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    La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica?

    Relazione di Walter Peruzzi al III Congresso di Studi Laici sul Cristianesimo

    Montegrotto Terme (Pd), 28 ottobre 2007



    Ho proposto per questo intervento un titolo che in certo senso “rovescia” la domanda del convegno. Questo per sottolineare che chiedendoci se Laicismi e religioni possono convivere non intendiamo chiederci se in una società laica ci sia egualmente posto per atei, agnostici, credenti e diversamente credenti. Ciò infatti è pacifico. Il problema su cui ci si interroga è se le religioni, e segnatamente quella cattolica (ma uno stesso discorso vale anche per le altre due religioni monoteiste) possa accettare, in base ai suoi principi, o anche solo “tollerare”, una società laica e democratica.

    Dico “in base ai propri principi” in quanto di fatto, in senso tattico, la Chiesa è certamente capace di adattarsi e si è certo adattata alle situazioni più diverse, come mostra un episodio narrato dall’abate Emanuele Barbière in un suo libro del 1906 e riportato da Ernesto Rossi ne Il Sillabo e dopo.

    Emanuele Barbière riferisce di un incontro del barone cattolico de Montagnac, vecchio nostalgico dell’assolutismo, con Leone XIII, cui rimproverava l’apertura verso la repubblica. Dopo averlo ascoltato il papa, scrive l’abate, “si alzò, prese fra le sue mani quelle del vecchio soldato del trono e dell’altare, e, avvicinandosi a lui, gli svelò le sue vere intenzioni: - Voi vi ingannate, voi e gli altri, sul mio pensiero; non lo capite nella sua interezza, non sapete seguirlo fino in fondo. L’adesione che i cattolici devono dare alla Repubblica è solo provvisoria. Quel che porta a escludere i cattolici da tutto è il fatto che li si crede monarchici. Quando i cattolici saranno entrati nella Repubblica arriveranno a tutto, alle cariche e ai seggi elettorali; e allora diventeranno i padroni e rovesceranno la Repubblica e la rimpiazzeranno con la Monarchia, se lo desiderano. Perché, capite bene, nessuno desidera quanto me la caduta della Repubblica”. “Una tattica elettorale”, scrive il Barbière, “è in questo modo che Leone XIII si compiaceva di presentare la sua politica”

    La Santa Sede, commenta Ernesto Rossi, “ha fatto propria la teoria gesuitica della ‘tesi’ e della ‘ipotesi’... La ‘tesi’ è il regime teocratico perfetto, in cui la religione cattolica è riconosciuta unica religione dello stato.....la ‘ipotesi’ sono i regimi più o meno ‘anticristiani’ esistenti di fatto, ai quali la Chiesa ritiene opportuno fare buon viso per ridurre al minimo la diffidenza dei laici e per mandare ai posti di comando uomini di sicura fede cattolica, che – secondo quanto cinicamente dichiarava Veuillot – reclamino la libertà in base al diritto della civiltà moderna per poterla poi negare in base al diritto canonico”.

    Non ci chiederemo, quindi, se la Chiesa può tatticamente convivere con una società laica, ma se in via di principio può farlo o non debba cercare di cancellare per quanto riesce lo stato laico al fine di sostituirvi un regime più o meno totalmente – a seconda dei rapporti di forza – confessionale.

    Commentando il discorso fatto nel 2002 da Giovanni Paolo II al Parlamento italiano, nel quale il papa affermava che l’Italia doveva affrontare i problemi del momento presente in base e alla luce del suo patrimonio cristiano, Emanuele Severino, già docente di filosofia teoretica dell’Università cattolica di Milano, allontanato negli anni Settanta perché di idee non ortodosse, rilevava: “Ancora una volta... la Chiesa ha dichiarato che lo Stato può essere vero Stato solo se è guidato dalla verità cristiana. Lo Stato ha il dovere di essere Stato cristiano. Che le preferenze della Chiesa e di gran parte dei movimenti politici cattolici vadano oggi alla democrazia è fuori dubbio. O, propriamente, è indubbio che questa sia oggi la loro intenzione. Ma”, aggiungeva, ponendosi un interrogativo simile a quello di questa relazione, “...fino a che punto la fede cristiana nella sua essenza autentica, è effettivamente conforme o può essere conforme a questa intenzione?... Per la fede cristiana le leggi dello Stato sono buone e devono essere rispettate solo se non negano la verità. ... Ad esempio, uno Stato che ammetta l’aborto, il divorzio, la pianificazione delle nascite non è uno Stato buono e vero...I credenti hanno l’obbligo di modificarlo...Ma...in uno Stato la legge è vera legge solo se la sua violazione implica una sanzione, e cioè solo se tale sanzione" (da una multa, al carcere, alla pena di morte, esemplifica Severino) "è essa stessa una legge dello Stato… Se si segue la logica della fede cristiana, quale è presente di fatto nell’insegnamento della Chiesa cattolica, si giunge dunque alla conturbante conseguenza che tutti coloro che non vivono cristianamente devono essere puniti dallo Stato...Ma ciò... è quanto di meno democratico e più illiberale possa esistere. E ha un nome preciso: ‘teocrazia’”.

    E' proprio questo ideale teocratico a sostanziare vedremo, la dottrina della Chiesa almeno dal IV secolo ad oggi.



    Il modello del Vecchio Testamento

    Per comprendere appieno l’incompatibilità radicale fra teocrazia e laicismo bisogna considerare lo scopo per cui si pretende, per dirla con Giovanni Crisostomo, che "il clero sia più altolocato del re", che non è quello o solo quello di garantire al clero ossequi e privilegi ma è quello di imporre a tutti i cittadini le leggi e gli stili di vita conformi alla religione dominante.

    Da questo punto di vista il modello di riferimento esemplare è l’antica società israeliana descritta nella Bibbia, una società governata da Mosè e dai sacerdoti, che danno al popolo leggi direttamente dettate da Dio. Si tratta di una società dove chi crede in un Dio diverso da quello di Mosè viene messo a morte e chi bestemmia questo Dio “vendicativo” e “geloso”, come si autodefinisce lui stesso, viene lapidato. Anche i comportamenti sessuali sono regolati da Dio e le sue leggi in materia sono imposte a tutti i cittadini d’Israele prevedendo spesso, ad esempio per l’adulterio, l’incesto o l’omosessualità, la pena di morte. A Dio spetta pure di stabilire come ci si comporta in guerra: i cittadini sono autorizzati o spinti da Dio a conquistare e distruggere città, a passare a fil di spada i loro abitanti, a tenersi o dedicargli il bottino, sono addirittura castigati se non sterminano chi secondo l’ordine di Dio va sterminato. Gli scambi commerciali o le punizioni per furti ecc. sono anch’esse regolate da Dio.

    Quella israeliana è il prototipo di una società in cui coincidono chiesa e stato, legge terrena e legge divina, peccato e reato. E’ l’antitesi di una società laica in cui convivono opinioni diverse e in cui la morale privata di ognuno è distinta dalle leggi statali vincolanti per tutti. E, per incidens, va detto che ancora oggi lo stato d’Israele è uno stato confessionale, anche se non rigido come nell'antichità. Il che rende abbastanza singolare che alcuni strenui sostenitori della laicità dello stato contro papa Ratzinger acclamino lo stato Israele (o quello dei fondamentalisti protestanti statunitensi) come dei modelli di democrazia...

