Le tecniche della nonviolenza 1)
6 maggio 2010
di Aldo Capitini
Ha bisogno di presentazione Aldo Capitini? Limitiamoci a qualche nota biografica. Nato a Perugia, compie gli studi universitari alla Normale di Pisa. Nel 1933 ne viene cacciato via, “colpevole” di essersi rifiutato di iscriversi al partito fascista. Antifascista e nonviolento, viene ripetutamente incarcerato dal regime. Dopo la Liberazione è animatore di molte iniziative e campagne per una riforma religiosa, la pace e l’obiezione di coscienza, per lo sviluppo e la difesa della scuola pubblica. Docente all’università di Perugia, animatore del Movimento Nonviolento, per anni ha diretto i mensili “Azione nonviolenta” e “Il potere di tutti”. Di nonviolenza ha scritto in parecchi volumi. “Elementi di un’esperienza religiosa”, “La nonviolenza oggi”, “In cammino per la pace”, “Religione aperta”, “Antifascismo tra i giovani”; e questo “Le tecniche della nonviolenza” che qui proponiamo.
Il metodo nonviolento
In questi ultimi tempi si è fatto qualche progresso in Italia nel campo che esamineremo, oltre che per il numero delle persone interessate, anche perché si è cominciato a scrivere nonviolenza in una sola parola, sicché si è attenuato il significato negativo che c’era nello scrivere non staccato da violenza, per cui qualcuno poteva domandare: “Va bene, togliamo la violenza, ma non c’è altro”. Se si scrive in una sola parola, si prepara l’interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo.
Un altro progresso sta nell’uso ormai frequente di concretare la parola nonviolenza nell’espressione metodo nonviolento.
Dice il Kilpatric a proposito del metodo nell’insegnamento (1):
“Il problema del metodo in senso largo riguarda il modo in cui dobbiamo comportarci, in cui dobbiamo dirigere la classe, i ragazzi ed ogni cosa che li concerne, in modo che da tutto questo essi abbiano assicurato il maggiore e migliore sviluppo possibile. Ci piaccia o no, ne siamo o no consapevoli gli apprendimenti si verificheranno sempre tutti insieme. E’appunto di questo insieme, di questa combinazione che noi portiamo la responsabilità. Il problema in senso stretto riguarda uno o più aspetti particolari, presi separatamente; il problema preso in senso largo riguarda l’insieme, il tutto”.
Questa idea di un metodo per la nonviolenza è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze.
Bisogna tuttavia far subito due osservazioni preliminari: che la raccolta organica delle tecniche in un “metodo” non vuol dire affatto che sia escluso l’apporto di nuove ideazioni, di esempi e proposte di modi non pensati prima. Il metodo è una presa di coscienza ed una sistemazione indubbiamente utile dal punto di vista teorico ed anche dal punto di vista educativo e pratico, ma guai se dovesse spegnere la creatività di nuovi modi, proprio in determinate situazioni. L’altra osservazione, prossima alla prima, è che la cosa fondamentale non è la conoscenza del metodo come il possesso di uno strumento, ma ciò che è nell’animo, cioè l’apertura allo spirito della nonviolenza.
Dice Gesù Cristo ai suoi apostoli, appunto per toglier loro la sollecitudine sulle cose da dire quando saranno presi dai tribunali e condotti davanti a governatori e re(2):
“Quando vi metteranno nelle loro mani, non siate ansiosi del come parlerete o di quel che avrete a dire: perché in quel momento stesso vi sarà dato quel che avrete a dire. Poiché non siete voi quelli che parlate, ma parla in voi lo Spirito del Padre vostro”.
Quando la studiosa americana Boundurant, autrice di libri fondamentali sul metodo foggiato da Gandhi e chiamato Satyagraha, ebbe con lui un breve colloquio in India nel 1946, Gandhi le disse (3): “Ma il Satyagraha non è un oggetto di ricerca – voi dovete farne esperienza usarlo, vivere in esso”.
1) William Heard Kilpatrick, “I fondamenti del metodo”, Ed. La nuova Italia, Firenze 1962, pag.106.
2) Matteo X, 19-20.
3) Joan V. Boundurant, “Conquest of violence”, Princeton University Press, 1958, pag.146.




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