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Scissione Pd: tutti gli errori di Matteo Renzi
Non capita spesso che tra i commenti ad un articolo si abbia la possibilità di rispondere alle critiche legittime, avviando una discussione seria e costruttiva, ma quando capita è giusto riconoscerlo e agire di conseguenza. Il mio ultimo articolo voleva evidenziare le responsabilità della minoranza Pd, oggi uscente dal partito, sia nella questione di stretta attualità legata alla scissione, sia le responsabilità “storiche” nel non aver emendato i tanti difetti nella genesi del Partito stesso, nonostante abbia mantenuto la guida per molti anni.
Scissione Pd: tutti gli errori di Matteo Renzi
L’accusa che mi è stata rivolta nei commenti è quella di aver appiattito il racconto degli ultimi anni del Pd, eliminando volutamente le responsabilità del triennio di segreteria Renzi. A mia discolpa posso dire che una seria analisi storica del Partito Democratico, nonostante la “vita” relativamente breve, richiederebbe spazi assai più ampi di un singolo articolo che, come era mia intenzione, può al massimo fotografare una situazione o evidenziare e analizzare seriamente un problema alla volta. Di conseguenza è giusto analizzare anche le responsabilità di Renzi nella crisi che oggi investe il Partito Democratico.
L’avvento di Renzi sulla scena nazionale del Pd con la prima Leopolda (a cui partecipò anche Civati) è stato nel segno della “rottamazione”, termine politicamente orrendo ma certamente efficace nell’era del populismo strisciante. Nel nome della rottamazione Renzi affrontò le primarie di coalizione 2012, grazie alla deroga allo statuto appositamente chiesta dall’allora segretario Bersani, uscendo sconfitto con numeri però certamente positivi (un 40% che avrebbe dovuto porre maggiori interrogativi nell’establishment del partito di allora).
Nella successiva marcia di avvicinamento alla segreteria nel 2013, Renzi, pur rimodulando in parte il tono della sua proposta e lasciando la rottamazione temporaneamente a lato, non si preoccupò di darle sostanza rimanendo concentrato più che altro su astrazioni quali “speranza”, “futuro” e “innovazione”, che ottennero comunque un vasto consenso probabilmente per molti fattori: il timore dei grillini, il desiderio di parte dell’elettorato democratico di avere finalmente un “vincente” al comando e in parte quello forte di “punire” la vecchia classe dirigente. In nessun caso però la proposta renziana dimostrava di aver fatto la necessaria analisi delle condizioni del partito o di avere soluzioni per emendarne quei difetti originari.
L’intera parabola del suo triennio al comando ha invece fatto emergere l’idea di un partito ancor più “leggero” di quanto già non fosse l’impostazione originaria del Pd, forse più conforme alla stessa rispetto all’idea della minoranza, ma di certo inadatta ad affrontare le sfide di un Paese e di una Costituzione fondati sui partiti di massa.
Sorvolando sulle modalità della staffetta Renzi-Letta (che nel centrosinistra non costituisce purtroppo una novità), il successo nelle europee è stato uno spartiacque decisivo nella carriera di Renzi. All’apice del consenso infatti, il Presidente del Consiglio ha cominciato ad esasperare i suoi principali difetti politici: l’incapacità di mediare (che lo rende inadatto a ricoprire il ruolo di segretario) e l’abitudine a forzare, sempre e comunque. Consapevole della propria forza elettorale e travolto dal proprio dinamismo Renzi ha incrociato la spada con tutti: minoranze interne e avversari esterni, nell’illusione che continuando a forzare sarebbe riuscito a portare a casa la Riforma per eccellenza, quella della Costituzione.
Invece il suo consenso elettorale si è ridotto presto a tifoseria (opposta a quelle altrui ma identica) e il dinamismo è diventato fretta ingiustificata. La tifoseria ha logorato i rapporti interni ancor più dei suoi errori (la percezione della “presa padronale” è probabile che sia una colpa dei renziani più che di Renzi) e il governare “di fretta”, che spesso vuol dire governare male, ha portato Renzi a bruciare molto del credito ottenuto in quelle Europee. La bocciatura della riforma costituzionale è stata la dimostrazione, in questo senso, di un gigantesco errore di valutazione e di calcolo politico che purtroppo non è stato un caso isolato (ad esempio, senza entrare nel merito: la sfida alla minoranza sull’Italicum con la fiducia o le forzature su Jobs Act e Articolo 18).
Nella direzione del Pd di domenica scorsa Renzi ha purtroppo confermato in toto il suo atteggiamento di perenne sfida, incapace di riporre la spada per un attimo. Nonostante abbia detto più volte, dopo la sconfitta nel Referendum, di aver riconosciuto i propri errori e di voler “ascoltare di più”, non sembra, almeno finora, che il giovane ri-candidato alla segreteria del Pd abbia davvero iniziato a smussare quei difetti politici che lo rendono ancora inadatto a ricoprire il ruolo di segretario. La campagna congressuale dimostrerà se davvero c’è stata una maturazione sia nel pensiero (finora scarno e privo di sostanza), sia nella modalità di esprimerlo (spesso populista e astratta), anche perché è difficile che Renzi possa di nuovo contare sul plebiscito che lo mise al comando nel 2013, visto che questa volta è il suo operato ad essere sotto esame.
Le separazioni, per definizione, non hanno mai responsabilità unilaterali. Il logoramento interno del Pd che ha portato alla rottura definitiva è il frutto da un lato delle continue forzature renziane, (un tratto di carattere che diventa politico) e dall’altro di una sottovalutazione del problema-partito dell’attuale minoranza, incapace di risolverlo quando ne aveva la responsabilità, e fatto ricadere oggi ingiustamente solo sugli errori della segreteria Renzi.
Scritto da: Andrea Balossino
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