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Discussione: Il nostro MUSSOLINI

  1. #41
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    Predefinito Rif: Il nostro MUSSOLINI

    Citazione Originariamente Scritto da Anticapitaslista Visualizza Messaggio
    Ciao Azione, mi permetto di dire che sbagli, il bagalio teorico e di dottrina che il seppur giovane Mussolini esprimeva era al100% marxista, posizioni espresse anche seppur parzialmente negli scritti che ho postato.
    Al massimo Marxismo soreliano,dunque revisionato ampiamente e filtrato dall'esperienza socialista e nazionalista francese.E resta una delle tanti matrici del fascismo,non si può capire infatti senza l'influsso di molti intellettuali più prettamente di destra e dell'estetismo futurista e dannunziano.

  2. #42
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    Predefinito Rif: Il nostro MUSSOLINI

    Citazione Originariamente Scritto da IlDige Visualizza Messaggio
    Al massimo Marxismo soreliano,dunque revisionato ampiamente e filtrato dall'esperienza socialista e nazionalista francese.E resta una delle tanti matrici del fascismo,non si può capire infatti senza l'influsso di molti intellettuali più prettamente di destra e dell'estetismo futurista e dannunziano.
    Concordo.
    E siccome, personalmente, non credo che esista un marxismo diverso da quello di Marx (!), ritengo sia etimologicamente inesatta l'attribuzione "marxista" riferita a Mussolini.

    Cmq ringrazio Anticapitalista per aver aperto questo 3d.
    Ultima modifica di AzioneAutonoma; 27-08-10 alle 16:52

  3. #43
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    Predefinito Rif: Il nostro MUSSOLINI

    Citazione Originariamente Scritto da Anticapitaslista Visualizza Messaggio
    Ciao etrusco, permettimi di dire che sbagli, non so se Mussolini fu "tutto" so quello che fu, ovvero un rivoluzionario marxista nell'allora partito socialista italiano perche' militante della nostra corrente chiamata "sinistra comunista" . So anche che poco dopo rinnego il marxismo e quindi la rivoluzione....

    Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, per mano di uno studente irredentista bosniaco, venivano assassinati l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e consorte. Vienna attribuì la responsabilità dell’attentato al governo serbo e gli inviò un ultimatum al quale seguì, il 28 luglio, la dichiarazione di guerra ed il bombardamento di Belgrado. La Russia proclamò la mobilitazione generale a sostegno della Serbia. A questo atto rispose la Germania che dichiarò guerra alla Russia (1 agosto) ed alla Francia (3 agosto). Il 4 agosto fu la Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania per avere violato il trattato che garantiva la neutralità del Belgio.

    Ma la giornata del 4 agosto 1914 non fu memorabile tanto per l’entrata in guerra da parte dell’Inghilterra, lo fu soprattutto perché i partiti socialisti e l’internazionale toccarono il vertice della vergogna.

    «A Vienna a Berlino a Parigi a Londra, ossia da ambo i lati della folgorante lacerazione a cui gli stessi borghesi ancora non credevano, le unanimità dei partiti socialisti non solo nulla trovarono da dire al proletariato e ai loro aderenti dalla vantata tanto, prima e dopo, tribuna elargita dalla democrazia, ma dissero che gli ordini di guerra dei governi erano giusti, non trovarono una parola di opposizione, e votarono l’approvazione della politica di guerra e i crediti militari. I poteri degli Stati capitalistici ebbero le mani più libere che non avrebbero avuto gli antichi poteri storici assolutistici e non costituzionali, in cui il monarca aveva diritto di dichiarare guerra senza il consenso né il voto di nessuno».

    I socialisti parlamentari fecero ancora di più: entrarono nei governi che prendevano il nome ignobile di “Unione Sacra”, come il Vandervelde, segretario belga dell’Internazionale, e i francesi, indifferenti all’ assassinio del pur destro Jaurès, ucciso il 31 luglio dal nazionalista Villain; il solo che fece in tempo a morire degnamente.

