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Discussione: Il Piccolo Popolo

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    Predefinito Il Piccolo Popolo

    Il Piccolo Popolo
    Gnomi, folletti ed elfi: alle origini di un mito senza tempo

    di Massimo Centini

    (...)

    È evidente che il problema non è stabilire se esistono o non esistono gnomi, elfi, fate, ecc. almeno da un punto di vista eminentemente razionale; la questione sta nel comprendere quale sia il loro ruolo. In parole povere può essere importante comprendere “che cosa vogliano dire”. Quali risvolti psico-antropologici hanno assolto e assolvono. Di certo non quello di custodire tesori o scavare miniere; sicuramente custodiscono - per noi - il segreto di un’esistenza “altra” a cui dobbiamo affidare la soluzione delle nostre istanze e qualche angoscia. Parlare del Piccolo Popolo può essere un’impresa affascinante. Nello stesso tempo però, se ci sforziamo di individuare possibili legami tra il mito e la storia - come spesso è stato fatto - finiamo per chiuderci in un vicolo cieco, a giocare con simboli e archetipi, alla ricerca di un mondo che non c’è.

    Così una leggenda islandese chiarisce l’origine del Piccolo Popolo: quelle minuscole creature sarebbero quindi vissute celate agli occhi degli uomini perché la loro progenitrice si sarebbe vergognata di presentarli a Dio.
    Ma se la mitologia dell’Islanda cerca, facendo confluire tradizione popolare e cultura cristiana, di spiegare la genesi degli elfi, troviamo tracce del Piccolo Popolo in tante altre creature e con caratteristiche spesso ricorrenti. Dal noto Bes egizio al divino Tagete etrusco, troviamo un’ampia schiera di piccole creature adagiate tra le pieghe del mito, ma spesso circondate da un’aura che invoca un legame con la storia.


    Immagine tratta dal sito http://imagecache.allposters.com/

    Ad esempio, nell’Europa dell’Est, troviamo i Barstucci, ometti nascosti sotto le piante di sambuco, i Kaukie, sempre affamati, i Colky, che come i Penati romani, se ne stavano celati negli angoli oscuri delle case. I Korrigans bretoni si dimostravano particolarmente disponibili ad aiutare gli uomini mentre i Bansidhe irlandesi svolgevano un ruolo molto simile al Cupido classico. Più noti i Coboldi gallesi e i Picchiettanti cornovagliesi, che con il loro aspetto costituiscono lo stereotipo più caratteristico del Piccolo Popolo.Secondo la tradizione medievale, i discendenti degli scozzesi erano i Pechs (o Pehts), esseri fatati, non più alti di “tre o quattro piedi”, che per comportamento non sembrano presentare notevoli differenze dagli gnomi.

    Nel Piccolo Popolo, vi sono due categorie principali di esponenti: quelli della luce e quelli delle tenebre. I primi vivono sulla terra, i secondi sotto. In genere, conoscono e parlano il linguaggio degli animali, tra i quali hanno fraterni amici e terribili nemici.
    La conoscenza della lingua degli uccelli, rimanda alla tradizione esoterica, secondo la quale possedere il segreto di un linguaggio negato ai più, è segno di un potere straordinario, a tratti divino. Spesso, nelle fonti, si fa riferimento al Buon Popolo: termine usato come sinonimo di Piccolo Popolo. Un’interessante indicazione in questo senso ci giunge dal trattato di Robert Kirk, “The Secret Commonwealth”, pubblicato nel 1692. Il testo descrive il regno segreto popolato da elfi, fate egnomi, soffermandosi sugli aspetti e sulle abitudini dei piccoli abitanti della natura. Le conoscenze di Kirk avevano certamente origine nel patrimonio folkloristico nazionale, di cui l’autore era una appassionato studioso.

    Un’emblematica indicazione sul modo in cui l’uomo ha spesso interpretato il carattere del Piccolo Popolo, la reperiamo in una raccolta di tradizioni (W. Veyer Lubke, “Romanisches etymologisches”, Herdelberg 1953) in cui lo gnomo Haroldson, di 379 anni, rivolgendosi al suo interlocutore umano, fornisce una precisa indicazione sulla propria specie: «Noi siamo rimasti fedeli alla nostra origine mentre voi no. Il nostro rapporto con la terra si basa sull’armonia, mentre il vostro si basa sull’abuso: abuso nelle questioni di vita e di morte». Anche gli gnomi qualcosa da insegnare.

    http://old.lapadania.com/2000/aprile...a2.htm%3C/a%3E
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 16-05-09 alle 00:31
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  2. #2
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    Predefinito Dal Repertorio degli esseri e dei personaggi ecc. ecc.

