Ernesto Nathan (Londra, 1845 - Roma, 1921)



di Giovanni Spadolini - Da “Gli uomini che fecero l’Italia. La storia nazionale attraverso i protagonisti”, vol. II, Longanesi, Milano 1991


Agosto 1976. Infuriano le polemiche sulla nascita della giunta Argan, di nuovo un sindaco laico sui colli capitolini. Si moltiplicano, fra errori e distrazioni, i paragoni, quasi d’obbligo, con Ernesto Nathan, il primo sindaco “laicista” della capitale nell’età giolittiana. Sulle colonne della Stampa, a Ferragosto, Mario Soldati, con l’estro dello scrittore innestato su una vena tenacemente piemontese e anti-romana, parla di Nathan come del rappresentante di un momento caratteristico dell’ “eterno compromesso romano italiano”: scelta obbligata di Roma, rifiuto della sua retorica corruttrice, richiamo ai modelli rigorosi del Piemonte azegliano ed “europeo”.

Non è proprio così. Nathan rappresentò come sindaco una fase caratteristica e irripetibile del mito mazziniano della “terza Roma”: qualcosa che era del tutto estraneo alla tradizione dei d’Azeglio e dei Cavour. La storia dei sette anni della sua giunta capitolina è ancora tutta da scrivere: e i riferimenti, affrettati e spesso retorici, alla giunta Argan non hanno contribuito a favorire la comprensione di un periodo storico complesso e non facilmente decifrabile. Un periodo che da allora, da quell’agosto 1976, ha conosciuto studiosi, isolati o in convegni, ha svegliato tesi di laurea, ha sollecitato nuovi e crescenti interessi.

Ma un punto è certo: la biografia del personaggio riassume le scelte che egli compì come sindaco, portando la tensione fra Campidoglio e Vaticano a un punto che non sarà mai più raggiunto (e le prudenze del compromesso storico degli anni dell’Unità nazionale fanno sorridere al confronto). Intanto Nathan non è italiano se non per parte di madre, Sarina Levi, la repubblicana ferventissima che alimenterà il culto devoto di Mazzini e la cui figlia ospiterà il profeta morente, sotto falso nome e nella semitolleranza di una polizia infastidita, sui lungarni di Pisa.

Ernesto è nato a Londra (nell’ottobre ’45), è nutrito di cultura anglosassone, ha respirato in quel mondo inglese, protestante o israelita, in cui la predicazione di Mazzini ha lasciato tracce profonde. È stato a contatto, fin da bambino, con le famiglie che firmavano la Penny subscription a favore del fondo nazionale per Mazzini. Ha condiviso, del mazzinianesimo, il sogno di una “terza Roma” universale e affratellante, una Roma laica da contrapporre al Papato (giudicato sempre con gli occhi, o i paraocchi, di un “antipapista” anglicizzante).

Nathan aveva quattro anni quando Mazzini guidava la Repubblica romana del 1849, ma ne aveva ventidue ai tempo di Mentana. Tutti i giornali che terranno viva, in senso repubblicano, la questione romana prima del 20 settembre saranno finanziati da lui, o dalla sua famiglia: fino alla gloriosa Roma del popolo che si infrangerà nella breccia dei bersaglieri piemontesi, “profanazione” del più grande ideale di Mazzini (l’uomo che preferirà evitare il centro di Roma, nell’autunno del 1870, piuttosto che riconoscere la legittimità della unificazione monarchica).

Mentre d’Azeglio scriveva le Questioni urgenti, così favorevoli a Firenze capitale permanente, così ostili al mito conturbante della romanità, Nathan affilava le armi, nelle prime battaglie repubblicane, per sostenere il diritto irreversibile della “terza Italia” sulla “terza Roma”, concepita come meta suprema di un processo storico di riscatto e di liberazione.

L’arrivo di Nathan a sindaco di Roma si consumerà quarant’anni esatti dopo il fallimento amaro di Mentana, in un clima tutto diverso dall’Italia travagliata o dilacerata della vecchia Destra, dopo i primi operosi e conciliatori anni di regime giolittiano. Ma il suo avvento al Campidoglio avrà, agli occhi della democrazia di sinistra italiana, il carattere di una “svolta” storica, il ritorno a un’Italia sognata e intravista e mai realizzata. Espressione, intanto, di un fatto politico nuovo qual era l’alleanza delle forze della sinistra democratica e non massimalista, i socialisti, allora dominati dalla componente riformista, i radicali, già approdati al governo con Sonnino, i repubblicani, in via di profonda revisione e ammodernamento della loro dottrina, pur nella ribadita pregiudiziale di opposizione istituzionale.