    Tornando a noi, è significativo, ai fini del giudizio che dobbiamo dare sulla compatibilità della Chiesa con una società laica, che essa non abbia mai non solo sconfessato ma almeno “storicizzato” le norme morali contenute nel Vecchio Testamento; non abbia mai detto che si tratta di norme con un valore transeunte, legate a un certo tipo di società. Agostino, anzi, riepilogando nella sua opera La sacra scrittura, specchio di vita perfetta, i precetti dati da Dio al popolo ebraico, elenca quelli da noi ricordati, in particolare la pena di morte per l’idolatria, l’adulterio ecc., e afferma che proprio quei precetti, diversamente da quelli sul sabato, o sugli azzimi e sull'uccisione dell'agnello, che hanno perso valore dopo l’avvento di Cristo, si devono rispettare anche nell’era cristiana. poiché “stabiliscono norme per una vita morale conforme alle esigenze della vera religione”.

    E i papi del XX secolo non solo affermano l’inerranza della Bibbia sulle questioni di fede e di morale, ma addirittura criticano chi vorrebbe limitarla a questi ambiti. I Libri che la Chiesa tiene per sacri e canonici, disse Pio XII nella Divino afflante spiritus del 1943, “ hanno Dio per autore” e come tali vanno esenti da qualunque errore, sicchè sbagliano quei cattolici che “non si peritarono di restringere la verità della Sacra Scrittura alle sole cose riguardanti la fede e i costumi, e di considerare le rimanenti, sia di scienze naturali sia di storia, come "dette alla sfuggita" e senza alcuna connessione, secondo loro, con le verità di Fede.”


    Dal IV secolo all’Alto medioevo

    La Chiesa non si è limitata a recepire l’Antico Testamento, bensì ne ha fatte proprie le concezioni e le ha prese ad esempio fin dal IV secolo, cioè fin da quando, ottenuta la libertà di culto, conquistò rapidamente posizioni di privilegio in seno all’impero.

    Appena dodici anni dopo l’Editto di Milano, quello stesso imperatore Costantino che aveva affermato “ Ognuno ha il diritto di seguire il culto che preferisce senza essere leso nel suo onore e nelle sue convinzioni.”, aprì i lavori del Concilio di Nicea del 325, da lui presieduto in quanto imperatore cristiano, ordinando “che venga distrutto con le fiamme qualsiasi scritto di Ario… e se qualcuno fosse trovato di avere nascosto un libro composto da Ario e non lo distrugga subito nel fuoco... subisca la pena capitale appena sia scoperto in questo delitto..”

    E nel 347 il convertito Firmico Materno esclamava , trovando appunto legittimazione nell'Antico Testamento: “Abbattete, abbattete senza indugio, santissimi imperatori, gli ornamenti dei templi [pagani]. Nel Deuteronomio è stabilita questa legge: Se il tuo fratello, o il tuo figlio, o la tua moglie…ti vuol persuadere dicendoti…: Andiamo e serviamo altri dei….Denuncialo subito ed alza per primo la mano contro di lui per ucciderlo… Se in una delle città che il Signore Dio tuo ti darà per abitarvi sentirai alcuni che dicono: Andiamo e serviamo dèi stranieri…passerai a fil di spada tutti gli abitanti di quella città, la distruggerai…e non sarà più ricostruita per l'eternità.”

    Nel provvedimento di Costantino contro Ario e nell’esortazione di Firmico Materno, in continuità quest’ultima con la lezione vetero-testamentaria, troviamo già abbozzato l'ideale teocratico, ossia la convinzione che si debba imporre a tutti i cittadini dell'impero un’unica religione e un'unica morale, quelle cattoliche. Viene così negato radicalmente quel pluralismo religioso e quindi quella laicità che, almeno per questo aspetto, esisteva nell'impero romano e nella società antica, come ha rilevato recentemente in una sua relazione (Dal politeismo al monoteismo) Manacorda.

    Nel 380 Teodosio sancì questo regime confessionale dichiarando “Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro dominio, grazie alla nostra carità, rimangano fedeli a questa religione, che è stata trasmessa da Dio a Pietro apostolo” e che gli eretici siano “puniti non solo dalla vendetta divina, ma anche dal potere che la Volontà celeste ci ha accordato”. La religione cattolica diventava la religione dello stato.

    All’inizio del 400 Agostino, di fronte al diffondersi dell’eresia donatista in Africa, disse di aver pensato in passato che non si deve imporre la fede con la forza, ma che l’esperienza gli aveva fatto cambiare idea: “la mia città che, prima, era stata tutta con il partito donatista, in seguito è stata ricondotta all’unità cattolica dal timore delle leggi imperiali.” E anche lui si fonda, per legittimare l’azione repressiva contro gli eretici, sul Vecchio Testamento, con cui la Chiesa è ormai più in armonia che con i precetti evangelici: “Cosa dunque Mosè compì o ordinò di tanto crudele”, esclama Agostino, “quando, pieno di santo zelo per il popolo a lui affidato e desideroso che fosse sottomesso all'unico vero Dio... si vendicò con la spada su pochi di loro che Dio stesso, che avevano offeso, ... aveva voluto che venissero assaliti e abbattuti, e così produsse un salutare terrore al presente e sanzionò la regola per il futuro?” E’, in effetti, la regola di cui faranno tesoro gli inquisitori.

    Ma già molto prima, nel 385, in base a questa regola, l’imperatore Massimo fece mettere a morte il vescovo spagnolo Priscilliano e i suoi seguaci, accusati dalla Chiesa di eresia. E se molti vescovi si opposero allora a questa azione repressiva, circa mezzo secolo dopo papa Leone Magno giustificò retroattivamente la condanna a morte di Priscilliano dichiarando:“è il potere imperiale che deve intervenire per sopprimere energicamente, come nemici dello stato, il quale si vanta giustamente di essere l'autorità dei cristiani, coloro che disturbano la pace della fede”. Come si vede, nel V secolo, è già definito il ruolo dello stato come braccio secolare, e sono già poste le basi della “santa” inquisizione.

    La confessionalità dello stato non ha solo come effetto di imporre a tutti l’unica fede ma anche di imporre una legislazione che si pretende cristiana in molti campi, ad esempio in quello sessuale. Già la Costituzione imperiale dl Costanzo II e Costante I del 342, ad esempio, recepiva la condanna dell’omosessualità decretando “Quando un uomo si sposa a mò di femmina… comandiamo che ...siano assoggettati a pene raffinate quegli infami”. La Costituzione di Teodosio, del 390, puniva “siffatto crimine con la vendetta della fiamma davanti al popolo” e Giustiano, nel Corpus Iuris Civilis, facendo esplicito riferimento alla Bibbia, stabiliva l’identità peccato-reato affermando “Sappiamo.. avendolo appreso dalle Sacre Scritture, quale giusta punizione Iddio abbia inviato a coloro che un tempo abitavano Sodoma…. Notifichiamo ... a tutti coloro che siano consci di aver peccato riguardo a qualcosa di ciò, che se non desisteranno e ... non penseranno alla propria salvezza, per tali empie azioni placando Dio entro la Pasqua si attireranno le più atroci pene”. Leone III l’isaurico nel 739-41 traduceva le condanne ecclesiastiche in pene civili: “Gli impudichi, tanto l’attivo che il passivo, siano puniti con la spada...A coloro che persero la ragione, vale a dire i colpevoli di bestialità, sia tagliato il membro”.

