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Discussione: L'olocausto di Dresda

  1. #1
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito L'olocausto di Dresda

    L' OLOCAUSTO DI DRESDA



    C’è un monumento nella parte settentrionale di Dresda che ricorda le vittime del quadruplice bombardamento del 13-14 e 15 febbraio del ’45 su Dresda. Sulla lapide sono poste due domande: "Quanti morirono? Chi conosce il numero?". Purtroppo il numero finale di morti non potrà mai essere definito con precisione: alcuni storici come David Irving ("Apocalisse a Dresda", 1963) calcolano 135000 decessi ma altre ricostruzioni storiche arrivano a cifre apocalittiche: 200000 morti, più delle vittime di Hiroscima e Nagasaki messe assieme, molte di più dei pur violenti bombardamenti su Berlino, Amburgo e Tokio nel corso della seconda guerra mondiale.

    Come mai un numero così impressionante di morti in una città che arrivava prima della guerra a 630000 abitanti? Ma soprattutto, quali ragioni militari e politiche spiegano la decisione di bombardare un gioiello architettonico privo di obiettivi strategici? Chi ha preso la decisione? Sono tutte domande alle quali studi recenti danno una risposta in gran parte soddisfacente, ma non priva di zone d’ombra.

    La situazione a Dresda prima dei bombardamenti.
    La vita prima dell’evacuazione in massa dei tedeschi orientali di fronte all’avanzata sovietica contava circa 630000 abitanti. Era una delle più belle città tedesche dell’epoca, edificata con spiccate forme architettoniche rococò già durante il XVIII secolo fino a diventare l’"Atene" e la "Firenze dell’Elba". Di fronte all’impressionante avanzata nell’est europeo dell’Armata Rossa moltissimi tedeschi fuggirono inorriditi dalle loro case, anche a causa delle violenze che i russi infliggevano ai civili che si rifiutavano di evacuare la zona da loro abitata.E’ evidente nei russi il desiderio di vendicare la distruzione del loro territorio ad opera delle Wehrmacht e contemporaneamente le tante sofferenze patite dai civili russi: fucilazioni di massa, stupri, incendi di interi villaggi, deportazione degli uomini nei lager, ecc.

    L’affluenza dei profughi verso Dresda aumentò quando i russi furono molto vicini al confine con la Germania. Ben 5 milioni di tedeschi abbandonarono la propria casa tra il gennaio e il febbraio ’45. In quel momento sembrò che tutta la Germania orientale fosse perduta (Prussia e Slesia) e il centro più sicuro fosse Dresda in Sassonia. In pochi mesi la popolazione a Dresda oscillò tra 1200000 e 1400000 unità. Da parte delle autorità tedesche e dei civili c’era l’illusione che Dresda non sarebbe mai stata attaccata dal cielo a causa della quasi totale mancanza di industrie che lavorassero per la guerra. Anche le bellezze architettoniche e i tesori artistici sembravano fare di Dresda una realtà estranea alla guerra. Nei mesi precedenti c’era stato solo un debole tentativo di distruggere l’area industriale della città (7 ottobre ‘44). L’incursione aerea provocò 438 morti. Un’altra incursione aerea (16 gennaio ’45) aveva causato 376 vittime.

    Tutto questo spiega la totale mancanza della contraerea e di strutture di rifugio per i civili in caso di attacco dal cielo. Ma il 13 febbraio alle ore 22 e 19 si scatenò l’inferno nonostante in alcuni campi intorno alla città vi fossero circa 26000 prigionieri di guerra di diverse nazionalità, tra cui molti inglesi. Aveva così inizio l’operazione "thunderclap" (Colpo di tuono) con l’obiettivo della "tempesta di fuoco" sulla città, ossia il bombardamento con finalità terroristiche, voluto soprattutto da Churchill.

    Il quadruplice attacco.
    Il primo attacco, il 13 febbraio, durò dalle 22 e 9 fino alle 22 e 35 e sulla città furono sganciate circa 3000 bombe dirompenti e 400000 incendiarie. Molte dirompenti pesavano tra i 1800 e i 3600 chilogrammi. L’incursione della RAF colse di sorpresa abitanti e autorità. Nel sottosuolo erano state costruite molte gallerie ma queste strutture erano del tutto inadeguate di fronte alle incendiarie le quali appiccavano rovinosi incendi che penetravano facilmente nei rifugi antiaerei non dotati di ventilazione. I singoli rifugi erano divisi da pareti che all’occorrenza erano facilmente abbattibili, tutto questo facilitò il propagarsi dei gas caldi uccidendo migliaia di persone asserragliate nei rifugi.

    Durante il secondo attacco, il 14 febbraio, dall’1 e 22 all’1 e 54 , su una città già violentemente colpita, furono sganciate circa 4500 dirompenti e 170000 incendiarie. Nelle due operazioni vennero utilizzati 1400 bombardieri con 6000 aviatori. L’intervallo di 3 ore doveva servire per colpire anche le strutture antincendio e di "protezione civile" che nel frattempo sarebbero affluite a Dresda. Contemporaneamente sarebbe stato possibile sorprendere la popolazione fuori dai rifugi.

    Ormai è chiaro qual era l’obiettivo: infliggere danni gravissimi alla città colpendo la parte più debole ma anche estranea alla guerra: gli abitanti e i profughi dell’Est privi di protezione da parte delle autorità militari tedesche. Al termine del secondo attacco la città era un gigantesco incendio visibile nel buio della notte a centinaia di chilometri di distanza. Il denso fumo nero che si alzava era causato dalle strutture delle abitazioni che ardevano ma anche dalla combustione di migliaia di corpi di civili.

    Il terzo attacco, sempre il 14 febbraio, però questa volta in pieno giorno, riversò su Dresda 1500 dirompenti e 50000 incendiarie. Furono impiegate 1350 fortezze volanti e Liberatores 14 ore dopo il primo attacco. Il quarto attacco su una città che continuava ad ardere avvenne il 15 febbraio, durò circa 40 minuti in pieno giorno, e riversò sulla città 900 dirompenti e 50000 incendiarie. Gli ultimi due attacchi furono condotti dall’aviazione americana.

    L’obiettivo erano ancora i civili, infatti furono utilizzate ancora le incendiarie e soprattutto i terribili "Mosquito" i quali mitragliavano, passando appena sopra i tetti delle case, tutto ciò che si muoveva. Così i civili che miracolosamente erano sopravvissuti furono mitragliati dai piloti americani vicino al fiume e nei parchi cittadini dove l’entità delle distruzioni era minore. L’ultimo attacco ci fu il 2 marzo quandi più di 1200 bombardieri finirono di distruggere il poco che ancora era rimasto in piedi nella città. Anche questa volta lo scalo ferroviario non fu colpito.

    Perché questa orrenda carneficina?
    E’ necessario, come sempre quando si analizzano fatti storici, distinguere le ragioni addotte dagli aggressori e le probabili cause dello stesso avvenimento evidenziate dagli storici. Per inglesi e americani Dresda era una città di particolare importanza strategica a livello militare (passaggio di truppe dirette ad Est), industriale (molte fabbriche lavoravano per la guerra) e come snodo ferroviario della Germania centro-orientale. In più gli anglo-americani sostenevano che a Yalta i russi avevano chiesto incursioni aeree alleate sulle città tedesche per facilitare l’avanzata dell’Armata Rossa.

    Le prime due ragioni erano assolutamente fuori luogo (era impensabile che le truppe tedesche passassero proprio nel centro della città). L’ultima affermazione fu smentita dai russi dopo la guerra. Solo la terza aveva qualche validità. Ma allora perché usare prevalentemente le incendiarie se l’obiettivo era anche il sistema ferroviario di Dresda? Secondo i sopravvissuti al quadruplice attacco i danni che le strutture ferroviarie di Dresda riportarono erano minimi. Solo 3 giorni dopo fu possibile far circolare di nuovo i treni. Invece nella stazione centrale erano stati trovati migliaia di corpi privi di vita a causa delle altissime temperature (fino a 1000 gradi) e dei gas venefici respirati. Non fu neanche attaccato l’aereoporto civile e militare di Dresda-Klotrch nonostante il sovraffollamento di velivoli. Anche l’area industriale fu poco danneggiata.

    Quali sono allora le cause?
    Secondo Irving, Dresda potrebbe essere definito il primo episodio della "Guerra fredda" piuttosto che un evento traumatico dei mesi che precedono la fine della II guerra mondiale. Infatti le truppe russe fin dal ’44 avanzavano velocemente e senza ostacoli dispiegando una potenza bellica quasi illimitata in fatto di uomini arruolati. Invece le operazioni anglo-americane nel continente sembravano immobili: il fronte italiano era bloccato lungo l’Appennino tosco-marchigiano e l’avanzata dopo lo sbarco in Normandia procedeva con relativa lentezza. A questo punto il disastroso bombardamento di Dresda serviva anche per mostrare ai russi, i quali avevano ormai occupato gran parte dell’Est europeo, di quale potenza di fuoco disponessero gli alleati.


    La conferenza di Yalta (4 – 11 febbraio ’45) si era appena conclusa in Crimea e i tre grandi: Roosvelt, Churchill e Stalin avevano diviso l’Europa e il mondo in due grandi aree di influenza politico-economico e militare. Il bombardamento di Dresda doveva servire ai russi per capire che lo stesso trattamento poteva essere riservato a loro se i patti di Yalta nono fossero stati rispettati. Nelle sue memorie di guerra sembra che Churchill sia stato incapace di qualsiasi minima emozione al ricordo dell'attacco a Dresda. Ha scritto: "Lo scorso mese abbiamo effettuato un pesante raid su Dresda, allora un centro di comunicazione del fronte orientale tedesco".

    Probabilmente la stessa logica è alla base del duplice bombardamento atomico di Hiroscima e Nagasaki voluto da Truman: non tanto per dare la spallata definitiva ad un Giappone ormai agonizzante, quanto per mostrare ai russi quali terribile arma avessero gli americani da far valere nel quadro dei rapporti di forza a livello internazionale. Un’altra causa plausibile per spiegare l’attacco su Dresda riguardava la saldezza del fronte interno tedesco e la necessità di minarne le basi con azioni terroristiche in grande stile. A questo proposito i bombardamenti convenzionali sulla Germania non bastavano più, erano necessarie altre armi terribili come le bombe incendiarie per carbonizzare e terrorizzare migliaia di innocenti. Ma come spiega Irving, nel saggio citato, dopo Dresda non ci furono più altre azioni simili e così il fronte interno tedesco resse fino al suicidio di Hitler e alla cessazione delle ostilità l’8 maggio ’45. I russi arrivarono a Dresda appunto l’8 maggio: il tremendo bombardamento non era servito a "liberare" Dresda neppure un giorno prima della fine della guerra.