E, poi, rottura di una tradizione che sembrava inalterabile: tutti, o quasi, i sindaci precedenti della capitale post-20 settembre esprimevano il mondo moderato e patrizio che aveva, sì, accettato la monarchia sabauda e aperto i portoni dei palazzi aviti ma senza mai rompere con l’altra sponda del Tevere (al punto che nel 1887 il giacobino Crispi aveva destituito d’autorità il sindaco Torlonia per essersi associato alle manifestazioni di plauso per il giubileo sacerdotale di Leone XIII).
Una “certa idea di Roma” animava quel gruppo dirigente che si insediò al Campidoglio il 25 novembre 1907 e ne uscì il 15 giugno 1914, battuto dalla coalizione cattolico-conservatrice-nazionalista che aveva fra i suoi più accesi fautori Luigi Federzoni. Una certa idea di Roma: la registriamo da storici, non da politici. Non la Roma cattolica e teocratica, ma neanche la Roma piemontese, dimessa e accigliata, dei primi anni succeduti a Porta Pia. Non la Roma di Leone XIII, ma neanche quella che d’Azeglio detestava e che Cavour si rifiuterà di visitare (alla pari di Manzoni). Una Roma ideale e mitica, come aveva contribuito a crearla la religione del mazzinianesimo (vissuta da Nathan col fervore di un monaco laico) non meno della lunga esperienza del positivismo e dello scientismo, quella su cui ha scritto pagine indimenticabili il nostro Chabod.

La Roma capitale; la Roma un po’ immaginaria, e se volete retorica, della scienza e del progresso; la Roma molla dell’ “incivilimento universale”. In nome di questa Roma (che lo stesso Nathan, pur rifuggente dall’enfasi, ridefinì “la terza Roma” in un articolo sulla Nuova Antologia del 1916), furono varate o impostate tutte le riforme di quei sette fervidissimi anni di vita capitolina. Fu deliberata la completa laicità della scuola elementare (la potestà sull’istruzione religiosa era allora dei comuni); fu favorita l’edilizia scolastica; fu combattuta la sacrosanta battaglia per le scuole rurali; fu posto il primo argine alla vergognosa speculazione delle aree e avviata una prima legislazione di tutela dei beni culturali.

In un certo 20 settembre, quello del 1909, fu perfino realizzato un referendum popolare sulla municipalizzazione delle aziende tramviarie: con grandissimo numero di “sì”. Furono attuati, insomma, istituti di democrazia diretta alternati a innovazioni legislative che obbedivano alla religione dell’umanità e del progresso, con tutta la sua ricchezza di vibrazione umane che neanche la retorica dei comizi riusciva ad appannare.

I rapporti di Nathan con Giolitti non furono scarsi e furono comunque sempre cordiali. Tre citazioni nelle memorie giolittiane non sono neanche poche, se si pensa che il grande dirimpettaio di San Pietro, Pio X, non è citato neppure una volta. E c’è un momento in cui questa religione laica di una Roma operosa e civile contagia perfino Giolitti, allorché lo statista ricorda, con una vena di rattenuta e discreta commozione, che il sindaco Nathan gli aveva portato nel 1908 “una copia di argento, in piccole proporzioni, della lupa romana”, quale attestato di riconoscimento per l’opera da lui svolta in favore di Roma, dalla legge su Villa Borghese a quella sulle aree fabbricabili.

Notate quelle “piccole proporzioni” in cui si riassumono lo stile e la sobrietà di un’epoca. Certo Giolitti non nominò Nathan senatore, nonostante le pressioni del mondo radicale bloccardo e massonico (che sfiorava la reggia). Non volle inasprire i rapporti con i cattolici, che aveva deciso di avviare sulla via della conciliazione silenziosa, senza rinunce per lo Stato.

E forse, nel suo cuore di piemontese pudico in materia di fede, Giolitti non condivise il grande scontro gladiatorio fra Pio X e Nathan su Roma italiana: il discorso del sindaco davanti alla storica breccia, il 20 settembre 1910, cui addirittura rispose il Papa con una pubblica lettera, di inaudita violenza, al cardinale vicario Respighi. (In quei tempi la Civiltà cattolica usava parlare del sindaco di Roma come del “figlio di Sem”: l’antisemitismo era di casa presso i gesuiti).
Pochi giorni prima del Ferragosto 1976 incontrai in Senato Nenni, uno dei pochi superstiti di quegli anni, militante, all’epoca di Nathan, nelle file repubblicane e nei blocchi popolari. “Occorre”, mi disse, “in Campidoglio un sindaco laico che ogni domenica si rivolga ai cittadini, dal balcone del Campidoglio, come il Papa si rivolge ai fedeli dai palazzi apostolici”. Era l’unico, ancora, che pensava a Nathan.


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