    Vi furono poche ma gloriose eccezioni. Tra i vari gruppi alla Duma, quello di sinistra del partito socialdemocratico (i bolscevichi) prese fiera attitudine di opposizione e si dette all’agitazione nel paese: fu tutto mandato in Siberia. Solo una parte peggiore dei destri (menscevichi) e dei socialrivoluzionari e populisti votò i crediti di guerra, gruppi intermedi non si macchiarono di tanto ma tennero, una politica ambigua.

    In Inghilterra, ove anche i partiti erano diversi, il grosso partito laburista appoggiò in pieno la guerra; meglio si comportò il Partito Socialista Britannico, e coraggiosamente contrario fu il Partito Indipendente del Lavoro (Mac Donald). Vero esempio di internazionalismo conseguente dettero i serbi. In quale paese poteva di più giocare il motivo della difesa nazionale? L’unico compagno deputato, Laptchevitch, il 10 agosto rifiutò il voto ai crediti. All’opposizione si tenne il partito socialista bulgaro.

    ma veniamo all'Italia, al partito socialista, alla nostra corrette a Mussolini..

    Nell’accennata tutta speciale situazione dell’Italia, si può dire, che tutti i partiti e i gruppi parlamentari si opposero all’intervento in guerra, che in un primo momento era diplomaticamente preteso dagli alleati della Triplice. Il 2 agosto il governo Salandra annunziò che, non ravvisandosi il casus foederis (estremo previsto nel trattato d’alleanza), l’Italia sarebbe rimasta neutrale, e non vi fu alcuna opposizione da parte dei cattolici e dei giolittiani, ma solo da parte del giovane movimento nazionalista, che nei primissimi tempi fu favorevole all’intervento a fianco degli Imperi Centrali e poco dopo richiese a gran voce la guerra contro di essi: il che, sia detto per inciso, dimostra come per il grande capitalismo industriale italiano, che notoriamente finanziava la stampa dei nazionalisti, l’importante era fare la guerra a tutti i costi, non conta da che parte.

    Fin da quando fu chiaro che il governo di Belgrado non sarebbe stato disposto ad accettare l’ultimatum austriaco e che la guerra tra le due nazioni sarebbe inevitabilmente scoppiata, Mussolini, dalle colonne dell’Avanti! aveva annunciato che il compito del proletariato italiano sarebbe stato quello di stracciare i patti della Triplice e di imporre al governo italiano la neutralità assoluta. «O il governo accetta questa necessità o il proletariato saprà imporgliela con tutti i mezzi. È giunta l’ora delle grandi responsabilità. Il proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi; agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga dunque dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai comuni e dalle province dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazza e strade d’Italia: “Abbasso la guerra!” È venuto il giorno per il proletariato italiano per tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo” A qualunque costo» (Abbasso la Guerra!, 26 luglio 1914)

    e ancora:

    Contemporaneamente venne chiesta l’immediata convocazione della Direzione del partito, che però non ebbe luogo. Al suo posto il giorno 27 si tenne a Milano una riunione del gruppo parlamentare, alla quale intervennero solo poco più della metà dei deputati, con la partecipazione, per la Direzione del partito, di Mussolini e Ratti. Nel corso della riunione furono approvati alcuni o.d.g. in cui, dopo avere ammonito che «nessun patto segreto di coronati potrebbe trascinare il proletariato italiano ad impugnare le armi», veniva reclamata la convocazione della Camera «per provocare dal governo dichiarazioni impegnative e rassicuranti, nel senso che l’Italia non uscirà in nessun caso e per nessun motivo da un atteggiamento di neutralità assoluta». Il proletariato italiano veniva chiamato a tenersi pronto a «quelle più energiche soluzioni che il partito intendesse di adottare in vista degli avvenimenti». Nel corso della riunione Mussolini aveva proposto che, nella eventualità dell’intervento italiano, venisse proclamato lo sciopero generale insurrezionale, anche se non se ne trova traccia negli o.d.g. approvati.