    Se gli obiettivi politico-militari del quadruplice attacco furono un fallimento, il risultato fu un’immane catastrofe per una splendida città e per migliaia di contadini annientati e di bambini bruciati vivi per l’intenso calore, carbonizzati, diventati cenere e asfissiati dal monossido di carbonio e dal fumo. Più di 240 chilometri quadrati della città furono divorati in una solo notte e la città bruciò per 7 giorni e 7 notti.

    Chi scrive è convinto che la tragedia di Dresda è ancora oggi poco conosciuta al di fuori della Germania. Forse è il destino della storia che esalta i vincitori, nascondendo gli orrori da essi provocati, e denigra eccessivamente i perdenti, misconoscendo come in questo caso le orribili sofferenze patite dai civili inermi.



    L' OLOCAUSTO DI DRESDA

  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: L'olocausto di Dresda










    Ultima modifica di Avamposto; 01-08-10 alle 09:29

  3. #3
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: L'olocausto di Dresda

    13 febbraio 1945: Apocalisse a Dresda - La barbarie democratica



    C’è un monumento nella parte settentrionale di Dresda che ricorda le vittime del quadruplice bombardamento del 13-14 e 15 febbraio del ’45 su Dresda. Sulla lapide sono poste due domande: "Quanti morirono? Chi conosce il numero?". Purtroppo il numero finale di morti non potrà mai essere definito con precisione: alcuni storici come David Irving ("Apocalisse a Dresda", 1963) calcolano 135000 decessi ma altre ricostruzioni storiche arrivano a cifre apocalittiche: 200000 morti, più delle vittime di Hiroscima e Nagasaki messe assieme, molte di più dei pur violenti bombardamenti su Berlino, Amburgo e Tokio nel corso della seconda guerra mondiale.

    Come mai un numero così impressionante di morti in una città che arrivava prima della guerra a 630000 abitanti? Ma soprattutto, quali ragioni militari e politiche spiegano la decisione di bombardare un gioiello architettonico privo di obiettivi strategici? Chi ha preso la decisione? Sono tutte domande alle quali studi recenti danno una risposta in gran parte soddisfacente, ma non priva di zone d’ombra.

    La situazione a Dresda prima dei bombardamenti.
    La vita prima dell’evacuazione in massa dei tedeschi orientali di fronte all’avanzata sovietica contava circa 630000 abitanti. Era una delle più belle città tedesche dell’epoca, edificata con spiccate forme architettoniche rococò già durante il XVIII secolo fino a diventare l’"Atene" e la "Firenze dell’Elba". Di fronte all’impressionante avanzata nell’est europeo dell’Armata Rossa moltissimi tedeschi fuggirono inorriditi dalle loro case, anche a causa delle violenze che i russi infliggevano ai civili che si rifiutavano di evacuare la zona da loro abitata.E’ evidente nei russi il desiderio di vendicare la distruzione del loro territorio ad opera delle Wehrmacht e contemporaneamente le tante sofferenze patite dai civili russi: fucilazioni di massa, stupri, incendi di interi villaggi, deportazione degli uomini nei lager, ecc.

    L’affluenza dei profughi verso Dresda aumentò quando i russi furono molto vicini al confine con la Germania. Ben 5 milioni di tedeschi abbandonarono la propria casa tra il gennaio e il febbraio ’45. In quel momento sembrò che tutta la Germania orientale fosse perduta (Prussia e Slesia) e il centro più sicuro fosse Dresda in Sassonia. In pochi mesi la popolazione a Dresda oscillò tra 1200000 e 1400000 unità. Da parte delle autorità tedesche e dei civili c’era l’illusione che Dresda non sarebbe mai stata attaccata dal cielo a causa della quasi totale mancanza di industrie che lavorassero per la guerra. Anche le bellezze architettoniche e i tesori artistici sembravano fare di Dresda una realtà estranea alla guerra. Nei mesi precedenti c’era stato solo un debole tentativo di distruggere l’area industriale della città (7 ottobre ‘44). L’incursione aerea provocò 438 morti. Un’altra incursione aerea (16 gennaio ’45) aveva causato 376 vittime.

    Tutto questo spiega la totale mancanza della contraerea e di strutture di rifugio per i civili in caso di attacco dal cielo. Ma il 13 febbraio alle ore 22 e 19 si scatenò l’inferno nonostante in alcuni campi intorno alla città vi fossero circa 26000 prigionieri di guerra di diverse nazionalità, tra cui molti inglesi. Aveva così inizio l’operazione "thunderclap" (Colpo di tuono) con l’obiettivo della "tempesta di fuoco" sulla città, ossia il bombardamento con finalità terroristiche, voluto soprattutto da Churchill.

    Il quadruplice attacco.
    Il primo attacco, il 13 febbraio, durò dalle 22 e 9 fino alle 22 e 35 e sulla città furono sganciate circa 3000 bombe dirompenti e 400000 incendiarie. Molte dirompenti pesavano tra i 1800 e i 3600 chilogrammi. L’incursione della RAF colse di sorpresa abitanti e autorità. Nel sottosuolo erano state costruite molte gallerie ma queste strutture erano del tutto inadeguate di fronte alle incendiarie le quali appiccavano rovinosi incendi che penetravano facilmente nei rifugi antiaerei non dotati di ventilazione. I singoli rifugi erano divisi da pareti che all’occorrenza erano facilmente abbattibili, tutto questo facilitò il propagarsi dei gas caldi uccidendo migliaia di persone asserragliate nei rifugi.

    Durante il secondo attacco, il 14 febbraio, dall’1 e 22 all’1 e 54 , su una città già violentemente colpita, furono sganciate circa 4500 dirompenti e 170000 incendiarie. Nelle due operazioni vennero utilizzati 1400 bombardieri con 6000 aviatori. L’intervallo di 3 ore doveva servire per colpire anche le strutture antincendio e di "protezione civile" che nel frattempo sarebbero affluite a Dresda. Contemporaneamente sarebbe stato possibile sorprendere la popolazione fuori dai rifugi.

    Ormai è chiaro qual era l’obiettivo: infliggere danni gravissimi alla città colpendo la parte più debole ma anche estranea alla guerra: gli abitanti e i profughi dell’Est privi di protezione da parte delle autorità militari tedesche. Al termine del secondo attacco la città era un gigantesco incendio visibile nel buio della notte a centinaia di chilometri di distanza. Il denso fumo nero che si alzava era causato dalle strutture delle abitazioni che ardevano ma anche dalla combustione di migliaia di corpi di civili.

    Il terzo attacco, sempre il 14 febbraio, però questa volta in pieno giorno, riversò su Dresda 1500 dirompenti e 50000 incendiarie. Furono impiegate 1350 fortezze volanti e Liberatores 14 ore dopo il primo attacco. Il quarto attacco su una città che continuava ad ardere avvenne il 15 febbraio, durò circa 40 minuti in pieno giorno, e riversò sulla città 900 dirompenti e 50000 incendiarie. Gli ultimi due attacchi furono condotti dall’aviazione americana.

    L’obiettivo erano ancora i civili, infatti furono utilizzate ancora le incendiarie e soprattutto i terribili "Mosquito" i quali mitragliavano, passando appena sopra i tetti delle case, tutto ciò che si muoveva. Così i civili che miracolosamente erano sopravvissuti furono mitragliati dai piloti americani vicino al fiume e nei parchi cittadini dove l’entità delle distruzioni era minore. L’ultimo attacco ci fu il 2 marzo quandi più di 1200 bombardieri finirono di distruggere il poco che ancora era rimasto in piedi nella città. Anche questa volta lo scalo ferroviario non fu colpito.

    Perché questa orrenda carneficina?
    E’ necessario, come sempre quando si analizzano fatti storici, distinguere le ragioni addotte dagli aggressori e le probabili cause dello stesso avvenimento evidenziate dagli storici. Per inglesi e americani Dresda era una città di particolare importanza strategica a livello militare (passaggio di truppe dirette ad Est), industriale (molte fabbriche lavoravano per la guerra) e come snodo ferroviario della Germania centro-orientale. In più gli anglo-americani sostenevano che a Yalta i russi avevano chiesto incursioni aeree alleate sulle città tedesche per facilitare l’avanzata dell’Armata Rossa.

    Le prime due ragioni erano assolutamente fuori luogo (era impensabile che le truppe tedesche passassero proprio nel centro della città). L’ultima affermazione fu smentita dai russi dopo la guerra. Solo la terza aveva qualche validità. Ma allora perché usare prevalentemente le incendiarie se l’obiettivo era anche il sistema ferroviario di Dresda? Secondo i sopravvissuti al quadruplice attacco i danni che le strutture ferroviarie di Dresda riportarono erano minimi. Solo 3 giorni dopo fu possibile far circolare di nuovo i treni. Invece nella stazione centrale erano stati trovati migliaia di corpi privi di vita a causa delle altissime temperature (fino a 1000 gradi) e dei gas venefici respirati. Non fu neanche attaccato l’aereoporto civile e militare di Dresda-Klotrch nonostante il sovraffollamento di velivoli. Anche l’area industriale fu poco danneggiata.

    Quali sono allora le cause?
    Secondo Irving, Dresda potrebbe essere definito il primo episodio della "Guerra fredda" piuttosto che un evento traumatico dei mesi che precedono la fine della II guerra mondiale. Infatti le truppe russe fin dal ’44 avanzavano velocemente e senza ostacoli dispiegando una potenza bellica quasi illimitata in fatto di uomini arruolati. Invece le operazioni anglo-americane nel continente sembravano immobili: il fronte italiano era bloccato lungo l’Appennino tosco-marchigiano e l’avanzata dopo lo sbarco in Normandia procedeva con relativa lentezza. A questo punto il disastroso bombardamento di Dresda serviva anche per mostrare ai russi, i quali avevano ormai occupato gran parte dell’Est europeo, di quale potenza di fuoco disponessero gli alleati.