    La Chiesa influenzò la legislazione anche in altri campi. Valga un esempio per tutti, la schiavitù dei preti concubinari e dei loro figli, a vantaggio di chiese e monasteri, sancita nell’VIII secolo. “Tutte le figlie e i figli dei chierici”, stabilì il Concilio di Pavia del 1022, presieduto da Benedetto VIII, “che siano nati da donna libera o schiava, da legittima consorte o da concubina… saranno schiavi della Chiesa per l'eternità.” Tale decisione ecclesiastica fu trasformata in legge dello stato con questa significativa sottoscrizione imperiale: “Io, Enrico, Imperator Augustus per grazia di Dio, ho emesso questa legge perenne su consiglio del signor papa Benedetto.”


    Il sole e la luna

    Ho insistito sui primi secoli cristiani per mostrare che l’idea teocratica e l’intolleranza che ne deriva sono già presenti ben prima del periodo solitamente indicato come quello del trionfo della teocrazia, cioè il periodo fra il 1050 e il 1300, quello che va da Gregorio VII a Innocenzo III e Bonifacio VIII. Mi limito qui a ricordare che in tale periodo furono elaborati e fissati almeno tre concetti importanti, che almeno per certi versi perdurano fino ad oggi..

    Rapidamente. 1) l’equazione peccato-reato. Con Innocenzo III e la bolla Vergentis del 1199 l’eresia viene definita crimine di lesa maestà, ossia si formalizza quell’identificazione di ciò che è peccato per la Chiesa con ciò che è reato per lo stato già affiorata, come ho detto, con Giustiniano e che legittimerà persecuzioni e roghi. Il dissenso in materia di fede è un reato e come tale diventa lecito torturare per farlo confessare, pretendere la delazione, punire con la morte l’eretico: se chi falsifica il denaro, dirà Tommaso d’Aquino, merita la morte come non la merita chi falsifica la fede? Questa equazione è un tratto tipico dei regimi teocratici, dall’antico Israele all’attuale regime iraniano al papato del periodo preilluminista ma anche, come vedremo, dei papi del XIX-XXI secolo.per quanto in modo più mascherato, stante il contesto storico-culturale in cui devono agire.

    2) La negazione della libertà religiosa. In quest’epoca non si perseguitarono gli eretici ma anche ebrei e musulmani, benché non fossero “costretti” ad abbracciare il cristianesimo, furono repressi o vessati. Gli ebrei furono costretti già dal 1215, con Innocenzo III e il IV Concilio Lateranense, a portare un contrassegno che li distingueva, a non avere servi cristiani, a non fare i medici, a non ricoprire cariche e a subire altre discriminazioni che anticipano la ghettizzazione dell’età moderna. Venne inoltre punito da reiterate bolle papali ogni tentativo di fare proseliti. Nelle Bolla turbato corde, ad esempio, del 1267, Clemente IV prescrive di procedere contro i cristiani convertitisi all’ebraismo come contro gli eretici invocando, se sarà necessario, “l’ausilio del braccio secolare”. Nel 1320 Giovanni XXII ordina di ridurre “in cenere col fuoco il Talmùd”. Nel 1439 il Concilio di Basilea stabilisce “che tutti i vescovi..diano incarico a persone bene istruite nella sacra scrittura di predicare nelle località abitate dai giudei o da altri infedeli…Gli infedeli di entrambi i sessi e in età di capire siano obbligati a ascoltare questa predicazione con la minaccia di proibire loro il commercio con i fedeli o con altre pene opportune”.

    Quanto ai musulmani, nel 1312 il Concilio di Vienne dichiarò che “Si risolve in offesa del nome divino e in disonore per la fede cristiana il fatto che in alcune parti del mondo soggette a principi cristiani, dove talora separati, talora frammischiati con i cristiani, abitano i saraceni, i loro sacerdoti…nei loro templi o moschee, dove gli stessi saraceni si radunano per adorarvi il perfido Maometto, invochino ed esaltino ad alta voce da un luogo elevato, in modo che sentano e cristiani e saraceni, il nome dello stesso Maometto". Decise quindi che "non siano ulteriormente tollerati comportamenti simili in offesa della divina maestà" e ingiunse "sotto la minaccia del divino castigo, a tutti e singoli i principi cattolici, nei cui possedimenti i saraceni abitano…di eliminare dalle loro terre tutto ciò…e di curare che anche i loro sudditi facciano altrettanto”. Cis' la Chiesa intende la libertà religiosa. Un passato, come vedremo, che non passa.

    3) La plenitudo potestatis. E’ l’elemento-chiave, l'affermazione della superiorità della Chiesa su tutti i potentati terreni. E' ciò che le consentirà di "ordinare" alle autorità civili di reprimere eretici, ebrei o musulmani e di legiferare secondo i "principi cristiani". In questa epoca l'idea e la pratica della supremazia della Chiesa è portata all’estremo. Innocenzo III paragona la Chiesa al sole e lo stato alla luna, nel che c’è ancora una parvenza di autonomia dello stato seppure subordinato, dirà Tommaso d'Aquino, come il corpo all’anima. Intorno al 1250 Innocenzo IV, il papa che autorizzò la tortura come forma di interrogatorio, si spinse più in là, ossia fino a concepire l’imperatore come un semplice “delegato” del "beato Pietro e dei suoi successori" ai quali “Nostro Signore Gesù Cristo ...ha affidato… le redini dell’impero sia terreno che celeste”. E Bonifacio VIII ribadì nel 1302 con la Unam sanctam:“Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale, cioè, ed una temporale… ambedue sono in potere della Chiesa", una va "impugnata dal clero", una "dal re e dai cavalieri ma secondo il comando e la condiscenza del clero”. Come vedremo anche questa dottrina sarà presente a lungo nella Chiesa, per certi versi fino ad oggi. E nel 2003 il segretario di stato Sodano, celebrando Bonifacio, nel VII centenario della morte, lo elogiava “quale convinto e zelante sostenitore della libertà della Chiesa, nei confronti dei potenti della terra” e teorico della "plenitudo potestatis".
    Trono e altare

    Nei secoli successivi cambia molto in Europa: un cambiamento iniziato già con il fallimento delle pretese di Bonifacio VIII e il trasferimento del papato ad Avignone, alla sua morte, sotto il controllo della monarchia francese. Ma ciò non modificò nella sostanza le posizioni teoriche della Chiesa e la sua inconciliabilità con il pensiero moderno allora in faticosa gestazione.

    Il progetto di una Repubblica cristiana retta da un unico imperatore sotto la guida del papa salta per la spinta concomitante dei nascenti stati nazionali, che vanificano l’impero e della riforma che mette fine all’unità religiosa del continente. Ma è un processo lento, che arriverà a compimento, almeno per quanto riguarda l’affermazione di un nuovo modello di stato laico, solo con l’illuminismo e la rivoluzione francese del XVIII secolo.

    Durante tutti questi secoli la Chiesa continuò a avere un enorme potere e ad usarlo nelle forme di sempre. Basti pensare che a fine Quattrocento, col Trattato di Tordesillas, il papa poteva presentarsi seppure solo formalmente come padrone del Nuovo Mondo appena scoperto e dividerlo fra Spagna e Portogallo. A inizio Cinquecento il Requerimento, un testo elaborato da giuristi spagnoli per dare una base alla “conquista”, racconta ai nativi che “Dio nostro signore incaricò di tutte queste genti un solo uomo che fu chiamato San Pietro, perché fosse signore e superiore a tutti gli uomini del mondo, a cui tutti obbedissero e perché fosse capo di tutto il lignaggio umano”.

