

Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-10-09 alle 01:33
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★★★★★★
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Gli umori corrodono il marmo


Interessante esperimento quello di Fenris,occorrerebbe conoscere i risultati in termini di polarità ed "energia pura".


Il libro preferito della mia infanzia. Ce l'ho ancora...Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada
Gnomi, elfi e fate sono personificazioni di elementali, espressioni delle forze primigenie della natura, e di forme pensiero.
Li puoi vedere solo con la coda dell'occhio, in condizioni particolari e naturalmente solo se apri gli occhi della coscienza, della mente, dell'anima.
Ma non sono affatto rari, si trovano in zone incontaminate, nei boschi, vicino ai ruscelli, nelle radure.
Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-10-09 alle 01:35
"I don't make any rules, Nick, I go with the flow."


Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
Racconti senza fine di gente che ha pagato
non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.






Mah... dovrei pensarci, al momento non mi viene in mente niente. ma perchè, che teoria hai in mente?
Tieni conto comunque che quelle riproduzioni le avevo in casa da tempo, alcune da anni, e solo di recente le ho "organizzate" in quella vetrina, prima erano tutte su uno scaffale.
Ultima modifica di Fenris; 21-10-09 alle 19:43
Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
Racconti senza fine di gente che ha pagato
non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.


Laura Rangoni
L'ORIGINE DELLE FATE
Alcuni tra i massimi studiosi del folklore, e in particolare Propp (Le radici storiche dei racconti di fate, Torino 1972), ritengono che vi sia una relazione diretta tra i miti primitivi che riguardano il culto della Grande Madre, i culti della fertilità e le fate, che sono diventate protagoniste di fiabe e racconti popolari in Europa dall'XI secolo in poi. Soprattutto nel Medioevo la fiaba ha assunto quei connotati che ancora oggi la caratterizzano e questa evoluzione è dovuta al contatto con una mentalità ancora fortemente intrisa di religione pagana. In particolare, vi è un rapporto molto stretto tra i siti megalitici e il popolo fatato, infatti questi luoghi sono spesso associati alle fate o a esseri magici, divenendone le abitazioni. La stessa cosa si verifica nel caso di alberi e fontane sacre. Ne abbiamo molti esempi in archeologia: a Pontsusval, Finistère, vi sono alcuni menhir chiamati Les Danseuses, in Sardegna troviamo le Domus de Janaè, e in moltissimi luoghi vi sono colline delle fate, rocce delle fate, ponti delle fate, pietre delle fate, camere delle fate, tombe delle fate eccetera. «In tutti questi luoghi le fate sono rimaste come il simbolo delle religioni vinte dalla croce e il loro nome è rimasto affiancato a tutti i monumenti che sono chiamati, più o meno a ragione, con il nome di druidici» (Laura Verdi, Dalla grande Madre alle fate delle fiabe, in Le grandi madri, a cura di Tilde Giani Gallino, Milano 1989, p. 172).
John Anster Fitzgerald, Fairies Looking Through A Gothic Arch (1864)
Propp ha messo in evidenza le analogie tra la fata-maga e la dea Cibele, in quanto entrambe custodiscono il regno dei morti e sono signore degli animali.
Quando il cristianesimo cercò di imporsi, le divinità pagane, soprattutto di popoli quali i Celti e i Bretoni, vennero duramente attaccate, in particolare dai capitolari e dalle leggi di Liutprando, che prevedevano una condanna come sacrileghi per tutti coloro che accendevano fuochi nei pressi di alberi, rocce e sorgenti. Nel 442 il concilio di Axles al canone XXIII commina la condanna del culto delle rocce e delle sorgenti. Nel 567 il concilio di Tours ribadì gli stessi divieti. Nel 743 in occasione del concilio di Vienne vennero stilati i canoni di condanna delle pratiche pagane che ancora oggi sono noti come Indiculus superstitionum et paganiarum. Quei riti che non fu possibile eliminare vennero inglobati e adattati ai nuovi riti della Chiesa, come prescriveva ad esempio papa Gregorio all'abate Mellitus nel 601. Dalle fonti però sappiamo che ancora nel XII secolo i Sassoni praticavano il culto degli alberi e delle sorgenti, da sempre abitazioni di fate. Il cattolicesimo attuò una politica di risemantizzazione degli antichi luoghi di culto, trasformandoli e dedicandoli ai nuovi santi e alla Madonna. […]
Secondo alcuni studiosi, alla base delle credenze sulle fate vi sono antichissimi culti della fecondità. Infatti, nella tradizione popolare, spesso la maternità ha qualcosa di magico e proviene direttamente dalla concezione della donna come riflesso terreno della Madre divina. L'abbinamento donna-culto della fertilità può essere inteso come il primitivo motivo che ha portato alla diffusione delle figure delle dee madri. In seguito all'azione demonizzante del cristianesimo la divinità della donna da positiva è diventata negativa.
Tuttavia non è stato alterato l'atavico principio che assegnava alla donna un ruolo strettamente connesso con il soprannaturale. All'origine di molte figure femminili dotate di poteri magici, tra i quali le fate, esiste la Grande Madre precristiana. Quasi sempre è l'eco di antichi culti ad avere creato l’humus necessario alla formazione di leggende e tradizioni che riguardano le fate e questo motivo riaffiora in modo molto chiaro se si tenta di tracciare un parallelismo tra le antiche dee della religione pagana e le fate del folklore europeo: c'è un legame consistente, che suggerisce un'ininterrotta connessione tra realtà e soprannaturale, tra paura e certezza di un intervento in qualche modo divino, sicuramente superiore.
Laura Rangoni, Le Fate (Xenia edizioni, pag. 9 e seguenti)
Ultima modifica di Silvia; 10-05-11 alle 10:07


Parlando di elfi, questo sarei io. Un Druido Kaldorei, Elfo della Notte.
Kaldorei (o Kal'dorei) significa figli delle stelle.![]()
Ultima modifica di Kaouthia; 18-05-11 alle 17:36
Ma quanti figli del Perozzi in giro...
Travel is fatal to prejudice, bigotry, and narrow-mindedness...
Chi abbandona gli animali è un bastardo!