    La conferenza di Yalta (4 – 11 febbraio ’45) si era appena conclusa in Crimea e i tre grandi: Roosvelt, Churchill e Stalin avevano diviso l’Europa e il mondo in due grandi aree di influenza politico-economico e militare. Il bombardamento di Dresda doveva servire ai russi per capire che lo stesso trattamento poteva essere riservato a loro se i patti di Yalta nono fossero stati rispettati. Nelle sue memorie di guerra sembra che Churchill sia stato incapace di qualsiasi minima emozione al ricordo dell'attacco a Dresda. Ha scritto: "Lo scorso mese abbiamo effettuato un pesante raid su Dresda, allora un centro di comunicazione del fronte orientale tedesco".

    Probabilmente la stessa logica è alla base del duplice bombardamento atomico di Hiroscima e Nagasaki voluto da Truman: non tanto per dare la spallata definitiva ad un Giappone ormai agonizzante, quanto per mostrare ai russi quali terribile arma avessero gli americani da far valere nel quadro dei rapporti di forza a livello internazionale. Un’altra causa plausibile per spiegare l’attacco su Dresda riguardava la saldezza del fronte interno tedesco e la necessità di minarne le basi con azioni terroristiche in grande stile. A questo proposito i bombardamenti convenzionali sulla Germania non bastavano più, erano necessarie altre armi terribili come le bombe incendiarie per carbonizzare e terrorizzare migliaia di innocenti. Ma come spiega Irving, nel saggio citato, dopo Dresda non ci furono più altre azioni simili e così il fronte interno tedesco resse fino al suicidio di Hitler e alla cessazione delle ostilità l’8 maggio ’45. I russi arrivarono a Dresda appunto l’8 maggio: il tremendo bombardamento non era servito a "liberare" Dresda neppure un giorno prima della fine della guerra.

    Se gli obiettivi politico-militari del quadruplice attacco furono un fallimento, il risultato fu un’immane catastrofe per una splendida città e per migliaia di contadini annientati e di bambini bruciati vivi per l’intenso calore, carbonizzati, diventati cenere e asfissiati dal monossido di carbonio e dal fumo. Più di 240 chilometri quadrati della città furono divorati in una solo notte e la città bruciò per 7 giorni e 7 notti.

    Chi scrive è convinto che la tragedia di Dresda è ancora oggi poco conosciuta al di fuori della Germania. Forse è il destino della storia che esalta i vincitori, nascondendo gli orrori da essi provocati, e denigra eccessivamente i perdenti, misconoscendo come in questo caso le orribili sofferenze patite dai civili inermi.



    Apocalisse a Dresda 1945

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: L'olocausto di Dresda

    DRESDA 1945: LA BARBARIE DEMOCRATICA
    In occasione dell’anniversario del bombardamento su Dresda, vari quotidiani hanno riportato la notizia che...

    Il leader dell'estrema destra lo definisce "un grande criminale" poi smentisce
    Haider ora attacca Churcill


    Se Haider ritratta, noi confermiamo: Churchill fu un criminale. Come si dovrebbe chiamare, altrimenti, chi ordinò nel corso della seconda guerra mondiale il bombardamento su Dresda?

    "Fu un inevitabile prezzo da pagare per la liberazione dell’Europa e del mondo dalla barbarie nazista": così gli anglo-americani giustificarono e giustificano la terribile azione aerea compiuta sulla città tedesca nel febbraio del 1945. Essi -i "liberatori"- quel massacro se lo sarebbero risparmiato volentieri, ma vi furono costretti -così si scusano- per poter offrire alle future generazioni un mondo nuovo: "Bisognava piegare il Terzo Reich, e bisognava anche dare una lezione alla popolazione tedesca che lo aveva sostenuto, e aiutato a portare il mondo sull’orlo dell’abisso. A Dresda morirono tante persone, è vero, ma quante ne avevano uccise i tedeschi? e quante ne sono state risparmiate dall’accelerazione della caduta del nazismo a cui quel bombardamento contribuì? Sì, furono uccise tante persone -conclusero e concludono i governanti democratici installati a Londra e a Washington (... e a Roma)- ma lo si fece per il bene dell’umanità."

    Churchill: se fossi stato italiano,
    sarei stato fascista

    "Nazioni diverse hanno modi diversi di fare la stessa cosa. (...). Nessuna questione politica può essere giudicata indipendentemente dalla propria atmosfera e dal proprio ambiente. Se fossi stato italiano, sono sicuro che sarei stato con voi dal principio alla fine contro i bestiali appetiti e le passioni del leninismo. Ma in Inghilterra non abbiamo avuto ancora da affrontare questo pericolo sotto la stessa forma micidiale. Noi abbiamo il nostro modo particolare di fare le cose. Ma su una cosa non ho il minimo dubbio, e cioè che noi [fascisti e democratici uniti -n.] riusciremo, nella lotta contro il comunismo, a strozzarlo.

    "Dirò (...) qualche parola su un aspetto internazionale del fascismo. Esternamente, il vostro movimento ha reso un servizio al mondo intero. Il gran timore che ha sempre tormentato ogni capo democratico o socialista è quello di essere silurato o superato da qualche altro capo più estremista di lui. Si disse che una continua corsa verso la sinistra, una specie di fatale franamento verso l'abisso, fosse la caratteristica di tutte le rivoluzioni: l'Italia ha dimostrato che v'è un modo di combattere le forze sovversive, modo che può richiamare la massa del popolo ad una reale cooperazione con l'onore e gli interessi dello Stato."

    (W. Churchill, discorso all’Ambasciata inglese a Roma il 20.1.'27)

    I fatti raccontano tutt’altra storia.

    All’inizio del 1945 il destino militare della Germania di Hitler era ormai segnato: gli anglo-americani la stringevano sul Reno e dal Nord Italia, le truppe di Stalin sull’Oder. A Dresda non vivevano solo i suoi 630mila abitanti di "razza teutonica" e, in buoni rapporti reciproci, alcune decine di migliaia di prigionieri inglesi. Nelle sue strade, nelle sue stazioni, nei suoi ricoveri la splendida città ospitava, stracolma, centinaia di migliaia di sfollati provenienti dalle regioni della Germania dell’Est.

    Il 13 e il 14 febbraio gli aerei da guerra alleati ne fecero una città morta.

    I vertici militari e governativi inglesi e statunitensi dissero che gli obiettivi dell’azione militare erano stati lo scalo ferroviario di Dresda e le sue industrie militari. Queste e quello però furono appena scalfiti dalle bombe. "Si è stupiti -scrisse il 22 febbraio 1953 in un suo editoriale il giornale di Monaco Suddeutsche Zeitung- per la straordinaria precisione con cui furono distrutte le zone residenziali della città, ma non le installazioni importanti (dal punto di vista militare e industriale, n.). La stazione centrale di Dresda (dove s’erano affollati i profughi e che non rappresentava lo snodo principale -collocato in periferia- per il trasporto merci e truppe, n.) era piena di pile di cadaveri, ma le linee ferroviarie erano solo lievemente danneggiate e dopo un breve periodo furono di nuovo in funzione."

    Le bombe furono lanciate di proposito da ben altra parte, nel corso di tre incursioni scientificamente temporizzate. La prima, durata dalle 22.13 alle 22.30 del 13, servì per innescare nei quartieri proletari e nel centro della città una tempesta di fuoco. Il terribile fenomeno era già stato scatenato dalla Raf nell’estate del 1943 ad Amburgo e in seguito in altri centri minori della Germania. Si era sempre trattato, però, di un’imprevista conseguenza del bombardamento. Nell’incursione su Dresda, invece, essa fu pianificata a tavolino. Furono lanciati a tal fine due tipi di bombe: da un lato le block buster che, con i loro spostamenti d’aria, servirono a tirar giù i muri e i tetti dei fabbricati; dall’altro lato gli spezzoni incendiari, che appiccarono il fuoco ai mobili, alle stoffe e alle travi in legno degli interni. Il diluvio fu concentrato ossessivamente negli stessi punti, in un’area molto ristretta, in modo da surriscaldare l’atmosfera, produrre violente correnti ascensionali e risucchiare l’aria dalle zone vicine con un vento infernale a bassa quota.

    L’effetto voluto si realizzò.

    Già alle 22.30 un vento caldo cominciò ad alitare verso il centro di Dresda a 60-70 chilometri all’ora. Le vittime -fino a quel momento- erano "solo" poche migliaia. Sotto terra, nei rifugi, quasi tutti i cittadini e gli sfollati erano vivi. Attendevano lì il cessato allarme. E fu la loro rovina. Alle 23.00 il vento di fuoco aveva superato i 130 chilometri orari, a mezzanotte i 200. I piccoli incendi si fusero in un solo rogo, alimentato da un colossale mantice atmosferico. L’uragano di fuoco portò la temperatura a valori così alti che gli organismi umani nascosti nei rifugi si dissolsero o furono arrostiti. Nei ricoveri più profondi, l’ondata termica non superò i livelli di guardia, ma l’aria, satura di monossido di carbonio, divenne presto irrespirabile, e centomila e più larve di esseri umani agonizzarono in preda al soffocamento progressivo, fino alla morte per disidratazione e per avvelenamento. La seconda incursione su Dresda non era ancora incominciata.

    Ebbe il via all’1.23 del 14 coll’obiettivo di alimentare la tempesta di fuoco e di lasciare sul terreno i soccorsi nel frattempo giunti dalle città vicine. (È la tecnica del doppio colpo che le democrazie occidentali avevano da poco inventato e che hanno riutilizzato -sempre per il bene dell’umanità, naturalmente!- nella primavera scorsa contro i popoli jugoslavi.) A mezzogiorno del 14 febbraio, la terza incursione: come avvoltoi, i caccia "Mustang" statunitensi si fiondarono sulla città in fiamme e, a volo radente, mitragliarono le colonne di profughi che cercavano di fuggire dall’inferno di Dresda: "Ogni volta che colonne di gente entravano o uscivano dalla città, arrivavano loro addosso i caccia, a crivellare strade, uomini e mezzi a colpi di mitragliatrici e di cannoncini." (Irving D., Apocalisse a Dresda. I bombardamenti del febbraio 1945, Verona, Mondadori, 1965, p. 257).

