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    Predefinito Antichi e nuovi mecenati

    Mecenatismo, l'arte di donare

    Il dipinto, forse di Leonardo, regalato da Caprotti all’Ambrosiana. Le 78 opere cubiste cedute al Met da Lauder. Esempi? Gesti isolati? Un intellettuale e critico invita a condividere il bello. Bene di tutti.


    S. Bakałowicz, Circolo di Mecenate (1890)
    Mosca, Galleria Tret'jakov
    Immagine dal sito https://upload.wikimedia.org/

    Philippe Daverio

    Tanti anni fa, eravamo ancora nel secolo XX, venne posta in vendita a Ginevra all’asta la più importante e discreta, discreta nel senso della notorietà e non ovviamente della qualità, collezione di vetri inizio Novecento che allora ci fosse in Italia. Uno dei mercanti americani più noti, per quanto ghiottamente interessato ad acquistare, non riuscì a esimersi dal chiedermi i motivi della vendita. Il venditore notoriamente era ben provvisto economicamente. Per l’americano la vendita era inspiegabile: mi chiese perché non aveva il fortunato venditore deciso di regalare la collezione alla sua città, visto che sembrava non volerla lasciare agli eredi. Anzi aggiunse l’ingenuo: "In fondo lui deve molto alla sua città".

    In questo rapporto fra la fortuna che la vita ha talvolta offerto, l’affetto alla comunità d’appartenenza e un certo senso di fierezza dei risultati ottenuti col lavoro stavano per il mio conoscente yankee i motivi automatici d’una relazione naturale fra i collezionisti e la società d’appartenenza. E in realtà poco sbagliava il brav’uomo. Gli atti di mecenatismo sono nati proprio dalle parti nostre, con quel Gaio Cilnio Mecenate che sosteneva le arti negli anni di Augusto. Tutte le figure dei finanziatori di pale d’altare o di affreschi del nostro primo Rinascimento appartengono a quella categoria. E non ci sarebbe a Padova la Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto se Enrico Scrovegni, raffigurato a sinistra della Croce mentre consegna la fabbrica donata agli angeli, non avesse messo mano alla sua ricca borsa. L’abitudine a partecipare era sulla nostra penisola talmente ancorata che nel 1459 Papa Pio II, il colto e poetico Enea Silvio Piccolomini, istituì su richiesta di Francesco Sforza la Festa del perdono per chi contribuiva da Mecenate moderno alla costruzione della Ca’ Granda a Milano, il più vasto ospedale allora della cristianità. La bolla papale garantiva una certa quota di remissione di peccati a chi contribuiva.

    È legittimo quindi sostenere che la tradizione delle donazioni pubbliche è tradizione peninsulare e innegabilmente Milano l’ha coltivata, visto che sia l’acquisto del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo dopo la Prima guerra mondiale che quello della Pietà Rondanini dopo la Seconda sono avvenuti per sottoscrizioni presso i privati cittadini. E allora già non si parlava più d’indulgenza ma stava crescendo una coscienza civica, ch’era quella che spinse la vedova del naturalista Marco De Marchi a donare alla città il palazzo di via Borgonuovo per porvi il Museo del Risorgimento e il commendatore Antonio Bernocchi a finanziare la costruzione del Palazzo della Triennale progettato da Giovanni Muzio. E non si parlava allora ancora di possibili detassazioni. Trattavasi di pure liberalità, e tuttora la questione è rimasta a quel punto, poiché in realtà ancora oggi la detassazione delle donazioni è materia assai incerta, sicché chi regala opere d’arte alla collettività rientra tuttora nella categoria dei benemeriti, e dei benemeriti soltanto.

    Diverso ovviamente è il caso delle sponsorizzazioni, poiché quelle entrano a far parte della categoria delle spese di comunicazione che le aziende hanno il diritto di mettere fra i costi. La donazione è un gesto privato, in Italia almeno, la sponsorizzazione un possibile costo aziendale. Bernardino Caprotti ha in questi anni fatto l’uno e l’altro. Quando avvenne il criminale disastro delle bombe che distrussero il Padiglione d’arte contemporanea di via Palestro nel 1993, fu lui con la Esselunga a pagarne la ricostruzione. Quella era in teoria sponsorizzazione, ma solo in teoria, poiché lo striscione che ricordava la donazione fu rimosso durante le celebrazioni degli anni successivi per evitare che fosse visto in televisione.

    Ora dona all’Ambrosiana quell’affascinante Cristo dipinto da Gian Giacomo Caprotti detto Salaì, col quale condivide il cognome. Questo Salaì era brianzolo come il Caprotti d’oggi e fu l’allievo prediletto di Leonardo, talmente amato dal maestro che sorge un dubbio sconcertante, e cioè che lui sia solo il soggetto dipinto e che l’autore sia lo stesso Leonardo. In questo caso la scritta in basso al quadro non sarebbe una firma ma una dedica. Caso interessante che farà discutere nei prossimi anni e che permetterà all’opera d’andarsi a collocare nella prestigiosa collezione iniziata dal cardinal Federico Borromeo, vicino al ritratto di musico altrettanto enigmatico.