    Le nostre fatidicae (Fate) sono senza fallo le druidesse. Esse rassomigliavansi in potere alle maghe degli Orientali, da cui si originarono. Dicevansi che abitavano in fondo ai pozzi, in riva ai torrenti, in oscure caverne. Avevano il potere di dare agli uomini forme di bestie, ed esercitavano talvolta nelle foreste le stesse funzioni che le ninfe del paganesimo. Avevano una regina che le radunava ogni anno in generali assemblee, onde punire quelle che avevano abusato della loro possanza e guiderdonare quelle che ne avevano fatto buon uso. In alcune contrade della Scozia dicesi che le fate sono incaricate di condurre al cielo le anime dei bambini neonati, e aiutano quelli che le invocano a rendere vani i malefizi di Satana. In tutti i racconti e nei vecchi romanzi di cavalleria, in cui le fate hanno sì gran parte, vedesi come, quantunque immortali, erano soggette ad una legge la quale costringevale a prendere ogni anno, in determinati giorni, la forma di animali. Ed esponevale sotto questa metamorfosi a tutte le disgrazie, anche alla morte, che non potevano che ricevere in modo violento. [...]

    Le fate venivano la sera, al lume della luna, a menare le loro ridde nelle remote praterie, e si trasportavano da un luogo all'altro con la velocità del pensiero, a cavallo di un grifone, di un gatto di Spagna o su una nuvola. Assicuravansi puranco che, per un capriccio del destino, le fate erano cieche in casa loro ed avevano cent'occhi altrove. Frey osservava come vi fosse tra le fate, allo stesso modo che fra gli uomini, ineguaglianza di fortuna e di potere: nei romanzi cavallereschi e nei racconti vedesi sovente una buona fata vinta da una cattiva che gode di una possanza maggiore.[…] Molti monumenti avanzano, comprovanti la credenza nelle fate: tali sono le grotte del Ciablese, che chiamansi appunto le grotte delle fate: con fatica altri osa avvicinarsi ad esse. Ciascuna di queste tre grotte ha nel suo fondo un bacino la cui acqua è creduta possedere virtù miracolose. L'acqua che scola dalla grotta superiore attraverso lo scoglio ha formato nella volta la figura di una gallina che vi cova i suoi pulcini. Accanto al bacino vedesi un filatoio con la sua conocchia. […]

    Le fate aprirono una fonte perenne di poesia, […] chi non ha letto le bellissime ottave in cui si narrano gl'infelici casi di Armida, creazione sublime quantunque abbia fondamento nella tradizione dei popoli orientali […], chi non ha letto le altre bellissime ottave consacrate da Ariosto ad Alcina, imagine della bellezza e dei pericoli che la circondano quando la virtù ad essa non si congiunga? Il riportare quei versi maravigliosi sarebbe oltraggio ad ogni buon italiano, il quale li conosce e li ricorda nei suoi più cari momenti di abbandono."

    Dalla voce FATE del "Dizionario infernale o Repertorio universale degli esseri, dei personaggi, dei libri, dei fatti e delle cose che riferisconsi alle apparizioni, alle divinazioni, alla magia, al commercio dell'inferno, ai demoni, alle streghe, alle scienze occulte, agli incantesimi, alla cabala, agli spiriti elementari, alla pietra filosofale, ai prodigi, agli errori, ai pregiudizi, alle imposture, alle arti degli zingari, alle varie superstizioni, ai racconti popolari, ai pronostici, e generalmente a tutte le credenze false, meravigliose, sorprendenti, misteriose o sovrannaturali" (prima versione italiana di C.A.Valle sulla 3° edizione francese. Senza note tipografiche, senza data [ma: 1820-1830 ca.]. Segnatura: 3.O.III.55-56)