    Certo, la metafora del sole e della luna e delle due spade perdono senso in un mondo dove le spade temporali, ossia gli stati, sono ormai molti e alcuni non più cattolici, quindi non più in mano al papa. Così la Chiesa mette da parte il sogno teocratico, nella forma medioevale. Ma lo ripropone in altra forma nei paesi cattolici, come alleanza fra trono e altare. Bolle ed encicliche affermano che tale alleanza è nell'interesse degli stessi troni, al fine di garantirsi la fedeltà dei sudditi. “Giammai”, scrive Clemente XIV ancora nel 1769, “nessuno ha dichiarato guerra alle divine prescrizioni di Cristo, senza turbare, in pari tempo, la tranquillità dei popoli, diminuire l’obbedienza dovuta ai Sovrani e spargere ovunque incertezze.” La Chiesa dunque impegna i sudditi alla fedeltà, i sovrani in cambio dovranno “difendere” le “divine prescrizioni di Cristo”, cioè imporre ai sudditi la religione cattolica, garantire il carattere confessionale dello stato. E’ la nuova edizione della teocrazia medioevale.

    Grazie ad essa negli stati cattolici le leggi continuano a essere informate alla morale e alla religione cattolica, continuano le persecuzioni, e la violazione dei diritti umani. Dal XVI secolo l’inquisizione si fa anzi più feroce e sistematica contro eretici, arabi ed ebrei convertiti, ha luogo la ghettizzazione dei secondi, si sviluppa per tre secoli una feroce caccia alle streghe (per verità anche nei paesi protestanti) e soprattutto la repressione cattolica si estende a due nuovi bersagli, frutto del faticoso progresso di quel periodo: la stampa e la scienza.

    Il primo "editto bulgaro" contro la stampa è del 1515, appena mezzo secolo dopo la sua nascita, e fu emanato da Leone X nel Concilio Lateranense V: “alcuni”, esso dice “osano stampare e vendere… sia libri tradotti in latino…sia altri, scritti direttamente in latino o in lingua volgare, che contengono errori contro la fede, affermazioni perniciose contrarie alla religione cristiana e lesive della buona fama di persone addirittura rivestite di qualche dignità…Allo scopo dunque di evitare che quello che è stato sanamente inventato per gloria di Dio, il progresso della fede e la diffusione di buoni principi, ottenga l'effetto contrario …stabiliamo e comandiamo che ora e per sempre” tutti i testi si sottopongano a censura. “Chi oserà agire altrimenti, oltre che perdere i libri stampati, che saranno pubblicamente bruciati, oltre il versamento di cento ducati alla fabbrica della basilica del principe degli apostoli a Roma, e alla sospensione per un anno intero della possibilità di esercitare l'arte della stampa, incorrerà nella sentenza di scomunica; infine se persisterà…sarà castigato…con tutti i mezzi legali.”

    Così la vecchia identità peccato-reato continua a funzionare e funzionerà con ricadute ancora più pesanti nello stato della Chiesa. Qui il santo papa Pio V, che scriveva a Filippo II a proposito degli eretici “sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore”, emanò nel 1572 un editto in cui chiunque possedesse “Avvisi” (gli antenati del giornale moderno) “contenenti notizie lesive dell'onore di qualcuno... sia tenuto a bruciarli o a consegnarli al nostro figlio cardinal Rusticucci sotto le pene predette... ed anche sotto pene più gravi fino alla pena di morte e alla confisca dei beni”. Non restarono parole. Lo stampatore e scrittore Niccolò Franco fu giustiziato per aver scritto alcune pasquinate contro Pio V e altri subirono nei secoli seguenti la stessa sorte.

    Naturalmente lo stato della Chiesa fu il tipico esempio di cosa significhi uno stato confessionale anche per quanto riguarda la legislazione in altri campi, dalla punizione dei bestemmiatori con il taglio della lingua alla pena di morte contro omosessualità, incesto, aborto e, ai tempi di Sisto V, anche l’adulterio. Lo stato della Chiesa riprese la tradizione veterotestamentaria, elogiata nel 1543 dallo stesso Concilio di Trento nel cui Catechismo si definiscono “lecite” le uccisioni che la Bibbia presenta come “volute da Dio”.

    L’altro bersaglio fu Galileo. Il caso è troppo noto per insistervi. Ma va sottolineato che la sentenza, approvata dall’infallibile di turno Urbano VIII, dichiara che la proposizione secondo cui “la terra non è nel centro del mondo, ma mobile, è proposizione assurda ed erronea in materia di fede". Ora, poiché la terra non è centro del mondo ma mobile se ne dovrebbe trarre la conseguenza che il papa si è sbagliato e quindi non è infallibile. Ma sappiamo già che egli si è sottratto a questa sgradevole conseguenza affermando di essersi ingerito (come gli capita spesso) in cosa non di sua spettanza. Nonostante questa miserevole scusa e questa topica, appena è comparso l’evoluzionismo il papato ha ripreso la solita manfrina, che continua ancora oggi così come la dottrina cattolica continua ad essere inconciliabile con una concezione laica .

    E quando tale concezione, a dispetto della Chiesa, si affermò nell’età dei lumi e della rivoluzione francese, chiamata da Leone XIII “orribile sconvolgimento delle Gallie”, la Chiesa si schierò decisamente contro di essa. Quando Luigi XVI fu ghigliottinato, Pio VI scrisse nell’enciclica Quare lacrymae. “Per la cospirazione di uomini empi è stato condannato a morte il cristianissimo re Luigi XVI… la cosa è stata condotta a termine dall’Assemblea Nazionale senza alcuna autorità e senza alcun diritto. Infatti, abolita la più prestigiosa forma di governo, quella monarchica, essa aveva trasmesso ogni pubblico potere al popolo, il quale non si lascia guidare né dalla ragione, né dal consiglio; non fa distinzione fra il giusto e l’ingiusto... è incostante, facile ad essere ingannato e condotto a tutti gli eccessi; è ingrato, arrogante, crudele”. L’enciclica, che diventa comica là dove elogia “l’indole soave, benefica, clemente” del re defunto e propone di venerarlo come martire perché ucciso in oltraggio alla religione, ebbe un seguito nel discorso del 1874 di Pio IX che affermò: “una piaga orrenda afflige l’umana società e chiamasi suffragio universale”.

    Poco prima, nel 1832, Gregorio XVI aveva condannato alcune conquiste essenziali dello stato laico come la libertà di coscienza e di stampa:“Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo”, aveva scritto nella Mirari vos, ”scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza”. E più avanti: “Inorridiamo... nell’osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove” per effetto “di quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita ‘libertà della stampa’”. Le stesse condanne furono replicate in modo ancora più solenne nel 1864 da Pio IX nel Syllabo.



    (segue)

    La religione cattolica è compatibile con una società laica
    Concedi alla ragione il privilegio di essere l'ultima pietra di paragone della verità. (Immanuel Kant)

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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    Dal sedicente “progressista” Leone XIII ai tre Pii

    Ma quel che più colpisce è che le posizioni fin qui descritte, a loro volta riconducibili a quelle medioevali e veterotestamentarie, si ritrovano pressoché immutate a fine Ottocento e poi ancora nel XX secolo, nonostante esse avessero sempre minor presa su una società ormai permeata dalla cultura illuminista, liberale, poi marxista. Unica novità è che la Chiesa, non avendo più né il potere temporale né i bracci secolari, dovette rinunciare ai roghi e limitarsi all’indice dei libri proibiti. Per il resto, quasi nulla cambia..