    E mentre al Met di New York arrivano 78 opere cubiste donate da Leonard A. Lauder, l’interessante e duplice caso Caprotti riapre una discussione di storia dell’arte ma anche un possibile quesito sul futuro delle arti in Italia. Nella recente campagna elettorale poco o nulla s’è sentito parlare di questioni relative ai beni culturali, meno ancora s’è parlato di partecipazione, di fondazioni, di volontariato. Perché c’è chi ha la fortuna di possedere mezzi economici e chi partecipa donando il proprio lavoro. Ciascuno secondo le proprie possibilità. Certo è pure che lo Stato post unitario prima e la Repubblica poi hanno faticato a ridare vita all’antica tradizione del mecenatismo rinascimentale. E oggi con l’aria che tira nei conti pubblici la partecipazione privata potrebbe corrispondere alla rinascita d’una coesione sociale che non farebbe affatto male al Paese. Ma è forse proprio per questo motivo che la politica sembra sorda. Mi dimenticavo un dato non affatto marginale: Caprotti, quello dell’Esselunga s’intende, non quello del Cinquecento, è per metà lombardo e per metà alsaziano francese, si è formato negli Stati Uniti dove era andato a studiare le fabbriche tessili come era quella di famiglia e dove invece grazie ai Rockefeller scoprì l’utile funzione dei supermercati, parla correntemente le tre lingue corrispondenti alla sua biografia ed è quindi un essere umano atipico nell’Italia d’oggi, quella che recenti forze politiche vedrebbero volentieri isolarsi dall’Europa e dalla sua moneta.

    Mecenatismo, l'arte di donare - Panorama - © Riproduzione Riservata
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    Predefinito Re: Antichi e nuovi mecenati

    Il nuovo mecenatismo: perché le imprese investono nell’arte

    L’art bonus fa ripartire il mecenatismo d’impresa. Ma non è solo questione di sgravi fiscali


    Credito d’imposta del 65% di quanto donato a sostegno del patrimonio culturale pubblico e la promessa di partecipare alla tutela e alla valorizzazione dell’identità del paese: con queste premesse l’Art Bonus ha attivato in due anni una raccolta fondi di 115 milioni di euro da 3.180 donatori; la possibilità che venga applicato, come annunciato nei giorni sorsi dal Ministro dei beni e delle attività culturali Franceschini, anche ai beni ecclesiastici distrutti nell’ultimo terremoto potrebbe far impennare ulteriormente la partecipazione alla piattaforma di finanziamento.

    Il nuovo mecenatismo, che non coinvolge solo lo strumento ministeriale, è argomento che in questi anni è tornato in auge insieme al concetto di nuovo Rinascimento, sensibilizzando le imprese, sempre più perplesse sull’utilità di vecchi strumenti di comunicazione, sul loro ruolo di sostegno alla comunità. Destinare risorse finanziarie al patrimonio storico e culturale è, banalizzando, un modo di guadagnare visibilità istituzionale, rafforzare il proprio brand e comunicare in maniera meno invadente con i portatori d’interesse (consumatore, politica, organi di informazione) stringendo relazioni con i territori, tutto questo ottenendo allo stesso tempo sgravi fiscali.

    La tradizione italiana è ricca di esempi, senza tornare troppo indietro nel tempo. Fra i mecenati più noti c’era anche Olivetti: spesso investire nell’arte, per sua natura simbolo di sperimentazione, è anche una forma di ricerca e innovazione, e nelle forme più raffinate di mecenatismo, incide nella creazione del tessuto culturale e nella costruzione di nuovi linguaggi e mercati.

    Non sono solo le aziende a voler contribuire al nostro patrimonio artistico; ci sono anche le fondazioni e, per il 60%, le persone fisiche. Nella distribuzione della raccolta i dati del Ministero dicono che il 45% è stato destinato a fondazioni lirico sinfoniche, il 20% ai Comuni e il resto al patrimonio gestito dal Mibact o da concessionari.

    Per capire quanto incidono i numeri della cultura si può fare riferimento al quaderno di Symbola Io sono cultura: il valore aggiunto del nostro patrimonio storico e artistico sull’intera economia italiana è stato quantificato in circa 2 miliardi e 800 mila euro (il 3,2% di tutto il sistema culturale creativo, che in totale porta all’economia 90 miliardi di euro) per un’occupazione di 52 mila addetti. Esistono poi Fondazioni private come Prada e Trussardi, che contribuiscono alla ricerca artistica e al sostegno dell’arte contemporanea, ma esistono anche piattaforme come BeArt e BeCrowdy o, con vocazione più trasversale e territoriale, innamoratidellacultura: tutte iniziative attraverso le quali il donatore può sentirsi parte del progetto creativo e del recupero culturale, turistico e sociale di un’opera o di un’evento.

    In che modo l’arte aiuta le imprese nelle pubbliche relazioni e nei suoi processi di innovazione? Dal punto d vista della comunicazione l’arte è la forma più alta di storytelling, termine di cui il marketing spesso abusa senza conoscere il più profondo significato. La funzione di ricerca, inoltre, che oggi è particolarmente orientata all’introduzione delle nuove tecnologie, rende ancora più interessante contribuire al processo creativo: l’arte, mantenendo la reputazione sociale che le è propria, consente di testare prodotti e linguaggi che hanno potenzialità su altri mercati.

    Il nuovo mecenatismo: perché le imprese investono nell'arte - Wired
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