Massimo Centini
LO GNOMO
Lo gnomo è forse il personaggio emblematico all'interno della cultura folklorica sul Piccolo Popolo. Il termine gnomo pare derivi dal latino spurio, del XIV secolo, gnomus e si attribuisce alla fantasia di Paracelso, che con questa parola avrebbe inteso sintetizzare il concetto di giudizio equo e saggio. [1]
Nella mitologia nordica, gli gnomi sarebbero nati dal cadavere di Ymir, gigante primordiale della mitologia germanica, ucciso dagli dèi Odino, Vili e Ve: i pezzi del suo corpo servirono da materia prima nella creazione del mondo. In genere, gli gnomi sono indicati come i depositari di antiche conoscenze, tesori, segreti; sono sempre anziani e barbuti, conoscono la natura, sono abili nelle tecniche minerarie e nella metallurgia. Nell’Edda gli gnomi fabbricavano le armi e gli ornamenti per gli dèi. Questo legame con l'universo della metallurgia apre tutta una serie di rimandi alla cultura tradizionale, in cui le arti del metallo, l'alchimia e la mitologia guerriera sono spesso in stretta simbiosi. I piccoli abitanti del buio, quelli che vivono sottoterra nella "caverna-fucina", sono indicati come costruttori di armi: una specificità di ampio valore simbolico, intorno la quale è possibile scorgere l'influenza di antiche tradizioni guerriere.
Ma la connessione del Piccolo Popolo con l'attività mineraria e metallurgica propone uno spazio simbolico ben più ampio. Infatti, osservando il legame tra gli gnomi e l'universo dei metalli, è possibile scorgere sostanziali riferimenti alla cultura alchemica, metaforicamente evocata sotto l'epidermide simbolica della fiaba. Per meglio mettere a fuoco il tema, ci sia concesso dilungarci su una riflessione del Sermonti, secondo il quale è allo gnomo che "spetta il compito sacrilego di violare il grembo della Grande Madre e di estrarne l'embrione minerale che, uscito dalle viscere dell'Orco e sottoposto a fusioni, lavorazioni e purgature, si avvia, in tempi accelerati, a trasformarsi in metallo puro. L'arte del nano è una maieutica minerale e si compie al confine tra l'inesistenza e l'esistenza” (Da Fiabe dei tre regni, Edizioni La Finestra – nota mia).
Dall'Anatolia, ove iniziò l'antichissima età dei metalli, sono giunte al mondo classico le misteriose leggende dei Kabiri, dei Coribanti, dei Telchini, dei Dattili, nani sotterranei e industriosi esseri non del tutto formati o malformati come gli embrioni di pietra con cui vivono in dimestichezza, talvolta in forma di giganti. Il nano è sempre astuto, spesso indovino e buffone e rivela la verità come svela la materia. La mitologia nordica ci racconta di nani custodi di tesori, Gnomi, Nibelunghi, Elfi o Coboldi, magici forgiatori di armi, come Durendal, la spada di Orlando, o Gugnir, la lancia di Odino.
Non è possibile, in questa sede, estendere la riflessione sul rapporto tra il Piccolo Popolo, le arti del metallo e l'alchimia, vanno comunque poste in rilievo alcune osservazioni. In primis il fatto che la conoscenza delle tecniche necessarie alla lavorazione dei metalli assegna ai loro possessori un'aura magica, alimentata da poteri straordinari: "l'eroe che sa estrarre la spada dalla roccia non è necessariamente un grande guerriero, ma sempre un mago potente signore di tutte le cose materiali e spirituali; un veggente paragonabile, nei termini dell'Età del Ferro, al moderno inventore, chimico o ingegnere, che crea nuove armi per il suo popolo". [2]
E ancora, come ignorare i rapporti tra eroi, fabbri e sciamani [3], nitidamente rinvenibili nella tradizione della cavalleria, in cui esperienze pagane e tradizioni cristiane convivono così strettaente da risultare inscindibili. In fondo, fabbri e sciamani, "furono signori del fuoco tanto quanto gli alchimisti e tutti, aiutando l'opera della natura, acceleravano il ritmo temporale e, in fin dei conti, si sostituivano al Tempo". [4]
Così il cerchio si chiude, l'antico mito del fabbro-sciamano si amalgama a quello più intellettuale dell'alchimista, conoscitore dei segreti della materia e capace di sfruttare quelle energie naturali che i comuni mortali possono solo subire. Lo gnomo è anche questo...
NOTE
[1] Liber de Nymphis, Sylphis, Ygmacis et salamandris et caeteribus spiritibus
[2] H. Zimmer, Il re e il cadavere, Milano 1988, pag. 212
[3] "Fabbri e sciamani - entrambi depositali di tecniche iniziaticamente acquisite, entrambi signori del fuoco, cioè capaci di dominare quell'elemento - sono strettamente imparentati, al punto che un proverbio yakuta proclamava: Fabbri e sciamani provengono dallo stesso nido" (F. Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Firenze 1981, pag. 56)
[4] M. Eliade, Il mito dell'alchimia, Roma 1968, pag. 187
Da Indagine sul Piccolo Popolo – Laura Rangoni e Massimo Centini
Atlantide Edizioni (pag. 15 e seguenti)
Ultima modifica di Silvia; 15-06-12 alle 21:12