Harishchndra è un re mitologico, un rajarshi (re-saggio) vissuto nel Treta Yuga. La sua leggenda è narrata nel Aitareya Brahmana, Mahabharata, Markandeya Purana, Devi Bhagavata Purana. Il suo nome è menzionato anche nel Vishnu Purana. Uno dei due campi crematori di Varanasi porta il suo nome ed è il preferito dagli Aghori.
Il Re Harishchandra
Nell’antica India, un re chiamato Harishchandra regnava sul regno di Kosala. Questo regno illustrava molto bene l’adagio: yathaa raajaa tathaa praja, che significa “come il re, così sono i sudditi”. La gente del regno era molto virtuosa: evitava tutto ciò che non era buono, non beveva né giocava d’azzardo, non ostentava la propria ricchezza, era onesta e giusta nei propri affari. Come risultato di tutte queste virtù, non c’erano carestie, malattie o morti premature nel regno. Le persone erano forti e in salute, le donne erano colte e molto belle e tutti guardavano al loro re come se fosse il loro padre, alla regina come la propria madre. Per uno strano gioco del destino, quelle stesse virtù furono causa di sventura per il re e il regno.
Vashishtha era il prete di famiglia (bramino) del re. Entrò in una discussione con il saggio Vishwamitra sulla possibilità di trovare un uomo dalla virtù incorruttibile. Vishwamitra sosteneva che questo era impossibile e che anche una persona virtuosa può fallire davanti a delle prove molto dure. La tesi di Vashishtha era invece che sebbene in termini generali Vishwamitra potesse aver ragione, c’erano sicuramente al mondo uomini eccezionali che non potevano essere tentati ad abbandonare la propria virtù. Citò Harishchandra come uno di questi. Vishwamitra rise e disse che sembrava che Vashishtha si fosse lasciato trasportare dal fatto che Harishchandra era il suo ultimo padrone. La sfida di Vishwamitra era che avrebbe sottoposto Harishchandra a delle prove così rigorose da dimostrare come Vashishtha fosse nel torto. Entrambi i saggi furono d’accordo nel condurre l’esperimento con gli dei come testimoni.
Immediatamente Vishwamitra si recò alla capitale del regno di Harishchandra, Ayodhya, dove apprese che il re stava procedendo ad una spedizione di caccia. Vishwamitra superò il re e si mise a compiere le proprie austerità in un ashram lungo la strada. Mentre stava passando il corteo di caccia del re, il saggio creò l’illusione di voci di donna che gridavano: “Salvateci, salvateci da quest’uomo”. Allora il re disse: “Sto venendo ad aiutarvi. Trafiggerò con le mie frecce il miserabile che molesta queste donne”, e si diresse verso il luogo da cui provenivano le urla. Le austerità del saggio furono disturbate da tutta quella confusione. Il re si prostrò dinanzi al saggio e chiese perdono per il disturbo causato offrendo come risarcimento il proprio regno e le proprie ricchezze.
“Cosa? Sono queste parole senza significato?”, chiese aspramente il saggio.
“ O saggio, parlo sinceramente. Manterrò la mia parola.”
“Ti prendo in parola, allora” disse il saggio, “Sei già indebitato con me; mi devi ciò che mi spetta per il sacrificio di Rajasuya che mi fu chiesto di celebrare a riprova della tua fede verso di me.”
“Ti darò ciò che ti spetta non appena me lo chiederai, O Vishwamitra.”
“D’accordo; torna alla tua capitale e preparati a consegnare il tuo regno e tutte le tue ricchezze.”
Vishwamitra obbligò Harishchandra a mantenere la sua parola e andò il giorno successivo a prendere controllo del regno e delle ricchezze del palazzo. Harishchandra rinunciò a tutto, perfino agli ornamenti della sua regina.
“O saggio, cos’altro ti devo dare?”
“Chi è il re di Kosala adesso?”, urlò Vishwamitra.
“Vishwamitra”, rispose Harishchandra.
“Ascolta il mio comando reale,” replicò Vishwamitra, “Lascia il mio regno immediatamente con tua moglie solo con gli abiti che indossi.”
Harishchandra osservò con la massima devozione “Obbedirò al tuo comando”. Accompagnato dalla moglie Chandramati e dal loro figlio, Rohita, Harishchandra si apprestava a lasciare la capitale.
“Prima che tu te ne vada, Harishchandra, mi dovrai pagare ciò che mi devi per il sacrificio.”
“Non ho nulla di mio ora, eccetto i vestiti che mi hai permesso di tenere. Ti prego concedimi del tempo per riparare al debito che ho con te. In un mese, pagherò l’intera somma.”
“Va bene; a un mese da ora verrò a riscuotere il denaro.”