    Leone XIII, celebrato come papa progressista, si scagliò contro la separazione fra stato e Chiesa ripetendo quanto diceva Innocenzo III e cioè che “Dio volle ripartito in due poteri il governo del genere umano, cioè il potere ecclesiastico e quello civile” visti come l’anima e il corpo. E aggiunge: “L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici” ma “tutto il genere umano è sotto la potestà di Cristo”. Prosegue poi affermando, con argomentazioni che ritroviamo oggi riecheggiate da Benedetto XVI: “se le leggi dello stato dovessero essere apertamente in contraddizione col diritto divino...è doveroso resistere ed è colpa ubbidire... perché si pecca anche contro lo stato quando si va contro la religione”. Si ripropone così da altro punto di vista la vecchia identità peccato-reato.

    Pio X a sua volta dichiarò “la civiltà non è più da inventare... essa esiste, è la civiltà cattolica.” Anche secondo Pio XI “v’è un istituto divino...che appartiene a tutte le nazioni perché a tutte è superiore... la Chiesa di Cristo”. E altra volta aggiunse: “se c’è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della Chiesa, perché l’uomo appartiene interamente alla Chiesa...dato che l’uomo è la creatura del buon Dio”. Gli fa eco Pio XII che nel Discorso agli amministratori civili cattolici del 1956 proclama: “A Dio appartengono gli uomini e le cose, le strutture e le istituzioni, i continenti e le nazioni; di Dio sono, quindi, le province e i comuni, e anch’essi... devono ... rendergli il dovuto onore”. E, come aveva spiegato prima Pio XI, quando si dice Dio si intende Chiesa. Queste encicliche, dirà Ernesto Rossi riferendosi in particolare alla Quas primas di Pio XI, avrebbe potuto firmarle Bonifacio VIII.

    Da questa concezione di assoluta supremazia della Chiesa sui poteri temporali e sulla società civile, deriva il rifiuto della Chiesa cattolica di essere messa sullo stesso piano delle altre associazioni religiose, di essere ridotta, disse Leone XIII, “alla libertà di vivere secondo il diritto comune a tutti i cittadini”. Che è invece l’abc di una concezione laica. Alla Chiesa non sembra neppure di esistere in una società dove non riceva ad ogni passo ossequi e privilegi.

    In quest'epoca fu reiterata la condanna della libertà di coscienza e di culto. “La giustizia e la ragione vietano”, scrisse Leone XIII, “che lo Stato sia ateo o che... conceda la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti ad ognuna”. Per Pio X: “non esiste vera civiltà senza civiltà morale, e nessuna civiltà morale senza la vera religione: è una verità dimostrata, si tratta di un fatto storico”. Secondo Pio XI: ”La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto... di ammaestrare... di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste”. “La religione cattolica”, disse altra volta riferendosi al Concordato, “è, e sol essa... la religione dello Stato, con le logiche e giuridiche conseguenze… Non è ammissibile che siasi intesa libertà assoluta di discussione… in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica:”.

    Questi papi ribadirono quindi le consuete condanne della libertà di stampa e di parola. Leone XIII afferma che “La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato... in modo che diventino retaggio comune” mentre “le false opinioni... nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità”. E Pio XII, nel 1946: “La libertà della stampa, al pari di qualsiasi altra libertà, sia essa di azione, di parola o di pensiero, è limitata; non permette ad un individuo di stampare quel che è errato, quel che si sa esser falso o quel che mira a minare e distruggere la fibra morale e religiosa degli individui”.

    Chi stabilirà quali sono le opinioni false e quelle vere il papa non dice. Ma si può immaginare.

    Intanto, alla fine del XIX secolo, la Chiesa si trovò a fronteggiare nuovi pericoli, ossia a dover negare nuovi diritti. Innanzi tutto quello a un matrimonio celebrato solo civilmente. Se oggi il papa pur di impedire i pacs arriva a ritenere il matrimonio civile un “modello accettabile”, di cui si serve anche quel sepolcro imbiancato dell'on.le Casini, Leone XIII affermava che, essendo cosa sacra, il matrimonio doveva essere regolato dalla Chiesa (e ciò pretendeva ancora nel 1962 il vescovo di Prato Fiordelli, che denunciò in chiesa come concubini due parrocchiani sposati civilmente). Pio XI riteneva i matrimoni civili “accoppiamenti frutto di cieco istinto”. Tanto meno la Chiesa poteva accettare il divorzio o l'autodeterminazione della donna in materia di aborto. E ancora negli anni Settanta promosse quindi, e perse, due referendum in materia.

    Altra frontiera la scuola laica. Leone XIII sostenne “che solo la verità deve informare le menti… Per questo motivo è stretto dovere degli insegnanti svellere l’errore dalle menti e con validi argomenti sbarrare la via alle opinioni fallaci. Pertanto appare del tutto contraria alla ragione” la pretesa “d’insegnare secondo il proprio arbitrio; licenza che il pubblico potere non può accordare”. E Pio XI rivendicava nella Divini illius magistri il diritto della Chiesa di “giudicare quanto possa esser giovevole o contrario all'educazione cristiana... perché ogni insegnamento, al pari di ogni azione umana, ha necessaria relazione di dipendenza dal fine ultimo dell'uomo,- e però non può sottrarsi alle norme della legge divina, di cui la Chiesa è custode, interprete e maestra infallibile” Concludeva che è “contraria ai principi fondamentali dell'educazione la scuola così detta neutra o laica, dalla quale viene esclusa la religione” e vietava ai fanciulli cattolici “la frequenza delle scuole acattoliche, o neutrali, o miste, quelle cioè aperte indifferentemente ai cattolici e agli acattolici” e perfino “quella scuola mista.... dove, pur provvedendosi loro a parte l'istruzione religiosa, essi ricevono il restante insegnamento da maestri non cattolici in comune con gli alunni acattolici”. Unica scuola frequentabile per i cattolici era secondo Pio XI quella dove “tutto l'insegnamento e tutto l'ordinamento della scuola: insegnanti, programmi e libri, in ogni disciplina, siano governati dallo spirito cristiano sotto la direzione e vigilanza materna della Chiesa; una scuola, diceva Pio IX ripetendo una frase di Leone XIII, che “olezzi di cristiana pietà”.

    Queste le posizioni della Chiesa cattolica ancora cinquant'anni fa, quando entrava in vigore in Italia l'attuale Costituzione democratica e repubblicana..

    .

    Contraddizioni e illusioni del Vaticano II


    Questa plurisecolare intolleranza della Chiesa che, pur senza i roghi, ancora nel XX secolo non si discostava dalla logica dell'inquisizione, almeno quanto alla pretesa che il cattolicesimo fosse la religione dello stato e informasse le leggi imposte ai cittadini, anche non credenti, parve incrinarsi all'inizio degli anni Sessanta del Novecento, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II.

    Non è possibile esaminare qui il complesso insieme di cause, dalle spinte del laicato cattolico ai profondi rivolgimenti internazionali, a calcoli tattici, che indussero in settori della gerarchia e nel papa stesso dei ripensamenti. E' certo che in quegli anni si crearono grandi attese nel clero e nel laicato cattolico, nelle donne, nei giovani e anche in molti ambienti laicisti circa la possibilità di una svolta radicale della Chiesa: Altrettanto certo è che si trattò di un’illusione nociva, perché consentì alla Chiesa di recuperare parte del credito che aveva perduto, e le permise di usarlo per avviare di lì a poco quel processo di aperta restaurazione cui stiamo assistendo.