    Morirono 135.000 persone (documenti tedeschi arrivano a conteggiarne 202.000).

    I vertici anglo-americani dissero che effettuarono il bombardamento su Dresda per venire incontro a una richiesta dei vertici sovietici. Falso. Semmai, esso fu messo in cantiere -alla vigilia della conferenza di Yalta- per spaventare l’Urss: oggi toccava a Dresda, domani poteva toccare a Mosca, se l’Urss non avesse accettato di venire incontro ai piani di dominazione globale degli Usa e della Gran Bretagna in Europa centrale, nei Balcani e in quell’Asia in cui avanzava poderosa la rivoluzione cinese e quella delle masse lavoratrici dell’Estremo Oriente. Tuttavia il bersaglio centrale del bombardamento di Dresda fu un altro: colpire -per usare le parole della direttiva al "comando bombardieri" del 14.2.42- "il morale della popolazione civile tedesca e, in particolare, degli operai dell’industria".1

    Churchill e Roosevelt cominciavano a guardare al dopoguerra. Erano preoccupati che i lavoratori dell’Europa scendessero in lotta per regolare i conti col nazi-fascismo in profondità e ne attaccassero le radici, che stanno non nella follia di due persone ma in quella civiltà capitalistica a cui i "liberatori" anglo-americani non erano meno legati di Hitler e Mussolini. Erano preoccupati di non raggiungere il vero obiettivo per cui erano entrati in guerra contro la Germania: eliminare il brigante-Hitler (da essi aiutato a farsi strada) che voleva sostituirsi al loro dominio sul mondo, sostituirsi a lui e ai suoi alleati nello sfruttamento del proletariato europeo e nel tentativo di ridurre a colonia la Russia e l’Oriente. Erano preoccupati dai moti insurrezionali che percorrevano la Jugoslavia e l’Estremo Oriente. Il comportamento del proletariato tedesco sarebbe stato decisivo. Esso poteva dissotterrare le tradizioni rivoluzionarie di cui aveva gloriosamente dato prova all’indomani della prima guerra mondiale e fungere da coagulo per la rabbia sedimentata nei lavoratori europei dalle sciagure della nuova carneficina imperialista.

    In vista di questa possibilità per essi pericolosa, gli alleati non si limitarono ad occupare il cuore dell’Europa con tre milioni di soldati, ed essere così pronti ad ogni evenienza. Vollero mandare un chiaro avvertimento preventivo alla massa dei lavoratori "teutonici": l’azione su Dresda servì a questo. Come d’altronde gli altri bombardamenti che martellarono durante tutto il conflitto le città tedesche (e della penisola italiana): essi miravano non solo a indebolire lo schieramento militare capeggiato dalla Germania, ma anche (bis in idem) a far vedere alla massa dei lavoratori l’alternativa davanti alla quale essi stavano andando incontro: "O accettate di sottomettervi a noi, i nuovi padroni dell’Europa, o accettate di legarvi a noi e alla nostra conquista dell’Oriente e usufruire in cambio delle ‘delizie’ che vi riserverà la nostra civiltà, oppure vi stermineremo con la potenza di fuoco di cui vi stiamo dando un assaggio." Nell’azione su Dresda lo scopo terroristico era solo più scoperto che altrove.

    Che essa non avesse niente a che fare con il bene dell’umanità se ne rese conto anche una parte degli stessi piloti inglesi. Quando questi ultimi ricevettero gli ordini, non pochi fra loro non credettero alle proprie orecchie. Per motivarli, i vertici militari inventarono vere e proprie menzogne ("attaccherete il quartier generale dell’esercito tedesco a Dresda", "uno stabilimento di gas venefici", "un quartier generale della Gestapo" e via falsificando). Molti puntatori, nel corso del secondo attacco, nauseati, dirottarono i piloti in aperta campagna e fecero sganciare le bombe dove supponevano sarebbero state inoffensive. "L’incredibile bagliore [della tempesta di fuoco, n.], visibile a 320 km di distanza -scrisse un pilota ebreo del 3° Gruppo -, divenne sempre più intenso via via che ci avvicinavamo al bersaglio. Da più di 6.000 metri riuscivamo a scorgere nell’immane rogo dei particolari che non erano mai stati visibili fino ad allora. Per la prima volta in tante operazioni provai pietà per la popolazione là sotto" (Irving D., op. cit., p. 201). Un altro pilota dello stesso gruppo ricorda: "Eravamo così sconcertati davanti al terrificante incendio, che per parecchi minuti continuammo a volteggiare in posizione di attesa, prima di dirigerci verso casa, totalmente soggiogati al pensiero dell’orrore che ci doveva essere là sotto." (ib., p. 206).

    Lanciato l’avvertimento su Dresda e preoccupato che esso potesse trasformarsi in un boomerang per l’orrore suscitato nelle popolazioni europee, Churchill inviò ai capi di stato maggiore un nuovo promemoria che ne inchioda le responsabilità: "Mi sembra che sia arrivato il momento in cui la politica di bombardare le città tedesche soltanto per aumentarvi il terrore, anche se sotto altri pretesti, dovrebbe essere riesaminata. (...) Il ministro degli esteri mi ha parlato a questo riguardo, e io sento il bisogno di una più esclusiva concentrazione sugli obiettivi militari, come il petrolio e le comunicazioni, a preferenza di atti di terrorismo e di voluta distruzione, per quanto impressionanti." (ib., p. 324, s.n.).

    Cosa vogliamo dire con questo? Che se i bombardamenti anglo-americani fossero stati limitati agli obiettivi militari sarebbero stati legittimi? Che la crociata democratica contro il nazi-fascismo sarebbe stata accettabile se fosse stata condotta secondo le regole della cavalleria militare? Nient’affatto. Torniamo a denunciare il bombardamento di Dresda perché esso mostra -agli occhi che vogliono vedere!- il vero movente -criminale- che dettò la partecipazione alla seconda guerra mondiale da parte dell’Inghilterra e degli Stati Uniti. Mostra quanto sia stato suicida per i lavoratori contare su tali "generosi" paesi per portare avanti la lotta contro il nazi-fascismo. Mostra quanto fu delittuosa l’azione dello stalinismo che inchiodò il proletariato internazionale anti-fascista all’alleanza con le criminali democrazie occidentali e lo contrappose innaturalmente ai lavoratori che si ritrovarono dall’altra parte, dietro la bandiera del nazional-socialismo. Getta un fascio di luce sulle vere ragioni che oggi conducono la "Santa Alleanza" democratica a sbraitare contro Haider... Ed è per lanciare questo avvertimento che, su Churchill, noi confermiamo: fu un criminale.

    Nei mesi successivi al bombardamento su Dresda si tentò di ripulirne la fedina e di scaricare la responsabilità dell’azione terroristica sul comandante del "comando bombardieri", l’ufficiale -soprannominato "il macellaio"- A.T. Harris. Gli stessi documenti ufficiali attestano però che l’ordine partì direttamente dal governo, da Churchill in persona: nella serata del 25 gennaio 1945 -con una telefonata al segretario di stato per l’aviazione, Archibald Sinclair- il primo ministro inglese sollecitò lo sviluppo in grande stile dell’offensiva aerea terroristica sulle città della Germania orientale. Certo non fu questo l’ultimo servizio che Churchill rese al criminale per cui agiva, il capitalismo internazionale. Prima che la seconda guerra mondiale finisse, nell’agosto del 1945, contribuì a metterne in atto un altro: lo sganciamento di due bombe nucleari sulla popolazione di Hiroshima e Nagasaki.

    Si disse (e si dice ancora nei berlingueriani libri di testo adottati nelle scuole italiane) che la decisione fu presa per salvare le vite dei soldati americani e per abbreviare la fine della carneficina. Il governo giapponese aveva in realtà già offerto la resa nelle settimane precedenti con l’unica condizione -poi accettata dai governi anglo-americani- di conservare la figura dell’imperatore. Il vero scopo dei due nuovi massacri era quello di fermare l’avanzata dell’Armata Rossa verso la Mongolia e la Cina, e soprattutto far vedere agli sfruttati del mondo intero il tremendo potere distruttivo di cui disponevano gli imperatori democratici del mondo. Al solo pensiero della possibilità di "impressionare il mondo" con la nuova bomba, Churchill "aveva provato eccitazione", come confessò durante la conferenza di Potsdam al ministro della guerra statunitense H. L. Stimson. Niente male per una carriera che, d’altronde, aveva brillato sin dalla gioventù. Con la direzione, nel primo dopoguerra, dei massacri colonialisti compiuti in Iraq in difesa della monarchia installatavi da Londra. Con la partecipazione all’organizzazione delle armate bianche che tentarono di sgozzare la rivoluzione socialista in Russia. Con il sostegno dell’avvento del fascismo in Italia... Insomma, una grande figura nella galleria dei criminali capitalistici. È vero che tale galleria è tutt’altro che sguarnita, e che la posizione di primo piano dell’ex-primo ministro inglese è oggi insidiata da chi, Clinton e D’Alema in testa, pratica il bombardamento terroristico per "impressionare il mondo" contro gli jugoslavi e gli iracheni. A Churchill, però, il ruolo che gli spetta.

    Note

    (1) Si veda l’ufficiale The Strategic Air Offensive Against Germany curata da C. Webster e N. Frankland, H.M.S.O., London, 1961, vol. 1, p. 178.



    DRESDA 1945: la barbarie democratica

  5. #5
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    Predefinito Rif: L'olocausto di Dresda

    Dresda, 1945. La distruzione
    di Mario Grossi - 03/11/2008

    Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]




    Con mio profondo sollievo dopo 4 anni di ricerche indefesse finalmente la verità è venuta a galla.





    Vengo informato da un articolo circostanziato che una commissione di storici, tra i più qualificati si dice (compaiono però nella lista dei membri un tal Gotz Bergander e Helmut Schantz entrambi con la qualifica di testimoni e poi Nicole Schonherr del Museo della donna di Dresda), ha concluso i suoi studi ed è giunta a delle conclusioni inequivocabili. Per poter leggere i resoconti di questo estenuante lavoro si dovrà attendere ancora un anno e solo allora potremo verificare che cosa ci sta scritto dentro. Sto parlando di una Commissione di storici che, istituita nel 2004, aveva come compito di accertare il reale numero di civili morti nel famigerato bombardamento di Dresda.