Harishchandra si congedò dal suo creditore tra le grida dei suoi sudditi, rimasti senza fiato per le azioni del sincero re: “O re, come può una parola pronunciata casualmente vincolarti? La tua virtù sta rovinando tutti noi. Non ci puoi abbandonare. Verremo con te.”
Harishchandra esortò i suoi sudditi al dovere di servire il nuovo re. Le sventure che doveva affrontare erano state provocate da lui e i sudditi non avrebbero sofferto per questo motivo. Il loro nuovo re era un saggio reale, famoso e in possesso di straordinari poteri. Le azioni del nuovo re erano sospinte da una qualche divina provvidenza che era imperscrutabile. Era dovere dei sudditi di non deviare mai dalla virtù e dal sentiero della rettitudine.
Vishwamitra comandò alle sue truppe di dire ad Harishchandra di smettere con quelle inutili esortazioni e di procedere immediatamente fuori dal regno. Subito Harishchandra smise di parlare e lasciò la capitale con sua moglie e suo figlio.
I tre dovettero elemosinare cibo nei dharamasala lungo la strada e fare lavori manuali per guadagnarsi da vivere. Si recarono a Kashi per lavare loro figlio nelle sacre acque del Gange. Appena varcarono i cancelli della santa città di Kashi, Vishwamitra era lì ad aspettarli: “ Questo solo per ricordarti che oggi è il giorno in cui dovresti riparare il debito con me.” Harishchandra contò i giorni e realizzò che Vishwamitra diceva il vero. Sebbene sbigottito, subito riprese il suo coraggio e si ricordò di avere ancora mezza giornata per cercare di racimolare qualcosa per pagare il debito.
Vishwamitra disse: “Dimmi che non mi pagherai o dì pure che non mi devi niente, non ti darò più fastidio. Posso cancellare il debito.”
Harishchandra replicò con veemenza: “ O saggio, sta di fatto che io ti devo la somma per il sacrificio di Rajasuya. Cercherò di pagarti prima che finisca il giorno.”
Il saggio se ne andò lasciando Harishchandra a cercare una soluzione. Cominciò a pensare al modo in cui poteva recuperare denaro: “E se mi vendessi come schiavo a qualche ricco mercante e mi liberassi del debito con il saggio?” Oh no, che ne sarebbe stato di sua moglie e suo figlio se si fossero separati? Chandramati suggerì che al suo posto potevano essere venduti lei e suo figlio, in modo che Harishchandra potesse pagare il debito, guadagnarsi qualcosa per vivere e ricomprarli. Harishchandra prese atto della forza delle argomentazioni di Chandramati. Portò sua moglie e suo figlio al mercato e, strozzato dai singhiozzi, annunciò ad alta voce che erano in vendita. Si fece avanti un bramino dicendo che la sua giovane moglie aveva bisogno di una serva e si offrì di comprare solo Chandramati, non avendo bisogno del bambino. Chandramati supplicò il bramino dicendo che avrebbe insegnato a suo figlio a fare i lavori domestici e che si sarebbe reso utile nella casa del maestro. Alla fine si arrivò a un accordo, il bramino lì comprò entrambi pagando una piccola somma aggiuntiva e li portò a casa sua. Subito apparve Vishwamitra. Harishchandra pagò col denaro che aveva ricevuto dal bramino.
“Non è nemmeno la metà di quello che mi devi!” osservò con rabbia Vishwamitra.
“E’ vero, saggio. Ti darò il resto in poco tempo.” lo implorò Harishchandra.
“Il giorno sta per finire; non hai mantenuto la tua promessa. Vedo che sei uno che non mantiene le promesse. Dimmi soltanto che non mi devi nulla e ti libererò dal tuo debito.”
“Mi merito la tua rabbia, saggio. Ti devo dei soldi e sono in debito con te. Ho appena venduto mia moglie e mio figlio e ti ho ripagato in parte. Ti prego di darmi un’altra ora, prima del tramonto; proverò a vendere me stesso e a ripagarti completamente.”
“Quante volte devo venire da te? Comunque, manca solo un’ora al tramonto. Vediamo.” Detto questo, il furente creditore se ne andò.
Harishchandra tornò al mercato e cominciò a gridare in modo che tutti potessero sentirlo: “Sono disposto a essere comprato come schiavo, mentre il sole splende ancora a occidente.”
Nessuno era disposto a pagare la somma che chiedeva. Un boia, il capo del cimitero locale, si alzò per guardare attentamente Harishchandra. Aveva un odore nauseante, era sfigurato, selvaggio, con un muso lungo e ripugnante, i denti sporgenti e la barba, scuro di carnagione, la pancia che gli penzolava e gli occhi neri. Portava con sé degli uccelli, un teschio in mano e si adornava con le ghirlande di fiori recuperate dai cadaveri. Era circondato da un branco di cani e imprecava con toni aspri. In breve, il suo aspetto provocava paura e repulsione.