    In realtà Giovanni XXIII e il Concilio si limitarono nella più parte dei casi a dichiarazioni d’intenti, a buone intenzioni non seguite da mutamenti concreti. Nulla cambiò per ciò che riguarda la morale sessuale, ribadita e inasprita qualche anno dopo il concilio dalla cosiddetta enciclica sulla pillola di Paolo VI.

    Né tanto meno rappresenterà più tardi una svolta effettiva quel colpo di teatro mediatico che fu la richiesta di perdono per le colpe del passato presentata da Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000, ormai in un clima di incipiente restaurazione, soltanto in apparente continuità con lo spirito del concilio,. La domanda di perdono si caratterizza, infatti, per la costante preoccupazione di tenere nettamente distinta la Chiesa, di cui nei secoli “è brillata la santità”, dai “suoi figli”, perfino “uomini di Chiesa”, che “nel pur doveroso impegno di difesa della verità” sarebbero incorsi in peccati di orgoglio, di intolleranza, di acquiescenza alla violenza, che “contraddicono la fede professata e il santo Vangelo”. Mai il papa chiede scusa per il corpus dottrinale che, come abbiamo visto, fu messo in campo dalla Chiesa e da cui le cosiddette colpe necessariamente discendono. Né avrebbe potuto chiedere scusa di questo, senza riconoscere che i papi avevano su molti punti e a lungo insegnato il falso, negando così il carattere infallibile e divino dell'istituzione.

    Nella materia che ci interessa, espressione del nuovo clima fu l’enciclica Pacem in terris del 1963, insolitamente ragionevole e pacata nel tono, ma che nei fatti riproponeva in larga misura dottrine tradizionali citando con petulanza, a ogni passo, i papi precedenti, quasi a voler “coprirsi le spalle” nei confronti dei cattolici più diffidenti verso le aperture al mondo contemporaneo.

    Il papa diceva di voler lavorare con tutti gli uomini di “buona volontà” per il “bene comune”. Ma pur con queste “rette” intenzioni si muoveva nel solco di una visione teocratica secondo cui il bene comune temporale va perseguito dallo stato e dai cattolici, diceva l’enciclica, “in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del... fine ultraterreno ed eterno”. E lo stesso “diritto naturale”, che il papa indicava come terreno d’intesa fra credenti e non credenti, in realtà era quello di cui parla oggi Ratzinger, ossia ciò che è ritenuto tale dai cattolici in quanto si accorda con la loro morale e, come diceva l’enciclica, “con la dottrina sociale della Chiesa e con le direttive della autorità ecclesiastica”. Tocca alla Chiesa infatti, diceva ancora il papa, “il diritto e il dovere non solo di tutelare i principi dell’ordine etico e religioso, ma anche di intervenire autoritativamente presso i suoi figli nella sfera dell’ordine temporale, quando si tratta di giudicare dell’applicazione di quei principi ai casi concreti”. E così siamo daccapo alla favola medioevale del sole e della luna, dell’anima e del corpo, delle due spade.

    Unico elemento di frattura reale che il Vaticano II introdusse, unica contraddizione che lasciò in eredità alla Chiesa post conciliare, oltre a una nuova e diversa sensibilità, sicuramente rilevante, sul tema della guerra e dell'obiezione di coscienza, fu la dichiarazione Dignitatis Humane del 1965 che recita: “la persona umana ha diritto alla libertà religiosa... Il diritto della persona umana alla libertà religiosa nell'ordine giuridico della società deve essere riconosciuto in modo che esso costituisca un diritto civile... L’esercizio di questo diritto non può essere impedito”.

    Una confessione, ma come sempre implicita per non mettere in crisi l’infallibilità, che la Chiesa ha sbagliato per secoli imponendo ai fedeli di perseguitare gli eretici, di ghettizzare gli ebrei e di fare le crociate contro gli arabi e contro i turchi...


    Ritorno al passato. Il cerchio si chiude

    Ma anche ammettendo che la Chiesa abbia mutato opinione sulla libertà di religione, come può conciliarsi una società caratterizzata dal pluralismo religioso con l'idea di una società che si vuole impegnata a realizzare, come diceva la Pacem in terris, il bene non solo terreno ma eterno dei cittadini, cioè gli ideali cattolici? Da tale contraddizione si esce solo riducendo la libertà religiosa “degli altri” a un culto tollerato (come al tempo di Innocenzo III o in epoca fascista); mentre solo la religione cattolica informa della sua morale le leggi dello stato. Ed è in questo modo, il solo compatibile con la dottrina plurisecolare, la storia e gli interessi della Chiesa ma inconciliabile con uno stato laico, che stanno cercando di uscire dalla contraddizione i papi del dopo concilio.

    Del discorso al Parlamento di Giovanni Paolo II, e della lettura che ne dà Emanuele Severino si à già detto all’inizio di questa relazione. Ma Wojtyla manifestò idee analoghe anche in altre occasioni, come nel 2000, ad esempio, quando celebrò il 1200° anniversario del Sacro Romano Impero indicando come modello di riferimento Carlo Magno e invocando l’inserimento nella Costituzione europea della famose “radici cristiane” non già all’interno di un elenco comprendente anche quelle ottomane, arabe, greche, romane, illuministe ma come elemento ispiratore delle leggi. E che questo fosse il senso, il papa lo aveva chiarito all’Angelus del 20 febbraio 1994 condannando la risoluzione del Parlamento europeo a favore delle unioni di fatto omo e etero in quanto a suo dire legittimava “un disordine morale”. “Il parlamento”, aggiunse,”ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio”. Dal che si evince che uno stato laico per Wojtyla deve imporre a tutti i cittadini leggi “conformi al piano di Dio” cioè a quello che ritiene tale il suo rappresentante in terra…

    Dice il Catechismo del 1992, presentato e approvato dallo stesso Wojtyla: “Solo la Religione divinamente rivelata ha chiaramente riconosciuto in Dio, Creatore e Redentore, l'origine e il destino dell'uomo. La Chiesa invita i poteri politici a riferire i loro giudizi e le loro decisioni a tale ispirazione della Verità su Dio e sull'uomo”. Su questa linea mirante a restaurare la confessionalità dello stato italiano e di ipotecare quella della futura Europa, si muove la Chiesa postconciliare. In più, con la consueta doppiezza, pretende di ispirare le leggi relegando nel privato gli altri culti, là dove è, o crede di essere, maggioranza, e al tempo stesso esige, in nome della parità e della libertà religiosa, di non vedersi imporre leggi ispirate da altre religioni, là dove è minoranza. A questo fine usa anche un concetto variabile di “laicità”. Nel 2000, ad esempio, “L’Osservatore Romano” giustificò addirittura la lotta armata dei cattolici contro l’adozione della legge islamica in alcuni stati della Nigeria che erano al 90% musulmani, sostenendo che i cattolici “non possono accettare una legge di natura confessionale… in dispregio della laicità sancita dalla costituzione federale”. In questo caso, dunque, la Chiesa intendeva la laicità con il rigore di un Voltaire. Ma in Italia, lo stesso anno, monsignor Fisichella chiese di vietare il gay pride a Roma in quanto offendeva i credenti. Lo stato laico, spiegò, “ha il dovere di salvaguardare i diritti della maggioranza e la maggioranza a Roma sono i credenti”. Questo "nuova laicità” fu spiegata qualche anno dopo dal patriarca di Venezia Angelo Scola. Egli sostenne che essa non consiste più in un neutrale rispetto dello stato verso le diverse scelte morali dei cittadini, ma nell’appello diretto al popolo: “io dico la mia idea, tu la tua, il popolo giudichi qual è la migliore e lo Stato laico la assuma”. E' facile arguire che secondo tale “laicità a maggioranza” la Chiesa progetta di imporre l’indissolubilità del matrimonio, il divieto di legalizzare le coppie di fatto o l'eutanasia in nome della “democrazia”.