  3. #3
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    Predefinito

    Massimo Centini

    MITI E ARCHETIPI DELL'ALTRO




    I personaggi che fanno parte del cosiddetto Piccolo Popolo sono esseri "diversi", "altri", soprattutto sono figure contrassegnate da una forma e da una cultura che si oppongono alle norme dell'uomo comune, artefice della storia e da sempre consideratosi un punto di riferimento. La necessità di trovare un'origine al disagio culturale, posizionata oltre gli spazi delimitati di quella che è considerata la regolarità, nasce, secondo gli antropologi, da conflitti interni alla cultura: dal malessere della società che deve trovare una ragione delle proprie anomalie riversando le proprie frustrazioni su figure "altre", pertanto più facilmente individuabili. Questo ricorso all'alterità, nella mitologia è particolarmente frequente. L'ambiguo atteggiamento nei confronti dell'altro può produrre reazioni diverse, che variano dal timore e dalla volontà di evitare ogni contatto seguendo strade diverse governate dalla luce, fino alla consapevolezza della necessità di distruggere "fisicamente" il portatore dell'alterità. Di qui il bisogno di umanizzare il mito, di dargli una dimensione antropomorfa, se pur contrassegnata da opportune differenze. […] Nello scandagliare il fenomeno, constatiamo che nell'immaginario collettivo il Piccolo Popolo impersona la periferia, il lato oscuro, il territorio della trasgressione, un mondo che si contrappone al nucleo centrale, dominato dall'equilibrio e dalla scelta di regole collettive inalienabili.

    Il disagio della società deve sempre avere un volto e un nome: le figure dense di influenze mitiche risultano esseri essenziali nella loro struttura basilare, ma nello stesso tempo sono difficili da accettare, in quanto propongono immagini senza tempo, destinate a mettere in crisi le certezze del nostro antropocentrismo. Il monitoraggio antropologico e gli strumenti storici, come quelli della ragione, ma anche quelli della psicoanalisi, non sono sufficienti, da soli, a cogliere globalmente i molteplici aspetti di gnomi, elfi, ecc. C'è qualcosa che di fatto sorge dentro di noi, che esaspera l'"altro", qualcuno che, paradossalmente, con la sua diversità in effetti certifica la nostra centralità, ma nello stesso tempo mette in crisi le nostre certezze. Il "noi" diventa così l'unico rifugio, in cui il depositario della Cultura si arrocca dietro la prospettiva della ragione, estremo baluardo contro l'avanzata dei diversi. […] Quindi è "altro" quanto si oppone alla ragione, quanto contrasta con la naturalità, causa di numerosi luoghi comuni, da cui prendono vigore quelle distorsioni interpretative considerabili i ceppi della nostre convenzioni.



    Il Piccolo Popolo giunge dall'esterno della Cultura, quindi della ragione, infrange i costumi e si autodemonizza. I costumi sono effettivamente un punto di riferimento per dare fisionomia alla Cultura: una civiltà senza costumi, o con costumi "altri", è una civiltà senza Cultura. Più semplicemente, il Piccolo Popolo può essere interpretato in relazione a "situazioni di alterazione", interne alla Cultura, che in questo mito hanno un elemento drammatico per trovare una spiegazione dalle infrazioni alla regolarità interna. […] Al di là delle ipotesi socio-antropologiche, di certo molto stimolanti per una valutazione culturale dei fenomeni, non si può negare che il Piccolo Popolo abbia acquisito una dimensione importante nel nostro immaginario. Questi piccoli esseri sono dentro di noi, si aggirano nei nostri emisferi cerebrali tra i labirinti dell'ego, personificando gli elementi rimossi e non sublimati della vita istintiva. Vivono di simboli e di presagi, rincorrendo metafore improbabili che si addensano intorno alle umane certezze fino a renderle fragili, indifese. Solo umane. […]
    Nella presenza di esseri "altri", l'uomo scopre con maggiore peso la potenza della Natura, scopre che essa ha regole proprie, dalle quali non si può prescindere e che, al di là delle presunzioni antropocentriche, bisogna accettarle, anche quando non si riesce a comprenderle. Questo dogmatismo laico può essere in qualche modo definito attraverso il mito, che risulta l'unico apparato dialettico sufficiente per chiarire quanto la ragione non vorrebbe accettare.

