in breve succede che ti dicono per radio una notizia bella: che hanno reintegrato una persona licenziata, su sentenza della Cassazione. La Cassazione ha motivato che il cattivo carattere non c'entra col lavoro. Ora capisco che le decisioni della Cassazione possono assumere il valore di precedenti e soprattutto possono generare una tendenza, e in ultimo anche servire da coscienza dei diritti e doveri. Ma questo resta un caso isolato, la giornalista tace i motivi contingenti che hanno portato alla sentenza, pare si tratti di una donna incinta e sappiamo tutti che in quei casi...
E' un avvertimento, non una notizia anche piccola: infatti il servizio ci tiene a precisare che niente nella normativa che disciplina i rapporti di lavoro (una pletora di norme sparse che fanno da costituzione valida per i contratti) impedisce alle aziende di licenziare per cattivo carattere. Non vale, come ha fatto la Cassazione, vedere le modalità del caso, specificare se il violento o l'urlatore è stato istigato o provocato per mesi da gente che resta, formalmente, calma. Già le modalità specifiche non te le dicono di questo caso, ma sono lasciate apposta sul vago.
Tu devi esultare, ma mentre esulti sei avvertito: non provare a credere che sia così facile, loro possono farlo sempre, e la Cassazione solo in certi casi, decide il contrario. Poi c'è l'uso mediatico ( cioè fin troppo mediato) della decisione inconsueta, che diventa spazio spettacolare, esemplare. Cioè proprio la buona notizia, per il fatto che è limitata, una su u milione, anche se molto rappresentativa e perciò usata come tale, dei rapporti tra norma e regola empiriche ( cioè ciò che avviene nello Stato che ci è dato), più che tra diritto e dovere astratti, come vorrebbero astrarre appunto.
Il diritto diventa costrizione proprio nel momento che se ne usa particolarmente ( cioè limitatamente, senza dirti ogni quanto, secondo le regole tipiche di speranza, ottimismo e cieca voglia di fare, che poi è reagire, nel senso di agire di conseguenza) un suo sbocco.
Quando ti ridanno qualcosa, che ti spetti o meno, che sia usurpata o meno, è come una lotteria, casuale come questa: solo che non la chiamano col suo nome. Chiamano lavoro insopprimibile ciò che prontamente, allo stesso istante, sommergono del suo contrario. Chiamano possibilità quella che fondamentalmente è una pacca sulle spalle. Tutti noi abbiamo sempre più diffidato delle pacche sulle spalle considerandole per quello che sono diventate, sempre più convintamente. Degli avvertimenti celati. C'è la giusta causa. C'è purtroppo, disgraziato chi ha bisogno, l'altra parte. L'avvertimento è sempre chiaro, mica come la confusa congerie di torti che uno crede di aver subito. E' vano per l'altra parte (sempre minoritaria, eccezionale e per ciò tanto più gioiosa, cinematografica, miracolosa, clavis accensiva di bisogni e consumi come il caso singolo) avere un motivo, crederci. Quello che succede non è influenzabile da fattori come cura, impegno, obiettivo, prova, gratificazione. Un'incombente necessità di essere presenti, che poi è uguale al vuoto ri-chiedere, domina l'evento più disparato. Le somiglianze ideali, simboliche, non quelle occasionali, effettuali, ne dettano lo svolgersi. Niente noi che abbiamo scelto di prenderci tutto ciò che possiamo in quest'ombra di autunno: una fine, una scelta amara e stantia. D'altronde le conquiste ci sono, no? nessun errore commesso a tuo danno ti farà sentire un errore, no?
Dal contrasto, dall'abisso tra i sempre e l'abbastanza ( misura soggettiva, nel senso di lasciata al soggetto, come il suo plebeo buon senso), nemmeno si trattasse di un risarcimento, tra il poco concesso e il molto preteso nasce la notizia. La notizia fa a meno dell'ovvio, in questo caso chi dà (in questo caso, aprendosi: ma va bene aprirsi o è talmente asistematico che farne a meno, dall'ottica ristretta finchè vogliamo di chi ne beneficia, è lo stesso che rinunciarvi?) e a chi è concessa una riparazione.




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