    Per chi non ricorda i fatti nei giorni tra il 13 e il 15 febbraio 1945 Dresda fu rasa al suolo da uno dei più spaventosi bombardamenti che gli Angloamericani attuarono ai danni della popolazione civile tedesca. Dopo quattro anni di studio la Commissione voluta dalla città (dai suoi notabili) ha raggiunto il verdetto. Non ci furono 250000 morti e nemmeno il più plausibile numero di 140000. Ma di 18000 vittime si deve parlare, restituendo così una realtà storica utilizzata, dice l’articolista, e gonfiata per mera utilità di parte.





    Nel corso degli anni, infatti, ci viene reso noto che dei neonazisti, per avvalorare la tesi dei tedeschi vittime di un olocausto, hanno truccato i dadi e sono riusciti a far credere a tutti che i morti furono molti di più. Dei gruppi marginalizzati, in barba ai nugoli di storici ed accademici vari, sono riusciti in un complotto che a nessuno era riuscito. Con in testa (sempre rispolverato in queste occasioni) David Irving, che in un libro pubblicato negli anni sessanta La distruzione di Dresda, era riuscito nel suo intento, depistando le indagini e convincendo tutti i gonzi di turno che il numero di vittime oscillava tra le 100 e le 250000. Come ci fosse riuscito, un tipo screditato dall’accademia ufficiale, resta un mistero. Aveva ragione lui ed è riuscito a circuire delle ingenue verginelle, oppure le ingenue verginelle non erano in grado di intendere e di volere?





    Sentite cosa scrive il giornalista per convincerci del complotto neonazista: «Nel marzo 1945, la polizia di Dresda aveva stimato che i morti fossero circa 25000. Negli anni successivi, alcuni ex-nazisti aggiunsero uno zero a ognuno dei documenti: la base della falsificazione fu così creata. La sua diffusione, però, avvenne con un lavoro dell’allora giovane David Irving, il famoso negazionista dell’Olocausto.» Come a dire che, in un tempo in cui tutti in Germania si davano alla fuga, tentavano di nascondere il proprio passato, cercavano di salvarsi la pellaccia, qualche tipo ameno apportava una correzione aggiungendo uno zero per creare il mito dei bombardamenti a tappeto. E tutti si sono fatti infinocchiare da un così palese trucco. Come fu aggiunto quello zero? A penna, a matita, in caratteri runici (tanto per avvalorare la pista neonazi)? Come dire che degli scienziati dissidenti, aggiungendo alla distanza tra la Terra e la Luna uno zero, hanno convinto la comunità scientifica di tutto il mondo che il nostro satellite si fosse d’incanto allontanato dal pianeta. Ma veramente chi scrive sui giornali può pretendere dai suoi lettori che si bevano una balla simile?





    Per cui lasciamo perdere queste sciocchezze e veniamo al dunque. Fatta salva la presunta verità storica di tale approdo della ricerca ed ammesso che i morti furono veramente 18000 (la commissione informa che il numero in realtà potrebbe salire, ma solo di qualche migliaia) una tale affermazione mi fa affermare a mia volta: e chi se ne frega! Intendiamoci quel chi se ne frega non va letto come un atto di puro cinismo postumo da parte di uno smemorato e disincantato figlio della contemporaneità inconsapevole del passato. Quel chi se ne frega è motivato per quello che andrò qui di seguito sciorinando.





    Primo. La conta dei morti, di qualsiasi morto, l’ho sempre trovata una pratica macabra degna del peggior necrofilo. Non solo macabra, ma totalmente sterile, in quanto non sposta di una virgola il significato di un evento. Tutte le polemiche che ciclicamente si sono susseguite dopo la pubblicazione di infiniti libri neri mi hanno sempre lasciato indifferente. I morti attribuibili al comunismo sono stati 50 o 70 milioni? E quelli della Chiesa cattolica 3 o 5? E quelli del capitalismo 20 o 28? Mi sembra squallido ridurre tutto ad un derby Milan-Inter perpetuo, giocato non su un campo di calcio ma in un cimitero.





    Secondo. Trovo allucinante che in nome di una presunta verità storica un gruppo di studiosi, come ci ricorda il giornalista, per quattro anni di fila metta mano ai certificati di sepoltura, faccia ricerche archeologiche sui 34 chilometri quadrati del bombardamento, abbia cercato nuove prove scientifiche e studiato centinaia di testimonianza scritte. Ci mancava solo che si profanassero tombe e cadaveri e lo scenario sarebbe stato completo. Per dire cosa? Che i morti furono “solo” 18000 mila. E allora? Di questo se ne rende conto il giornalista che si affretta a dire che «questo studio non risolve la vecchia questione se si sia trattato di “crimine di guerra” o di “atto di guerra”: quella è una questione di letture che gli storici militari danno della necessità o meno di bombardare la città. Rimette però la verità coi piedi per terra». Come se io sulla bilancia affermassi, per rimettere la verità con i piedi per terra, di pesare 1 chilo di più e smettessi nel contempo di chiedermi se sono grasso o no! Pura futilità!





    Terzo. Continua a farmi arrabbiare il fatto che si possa violare impunemente la memoria di vittime innocenti (in questo caso naturalmente qualcuno eccepirà dicendo che i civili tedeschi non erano innocenti in quanto sostenitori del “male assoluto”) solo se fanno parte di un cumulo di cadaveri che vengono ritenuti indegni di pietà (proprio perché colpevoli di un male cosmico). Ve l’immaginate voi se una commissione di storici, dopo lunghi anni di studi arrivasse ad affermare che a Dachau non perirono nel campo di concentramento 600000 internati ma “solo” 450000. Un putiferio di attacchi contro il risorgente antisemitismo e revisionismo di storici bla, bla, bla.





    Quarto. Continuo ad essere convinto che il fatto in sé è importante per qualsiasi ricerca. La nozione, come quark di ogni conoscenza, è basale. Ma il puro dato non sostituisce mai la visione che ne scaturisce. Il dato informa la visione, la rende forte e veritiera ma non si sostituisce a lei. Fondamentale, per il corpo umano, lo scheletro ed i muscoli così come il cervello. Ma la vita umana è altro e di più di una semplice somma di organi. Così la Storia, che si fonda sui fatti, è altro e di più di un semplice susseguirsi di avvenimenti (che poi per me non abbia senso è un altro paio di maniche).





    Quinto. Anche nel regno della quantità, il giusto e l’ingiusto non si misurano con il consenso, ma con un percorso intellettuale che permette di affermare, al di là della pura quantità numerica, il rispetto o meno dei principi (poi naturalmente bisogna mettersi d’accordo sui principi, ma questo è un altro paio di maniche ancora).





    A questo punto, tra gli innumerevoli libri che hanno trattato dell’argomento, ne ho riesumato uno che, pur non essendo un testo storico, vale la pena di essere preso in considerazione, anche se steso in maniera tutt’altro che organica, perché vi si trovano interessanti spunti di contorno per inquadrare la situazione.





    Sto parlando di Storia naturale della distruzione di W. G. Sebald pubblicato da Adelphi nel 2004. Il testo, è la trasposizione di una serie di conferenze che l’autore tenne a Zurigo e che ha come argomento la guerra aerea e la letteratura. Si domanda l’autore come è stato possibile che in Germania nessun autore di rilievo sia stato in grado di rappresentare, al di là del manierismo delle descrizioni che talvolta compaiono, la realtà dei bombardamenti. E da qui il ragionamento saltellante tocca i punti più infuocati della questione a partire dal senso di quei bombardamenti.





    «Da che cosa sarebbe dovuta cominciare - si cheide Sebald - una storia naturale della distruzione? Da uno sguardo d’insieme sulle premesse tecniche, organizzative e politiche che consentono di realizzare attacchi aerei su larga scala? O da una descrizione scientifica del fenomeno - sino allora sconosciuto - delle tempeste di fuoco, che tracciasse la mappa, in termini patologici, delle specifiche cause di morte? Oppure da studi comportamentali sull’istinto di fuga e su quello di ritorno?





    L’autore si rende conto immediatamente che non sono sufficienti i numeri a dare un significato “vero” alla catastrofe che si scatenò sulle città tedesche. «È difficile riuscire oggi a farsi un’idea anche solo vagamente adeguata dell’immane devastazione che s’abbattè sulle città tedesche negli ultimi anni della seconda guerra mondiale,… la sola Royal Air Force sganciò sul territorio nemico un milione di tonnellate di bombe in quattrocentomila incursioni, che delle centotrentuno città attaccate parecchie vennero quasi interamente rase al suolo, che fra i civili le vittime della guerra aerea in Germania ammontarono a seicentomila persone, che tre milioni e mezzo di alloggi andarono distrutti, che alla fine del conflitto i senzatetto erano sette milioni e mezzo, che a ogni abitante di Colonia, e a ogni abitante di Amburgo o Dresda toccarono rispettivamente 31,4 e 42,8 metri cubi di macerie - anche se tutto questo ci è noto, non sappiamo però che cosa significhi nella realtà. Quell’opera di annientamento, senza precedenti nella storia… » non sappiamo bene cosa fu.





    Vanno prese in considerazione intanto le premesse, ideologiche prima e logistiche poi, partendo da una domanda sempre presente in tutti gli studi e in tutte le valutazioni che di questi fatti si sono date. «Il piano di bombardamenti indiscriminati, caldeggiato fin dal 1940 da alcuni gruppi all’interno della Royal Air Force e messo in atto a partire dal febbraio 1942 con immenso dispendio di risorse umane ed economico-militari, era strategicamente o moralmente giustificabile? E, in caso affermativo, in che modo?».





    La strategia del cosiddetto area bombing ebbe origine dalla posizione assolutamente marginale in cui era venuta a trovarsi la Gran Bretagna nel 1941. La Germania era al culmine della sua potenza e Churchill scrisse che la via per obbligare Hitler a confrontarsi con gli inglesi era una sola «and that is an absolutely devastating exterminating attack by very heavy bombers from this country upon the Nazi homeland.»