    Come osservava Sant'Agostino, la differenza è tanto più avvertita quanto è chiusa la mente di chi osserva la differenza, perché con la propria chiusura mentale non riesce a trovare in essa un rapporto con il tutto: "chi può essere tanto insensato da pensare (...) che il Creatore ha commesso un errore, dal momento che ignora perché l'ha fatto?" [1] Con acuta attenzione per il ruolo della differenza, Sant'Agostino chiariva che nell'altro la natura ha deviato il suo corso abituale (ab usitato cursus) offrendo ai nostri sensi "un'insolita forma del corpo, o colore, o movimento, o voce, o natura di qualsivoglia sua funzione, parte o qualità". Pertanto, appare chiaro che "la forma resta, l'unico criterio in base al quale è possibile stabilire che cosa sia il mostruoso: e tuttavia, la valutazione del grado in cui questa o quella creatura sia da considerarsi deviante rispetto alla forma stessa è una questione puramente soggettiva". [2]
    Infatti, parafrasando Aristotele, la forma è ciò per cui una cosa differisce dall'altra, ma la valutazione del divario è troppo soggettiva e per dare un senso alle affabulazioni delle sue pretese ermeneutiche, si avvale del mito che crea quei topoi capaci di esasperare l'anomalia della forma. Il Piccolo Popolo è sicuramente una dimostrazione concreta di tale situazione. Il criterio base di valutazione è la norma definita dalla Cultura: superati certi parametri formali definiti dalla norma, c'è il disordine, il mondo privo di equilibrio. Il mondo del mito...


    NOTE

    [1]Sant’Agostino, Civitate Dei (XVI,8)
    [2]C. Kappler, Demoni, mostri e meraviglie alla fine del Medioevo (Firenze 1983, pag. 187)


    Da Indagine sul Piccolo Popolo – Laura Rangoni e Massimo Centini (Atlantide Edizioni - pag. 63 e seguenti)

    Immagini tratte dal sito BRYONIA - Il laboratorio delle Fate

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Il Piccolo Popolo

    La parola Fata

    Il termine Fata deriva dall'antico " faunoe o fatuoe " che nella mitologia pagana, indicava le compagne dei fauni, creature dotate del potere di predire il futuro e di soprassedere agli eventi umani.

    Le fate sono esseri soprannaturali dotate di potere magico, grazie al quale possono cambiare aspetto e farlo cambiare agli altri.

    Frequentano, caverne rocce colline, boschi e sorgenti; sono pronte a correre in aiuto degli innocenti e dei perseguitati; riparano torti, vendicano offese, ma possono essere anche maligne e vendicative.

    Di fatto o ci accettano come parte del loro mondo o non ci accettano: sono loro a deciderlo.

    Esse rappresentano il potere, il potere magico incomprensibile agli uomini e quindi nemico.


    J. N. Paton, The Fairy Queen (particolare) - Immagine tratta dal sito http://www.flickr.com/

    Bisogna sempre tenere presente che, anche se il mondo delle fate è condizionato dall'uomo, esse sono creature estranee, con valori morali ben lontani da quelli del genere umano; non pensano, e cosa ancora più importante, non sentono come gli umani.

    Quello delle Fate è un mondo d'incanti cupi, di bellezza affascinante, d'incredibile bruttezza, di superficialità incallita, di spirito, malizia, gioia e ispirazione, di terrore, riso, amore e tragedia. E' molto più ricco di quanto le favole in genere lascino credere.

    Ma allora, qual'è la sostanziale differenza fra il loro mondo e quello degli uomini?

    Le leggende e i miti sulle Fate sono molti e diversi, spesso contraddittorii: solo una cosa è certa, che nulla è certo.

    Tutto è possibile nella terra delle Fate.