“Chi sei tu?” chiese Harishchandra quando il custode del cimitero si fece avanti per comprarlo.
“Il mio nome è Pravira, un esperto boia della città. Sono il guardiano del cimitero al confine sud-occidentale della città. Il mio compito è quello di giustiziare i condannati a morte e raccogliere gli indumenti dei morti che vengono portati al mio cimitero.”
Harishchandra stava pensando se avrebbe dovuto accettare di diventare lo schiavo di Pravira. Vishwamitra comparve sulla scena e lo spronò: “Perché sei così esitante a diventare suo schiavo quando ti offre abbastanza denaro da ripagarmi il debito?”
Harishchandra lo supplicò: “O saggio, fammi tuo schiavo per la somma che ti devo. Obbedirò ai tuoi ordini. Appartengo a una razza di discendenza solare tra i re. Ti prego salvami dal diventare lo schiavo di un guardiano del cimitero.”
“Dimmi soltanto che non mi devi più niente e ti lascerò andare come un uomo libero.”
“Come posso dirlo? Ti devo ancora dei soldi.” fece notare Harishchandra.
“Così vuoi essere il mio schiavo?” chiese il creditore.
“ Sì, signore. Ti supplico. Ti prego di prendermi come schiavo.” disse il debitore Harishchandra.
“Va bene. Ora che sei mio schiavo, il tuo debito è pagato. Ma ti sto già vendendo al custode del cimitero per la somma che aveva offerto.”
Il boia era felice di aver ottenuto lo schiavo per cui aveva contrattato. Diede il denaro a Vishwamitra e condusse Harishchandra alla sua casa vicino al cimitero. Il lavoro di Harishchandra era quello di raccogliere le quote per il suo maestro da quelli che venivano a bruciare o seppellire i morti e gli indumenti dei defunti.
“Resta su questo luogo di sepoltura notte e giorno e fa attenzione ai cadaveri che arrivano. Raccogli il denaro esattamente da ognuno. Dividi la somma in sei parti: una parte è per il re, tre sono per me. Due parti saranno la tua paga. Devi anche giustiziare i criminali condannati a morte.”
Harishchandra lavorò così per dodici mesi. Era fedele al suo maestro. Il suo aspetto stava lentamente diventando come quello del suo maestro: aveva i capelli arruffati, la barba incolta, era emaciato e le costole gli sporgevano dal petto. Sentiva il crepitio della legna delle pire funerarie e gli ululati degli sciacalli. Pensava frequentemente a sua moglie e a suo figlio e si univa spesso ai cortei funebri e alle preghiere che ricordavano i morti. Si rassicurava di aver fatto la cosa giusta evitando di essere stato bugiardo e infedele. Si ricordava del suo bramino Vashishtha che raccontava come il Dharma fosse l’unica luce che i mortali avessero sulla terra e di come tutto il resto era solo un'illusione causata dall’ignoranza. Avrebbe dovuto seguire questa luce ovunque l’avesse portato. Avrebbe dovuto compiere il proprio dovere sia come re di discendenza solare o come assistente del custode del cimitero di Kashi. La scelta non spettava a lui.
Un anno trascorse. Una notte, una donna povera e vestita di stracci portò al campo crematorio il corpo di suo figlio. Era un bambino piccolo. Era morto a causa del morso di un serpente. Aveva portato anche un fascina di legna per la pira. Harishchandra le chiese la somma prescritta per la cremazione. Lo supplicò dicendo che era povera e non poteva pagare. Harishchandra si rifiutò di cominciare i preparativi per la cremazione. Disse che poteva esentarla dalla sua parte di guadagno ma doveva almeno raccogliere le quote per il re e per il suo maestro. Vide un piccolo gioiello d’oro che le pendeva dal collo, quasi completamente nascosto dai suoi vestiti logori e le suggerì di venderlo per coprire la parziale somma che le stava chiedendo. Sentendo queste parole, la donna cominciò a piangere: “O Dio, che peccati devo aver commesso per far sì che il sacro simbolo del mio matrimonio, fino ad ora mostrato solo a mio marito, venga visto dall’assistente del cimitero?”
Harishchandra rimase sbigottito. Scrutò la sua faccia attraverso la crescente oscurità e chiese: “Chi era tuo marito?”
Lei replicò tra i singhiozzi: “Un tempo mio marito era un re, costretto da un crudele creditore a vendere sua moglie e suo figlio in un mercato di Kashi.”
Harishchandra realizzò che cosa gli stava capitando e si gettò sul bambino gridando: “O Rohita, Rohita amato figlio, figlio mio! Tuo padre è qui, vieni da me bambino caro. O mio Dio, quale serpente è stato, che cosa stava facendo, com'è successo? O Dio, non ce la faccio più a sopportare tutto questo!”