    continua..
    Il 30 luglio l’Avanti! pubblicava un manifesto ai lavoratori italiani a firma della Direzione del partito nel quale si ribadiva la totale avversione alla guerra: «Di fronte a questo pericolo voi dovete reclamare ed imporre al Governo la più assoluta neutralità. È interesse del proletariato di tutte le nazioni di impedire, circoscrivere e limitare più che sia possibile un conflitto armato, utile solo al trionfo del militarismo e dell’affarismo parassitario della borghesia. Voi, proletari d’Italia che pure in pieno periodo di crisi e di disoccupazione (tristi conseguenza dell’impresa libica) già nel recente sciopero generale sapeste dar prova della vostra forza, della vostra coscienza di classe, del vostro spirito di sacrificio, dovete ora essere pronti a non lasciare trascinare l’Italia nel baratro della spaventosa avventura».

    Però, di fronte all’incalzare degli avvenimenti, la Direzione del Partito Socialista non si dimostrò affatto sollecita nel prendere posizione e tantomeno nel dare direttive di azione al proletariato; anzi tentava di procrastinare ogni presa di posizione rendendosi il più possibile latitante, disertando le convocazioni ed aspettando di vedere quale atteggiamento avrebbero tenuto i vari partiti socialisti, in special modo quello austriaco. Anche il citato Manifesto ai lavoratori italiani era stato scritto in fretta e furia a Roma solo a seguito di incalzanti pressioni da parte di Mussolini che, da Milano, tempestava di lettere e di telefonate i dirigenti del partito. Di ciò fanno fede sia la corrispondenza scritta sia le intercettazioni telefoniche della polizia.

    La Direzione socialista si riunì finalmente il 3 agosto, lo stesso giorno in cui si veniva a conoscenza che l’Italia aveva dichiarato la propria neutralità nei confronti del conflitto non ravvisandosi casus foederis, quando cioè, come ebbe a commentare Mussolini, «per una strana ironia delle cose, la parola d’ordine al proletariato venne data dal governo».

    Subito l’atteggiamento antimilitarista intransigente cominciò a fare acqua da tutte le parti. Nemmeno il Partito Socialista si dimostrò vaccinato nei confronti dell’abile propaganda democratico-borghese che, puntando sul piano sentimentale e psicologico, tentava di agire sulle coscienze dei proletari: il caso del “piccolo Belgio”, invaso malgrado la sua neutralità, con tanto di dichiarazione, da parte tedesca, che i trattati altro non sono che dei pezzi di carta, fece breccia anche all’interno delle coscienze dei dirigenti “rivoluzionari” del Partito Socialista.

    Per rendersi conto basta solo dare un’occhiata ai titoli di prima pagina dell’Avanti! di quei giorni: 4 agosto, “L’orda teutonica scatenata su tutta l’Europa”; 5 agosto, “Il militarismo brutale inizia la sua gesta di sangue”; 6 agosto, “La sfida germanica contro latini, slavi ed anglosassoni”; 7 agosto, “La fiera resistenza dei belgi arresta l’avanzata tedesca”.

    Clamoroso fu, in Francia, il caso di Gustave Hervé, il campione dell’antimilitarismo, il teorico dello sciopero insurrezionale contro la guerra. Ebbene, allo scoppio del conflitto, Hervé, con una lettera indirizzata al ministro della guerra, chiese di essere arruolato nel primo reggimento in partenza per il fronte.

    Ma altrettanto clamorosa, per i rivoluzionari italiani, fu la difesa che Mussolini fece del gesto di Hervé: «No, Hervé che definisce – come noi pure la definiamo – “immonda la guerra” non è un “guerrafondaio” anche se andrà alla frontiera, così come non è un delinquente il pacifico cittadino che deve d’un tratto ricorrere alla browning per difendersi dall’attacco del bandito. Il militarismo prussiano e pangermanista è, dal ‘70 ad oggi, il bandito appostato sulle strade della civiltà europea» (Avanti!, 5 agosto).