    Dal sito http://www.ilboscoincantato.com
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  5. #5
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    Predefinito

    FOLLETTI




    I folletti popolano le fiabe e il folklore di numerosissime tradizioni popolari con infinite variazioni. Al di là delle differenti manifestazioni locali, gli elementi comuni che si possono rintracciare sono le piccole dimensioni, la capacità di assumere altre sembianze, la permalosità nel rapporto con gli uomini e l'ambivalenza dei loro atteggiamenti: a volte benevoli, a volte dispettosi e persino pericolosi. Queste creazioni delle fiabe e dell'immaginazione risentono di numerosissimi elementi. Nella tradizione contadina, si potrebbe ipotizzare che siano la personificazione dei topi o di piccoli animali domestici che possono procurare danni e dispetti, ma possono anche diventare di compagnia e perfino utili se si offre loro del cibo. Non è un caso che talvolta si presentino proprio sotto forma di animali. Ma, nella maggior parte dei casi, hanno un aspetto antropomorfo, anche se le loro dimensioni sono molto piccole, variabili da poco più di mezzo metro a pochi centimetri.
    E in questo tipo di rappresentazione le analogie con altre leggende e tradizioni sono evidenti. Nella mitologia nordica, per esempio, vengono in mente gli elfi, esseri semidivini dalle ridottissime dimensioni, per lo più benigni, che sono una personificazione delle forze della natura. Nelle saghe scandinave si ritrovano i nani - Andvari e Regin nell'Edna scandinava, Alberico nei Nibelunghi... - miniaturizzazioni che nascono da una visione antropomorfa della natura che viene così popolata in ogni suo aspetto: ogni elemento nasconde un mondo di folletti, fate, gnomi, pigmei.




    In Inghilterra il più celebre dei folletti domestici è il brownie, alto 60 cm. e ricoperto di peli scuri, nudo o rozzamente vestito. Le sue mani possiedono il pollice mentre le altre dita sono saldate. E' servizievole nei lavori di casa e aiuta l'uomo in cambio di dolci e latte. Come tutti i folletti è un po' permaloso. Un altro folletto domestico inglese è il bwca, alto circa mezzo metro, caratterizzato da un lungo naso, esperto nella preparazione del latte e dei formaggi. Il buggane, folletto dispettoso della Gran Bretagna, ha la capacità di cambiare forma, spesso si trasforma in vitello nero o in cavallo del quale, nel suo aspetto umano, conserva gli zoccoli o le orecchie.
    In Irlanda, invece, si ritrova il leprecahun, un folletto solitario alto tra i 20 e i 70 cm. che aggiusta le scarpe spaiate dove ripone le sue ricchezze. Ama il tabacco e l'alcol che rubacchia di notte nelle case.
    In Francia ci sono i korred, tipici della Bretagna, folletti con gli occhi arrossati, che amano danzare. Anche in questo caso si ritrova una forte ambivalenza: talvolta aiutano l'uomo con profezie e magie, ma può essere molto pericoloso assistere alle loro cerimonie. Nelle stesse regioni vivono poi i korrigan, abitatori fatati dei monumenti megalitici, spesso confusi con i korred.




    Sempre in Francia si ritrovano anche i drac, folletti decisamente dispettosi e malevoli, e i jetins che abitano le grotte marine. Questi ultimi, benché siano alti appena 50 cm., sono dotati di un'incredibile forza. Spesso cambiano i loro bambini con quelli umani, tema ricorrente nelle leggende sui folletti. In Italia c'è poi il lauro, in grado di mutare il proprio aspetto a forma di cane, gallo o altri animali, ma sempre riconoscibile dal suo inseparabile berretto rosso. E ancora, in Olanda si trovano i kaboutermanneken, folletti benevoli che aiutano l'uomo in cambio di un po' di cibo e gli alven, esseri piccolissimi che si spostano trasportati dal vento e vivono negli stagni senza pesci. Hanno abitudini notturne e sono in grado di modificare il loro aspetto.
    In Belgio vivono i kludde, folletti malefici che si manifestano nelle notti più gelide nei campi deserti e nei luoghi sconsacrati. Anche loro hanno il dono della metamorfosi e spesso si manifestano sotto forma di mostruosi cani neri che camminano sulle zampe posteriori. Sulle montagne della Svizzera ci sono bergmelen, miniscoli conoscitori delle erbe mediche, che si possono scorgere soltanto nelle notti illuminate dalla luna, quando escono allo scoperto per danzare.




