno arcigni e spietati del passato e sa sfruttare gli errori dei suoi avversari, che certo non hanno saputo essere all’altezza del compito loro assegnato dalla storia.
C’è chi ipotizza che le manifestazioni di piazza abbiano anche una connotazione diversa dalla spontaneità, che cioè ci si trovi di fronte a qualcosa di simile alle rivoluzioni colorate sostenute dal Dipartimento di Stato americano nei Paesi dell’Est Europa e altrove. Almeno queste sono le accuse reiterate dagli esponenti chavisti e altri.
Ma al di là di possibili influenze esterne, che certo non mancano data la vicinanza degli Stati Uniti e gli inevitabili intrecci finanziari tra Sud e Nord America, resta che le destre latinoamericane hanno un seguito popolare impossibile solo cinque anni fa.
Questo lo scenario nel quale si sta consumando la drammatica sfida carioca. Che ha però anche un’altra valenza, non meno importante.
Il Brasile è uno dei fondatori dei Brics insieme a Russia, Cina, India e Sudafrica: un’organizzazione economico-finanziaria nata di fatto in contrapposizione agli istituti finanziari globali quali il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Che avrebbe dovuto creare un’alternativa di sviluppo diversa per i Paesi membri e i loro partner.
Se Dilma cadesse e il Paese virasse verso gli Stati Uniti dopo anni di lontananza, i Brics, nel cui ambito si era anche sognato la de-dollarizzazione (l’instaurazione di scambi commerciali al di fuori del dollaro), rischiano di restringere i propri confini all’Asia, quindi di diventare, almeno in prospettiva, irrilevanti a livello globale.
Cosa ancora più probabile se la stessa sorte avvenisse nell’ambito sudafricano: ieri il presidente Jacob Zuma, lo zulu salito al potere sull’onda lunga del contrasto all’Apartheid, è stato condannato dalla Corte Suprema per l’indebita ristrutturazione di una sua residenza privata. Condanna che apre anche per lui le porte di una possibile procedura di impeachement.
In un mondo globale le vicende locali hanno rilevanza globale. Così quel che accade a Brasilia o a Pretoria hanno un peso che va al di là dei ristretti confini nazionali.
Piccole Note - Brasile: se cade Dilma
Articolo interessante, anche se con una discreta dose di superficiliata' in alcuni aspetti.
Globalizzazione..... si grazie.


DI PEPE ESCOBAR
Strategic Culture Foundation
Come una classica economia programmata, di un governo di stampo comunista, la Cina prepara un nuovo “piano quinquennale”. Quest’ultimo mira a rendere lo stato non solo la fabbrica del mondo, ma anche il principale bacino di innovazione tecnologica. [fonte originale Strategic Culture Foundation].
Consumato da innumerevoli manifestazioni della crisi che lo attanaglia, come al solito l’occidente si è perso o ha sottovalutato il più grande spettacolo della politica cinese: le famose “due sessioni” – della Conferenza Consultativa della Politica Popolare e il Congresso Nazionale del Popolo, il maggior corpo legislativo – che si sono concluse con l’approvazione del 13° piano quinquennale cinese.
La vera bomba è stata sganciata dal Premier Li Keqiang, il quale ha affermato che Pechino coraggiosamente punta a mantenere una crescita media nel quinquennio 2016-2020 di circa il 6.5% - sfruttando l’ “innovazione”. Se così fosse, entro il 2020 non meno del 60% della crescita economica cinese verrebbe da innovazioni scientifiche e tecnologiche.
Il Presidente Xi Jinping è stato ancora più audace, promettendo che nel 2020 il PIL cinese sarà il doppio di quello del 2010, includendo gli introiti delle zone urbane e rurali. Questo è il significato pratico del Sogno Cinese, la politica ufficiale estremamente ambiziosa di Xi e la traduzione moderna di una “vita confortevole per tutti” . ciò che il Piccolo Timoniere Deng Xiaoping aveva promesso circa un secolo fa.
Economicamente, la marcia di Pechino comprende la liberalizzazione dei tassi di interesse, mantenendo lo yuan stabile (senza spettacolari svalutazioni) e controllando “i flussi anomali di capitali oltreconfine”. Perché questo immenso sforzo collettivo abbia successo, il Premier Li è andato dritto al punto, è essenziale un duro lavoro, ciò si tradurrà in “tolleranza zero” contro chi creerò confusione e “modo di rifarsi” per chi commette errori. L’innovazione verrà profumatamente ricompensata.
Il Sogno Cinese di Xi sta procedendo a spron battuto. Il 100° anniversario del Partito Comunista Cinese, nel 2021, è praticamente domani e con esso la corsa al’obiettivo dichiarato di costruire “uno stato socialista moderno”. Raddoppiare il PIL è uno sforzo enorme se si considerano la popolazione che invecchia, l’eccesso di proprietà (definizione eufemistica) e il crescente debito.
Tutto dovrà essere calibrato alla perfezione. Ad esempio, la Cina tra il 2011 e il 2013 ha usato più cemento di quanto ne abbiano usato gli USA in tutto il 20° secolo, gran parte di esso senza alcuno scopo preciso. Come ha affermato Jia Kang, membro del Comitato Politico Consultativo “il 6,5% è un minimo che non deve essere mancato … se la crescita dovesse rallentare verso questo minimo, verranno intraprese politiche a favore della crescita”.
Ecco la Xiconomia
Nonostante il “rallentamento” dell’economia al 6,5%, le previsioni per il PIL sono il raggiungimento nel 2020 di 25 trilioni di yuan (3,8 trilioni di dollari) in più rispetto al 2014; per fare un paragone, un ammontare maggiore dell’intero PIL della Germania.