    Di ben altro tono fu il commento dei nostri compagni che, senza nominare il personaggio e senza nemmeno far ricorso a termini roboanti del tipo di guerrafondaio, traditore, etc., facevano chiarezza al riguardo: «Da quando l’uomo ha la dote di pensare prima di agire, per sfuggire al mantenimento degli impegni, alle conseguenze concrete delle astratte affermazioni, l’avvocatismo che si annida in ogni essere pensante è ricorso sempre alle distinzioni. Così oggi ci rigetta tra capo e collo la distinzione fra guerra di offesa e guerra di difesa, tra l’invasione della patria altrui e la protezione del territorio nazionale. E gli antipatrioti di ieri scrivono una lettera che distrugge dieci volumi, mille discorsi, mille articoli, e marciano alla frontiera. Anche la politica socialista è dunque il culto dei bei gesti anziché dei veri sacrifici? La Francia è stata aggredita e si difende contro il pericolo tedesco. Ma avete lette le dichiarazioni del deputato Haase al Reichstag germanico? La Germania si difende dal pericolo russo. Tutte le patrie sono in pericolo dal momento che si scagliano le une contro le altre» (Avanti!, 16 agosto).

    Proprio tra quelli che fino a pochissimi giorni prima avevano proclamato la massima intransigenza, sempre più terreno guadagnava la teoria che insisteva nella distinzione tra guerra di offesa e guerra di difesa.

    Ordini del giorno intransigenti come quello della sezione di Napoli sono più unici che rari: «La Sezione napoletana del Partito Socialista dinanzi al divampare della guerra in Europa; ritenendo che i lavoratori non hanno nessun interesse e nessun ideale da difendere sulle frontiere nazionali, qualunque sia la motivazione che della guerra dà l’astuta ed ipocrita diplomazia borghese; e che la responsabilità del conflitto attuale risale in egual misura alla borghesia di tutti i paesi, la quale si è lanciata da anni nella folle gara degli armamenti; e che della esaltazione del militarismo si fa un mezzo, oltre che per le cupidigie imperialistiche, anche per la sua difesa contro l’avanzare delle classi proletarie; mentre si augura che i lavoratori europei si ridestino dall’ubbriacatura che oggi li lancia gli uni contro gli altri verso incalcolabili stragi, e si avvalgano delle armi impugnate per la difesa della causa del proletariato internazionale; fa voti che il Partito Socialista e le organizzazioni operaie osservino una direttiva di recisa opposizione a qualsiasi guerra e conservino alla propria azione il carattere di classe e di partito, qualunque sia la situazione prospettata dal governo borghese italiano dal punto di vista dei cosidetti interessi nazionali».



    La conversione di Mussolini


    L’ordine del giorno era stato pubblicato sull’Avanti! dell’11 agosto, ma la redazione (ossia Mussolini) aveva ritenuto opportuno farlo seguire da una nota, breve, ma quanto bastava per prenderne le distanze: «La sezione napoletana, come potete constatare, ha tenuto soprattutto, in questa ora in cui si assiste a tanti traviamenti ed a tante ubriacature, a fermare il concetto della opposizione alla guerra e della azione di classe anche nel caso della cosiddetta “aggressione”, concetto non condiviso da tutti gli organi del partito». Già il 3 agosto Mussolini aveva infatti condizionato la neutralità del proletariato al fatto che la patria non venisse aggredita: «Se l’Austria – ubriacata dalle sue recenti vittorie – intendesse (l’ipotesi è inverosimile) di perpetrare una “spedizione punitiva” attraverso il Veneto, allora è probabile che molti di quelli che oggi sono accusati di anti-patriottismo saprebbero compiere il proprio dovere».

    Anche se non costituisce una giustificazione allo sbandamento progressivo degli organi dirigenti del Partito Socialista, non possiamo non tener conto di quello che fu l’atteggiamento di quanti, ai margini del movimento proletario, tradizionalmente avevano fatto parte della vasta area antimilitarista: partiti, raggruppamenti politici, uomini illustri.