    Scopo di questa strategia era «to destroy the morale of the enimy civilian population and, in particular, of the industrial workers». Anche quando fu chiaro che questo tipo di strategia terroristica non portava a nessun significativo risultato e quando sarebbe stato possibile scatenare attacchi aerei molto più precisi e selettivi che avrebbero potuto paralizzare l’intero sistema produttivo si continuò nei bombardamenti indiscriminati. Qui Sebald introduce una duplice interpretazione che porterebbe a spiegare perché non si abbandonò questa strategia. Da un lato: «un’impresa con le dimensioni materiali e organizzative richieste da una simile offensiva aerea, che ingoiava un terzo della produzione bellica britannica, essa aveva raggiunto il massimo sviluppo, vale a dire la massima capacità distruttiva. Abbandonare lì, inutilizzati, sui campi d’aviazione dell’Inghilterra orientale i materiali ormai prodotti, era un’idea cui si ribellava il sano istinto economico».





    Dall’altro: la mentalità di sir Arthur Harris (Commander in Chief of Bomber Command) il qule credeva nella distruzione per la distruzione e «rispondeva quindi al fondamentale principio ispiratore di qualsiasi guerra: il più completo annichilimento del nemico, compresi i luoghi di questi abitanti, la sua storia e il suo ambiente naturale». La linea di Harris era «la distruzione in quanto tale. La guerra costruita sui bombardamenti era guerra in forma pura e scoperta e i civili non sono più vittime sacrificate sulla via che conduce a un qualche obiettivo, bensì esse stesse - nel vero senso del termine - e l’obiettivo e la via.»





    Da un lato quindi la ruota produttiva che non si ferma e deve consumare i suoi prodotti (aerei e bombe) immettendoli sul mercato (della guerra) e dall’altra la mente criminale di Harris che porta alle estreme conseguenze il significato della guerra terroristica trasformando i civili da “danni collaterali” a obiettivi in sé. Ma se tutto questo spiega le premesse ed il significato di questo “crimine di guerra”, che molti vorrebbero derubricare a semplice “atto di guerra”, la descrizione dell’attacco aereo su Amburgo (il nome in codice, “Operazione Gomorra“, la dice lunga sulla mentalità degli incursori) dà invece la dimensione apocalittica in cui i civili si trovarono coinvolti.





    «Durante l’attacco del 28 luglio (1943), che iniziò all’una di notte, furono sganciate diecimila tonnellate di bombe dirompenti e incendiarie sulla zona residenziale a est dell’Elba, zona densamente popolata. Seguendo una tecnica già sperimentata, in primo luogo si scardinarono e si distrussero tutte le porte e le finestre mediante bombe dirompenti da poco meno di due tonnellate l’una, quindi con piccoli ordigni incendiari si appiccò il fuoco ai solai, mentre in contemporanea bombe incendiarie capaci di raggiungere i quindici chilogrammi penetravano fin nei sotterranei. Nel giro di pochi minuti, sui circa venti chilometri quadrati dell’area attaccata, scoppiarono giganteschi incendi e si propagarono così rapidamente che, già un quarto d’ora dopo la caduta delle prime bombe, l’intero spazio aereo divenne - a perdita d’occhio - un unico mare di fiamme. Il fuoco, levandosi nel cielo in vampe alte duemila metri, attirava a sé l’ossigeno con una violenza tale che le correnti d’aria raggiunsero la forza di uragani e rintronarono come poderosi organi nei quali fossero tirati all’unisono tutti i registri. L’incendio continuò così per tre ore. Giunta al culmine, la tempesta prese a sollevare i cornicioni e i tetti delle case, fece mulinare nell’aria travi ed intere file di pannelli pubblicitari, sradicò alberi e trascinò con sé esseri umani trasformati in fiaccole viventi. Dietro le facciate che crollavano, lingue di fuoco alte come palazzi salivano al cielo: simili a una mareggiata, si riversarono nelle strade a una velocità di oltre centocinquanta chilometri l’ora, come rulli di fuoco aperti. In alcuni canali ardeva l’acqua. Nelle carrozze dei tram si scioglievano i finestrini. Chi era scappato dai rifugi cadeva adesso, in grotteschi contorcimenti, sull’asfalto liquefatto che si gonfiava in grosse bolle. Nessuno sa con certezza quanti abbiano perso la vita quella notte o quanti siano impazziti prima di essere colti dalla morte. Al sopraggiungere dell’alba, la luce estiva non riuscì a fendere la cappa di piombo che sovrastava la città. Il fumo aveva raggiunto gli ottomila metri di altezza e lassù si era allargato in un gigantesco ammasso nuvoloso e cumuliforme, simile a un’incudine. Ovunque corpi orribilmente dilaniati. Su alcuni guizzavano ancora le fiammelle azzurrognole del fosforo; altri bruciando avevano assunto un colore bruno o purpureo e si erano ridotti a un terzo della loro grandezza naturale. Giacevano contorti nelle pozze del loro grasso in parte già solidificato. Si rinvennero anche ammassi di carne e di ossa o intere montagne di corpi, lessati nell’acqua bollente che era schizzata fuori dalle caldaie esplose; altri, ancora, furono scoperti ormai carbonizzati e ridotti in cenere a causa del calore che aveva superato i mille gradi.»





    Vi risparmio le descrizioni più crude: mosche e topi in coesistenza coatta con i superstiti in un fetore crescente. Un vero e proprio inferno voluto e perseguito come una sorte di giudizio universale anticipato e prodotto dagli angeli sterminatori che a cavallo dei loro uccelli d’acciaio si convinsero che quei roghi potessero purificare una nazione rea di essersi alleata col Maligno. Magistrale a tal proposito la descrizione del bombardamento dello zoo di Berlino con i pachidermi impazziti. Annota l’autore che bombardare uno zoo che dovrebbe simboleggiare un Paradiso terrestre corrispondeva ad evocare un inferno contrapposto a quel paradiso terrestre ed alla terra che lo ospitava.





    Indicativo infine questo dialogo all’interno di un aereo alleato al ritorno da una missione tra i membri dell’equipaggio che commentano tra loro. Uno dice esaltato: “By God, that looks like a bloody good show“. Un altro: “Best I’ve ever seen“. E un terzo:”Look at that fire! Oh boy!”





    Ed anche se il macabro balletto delle cifre continua, di crimini di guerra si trattò e non sarà una commissione di storici che sembra più una banda di becchini a poter dimostrare il contrario.





    Dresda, 1945. La distruzione, Mario Grossi

  6. #6
    Avamposto
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    Predefinito Rif: L'olocausto di Dresda

    13-14 Febbraio 1945: perche' Dresda e' stata distrutta

    Il mito della Guerra buona: l'America nella seconda guerra mondiale -



    di JACQUES R. PAUWELS

    Global Research

    Il mito della guerra buona: l’America nella Seconda Guerra Mondiale.

    Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio, Dresda, bella e antica capitale della Sassonia, è stata attaccata ben tre volte, due dalla RAF e una dall’USAF (United States Army Air Force), all’interno di un’operazione che ha coinvolto più di mille caccia bombardieri. Le conseguenze sono state catastrofiche, la città è stata interamente rasa al suolo e il numero dei morti è compreso tra i 25 e i 40 mila.[1] Dresda non era una città strategica dal punto di vista militare o industriale e di certo non rappresentava un target proporzionato all’insolita strategia di attacco delle forze anglo-americane. La città non è stata bombardata per vendicare dei raid tedeschi precedenti su città come Rotterdam o Coventry. A far scontare la distruzione di quelle città, duramente colpite dalla Luftwaffe nel 1940, ci hanno pensato Berlino, Amburgo e Colonia e molte altre città grandi e piccole che hanno pagato duramente nel 1942, 1943 e 1944. Per di più, dall’inizio del 1945, i comandi alleati sapevano perfettamente che anche il più feroce raid aereo non avrebbe “Terrorizzato [così tanto i tedeschi] da farli arrendere”[2] così non sembra molto realistico attribuire a questo motivo la pianificazione del bombardamento. Sembra piuttosto un massacro senza senso e si profila come una premessa del terribile annientamento di Hiroshima e Nagasaki, a causa delle quali, si pensava che il Giappone avrebbe capitolato.

    In tempi recenti, il bombardamento di nazioni e città è diventata una strategia usuale, razionalizzata non solo dai nostri leader politici ma presentata dai media come un massacro perfettamente legittimo per ottenere obbiettivi strategici di natura militare. Secondo questa logica anche il terribile bombardamento di Dresda è stato riabilitato da uno storico inglese, Frederick Taylor, sostenendo che l’immensa distruzione della città sassone non fosse stata programmata dagli strateghi dell’attacco ma sia stata un inaspettato risultato causato da circostanze fortuite, incluse le perfette condizioni meteo e le inadeguate difese anti-aeree tedesche.[3] Al di là di questo le dichiarazioni di Taylor sono in contraddizione con un fatto che lui stesso espone nel suo libro, cioè che approssimativamente 40 bombe se ne sono andate per conto loro e sono finite a Praga invece che a Dresda[4]. Se tutto fosse andato secondo i piani, la distruzione di Dresda sarebbe stata ancora peggiore di quello che è stata, quindi è ovvio che un insolito alto grado di distruzione era sottinteso. Ancora più grave è l’insistenza di Taylor sul fatto che Dresda costituisse un target legittimo, non in quanto centro militare ma come importante snodo ferroviario come la maggior parte delle città industriali, in cui un grande numero di imprese e officine producevano ogni sorta di importante equipaggiamento militare. Alla luce dei fatti, però, quella “legittimazione” difficilmente ha giocato un ruolo decisivo nei calcoli della pianificazione dell’attacco. Prima di tutto perché l’unica installazione militare davvero importante, un campo d’aviazione della Luftwaffe situato pochi chilometri a nord della città, non è stato attaccato; secondo, l’importante snodo ferroviario non è stato indicato come target dalla squadriglia di caccia-esploratori inglese “Pathfinder” che hanno guidato i piani di attacco e, terzo, alle formazioni è stato ordinato di sganciare le loro bombe sul centro città, situato più a nord rispetto alla stazione dei treni.[5] Di conseguenza anche se gli americani avessero effettivamente bombardato la stazione uccidendo moltissime persone, essa avrebbe solo relativamente sofferto del danno strutturale causato dalle bombe, comunque talmente piccolo da permettere facilmente il trasporto di truppe durante l’operazione;[6] infine, la maggior parte delle industrie militari di Dresda non erano situate nella città quanto piuttosto nei sobborghi, dove non sono state sganciate bombe, almeno non intenzionalmente.[7]

    Non si può però negare che Dresda, come ogni altra grande città tedesca, aveva al suo interno installazioni industriali strategiche dal punto di vista militare e che alla fine qualcuna di queste fu localizzata nel centro della città e distrutta durante i raid ma questo non si collega alla conclusione che l’attacco fosse strategicamente pianificato per questo proposito. Ospedali e chiese furono distrutte e molti prigionieri di guerra alleati (POWs: prisoner of war) che si trovavano in città furono uccisi ma nessuno ha mai discusso di questo fatto. Analogamente, ebrei e dissidenti antinazisti della resistenza, in attesa di deportazione o esecuzione, riuscirono a scappare durante il caos dei bombardamenti[8] ma nessuno disse che questo fosse un obiettivo dei raid. Quindi non c’è nessuna ragione logica per concludere che la distruzione di un numero sconosciuto di installazioni industriali di più o meno grande importanza fosse il motivo fondante del raid. La distruzione dell’industria di Dresda – come la liberazione di una manciata di ebrei – non era niente di più di un effetto collaterale dell’operazione.




