Conservatori inglesi fuori dal Ppe. Cameron punta agli «euroscettici»
di Mario Croce
Il Manifesto, 13 maggio 2009
Piovono critiche sulla decisione del leader dei tory di lasciare i popolari europei. La Merkel frena: «Lontani da chi non sostiene Lisbona»
Il leader dei conservatori britannici David Cameron è al centro di una bufera di critiche per la sua decisione di lasciare, dopo 17 anni di alleanza, il Partito popolare europeo. La sua defezione infatti non solo produrrebbe un serio ridimensionamento della prima forza del parlamento di Strasburgo, che attualmente conta 288 membri su 785, ma darebbe contemporaneamente un forte impulso negativo al processo di integrazione europea.
Cameron però tira dritto. Vuole formare un nuovo gruppo di «destra euroscettica», già soprannominato dalla stampa inglese partito dei «conservatori europei», assecondando il suo elettorato, notoriamente mal disposto verso l'Unione europea, in previsione delle elezioni del 2010. La posizione del leader dei tory era stata per lungo tempo paventata da forze europeiste di vari Stati membri, preoccupate dall'attuale assetto comunitario, estremamente in bilico in seguito ai due pericolosi passi falsi della bocciatura del trattato costituzionale nel 2005 e del trattato di Lisbona nel 2008. In una conferenza stampa del 13 marzo scorso, Cameron aveva sostenuto di avere «buone relazioni con Barroso, che ha fatto un buon lavoro da presidente della Commissione» ma che avrebbe preferito essere «amichevoli vicini che infelici coinquilini».
A riaprire in questi giorni il vaso di Pandora è il quotidiano britannico Guardian, proprio a causa dell'avvicinarsi delle elezioni europee previste per il prossimo giugno, nelle quali si deciderà la nuova composizione del Parlamento. Le polemiche per una decisione definita «rischiosa, che potrebbe condannare all'isolamento i conservatori britannici», si sono da allora alimentate portando personaggi estremamente influenti nello scacchiere europeo ad esprimersi duramente contro il tentativo scissionista di Cameron. Angela Merkel ha minacciato di negargli il sostegno dei conservatori tedeschi, che «non collaboreranno con chi si è espresso contro il trattato di Lisbona», mentre il presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Poettering lo ha tacciato di scarsa credibilità, ricordando di come Cameron avesse già «più volte cercato di lasciare il Ppe, nonostante l'impegno preso di restare fino al 2009». Per riuscire nel suo intento, Cameron ha bisogno dell'adesione di un minimo di 25 eurodeputati, provenienti però da almeno sette diversi paesi membri dell'Ue. Non sarebbero dunque sufficienti i 27 eurotories a sua disposizione. Tra i possibili alleati, si guarda all'Irlanda, alla Polonia di Diritto e Giustizia e al Partito del popolo danese. Ma sembra che i suoi alleati storici stiano avendo dei ripensamenti. L'Ods (Partito democratico civico) della Repubblica Ceca ha ammesso di avere dei dubbi riguardo il progetto di Cameron, dopo che il suo leader Mirek Topolanek, a fine marzo, era stato sfiduciato dal suo parlamento e costretto alle dimissioni dalla carica di primo ministro e di conseguenza da quella di presidente di turno dell'Ue. Altra defezione importante è giunta dal primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, che vorrebbe «vedere i Tory rimanere nel Ppe» perché «non si può stare da soli in Europa».
In Italia, la questione non è ancora stata apertamente affrontata da Fini. L'ex leader di An, che aveva più volte dimostrato la sua vicinanza alle politiche di Cameron, si ritrova ora nel Pdl e dunque schierato tra le fila del Ppe.
La battaglia intrapresa dal leader dei Tory, insomma, è ancora dagli esiti incerti. Se il tentativo dovesse andare in porto, nascerebbe una nuova forza euroscettica in seno al Parlamento di Strasburgo. In caso contrario, l'isolamento in cui rischiano di cadere i conservatori britannici potrebbe invece rivelarsi un «boomerang» per il loro leader David Cameron.
IL MANIFESTO




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