    I primi a pronunciarsi esplicitamente per l’uscita dalla neutralità furono, fin dall’11 agosto, i repubblicani, che cominciarono a dare vita a comitati di mobilitazione interventista, a prendere contatti con i francesi per studiare la possibilità di inviare una legione garibaldina, e persino a progettare attentati alle frontiere con l’Austria o la Dalmazia per provocare un casus belli. Particolarmente attivo interventista fu quel Pietro Nenni che aveva organizzato vere e proprie rivolte antimilitariste in occasione della guerra di Libia. Ai repubblicani seguirono i radicali, poi a favore dell’intervento contro l’Austria prese posizione la massoneria. Il 6 settembre fu la volta dei socialisti riformisti (gli espulsi di Reggio Emilia) che in un documento della Direzione del partito e del Gruppo parlamentare invitavano il governo a non interpretare la neutralità «come rinuncia preventiva ed assoluta ad ogni intervento nel conflitto» ma come una «rivendicata libertà di azione». Seguirono le defezioni di alcuni anarchici ed anarco-sindacalisti.

    Tutto ciò forniva pretesto a Mussolini per divenire, giorno dopo giorno, sempre più malleabile e sensibile ai valori della democrazia e della civiltà compiendo la involuzione verso l’interventismo. In una lettera a Lazzari avanzava problemi di opportunità e di coscienza: «Mi pare di avere in decine di articoli e note (...) precisato il nostro punto di vista anche nei riguardi della eventuale guerra all’Austria. Il ripetersi continuamente finisce per diventare stucchevole e non lasciar traccia. D’altra parte gli articoli e gli atteggiamenti di moltissimi socialisti, sindacalisti e persino anarchici mi lasciano un po’ turbato (...) Data questa situazione complessa io credo che in caso di mobilitazione o di guerra dichiarata all’Austria, la Direzione debba con un manifesto al paese scindere la propria responsabilità mentre i deputati socialisti negheranno il voto ai crediti militari richiesti per la guerra. Non c’è altro da fare. Lo sciopero generale rivoluzionario eravamo decisi a tentarlo nell’altra contingenza che ormai non si verificherà più» (21 agosto). In pratica Lazzari e la Direzione del partito, nel maggio dell’anno 1915, daranno esecuzione alle indicazioni di Mussolini agosto 1914.

    Mentre Mussolini si converte all’intervento contro l’Austria, si sforza con mille acrobazie di coonestare il suo rinnegamento del socialismo, e mentre intriga con il nemico di classe, dal quale riceve e con il quale mercanteggia il prezzo del tradimento, contemporaneamente vuol far credere di essere l’intransigente di sempre. Tipica a questo proposito è la lettera del 25 settembre, inviata al direttore de Il Socialista di Napoli.

    Il 21 e 22 settembre ci fu a Roma un’altra riunione della Direzione del partito e del Gruppo parlamentare. Mussolini si presentò con la bozza di un nuovo appello al proletariato italiano: il documento riproponeva la neutralità assoluta, nessuna concessione doveva essere fatta alla guerra, solo “opposizione recisa ed implacabile”; la ricerca delle responsabilità prime della guerra sarebbe stata soltanto “artificio e menzogna”; il Partito Socialista doveva chiamare a raccolta il proletariato contro il contagio dilagante della guerra. Accettata l’idea di un nuovo manifesto al proletariato italiano, i partecipanti alla riunione di Roma ne incaricarono Mussolini, Turati e Prampolini della redazione, anche se il vero estensore del documento, che venne pubblicato il 22 settembre, fu Mussolini.