    Il nis, tipico della Scandinavia, è un folletto piccolo come un infante ma con la faccia da vecchietto. Ama danzare, aiuta nelle faccende domestiche e accudisce gli animali in cambio di un po' di cibo. I paar, che vivono in Finlandia, sono invece folletti domestici specializzati nella produzione del burro, che talvolta si manifestano sotto forma di gatti, serpentelli o rospi.
    Presso le popolazioni slave sono da segnalare gli ovinnik, folletti del focolare, con occhi come braci, malevoli, che assumono le sembianze di gatti che abbaiano o che ridono, mentre i polevik, vivono nei campi e sono molto dispettosi: si divertono a far smarrire i viaggiatori. Per ingraziarseli, tuttavia, è sufficiente come al solito offrire loro un po' di cibo.
    Tipici del Canada sono invece i mannegishi, piccoli, senza naso, con gambe lunghe e magre e mani con sei dita. Frequentano i corsi d'acqua e si divertono a fare scherzi.
    In Australia solo i bambini possono vedere i mimi o wulbarwar, piccolissimi, trasportati dal vento, per lo più inoffensivi e benevoli, ma molto permalosi.
    Mikoshi Niudo, infine, è un folletto del Giappone molto dispettoso, con la testa pelata e la lingua a penzoloni che si diverte ad apparire improvvisamente spaventando la gente.



    Liberamente tratto da www.linguaggioglobale.com

  6. #6
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    Predefinito Rif: Il Piccolo Popolo

    Gli elfi della metropoli

    (da "Politicamente scorretto" di G. De Turris)

    Tutto è iniziato al culmine degli "anni di piombo". Quando più l'atroce concretezza del terrorismo, il sangue, i morti, i sequestrati, i messaggi feroci e deliranti, in poche parole la Realtà, ci assediava da ogni lato, nel 1978 apparve un libro che era allo stesso tempo una porta su un Altrove mitico e quotidiano, e "un manuale per un improbabile salvezza", una "uscita di sicurezza" per gli orrori che ci circondano. Mi riferisco a Gnomi di Wil Huygen e Rrien Poortvliet, due olandesi ai quali non si finirà mai di rendere merito per il loro piccolo capolavoro di fantasia e ironia. Con ogni evidenza era un avvenimento da lungo tempo inconsciamente atteso. Non solo si tirò dietro altri libri molto belli, sempre editi da Rizzoli, dallo stupendo Fate di Froud e Lee, a Giganti, a Streghe; non solo diede vita ad una lunga serie di cartoni animati spagnoli molto amati dai bambini (David Gnomo, Benjamin), ma contribuì alla riscoperta del "Piccolo Popolo", cui vennero dedicati svariati volumi saggistici, il che unito alla contemporanea rivalutazione delle fiabe, ha fatto sì che questi argomenti, che hanno in comune molti aspetti, siano stati definitivamente riscoperti ed oggi, non più messi all'indice da una cultura a senso unico, siano un tema come tutti gli altri per la nostra editoria e la nostra critica. Ci si potrebbe chiedere, invero oziosamente, del perchè di tutto ciò, del perchè, in piena era moderna, meccanica, elettronica, computerizzata, si sia sentita la necessità di un ritorno a cose tanto poco razionali, tanto "infantili". Il bisogno di un varco che permettesse di uscire da una situazione generale