Ma Britannia sa dominare le onde
Nella narrativa della stampa continentale (e di una parte di quella londinese) la Brexit viene presentata come la prossima catastrofe ventura, che sprofonderà la perfida Albione separatista in una crisi economica e politica senza precedenti.
Insomma: «Après l’UE, le déluge», come direbbe un celebre sovrano francese. Ma quanto c’è di fondato e razionale in questa visione? E quanto invece è piuttosto una distorsione, frutto di tensioni e incertezze che hanno radici più profonde, al di qua e al di là della Manica?
Propendo piuttosto per questa seconda spiegazione, alla luce delle vecchie e nuove fragilità con cui sta facendo i conti l’Unione: dalla sua cronica debolezza politica sul piano internazionale
(che la retorica autocelebrativa non riesce a nascondere); al riemergere delle frammentazioni nazionali (che non basta liquidare come «sovranismo nazionalista»); all’incombente crisi economica che aleggia sulla locomotiva tedesca in affanno (e attanaglia la Francia da tempo, fragilizzando l’asse Berlino-Parigi).
E chissà che qualcuno non finisca per attribuire alla Brexit anche la responsabilità di quest’ultima. Ma sarebbe solo l’ennesima forzatura, che non aiuterebbe nessuno a vederci più chiaro.
Intendiamoci: l’uscita dall’UE, a maggior ragione in forma hard (cioè senza accordi preventivi), non potrà non avere contraccolpi economici, anche duri, per la Gran Bretagna (e per Bruxelles, anche se di questo si parla molto meno). Ma il Regno Unito non è la piccola Grecia spendacciona o l’Italia della commedia dell’arte (come amano vederla i transalpini). È un Paese che ha alle spalle una storia secolare di contrapposizione vincente al continente e alle minacce da esso provenienti. Dalla distruzione, alla fine del Cinquecento, della Invincibile Armada inviata da Filippo II di Spagna a sottomettere l’orgoglioso regno di Elisabetta I, alla frustrazione, nel Settecento, delle ambizioni coloniali del Regno di Francia sul nuovo mondo; dalla vittoria su Napoleone e il Grande impero continentale agli inizi dell’Ottocento a quella sulla Germania guglielmina nel Novecento; fino al momento più buio (ed eroico): la disperata, cocciuta, solitaria, strenua resistenza contro il nazismo (che pure aveva soggiogato quasi tutta l’Europa).
E quest’isola imprendibile dovrebbe ora temere l’Europa di Bruxelles? Fa un po’ sorridere. Se è vero che la Gran Bretagna non può più, ai giorni nostri, far leva sulle rivalità tra potenze continentali per mantenere un equilibrio favorevole ai propri interessi, ricondurre solo a questo i secolari suoi successi è troppo facile. Come troppo facile è collegarli ai benefici dell’impero, che oggi non ci sono più. Quella sì che è stata una perdita dura da affrontare: anche perché ha voluto dire perdere con esso lo statuto di potenza mondiale. Ma se la trionfante supremazia di un tempo è oramai tramontata,
non di meno l’isola di Nelson e Wellington continua a contare parecchio sullo scacchiere mondiale (per molti aspetti più di Bruxelles). Ci sono, è indubbio, dei problemi da risolvere. Gli USA non sono più quelli dell’anteTrump. Ma, al di là delle bizzarrie dell’inquilino della Casa Bianca e dei rigurgiti di isolazionismo che tornano periodicamente a manifestarsi in America, la «special relationship» tra Washington e Londra continua ad avere radici profonde. C’è la questione scozzese, con Edimburgo decisa a rimanere nell’UE. Ma si può realisticamente immaginare una secessione per questo
(il che vorrebbe dire anche scegliere fra i sussidi di Londra, che non sono poca cosa, e quelli di Bruxelles, che è comunque più lontana)? Quanto al problema del confine fra Irlanda e Ulster
(molto enfatizzato in toni allarmistici dagli anti-Brexit), occorrerà certo trovare una soluzione condivisa, evitando di alimentare le tensioni. Ma chi oggi può essere tanto irresponsabile, da voler riattizzare un focolaio di guerra civile spento con tanta fatica? È come chiedersi se vale la pena di «morire per la Brexit». Un aspetto che invece meriterebbe maggiore attenzione e approfondimento è la spaccatura che si è manifestata nella stessa Inghilterra fra i contrari all’uscita (la Londra della finanza, del commercio e di una certa classe politica) e i favorevoli (il resto del Paese). Segno di sensibilità diverse e di diverse influenze del sempre vituperato «populismo»? O segno di uno scontro più alla radice, fra metropoli pigliatutto e periferie decise a far risentire la propria voce e a difendere meglio i propri interessi?
Se si pensa a quale lungo e drammatico scontro ha innescato proprio questa dinamica nella (a parole) europeissima Parigi, la questione appare in una luce diversa e non può certo essere ridotta al sì o no all’uscita dall’UE. Al di là delle polemiche e degli ingarbugliati frangenti che segnano la scena politica interna, è lecito pensare che alla fine una soluzione ragionevole riuscirà ad emergere.
Se così non fosse e si andasse davvero verso una hard Brexit, il Regno Unito dovrà mettere in conto un periodo di onde tempestose. Ma lo supererà. Perché ha imparato nei secoli a navigare nelle peggiori tempeste. Non per nulla uno dei suoi canti preferiti rimane Britannia rule the waves! Britons never will be slaves.