    Il 25 settembre con un corsivo dal titolo: “La parola al proletariato”, il direttore dell’Avanti! invitava il proletariato ad esprimere la propria opinione sulla guerra: «Noi invitiamo tutte le organizzazioni politiche sovversive – socialiste e non socialiste – ; tutte le organizzazioni economiche – leghe, cooperative, mutue – ; tutti i gruppi di operai che intendono esprimere una loro opinione collettiva a riunirsi nelle sere di sabato e domenica 26-27 corrente, e a mandarci immediata notizia delle loro deliberazioni. Non lunghi ordini del giorno che non potremmo pubblicare, ma la risposta affermativa o negativa se convenga o meno mantenere la neutralità assoluta dell’Italia. Niente “considerando”, ma un si o un no». Quello che conta rilevare non è il risultato del “referendum proletario”, che comunque si trasformò in un plebiscito antimilitarista, ma l’inganno che si nasconde dietro la “consultazione del proletariato”. Mussolini, antidemocratico prima e dopo, ricorre alla consultazione delle organizzazioni e delle masse, socialiste e non socialiste, e, fingendo di dimenticarsi che compito del partito è di dare direttive alla classe e non di essere l’esecutore della volontà della maggioranza, di fatto vi concedeva il diritto di cittadinanza a tutte le opinioni, comprese le interventiste.

    Il 18 ottobre, mentre la Direzione del partito era stata convocata a Bologna per fare il punto sulla situazione internazionale, Mussolini ruppe finalmente gli indugi e l’Avanti! usciva con il famoso articolo “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante”. Nel corso della riunione presentò un proprio ordine del giorno nel quale, secondo il copione sempre valido per tutti gli opportunisti, riafferma la sua «opposizione di principio alla guerra» ma «ritiene (...) che la formula della neutralità assoluta sia diventata troppo impegnativa e dogmatica davanti ad una situazione internazionale sempre più complessa ed irta di incognite preoccupanti». Da tale premessa, quindi, il partito, nell’eventualità della guerra, avrebbe dovuto riservarsi di determinare la sua azione «a seconda degli avvenimenti».

    La Direzione del partito, che respinse l’o.d.g. Mussolini, lanciò al proletariato italiano un nuovo Manifesto contro la guerra e per la neutralità assoluta. Corretto da un punto di vista formale, il Manifesto mostrava tutta la debolezza del Partito Socialista, incapace sia di liberarsi dai pregiudizi democratici («Nessuno può certo comprimersi sentimenti di simpatia che sorgono spontanei ed invincibili dall’animo nostro fra belligerante e belligerante, ma questi sentimenti non debbono strapparci alla fedeltà della nostra bandiera»), sia di opporsi allo scatenamento della guerra («Non è oggi in noi la forza di impedire o di fiaccare la guerra che divampa»). Era l’anticipazione della formula lazzariana del “Né aderire, né sabotare” che venne adottata dal Partito Socialista nel corso delle “radiose giornate” del maggio 1915. Formula che, da parte del Partito Socialista, rappresentava una teorica riconferma dei principi antimilitaristi e di classe ed una dichiarazione di pratica impotenza.

    Come è stato più volte detto il Partito Socialista si salvò l’anima grazie a questa ambigua parola d’ordine ed al rifiuto, da parte del Gruppo parlamentare, di votare i crediti di guerra nel corso della seduta parlamentare del 20 maggio che proclamò l’intervento.

    La conversione di Mussolini non solo venne accolta con estremo favore dai partiti e dalla stampa borghese, ma soprattutto da quei gruppi di sinistra, democratici e pseudo-rivoluzionari, che già da tempo avevano compiuto la loro conversione patriottica. Al gesto di rottura di Mussolini plaudì Salvemini; la “Azione Socialista” giornale degli espulsi del 1912, “L’Internazionale” sindacalista, “L’Iniziativa” repubblicano, “Pagine Libere” sindacalista rivoluzionario, “La Voce”, “L’Arduo” furono tutti concordi nel sostenerlo.