    Inutile replicare che non può valere in materia di diritti civili il principio di “maggioranza”. Anzi che lo stato è davvero laico se riconosce e tutela prima di tutto i diritti delle minoranze garantendo loro piena libertà, con l’unico limite di non ledere la libertà e i diritti degli altri. E’ inutile dato che

    la Chiesa, refrattaria a ogni logica laica e democratica, se ne serve solo strumentalmente pronta, quando fosse votato a maggioranza il diritto all’eutanasia, a cambiare carte in tavola opponendo la obiezione di coscienza a “maggioranze vestite di democrazia - ma che possono”, come ha detto l’attuale presidente della Cei Bagnasco, deviare da ciò che è bene [secondo la Chiesa] e quindi “diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche”. Libertà di coscienza e laicità sono per i papi declinabili nei modi più diversi, a seconda della loro convenienza del momento.

    Alla base resta l’idea del diritto della Chiesa cattolica di ispirare il legislatore laico, di esercitare il suo ruolo di “anima” rispetto al “corpo”, come Benedetto XVI enunciò con chiarezza nel Discorso ai vescovi italiani del 18 maggio 2006. Compito della Chiesa, affermò, è “purificare la ragione mediante la proposta delle propria dottrina sociale, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano” e ciò non lede la laicità poiché “Una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore”. Sono le istanze etiche in base a cui i legislatori cattolici, come ebbe a dire nell’esortazione apostolica del 13 marzo 2007, devono “presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”.

    Si misura qui la rottura e insieme la continuità con Bonifacio VIII. Ammettendo che “le realtà temporali” si reggono su “norme proprie”, la Chiesa riconosce che il potere statuale è un “altro” potere e non un potere “delegato” dal papa ai governanti laici ossia riconosce, senza dirlo perché ne va come al solito dell’infallibilità, di essersi sbagliata e di aver ingannato per secoli i fedeli.

    Ma aggiungendo che fra le norme autonome su cui si regge lo stato laico rientrano “istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore”, la Chiesa, che di quel Creatore si arroga rappresentante, riesce a mantenere in sostanza la plenitudo potestatis rivendicata da Bonifacio riservando a sé il diritto di stabilire quali sono i grandi “principi etici” e le “leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana” da tradurre in leggi e da imporre a tutti i cittadini (anche di altra o nessuna fede).

    Bonifacio VIII, tuttavia, ed è un’altra differenza da rilievo, derivava questa autorità dalle “parole del Vangelo”. Benedetto XVI, invece, volendo imporre la propria morale a una società secolarizzata e plurale, ben diversa da quella su cui regnava Bonifacio VIII, deve contrabbandare le istanze etiche cristiane come valori che “trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo”, nella “ragione” e nel “diritto naturale” e quindi possono essere imposti a tutti. In questo modo il papa sembrerebbe rinunciare alla religione cattolica come religione di stato, abbandonando anche qui senza ammetterlo, la confessionalità. Ma il "trucco" sta nel fatto che egli mantiene la “presa” sullo stato laico con la gherminella di sottometterlo al diritto naturale come lo intendono i cattolici ossia di sottometterlo, per il tramite del diritto naturale, al cattolicesimo e al papa…

    Gli argomenti di Ratzinger sono ovviamente deboli e arroganti. All’esistenza di un diritto e una morale naturali coincidenti, vedi caso, con la morale cattolica, possono far finta di credere i cattolici di stretta osservanza. Ma “sono almeno otto i significati di natura e di diritto naturale”, scrive Rodotà citando Bobbio. Per cui “chi sceglie tra le molte accezioni possibili… chi può parlare in nome della natura”? Il sottinteso è, come si è detto, che spetti a Ratzinger, per diritto divino, farlo.

    La ripresa della dottrina teocratica, mai realmente abbandonata, e quindi il tentativo di sostituire la Costituzione con valori di riferimento mutuati dalla Chiesa, trova oggi d'altra parte l’avallo di molti politici genuflessi, non solo cattolici. A chi protesta contro l’ingerenza vaticana si ribatte che la Chiesa ha il diritto di “dire la sua” e di esigere dai politici cattolici “coerenza” con la loro fede. Ma il problema non nasce quando la chiesa “dice la sua” bensì quando la sua consiste nel chiedere allo stato (e nell’ordinare ai politici cattolici) di penalizzare, cioè non legalizzare, unioni diverse dal matrimonio o l’eutanasia,o l’aborto, violando la Costituzione che vuole tutti egualmente garantiti.

    Solo pochi cattolici riescono a capire che il legislatore deve fare leggi “giuste” dal punto di vista non della sua privata idea filosofica o religiosa ma della Costituzione, che garantisce pari dignità e diritti a tutti i cittadini. Solo pochi hanno il coraggio di dire, come fece lo storico cattolico Giuseppe Alberigo recentemente scomparso, che “i vescovi possono dire a me credente di regolare i miei rapporti di coppia col sacramento del matrimonio, ma pensare che lo stato debba imporlo ai non credenti – seppure nella forma civile – mi pare assurdo”.

    Solo quando la Chiesa cattolica sarà ridotta in Italia a una minoranza della quale i politici abituati a genuflettersi possano infischiarsi, potremo avere uno stato laico. Per questo non basta una lotta contro l’ingerenza politica del Vaticano ma occorre una battaglia ideologico-culturale che porti i giovani e i lavoratori, soprattutto, a capire il carattere immorale, contraddittorio e anacronistico non solo dei comportamenti ma della dottrina cattolica e quindi a distaccarsi da essa.



    Walter Peruzzi

    La religione cattolica è compatibile con una società laica
    Concedi alla ragione il privilegio di essere l'ultima pietra di paragone della verità. (Immanuel Kant)