    È stato suggerito spesso, anche da Taylor, che il bombardamento della capitale sassone fosse da intendere come facilitazione per l’avanzamento dell’ Armata Rossa. I sovietici stessi, a quanto si dice, avrebbero chiesto agli alleati occidentali durante la Conferenza di Yalta (durata dal 4 al 15 Febbraio) di indebolire le resistenze naziste sul fronte orientale con dei raid. Comunque sia non è emersa nessuna prova che confermi questa teoria. La possibilità d’incursioni aeree anglo-americane su target della Germania orientale è stata discussa a Yalta ma durante questi incontri i sovietici hanno espresso preoccupazione riguardo le loro linee di attacco che avrebbero potuto essere distrutte da possibili raid aerei alleati, così chiesero espressamente che la RAF e l’USAAF non operassero troppo presto nell’est della Germania [9] (la paura dei sovietici di essere colpiti da quello che noi ora chiamiamo “fuoco amico” non era poi così campata in aria, lo dimostra il fatto che durante il raid un numero considerevole di aerei bombardò erroneamente Praga, città piuttosto lontana da Dresda e dietro le linee dell’Armata Rossa). In questo contesto il generale sovietico Antonov espresse un interesse generico su “attacchi aerei che avrebbero impedito i movimenti del nemico,” cosa che difficilmente potrebbe essere interpretata come una richiesta di punire Dresda – che, tra parentesi, Antonov non cita nemmeno – o una qualsiasi altra città tedesca a cui riservare il trattamento riservato alla città della Sassonia tra il 13 e il 14 Febbraio. Né a Yalta, come in nessun’altra occasione i sovietici chiesero agli alleati occidentali alcun tipo di supporto aereo che presumesse una qualche forma di distruzione di Dresda. Inoltre, essi non hanno mai dato il loro assenso al piano di bombardamenti della città, anche ammettendo che ne avessero chiesti.[10] In ogni caso sarebbe comunque estremamente spiacevole pensare che gli alleati abbiano risposto con così grande immediatezza ad una possibile richiesta sovietica scatenando la potente flotta di bombardieri che colpì Dresda.

    Per comprendere questo concetto, dobbiamo guardare più da vicino le relazioni delle forze inter-alleate all’inizio del 1945. A partire dalla metà, fino alla fine di Gennaio, gli americani continuavano ad essere coinvolti nelle convulse fasi finali della battaglia nelle Ardenne, dove un inaspettato contrattacco tedesco li aveva messi in grande difficoltà. Americani, inglesi e canadesi non avevano ancora superato il Reno, non riuscendo nemmeno a raggiungerne la sponda occidentale, restando distanti da Berlino più di 500 Chilometri.

    Contemporaneamente, sul fronte orientale, l’Armata Rossa aveva lanciato una grande offensiva il 12 Gennaio e avanzava rapidamente, fermandosi a circa 100 chilometri da Berlino. La probabilità che i sovietici non solo conquistassero Berlino ma che penetrassero anche nella parte occidentale della Germania preoccupava non poco i leader politici e militari anglo-americani. È realistico credere che, seguendo la linea di questo pensiero, Washington e Londra fossero così ansiose di impedire ai sovietici di conseguire un tale successo? Anche se Stalin avesse chiesto agli anglo-americani appoggio aereo e Churchill e Roosvelt avessero autorizzato un qualche tipo di assistenza, difficilmente il risultato dell’attacco avrebbe potuto essere il bombardamento massiccio e senza precedenti che si è rivelato essere quello di Dresda. Inoltre, attaccare in quel modo significava sganciare centinaia di enormi bombe 2.000 chilometri dietro le linee nemiche, avvicinandosi alle posizioni dell’Armata Rossa così tanto da correre il rischio di sganciare, per errore, delle bombe sui sovietici oppure di essere abbattuti dalla loro contraerea. Freddamente Churchill o Roosvelt si aspettavano di investire un tale capitale umano e materiale arrischiandosi in un’operazione che avrebbe potuto facilitare l’Armata Rossa nel prendere Berlino e possibilmente anche attraversare il Reno prima che lo facessero loro? Assolutamente no. I leader anglo-americani erano indubbiamente dell’opinione che l’Armata Rossa stava avanzando troppo velocemente.

    Attorno alla fine di Gennaio del 1945, Roosvelt e Churchill si stavano preparando per andare a Yalta per incontrarsi con Stalin, furono proprio loro a chiedere quell’incontro perché volevano fosse l’occasione per stipulare degli accordi sul futuro della Germania dopo la guerra prima della fine della ostilità. In mancanza di accordi di questo tipo, le realtà militari in campo avrebbero determinato chi avrebbe detenuto il controllo delle regioni occupate e quelle in mano ai sovietici sembravano molte, tanto che l’Unione Sovietica avrebbe determinato unilateralmente le future scelte politiche, sociali ed economiche. Liberando l’Italia nel 1943, Washington e Londra avevano creato un fatidico precedente, negando all’Unione Sovietica ogni tipo di collaborazione nella ricostruzione del paese e fecero la stessa cosa anche per la Francia e il Belgio nel 1944.[11] Stalin, che seguì l’esempio degli alleati quando liberò i paesi dell’Europa dell’est, ovviamente non volle alcun tipo di aiuto e lo stesso per quanto riguarda la Germania, perciò non aveva bisogno neanche di un incontro. Accettò ma insistette per incontrarsi in territorio sovietico, a Yalta, località turistica della Crimea. Contrariamente ai luoghi comuni sulla conferenza, Stalin si dimostrò accomodante accettando la formula proposta dagli inglesi e dagli americani, molto vantaggiosa per loro, che comprendeva una divisione della Germania in Zone di Occupazione, che coprivano approssimativamente un terzo del territorio, e quella che sarebbe stata chiamata “Germania Est” assegnata ai sovietici. Roosvelt e Churchill probabilmente non avevano nemmeno previsto questo felice risultato della conferenza, da cui sarebbero tornati “con uno spirito esultante.”[12]

    Nelle settimane che precedettero la conferenza, si aspettavano che il leader sovietico, sostenuto dai recenti successi militari dell'Armata Rossa e che si era assicurato il vantaggio di giocare in casa, sarebbe stato un difficile interlocutore. Così si sentiva l’esigenza di un modo per riportarlo con i piedi per terra, nelle condizioni di fare concessioni, anche se temporaneamente era il favorito dagli dei della guerra.

    Rendere chiaro a Stalin la potenza militare alleata è stato cruciale a dispetto dei recenti arretramenti sulle Ardenne in Belgio, per non essere sottostimati. Bisogna ricordare che L'Armata Rossa era composta da enormi quantità di fanti, eccellenti carri armati e da formidabile artiglieria ma gli alleati occidentali avevano tra le mani un asso che i sovietici non potevano giocare. Si è visto. Quest'arma ha reso possibile agli americani e agli inglesi di lanciare bombe devastanti su target molto lontani dalle proprie linee. Se Stalin si fosse reso conto prima di questo fatto, si sarebbe dimostrato ancora così accomodante con gli alleati di Yalta?

    Era stato Churchill a decidere per il totale annientamento della città tedesca, facendolo sotto il naso dei sovietici, mandando allo stesso tempo un chiaro messaggio al Cremlino. La RAF e l'USAAF sono state in grado per la prima volta di colpire in maniera devastante una città tedesca e preparare in ogni dettaglio il piano di un'operazione di questo tipo, chiamata "Operazione Thunderclap". Durante l'estate del 1944, comunque, quando la rapida avanzata in Normandia faceva sembrare che la guerra sarebbe potuta essere vinta entro la fine dell'anno e già si pensava alla ricostruzione, un'operazione in stile Thunderclap era stata prevista come intimidazione verso i sovietici. Nell'Agosto 1944 un memorandum della RAF ha fatto emergere che "La totale devastazione di una grande città (tedesca)... avrebbe convinto gli alleati russi... dell'effettivo potere aereo delle forze anglo-americane."[13]

    L'operazione Thundeclap sarebbe potuta essere considerata non necessaria al fine di sconfiggere la Germania ma verso la fine del Gennaio 1945, mentre si stava preparando per andare a Yalta, Churchill mostrò all'improvviso grande interesse per questo progetto, insistendo perché fosse subito attuato e ordinando direttamente al comandante dei bombardieri della RAF Arthur Harris, di "ripulire a fondo" una città della Germania dell'est [14]. Il 25 Gennaio il Primo Ministro inglese indicò il luogo in cui avrebbe voluto che i tedeschi fossero letteralmente "bombardati", cioè da qualche parte "nei loro ritiri (nella parte occidentale) a partire da Breslavia (in inglese Wroclaw, in tedesco Breslau)."[15] In termini di centri urbani, significava indicare esplicitamente D-R-E-S-D-A. Che Churchill stesso fosse dietro alla decisione di bombardare una città della Germania dell'est è stato suggerito anche dall'autobiografia di Arthur Harris, in cui ha scritto che "l'attacco a Dresda è stato spesso considerato come una necessità militare da gente più importante di me."[16]

    Ovviamente Churchill, come ogni altra personalità al suo livello, era in grado di imporre il proprio volere anche allo zar dei bombardamenti strategici. Come ha scritto Alexander McKee, storico militare inglese, "Churchill ha voluto dare una lezione nella notte dei cieli di Dresda" a beneficio dei sovietici. Comunque quando anche l'USAAF fu coinvolta nel bombardamento, si può desumere che Churchill agisse con l'approvazione e l'appoggio di Roosvelt. Gli alleati del Primo Ministro inglese a capo delle gerarchie politiche e militari negli Stati Uniti, incluso il Generale Marshall, condivisero il suo punto di vista, anche loro attratti dall'idea, come scrive McKee, di "intimidire i comunisti (sovietici) terrorizzando i nazisti."[17] La partecipazione americana nei raid di Dresda non era davvero necessaria, dato che la RAF era indubbiamente capace di cavarsela da sola, ma l'effetto di esagerazione, come risultato di un ridondante aiuto americano, era perfettamente funzionale per dimostrare ai sovietici il letale potere aereo che possiedono gli anglo-americani. C'è anche la probabilità che Churchill non volesse l'intera responsabilità per ciò che sapeva sarebbe stato un terribile massacro, si trattava di un crimine per cui serviva un alleato.