Era davvero Chandramati, moglie di Harishchandra, che aveva portato suo figlio al campo crematorio nel cuore della notte. Si riconobbero e piansero assieme, accarezzando il corpo senza vita del loro figlio disteso. Decisero che non sarebbero sopravvissuti a loro figlio. Volevano gettarsi sulla pira e porre fine anche alle loro vite. Ora però andava risolto il problema della cremazione del bambino. Harishchandra doveva raccogliere il denaro. Disse a Chandramati di tornare dal suo padrone a elemosinare i soldi che servivano per la cremazione. Chandramati non aveva altre soluzioni e dovette lasciare il cimitero.
Mentre ritornava verso casa, brancolando nelle tenebre, fu avvicinata da un uomo con un sacchetto tra le mani che le chiese: “Chi sei? Perché piangi? Perché sei qui a quest’ora della notte?”
Chandramati raccontò la sua storia e chiese all’uomo la via per la casa del padrone.
Avendo ascoltato la straziante storia, l’uomo disse: “Non devi camminare fino alla casa del tuo padrone. Prendi questo sacchetto. Contiene dei gioielli. Usali per pagare la cremazione.” Le mise il sacchetto in mano e corse via in mezzo al bosco, nell’oscurità della notte.
Chandramati rimase sola e terrorizzata. Sentì il rumore degli zoccoli di cavalli che s’avvicinavano e vide delle luci. Erano le guardie della città a cavallo alla ricerca del ladro che si era introdotto in una casa, aveva strangolato un bambino che dormiva e aveva rubato i gioielli dal suo corpo. Le guardie videro la donna con un sacchetto tra le mani e pensarono che fosse lei la ladra. La sua estrema povertà e gli abiti logori la facevano sembrare una criminale agli occhi delle guardie. Venne fatta prigioniera e portata alla corte del tribunale. Venne presentata un'accusa contro di lei.
“Mostro, non hai dei figli? Come puoi essere così senza cuore da rubare i gioielli di un bambino?” gridò il giudice. Chandramati raccontò la sua storia e di come il sacchetto fosse finito tra le sue mani. Il giudice non le credeva: “Sei un'assassina e una ladra. Non aggiungere la menzogna alle tue qualità.”
Il giudice la condannò a morte. Fu portata dal boia per essere giustiziata prima dell’alba. Harishchandra vegliava sul corpo del proprio figlio aspettando l’arrivo di sua moglie con il denaro per la cremazione. La stavano portando in catene alla decapitazione, per essere giustiziata come un criminale. Harishchandra vide la scena e fece fatica a credere ai propri occhi.
Si precipitò verso il luogo dell’esecuzione. Venne fermato sulla strada da un ragazzo che portava un messaggio del maestro: Pravira desiderava che Harishchandra andasse subito a prendere la scure e giustiziasse il criminale condannato alla decapitazione. Tremava per l’impeto dell’orrore su orrore che si stava riversando su di lui. Per un po’ rimase senza parole.
L’esecuzione doveva procedere. Gli ordini del custode-maestro del cimitero erano inequivocabili e molto chiari. Hariscandra prese la scure e si avviò verso il luogo dell’esecuzione. Le guardie lessero la sentenza. Non era permesso ad Harishchandra discuterla o presentare delle prove per dimostrare l’innocenza della vittima. Era soltanto lo schiavo del suo maestro i cui ordini andavano eseguiti. Chandramati guardò Harishchandra con lo sguardo gelido e impietrito. Il suo dolore era troppo profondo per versare delle lacrime. Marito e moglie fecero finta di non conoscersi e non dissero una sola parola in presenza delle guardie. Dovevano attraversare le fasi finali delle loro tragiche vite, superarle e incontrarsi sull’altra riva, quella della morte.
Harishchandra prese la scure tra le sue mani, chiuse gli occhi in un dolore senza parole e cominciò a sollevare la scure sopra la testa. Quando stava per abbassarla, le sue mani vennero afferrate da Vishwamitra che era appena comparso sulla scena. Gli dei si erano riuniti in cielo per assistere alle traversie del re.
Vishwamitra ammise la sconfitta con Vashishtha e disse :”O Harishchandra, tuo figlio è vivo. Tu e tua moglie vi siete meritati un posto nei cieli per aver seguito fermamente la virtù anche tra le più penose circostanze. Le sventure che avete dovuto affrontare fino ad ora non sono altro che una mera illusione da me creata.”
Indra, re degli dei, spiegò ad Harishchandra come fosse stata messa alla prova la sua virtù. Diede il benvenuto alla coppia nei cieli e chiese loro di mettere il figlio sul trono di Kosala.




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