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    Citazione Originariamente Scritto da O-RATIO Visualizza Messaggio
    Dal sedicente “progressista” Leone XIII ai tre Pii
    Dice il Catechismo del 1992, presentato e approvato dallo stesso Wojtyla: “Solo la Religione divinamente rivelata ha chiaramente riconosciuto in Dio, Creatore e Redentore, l'origine e il destino dell'uomo. La Chiesa invita i poteri politici a riferire i loro giudizi e le loro decisioni a tale ispirazione della Verità su Dio e sull'uomo”. Su questa linea mirante a restaurare la confessionalità dello stato italiano e di ipotecare quella della futura Europa, si muove la Chiesa postconciliare. In più, con la consueta doppiezza, pretende di ispirare le leggi relegando nel privato gli altri culti, là dove è, o crede di essere, maggioranza, e al tempo stesso esige, in nome della parità e della libertà religiosa, di non vedersi imporre leggi ispirate da altre religioni, là dove è minoranza. A questo fine usa anche un concetto variabile di “laicità”. Nel 2000, ad esempio, “L’Osservatore Romano” giustificò addirittura la lotta armata dei cattolici contro l’adozione della legge islamica in alcuni stati della Nigeria che erano al 90% musulmani, sostenendo che i cattolici “non possono accettare una legge di natura confessionale… in dispregio della laicità sancita dalla costituzione federale”. In questo caso, dunque, la Chiesa intendeva la laicità con il rigore di un Voltaire. Ma in Italia, lo stesso anno, monsignor Fisichella chiese di vietare il gay pride a Roma in quanto offendeva i credenti. Lo stato laico, spiegò, “ha il dovere di salvaguardare i diritti della maggioranza e la maggioranza a Roma sono i credenti”. Questo "nuova laicità” fu spiegata qualche anno dopo dal patriarca di Venezia Angelo Scola. Egli sostenne che essa non consiste più in un neutrale rispetto dello stato verso le diverse scelte morali dei cittadini, ma nell’appello diretto al popolo: “io dico la mia idea, tu la tua, il popolo giudichi qual è la migliore e lo Stato laico la assuma”. E' facile arguire che secondo tale “laicità a maggioranza” la Chiesa progetta di imporre l’indissolubilità del matrimonio, il divieto di legalizzare le coppie di fatto o l'eutanasia in nome della “democrazia”.

    Inutile replicare che non può valere in materia di diritti civili il principio di “maggioranza”. Anzi che lo stato è davvero laico se riconosce e tutela prima di tutto i diritti delle minoranze garantendo loro piena libertà, con l’unico limite di non ledere la libertà e i diritti degli altri. E’ inutile dato che

    la Chiesa, refrattaria a ogni logica laica e democratica, se ne serve solo strumentalmente pronta, quando fosse votato a maggioranza il diritto all’eutanasia, a cambiare carte in tavola opponendo la obiezione di coscienza a “maggioranze vestite di democrazia - ma che possono”, come ha detto l’attuale presidente della Cei Bagnasco, deviare da ciò che è bene [secondo la Chiesa] e quindi “diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche”. Libertà di coscienza e laicità sono per i papi declinabili nei modi più diversi, a seconda della loro convenienza del momento.

    Walter Peruzzi
    Articolo interessantissimo e ben scritto.

    Ma in particolare voglio evidenziare il passaggio quotato, che sottolinea la doppiezza di un ente che si spaccia come "gestore della fede e di leggi assolute" ma è in realtà un mero gestore dell'enorme potere conferitogli dalle masse, e le cui posizioni mutano costantemente in base alla convenienza politica.

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    non dovrebbe essere compatibile.
    il regime liberaldemocratico equipara morale e immorale e pertanto non dovrebbe essere compatibile.
    PER L'EUROPA NAZIONALE, CATTOLICA, REPUBBLICANA, POPOLARE
    Unica speranza per noi cittadini e lavoratori poveri è un vero governo di destra, che ripristini il potere di governo, riorganizzi l'economia, diffonda moralità, legge ed ordine. \o

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    L'articolo mi pare un pamphlet, di non eccelso rilievo scientifico. Non perché dica cose inesatte, anzi in molti punti è interessantissimo, ma perché l'analisi che offre mi sembra un po' parziale e superficiale. Innanzitutto, la classica, catastrofica (e voluta?) confusione tra Cristianesimo, Chiesa, clero e Stato della Chiesa. Spesso sottile, ma doverosa, pena lo scadere in considerazioni generiche e demagogiche.
    Poi, lo scarso peso dato al ruolo della politica nella storia della Chiesa. Mi riferisco all'uso della religione come instrumentum regni, attuato dagli Stati europei, a cominciare dall'Impero di Costantino, e scendendo fino all'età moderna. Insomma, non si può sempre dire "è colpa dei preti", troppo comodo. E non si può accusare di essere "reazionaria" una religione. Semmai il suo clero, che è cosa ben diversa.
    E nell'analizzare le idee politiche e giuridiche dei chierici (da Leone Magno ad oggi), manca il riferimento a quel che costoro avevano/hanno intorno. La bestemmia, nel teocratico stato papale, era punita col taglio della lingua. Negli altri Stati europei, come era punita l'offesa ai re? Non lo so, eh, chiedo, ma sospetto che i sistemi non fossero diversi.
    Manca pure il riferimento all'altra metà del cielo, le Chiese orientali (salvo l'accenno a S. Giovanni Crisostomo).
    Insomma, tutto questo, e anche il crescendo di frecciatine "ironiche", mi dà l'idea che l'unico scopo di questo intervento fosse quello di dare un supporto scientificheggiante all'asserzione finale, "lottiamo per distruggere il Cristianesimo".

  6. #6
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    Articolo interessante. La teocrazia è incompatibile col benessere e la giustizia sociale quanto lo stato ateo, ecco perchè si parla di laicità.
    Antifascista, cattolico-democratico, contrario al principio "destro" di "limite e conservazione" e sostenitore del principio di "non appagamento", dunque, di centrosinistra!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Popolare Visualizza Messaggio
    Articolo interessante. La teocrazia è incompatibile col benessere e la giustizia sociale quanto lo stato ateo, ecco perchè si parla di laicità.
    Perfettamente d'accordo. Uno stato che vieta la religione è pericoloso quanto uno che la impone.

    Lo stato deve essere laico, con il diritto-dovere di studiare Leggi che promuovano la convivenza civile di singoli e gruppi di individui, indipendentemente da razza, religione, morale, etica.

    Dove c'è conflitto è necessario porre limiti a chi sconfina, dove non c'è neppure interazione è inutile mettere odiosi paletti.

    Nella camera da letto, ad esempio, lo Stato dovrebbe ficcare il naso solo per prevenire o sanzionare abusi: questo uno Stato teocratico non lo potrebbe accettare mai.

  8. #8
    .... .....
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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    Quando si perde il concetto di Verità..che poi sarebbe di purificazione..le leggi diventano espressione di stati d'animo o di interessi particolari..
    e i popoli sono destinati all'estinzione..
    Le tre ecologie sono un buon punto di partenza per orizzontarsi..
    Ecologia dell'ambiente..del corpo..e della mente..
    Non sviluppo bestiale e demenziale..
    Peccato che solo l'ambiente ha cittadinanza legislativa mentre le altre ecologie sono avvolte nel mistero..perchè distruggerebbero alla radice il concetto di sviluppo infinito..che è il cedere a impulsi irrazionali e distruttivi..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  9. #9
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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    Citazione Originariamente Scritto da Nazzareno Visualizza Messaggio
    Innanzitutto, la classica, catastrofica (e voluta?) confusione tra Cristianesimo, Chiesa, clero e Stato della Chiesa. Spesso sottile, ma doverosa.
    Prima di "spesso", aggiungere "la distinzione è"

    E concordo con Popolare. Anche se l'intervento di Peruzzi, sotto sotto (ma neanche troppo sotto), punta a cosa diversa dalla laicità.

  10. #10
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    Predefinito Riferimento: La religione cattolica è compatibile con una società laica e democratica

    Certo che è compatibile (in linea teorica). Qui si parla di società LAICA non di società ANTIRELIGIOSA.Il diritto a professare qualsiasi culto mi pare insindacabile e nessuno lo mette in dubbio.

    Quel che scalda gli animi i questi dibattiti è l'ingerenza della religione, non la sua legittimità.
    E parlo del Vaticano come dell'Islam, sia chiaro.

    Per il buddismo zen, quando ci si trova davanti ad un’alternativa binaria, a possibilità di risposte solo dualistiche, bisogna passare oltre...

 

 
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