per nulla gratificante, come si è detto, è già una prima risposta, ma non è sufficiente. Altre possibilità in quegli anni si erano presentate e di diversi generi: perchè la riscoperta del "Piccolo Popolo"? Il desiderio collettivo di ritornare bambini? All'epoca spensierata delle favole? Forse, ma non necessariamente. Ma cosa rappresenta, che cosa rappresentavano ancora gli gnomi, le fate, gli elfi? Si devono tener presenti due fatti: otto anni prima la traduzione de Il Signore degli Anelli di Tolkien aveva dimostrato che si poteva parlare di certe cose - che in modo automatico vengono collegate all'infanzia - senza cadere nel puerile.contemporaneamente l'affermarsi sempre più prepotente di una "coscienza ecologica" aveva messo in discussione - a causa di certi risultati sotto gli occhi di tutti - l'assoluta bontà delle scelte tecnologiche e industriali effettuate sino a quel momento in Occidente. Insomma riscoperta della Natura, riscoperta di una dimensione fantastica dell'infanzia, a me pare che siano - almeno ad un iniziale approccio - alla base del successo e della riaffermazione del "Piccolo Popolo" e dei suoi molti protagonisti, e non più solo a livello ludico e fanciullesco. Livello che peraltro aveva già i suoi personaggi di successo di questo tipo, gli Schtroumpfs, noti da noi come Puffi, creati nel 1958 dal disegnatore belga Peyo, gnometti blu ispirati al folklore celtico. Allora cerchiamo di andare più a fondo. Se affermazione c'è stata, presso il pubblico degli adulti, se essa non è soltanto una moda editoriale, per quale motivo si è prodotta? Che cosa sta a simboleggiare questa folla di personaggi che emergono dalle favole che abbiamo letto da piccoli, che ci venivano raccontate la sera per tranquillizzarci e/o spaventarci? I nani, gli gnomi, i folletti, i coboldi, i leprecauni, i troll, gli elfi, le fatine, ci diranno gli studiosi di antropologia culturale, di folklore, di tradizioni locali, erano la risposta irrazionale e antropomorfica per chiarire i fatti e avvenimenti che gente incolta e semplice non riusciva altrimenti a spiegarsi, personificando spesso fenomeni naturali: morti misteriose, perdita e ritrovamento di oggetti, atteggiamenti umani insoliti, eventi atmosferici imprevisti, autosuggestioni provate nelle foreste e nei campi, rumori notturni nelle case solitarie, epidemie di animali e così via. Un retaggio sostanzialmente pagano che l'avvento del cristianesimo in Europa non è stato in grado di debellare del tutto o che ha più semplicemente "trasformato" e adattato al nuovo clima religioso. Contadini e montanari, vivendo a contatto con la Natura, avevano la necessità di dare, in qualche modo, una spiegazione a fatti che non capivano. Semplice, chiaro, e soprattutto razionale. Ma che bisogno abbiamo noi, oggi, che contadini e montanari non siamo, che abitiamo in metropoli divenute "giungle d'asfalto" e non in campagna e sulle montagne, che bisogno abbiamo noi di rinfrancarci un po' lo spirito gustando i libri di Huygen e Poortvliet, di Froud e Lee e tutti gli altri? Non certo perchè abbiamo bisogno di spiegazioni per fatti che non comprendiamo. E allora?