Il Premier Li, in stile molto cinese, ha commentato che nel 2016, l’anno della scimmia, egli sarà tenuto a brandire il mitico randello dorato della scimmia per “distruggere ogni ostacolo” che possa impedire a Pechino di raggiungere i propri ambiziosi obiettivi economici.
Eccoci dunque alla Xiconomia. Questa viene dopo la Liconomia – ciò implica che è Xi, e non Li, il vero promotore delle riforme economiche cinesi, nonostante sia Li ad avere un dottorato in economia dell’Università di Pechino.
Tutti in Cina parlano della Xiconomia da quando il People’s Daily ha prodotto una serie che esaltava “i pensieri economici di Xi Jinping”. In pratica, ciò significa che Xi guiderà il Gruppo Governante Centrale per l’Approfondimento di Riforme Comprensive e il Gruppo Governante Centrale per gli Affari Economico-Finanziari. In Cina, questi due enti sono di solito presieduti dal Primo Ministro.
Il 13° piano quinquennale è impregnato di Xiconomia. È fondamentale notare che prima che fosse redatta la versione finale, Liu He, primo assistente di Xi, era stato a lungo al telefono con il Segretario al Tesoro USA Jacob Lew. Discutevano approfonditamente delle politiche cinesi circa i tassi di cambio.
Uno degli aspetti fondamentali della Xiconomia è la preferenza alle fusioni e alle acquisizioni delle aziende statali, piuttosto delle privatizzazioni. Gli economisti interpretano questo atteggiamento come un sostegno al capitalismo statale per attingere ai mercati stranieri – molti dei quali vergini – per compensare la lenta crescita interna.
Tutto ciò conduce alla capitale importanza delle Nuove Vie della Seta – o Una Cintura, Una Strada (OBOR), secondo la terminologia ufficiale cinese. Le imprese statali avranno un ruolo fondamentale – di base la creazione di integrazione eurasiatica per mezzo di un immenso emporio trans-eurasiatico.
OBOR sembra essere l’unico piano di integrazione economica mondiale (non ci sono alternative) e si porta dietro circa un trilione di dollari di investimenti futuri già annunciati. Lo scorso giugno, la China Development Bank ha annunciato che investirebbe l’esorbitante cifra di 890 miliardi di dollari in 900 progetti OBOR che si svilupperanno in 60 nazioni. Tra questi una ferrovia ad alta velocità di 2.000 miglia da Xinjiang a Teheran, pezzo fondamentale della crescente partnership strategica energetica/economico/commerciale tra Cina e Iran.
A livello interno, la sfida principale per Pechino probabilmente sarà pacificare lo Xinjiang – uno snodo fondamentale di OBOR. Si profila uno sforzo per la creazione di quartieri residenziali per favorire l’integrazione, come ha detto il Premier Li, focalizzandosi sulle città in cui i Cinesi han e gli Uiguri sono stati segregati fin dalle rivolte del 2009, specialmente ad Urumqi, la capitale dello Xinjiang. Gli studenti Uiguri saranno anche incentivati a studiare in scuole han. Il successo dipenderà in larga parte dal fatto che i gruppi regionali seguano o meno i dettami integrazionisti di Pechino.
Focus su Xi
Pechino sta accrescendo il suo Soft Power in parallelo al potere economico: il lancio della Asia Infrastructure Investment Bank (AIIB) – che sarà fondamentale per molti progetti di OBOR – è accompagnato dalla creazione di una Zona di Identificazione di Difesa Aerea (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale e dalla spinta alla costruzione nelle zone contese del Mar Cinese del Sud.
Non a caso la CIA sta mandando segnali, affermando che gli USA “non sarebbero a loro agio” se la Cina acquisisse il controllo della sicurezza del centro e del sud dell’Asia nel lungo periodo.
Pechino non è spaventata. La riforma dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) è già in atto – e dovrebbe essere portata a termine entro il 2020. Il rinnovamento, coordinato dalla Commissione Militare Centrale, conta su una maggiore coordinazione tra le quattro Forze Armate per “vincere le guerre”, esando le parole di Xi.
Xi ha già annunciato che entro il 2017 il PLA sarà alleggerito di non meno di 300.000 elementi – ma conterà comunque 2.000.000 di truppe attive. Un altro obiettivo fondamentale è sviluppare la potenza marittima cinese – in modo da renderla in grado di monitorare la superficie e i cieli del Mar Cinese del Sud.
Ad esempio, Pechino ha dispiegato il potente sistema missilistico difensivo HQ-9 a Yongxing nell’Arcipelago delle Paracel – abitato da circa 1.000 Cinesi dal 1956, ma ancora rivendicato da Vietnam e Taiwan. L’HQ-9 può trasformare territori vastissimi in no-fly zone virtuali. Solo l’F-22 Raptor e il –b-2 Spirit possono operare in prossimità dell’HQ-9 in relativa sicurezza.
Dietro queste riforme militari cinesi, l’obiettivo non dichiarato è chiaro: l’esercito USA farà meglio a non avere strane idee, non solo nel Mar Cinese del Sud, ma in tutto il Pacifico Occidentale.
La strategia cinese di negare l’accesso funziona. C’è Xi dietro ad essa – ormai è diffusamente riconosciuta anche a livello provinciale come il “nucleo” (hexin) di tutte queste riforme. Parliamo di un consolidamento lampo del potere. Ci sarà molto da discutere quando la Cina ospiterà il prossimo summit del G-20 ad Hangzhou a settembre. Il 13° piano quinquennale è appena stato approvato, ma la Cina sta già pensando al 2020, e mentalmente ci sta già vivendo.
Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com.
Fonte: Russia Insider: True News, not just Headlines!
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