    Un significativo esempio di come i concetti democratici ed interclassisti possano inquinare anche le menti più vivaci e sincere, quando non abbiano a pieno acquisito la concezione marxista della lotta di classe, ci è dato da Antonio Gramsci: «Noi, socialisti italiani, ci proponiamo il problema: “Quale dev’essere la funzione del Partito Socialista italiano (si badi, e non del proletariato o del socialismo in genere) nel presente momento della vita italiana?” Perché il Partito Socialista, a cui noi diamo la nostra attività, è anche italiano, cioè è quella sezione dell’Internazionale Socialista che si è assunto il compito di conquistare all’Internazionale la nazione italiana. Questo compito immediato, sempre attuale, gli conferisce dei caratteri speciali, nazionali, che lo costringono ad assumere nella vita italiana una sua funzione specifica, una sua responsabilità. È uno Stato in potenza.

    «La formula della “neutralità assoluta” fu utilissima nel primo momento della crisi. Ora che dalla iniziale situazione caotica sono precipitati gli elementi di confusione e ciascuno deve assumere le proprie responsabilità, essa ha solo valore per i riformisti che dicono di non voler giocare terni secchi (ma lasciano che gli altri li giochino e li guadagnino) e vorrebbero che il proletariato assistesse da spettatore imparziale agli avvenimenti, lasciando che questi gli creino la sua ora, mentre intanto gli avversari la loro ora se la creano da sé e preparano loro la piattaforma per la lotta di classe.

    «Ma i rivoluzionari che concepiscono la storia come creazione del proprio spirito, fatta di una serie ininterrotta di strappi operanti sulle altre forze attive e passive della società, e preparano il massimo di condizioni favorevoli per lo strappo definitivo (la rivoluzione) non devono accontentarsi della formula provvisoria “neutralità assoluta”, ma devono trasformarla nell’altra “neutralità attiva e operante”. Il che vuol dire ridare alla vita della nazione il suo genuino e schietto carattere di lotta di classe, in quanto la classe lavoratrice, obbligando la classe detentrice del potere ad assumere le sue responsabilità la obbliga a riconoscere che essa ha completamente fallito al suo scopo, poiché ha condotto la nazione, di cui si proclamava unica rappresentante, in un vicolo cieco, da cui essa nazione non potrà uscire se non abbandonando al proprio destino tutti quegli istituti che del presente suo tristissimo stato sono direttamente responsabili.

    «Non un abbracciamento generale vuole quindi il Mussolini, non una fusione di tutti i partiti in un’unanimità nazionale, che allora la sua posizione sarebbe antisocialista. Egli vorrebbe che il proletariato, avendo acquistato una chiara coscienza della sua forza di classe e della sua potenzialità rivoluzionaria, e riconoscendo per il momento la propria immaturità ad assumere il timone dello Stato permettesse che nella storia fossero lasciate operare quelle forze che il proletariato, non sentendosi di sostituire, ritiene più forti. Né la posizione mussoliniana esclude (anzi lo presuppone) che il proletariato rinunzi al suo atteggiamento antagonistico e possa, dopo un fallimento o una dimostrata impotenza della classe dirigente, sbarazzarsi di questa e impadronirsi delle cose pubbliche» (Il Grido del Popolo, 31 ottobre 1914).

    (Continua)

  4. #44
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    Citazione Originariamente Scritto da AzioneAutonoma Visualizza Messaggio
    Concordo.
    E siccome, personalmente, non credo che esista un marxismo diverso da quello di Marx (!), ritengo sia etimologicamente inesatta l'attribuzione "marxista" riferita a Mussolini.
    .
    Il marxismo-leninismo non ha già quasi più niente a che spartire con Marx. E visto l'andazzo persino Marx negava di essere "marxista".
    Ultima modifica di Bad to the Bone; 27-08-10 alle 17:47

  5. #45
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    Citazione Originariamente Scritto da Bad to the Bone Visualizza Messaggio
    Il marxismo-leninismo non ha già quasi più niente a che spartire con Marx. E visto l'andazzo persino Marx negava di essere "marxista".
    .

 

 
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