    Non sarà forse perchè il "Piccolo Popolo" è un simbolo, il simbolo di qualcosa, ieri come oggi, e quindi sempre valido, al di là della contingenza, al di là del profondo mutamento della cultura divenuta da agricola a industriale e quindi postindustriale? Ormai si sa che, ciclicamente, ad un estrema "materializzazione" dell'esistenza fa seguito l'opposto: quando si pensa che si sia fatta tabula rasa del mondo dello spirito, si è giunti al picco del materialismo, rispunta la metafisica. E che, assai spesso, questo nuovo spiritualismo, questa nuova metafisica, sono cose spurie e degradate, comunque sintomo di una necessità intima e insopprimibile dell'essere umano. L'attuale proliferare di sette e conventicole, che tanto allarma sociologi e moralisti, nonchè la Chiesa, lo provano. Cosa c'è dietro all'interesse, alla curiosità, alla necessità che abbiamo di riscoprire il "Piccolo Popolo"? Proviamo ad andare ancora oltre alle risposte già date: la riscoperta della Natura, del folklore, dell'infanzia. Se gnomi, elfi e fate hanno un effetto su di noi che usiamo regolarmente automobile e computer, aeroplano e videoregistratore, televisore e telefono da tasca, non sarà forse perchè essi simboleggiano non eventi naturali, ma i poteri che stanno dietro ad essi? Noi sappiamo benissimo (ce lo insegnano dalla scuola elementare) cosa sono esternamente, sappiamo come si producono, ma non abbiamo più quella percezione del mitico e del meraviglioso che ci fa intuire la potenza che si nasconde dietro a tutto questo. Il "Piccolo Popolo" è una delle rappresentazioni, positiva o anche negativa, di questa potenza, in un forma per così dire "gentile", anche se in alcuni casi mostruosa. E proprio perchè è un simbolismo che va oltre l'aspetto esteriore e naturale, riesce ad essere ancora efficace (parzialmente efficace) in una cultura come l'attuale che è del tutto opposta a quella che lo creò. Se la Natura è "magica", questa sua magia, si perpetua nonostante tutto, anche se in modi e forme un po' diverse. La tendenza dell'essere umano a vedere dietro a fenomeni inspiegabili qualcosa di più del "caso", della "coincidenza", di un insieme di circostanze speciali, ce la danno due esempi. Il primo è costituito dalle cosiddette "leggende metropolitane" che, in un contesto cittadino, riecheggiano quelle della cultura contadina, cambiando soltanto sfondi e personaggi; e l'altra, inserita in esse, è la creazione dei gremlins, questi esseri brutti e dispettosi, al limite cattivi e crudeli, che non sono affatto una invenzione del film di Joe Dante, ma risalgono alla Seconda Guerra mondiale quando i militari americani, se non sbaglio dell' aeronautica, spiegavano con i gremlins incidenti e guasti altrimenti non comprensibili se non con l'intervento di misteriosi "esseri". La "realtà" di questa creazione del folklore moderno è ormai attestata da dizionari: l'Oxford Advanced Learner's Dictionary of Current English (1989) la definisce come una "immaginaria creatura dispettosa ritenuta causa di difetti meccanici o di altro tipo". E Massimo Izzi nel suo monumentale Dizionario illustrato dei mostri (Gremese, 1989) li considera "classici folletti adattati alla nostra epoca tecnologica", il cui nome deriva dall'antico inglese gremian, vessare. Sarà forse un caso, ma anche i gremlins, proprio come l'antico "Piccolo Popolo", hanno un atteggiamento anti-tecnologico. Ce lo conferma i Libro degli elfi (Ed. Settimo Sigillo 1991), in cui l'autore, Alfredo Brandi, esattamente come un moderno antropologo culturale, effettua una vera e propria classificazione a livello europeo, di una particolare stirpe, gli elfi. La maggior parte di essi non tollera il massacro della Natura che ha compiuto l'uomo moderno (il che è la causa anche della sua progressiva scomparsa, o meglio eclissi), ma non sopporta neanche il rumore di treni e auto, di attrezzi meccanici et similia. E non sopporta nemmeno il suono delle campane e altre manifestazioni esteriori del cristianesimo. "Noi siamo rimasti fedeli alla nostra origine, mentre voi no", dice lo gnomo Haroldson, 379 anni, a Huygen e Poortvliet, nella conversazione che chiude il loro libro. "Il nostro rapporto con la terra si basa sull'armonia, mentre il vostro si basa sull'abuso: abuso nelle questioni di vita e di morte". Gli gnomi, gli elfi, il "Piccolo Popolo" simboli delle potenze della Natura e dell'armonia nei rapporti con essa. Come mette in evidenza Brandi, possono compiere sì dispetti, sono a volte sì pericolosi, ma in genere aiutano l'uomo (il contadino, il montanaro) in modo invisibile. E' una concezione, come viene documentato nel suo libro, che è diffusa in tutta l' Europa, dal Portogallo alla Russia, dalla Grecia all'Islanda. "C'è un baratro fra quanto voi intendete come progresso e quello che intendiamo noi come progresso", dice sempre Haroldson. Opere come queste possono contribuire a ricordarcelo.

    Dal sito http://www.asslimes.com/terra%20di%20mezzo1.htm
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-10-09 alle 20:48
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  7. #7
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    Predefinito Rif: Riferimento: Il Piccolo Popolo

    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada

    Le fate sono esseri soprannaturali dotate di potere magico, grazie al quale possono cambiare aspetto e farlo cambiare agli altri.

    Quindi come Berlusconi ?
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-10-09 alle 01:35
    Non ti curar di lor, ma passa e sputa

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il Piccolo Popolo

    Ricordo un racconto stupendo di A.Machen,precisamente "the white people",forse il migliore,sicuramente fantastico.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Il Piccolo Popolo

    A proposito di piccolo popolo, vi mostro l'ultimo allestimento che ho fatto in casa mia (consiglio di guardare le immagini non ridimensionate per vedere i dettagli).

    Versione diurna:


    Versione notturna (un po' mossa, ma purtroppo senza flash è difficilissimo far venire una foto nitida):

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-10-09 alle 01:34
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Il Piccolo Popolo

    Ho sempre amato David Gnomo.

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 20-10-09 alle 01:33
    ████████

    ████████

    Gli umori corrodono il marmo

 

 
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