    Un’operazione in stile Thunderclap avrebbe comunque danneggiato sia installazioni militari che vie di comunicazione presenti nella città e avrebbe inevitabilmente inferto un altro duro colpo alla già vacillante difesa tedesca ma quando un’operazione di questo tipo è stata lanciata, con Dresda come target, è stato in parte per velocizzare la disfatta del nemico e in parte per intimorire i sovietici. Per usare la terminologia della scuola sociologica americana della “Analisi Funzionale,” colpire i tedeschi più duramente possibile è la “Funzione manifesta” dell’operazione, mentre intimorire i sovietici è la molto più importante funzione “Latente o nascosta.” La massiccia distruzione che ha sconvolto Dresda era stata pianificata – in altre parole era funzionale – non al fine di impressionare e devastare il nemico tedesco ma al fine di dimostrare agli alleati sovietici che gli anglo-americani possedevano un’arma contro cui non c’era partita, non importa quanto potente e di successo fosse l’Armata Rossa, e contro cui non esisteva alcuna difesa adeguata.

    Molti generali e alti ufficiali sia americani che inglesi erano indubbiamente a conoscenza della funzione latente della distruzione di Dresda e approvava questo tipo di impresa. Queste informazioni arrivarono ai comandanti locali della RAF e dell’USAAF così come al “Master bomber” (equipaggio del bombardiere della squadriglia Pathfinder incaricato di determinare i target e a portare l’illuminazione dove servisse); dopo la guerra due master bomber dichiararono di ricordare che gli fosse stato chiaramente detto che quell’attacco era programmato per “impressionare i sovietici colpiti in pieno dal potere del nostro comando di bombardieri”[18], ma i sovietici, che finora avevano dato il maggior contributo alla guerra contro i nazisti e che avevano non solo sofferto le maggiori perdite ma si erano anche aggiudicati i maggiori successi, come per esempio a Stalingrado, si guadagnarono anche le simpatie di gran parte dei ranghi più bassi degli eserciti alleati, squadriglie incluse. Quindi l’intimidazione dei sovietici sarebbe stata vista di malocchio da questa parte delle truppe, invece – l’annientamento di una città tedesca dall’aria – era qualcosa che certamente avrebbero portato a termine. Era quindi necessario camuffare l’obbiettivo dell’operazione con un ordine che apparisse razionale. In altre parole, poiché la funzione latente del raid era “indicibile” c’era bisogno di una funzione manifesta convenzionale e quindi “dicibile”.


    (continua)




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    Per questo motivo i comandanti stanziati nelle regioni e i master bomber furono istruiti per formulare obbiettivi diversi per il bene delle truppe, con la speranza che fossero credibili. Alla luce di tutto ciò, possiamo capire perché il rispetto delle istruzioni da parte degli stormi cambiarono da unità a unità e spesso furono contraddittorie e anche fantasiose. La maggior parte dei comandanti pose l’enfasi sui target militari, su ipotetiche fabbriche di munizioni e sull’annientare armamenti e strutture; Dresda fu destinata al ruolo di “città fortificata” in cui si trovava qualche tipo di “quartier generale dell’esercito tedesco.” Spesso ci furono anche vaghi riferimenti a “importanti installazioni industriali” e a “depositi ferroviari.” Per spiegare alle squadre perché il target fosse il centro città e non i sobborghi industriali, qualche comandante parlò dell’esistenza di un “quartiere generale della Gestapo” e di “enormi industrie di gas velenoso.” Alcuni dei portavoce non furono altrettanto capaci di inventarsi target immaginari di questo tipo oppure furono riluttanti nel farlo, per cui dissero più laconicamente che le bombe dovevano essere sganciate sul “centro abitato di Dresda” o semplicemente “su Dresda.”[19] Distruggere il centro abitato di una città tedesca, sperando di fare più danno possibile a installazioni militari e di comunicazione, è l’essenza del piano alleato, o quantomeno inglese, della strategia della “Area bombing.”[20] I membri degli equipaggi hanno saputo accettare questo crudo fatto di vita, o meglio di morte, ma nel caso di Dresda molti di loro si sentirono a disagio. Con rispetto alcuni misero in discussione i bersagli del raid ed ebbero la sensazione che in questo bombardamento ci fosse qualcosa di insolito e di sospetto; di certo non era un’operazione di routine come la presenta Taylor nel suo libro. Per esempio l’operatore radio di un B-17 dichiarò in una comunicazione confidenziale che questa “fu l’unica volta in cui (lui e gli altri) sentirono che la missione era insolita.” Il senso di ansia espresso dalle truppe nacque anche dal fatto che in molti casi, durante i briefing con i comandanti, non ci furono i consueti auguri e gli incontri si svolsero in un glaciale silenzio.[21]

    Direttamente o indirettamente, intenzionalmente o no, le istruzioni e i briefing con le squadre rivelarono il vero scopo dell’attacco. Per esempio, una direttiva della RAF rivolta a truppe e squadriglie, inviata proprio il giorno dell’attacco, il 13 Febbraio 1945, riportava inequivocabilmente che le intenzioni erano quelle di “mostrare ai russi, quando avrebbero raggiunto la città, che cosa era in grado di fare il comando bombardieri.”[22] In queste circostanze è difficile sorprendersi che parte delle truppe conoscesse perfettamente che colpire Dresda servisse a spaventare i sovietici. Un membro canadese di una squadriglia, dopo la guerra, ha dichiarato di essere convinto che Dresda avesse lo scopo di chiarire ai sovietici che “si sarebbero dovuti comportare bene, altrimenti gli avremmo mostrato cosa avremmo potuto fare anche con le città della Russia.”[23]

    La novità della grave distruzione di Dresda causò grande disagio tra i civili, sia inglesi che americani, che condividevano con i soldati la simpatia per i sovietici e i quali, dopo aver saputo del raid, percepirono allo stesso modo che in questa operazione c’era qualcosa di quantomeno insolito se non sospetto. Le autorità provarono a esorcizzare quella sensazione di generale disagio spiegando che l’operazione era uno sforzo bellico che avrebbe facilitato l’avanzata dell’Armata Rossa. In una conferenza stampa tenuta dalla RAF, nella Parigi liberata, il 16 Febbraio 1945, fu detto ai giornalisti che la distruzione di questo “Centro strategico per le vie di comunicazione” situato nei pressi del “fronte russo” è stato ispirato dal desiderio di rendere possibile ai russi di “continuare la loro battaglia con successo.” Che questo fu soltanto uno dei motivi, confezionato ad arte dopo quel grande avvenimento da parte di coloro che oggi definiremmo “Spin Doctors” [persone formalmente incaricate di presentare le scelte di un partito politico sotto una luce favorevole n.d.t.] ce lo rivela lo stesso portavoce militare, che titubando riconosce di “pensare” che ci possa essere stata la “possibilità” di un’intenzione di assistere i sovietici.[24]

    L’ipotesi che l’attacco a Dresda avesse l’intenzione di intimorire i sovietici si spiega non solo dall’enormità dell’operazione ma anche per la scelta del target. Agli ideatori di Thunderclap Berlino sembrava la città perfetta. A partire dal 1945, però, la capitale tedesca fu bombardata ripetutamente. Ci si poteva aspettare che un ennesimo raid, non importa quanto devastante, avrebbe avuto lo stesso effetto sui sovietici mentre loro si apprestavano a combattere per la città? La distruzione completa in 24 ore sarebbe apparsa molto più spettacolare se la città in questione fosse stata abbastanza grande, compatta ma soprattutto “vergine” (non ancora bombardata). Dresda, scampata fino a quel momento, ebbe la sfortuna di rientrare perfettamente in quei criteri, in più il comando anglo-americano si aspettava che i sovietici raggiungessero la città entro pochi giorni, così da vedere con i loro occhi cosa la RAF e l’USAAF erano state in grado di fare. In realtà i sovietici entrarono in città molto dopo il previsto, l’8 Maggio 1945, però gli effetti della distruzione ebbero da subito l’effetto sperato. Le linee sovietiche erano situate solo a poche centinaia di chilometri da Dresda, così che gli uomini e le donne dell’Armata Rossa avrebbero potuto comunque ammirare lo splendore dell’inferno di Dresda dal loro orizzonte notturno. Si dice che la tempesta di fuoco fosse visibile da 300 chilometri di distanza.

    Se si vede l’intimidazione dei sovietici come funzione latente rispetto a quella reale di distruggere Dresda, allora si spiegherebbero anche i tempi dell’operazione. Si prevedeva che l’attacco dovesse avere luogo, come sostengono alcuni storici, il 4 Febbraio del 1945, ma che questo fu rinviato al 13, 14 Febbraio causa maltempo.[25] La conferenza di Yalta iniziò proprio il 4 Febbraio. Se i fuochi d’artificio fossero partiti quel giorno, forse avrebbero impensierito Stalin. Il leader sovietico, che volava alto per i suoi recenti successi, sarebbe stato bruscamente riportato con i piedi per terra dalle forze aeree alleate, perdendo credibilità come interlocutore e diventando più accomodante. Questa spiegazione si riflette chiaramente in un commento del generale americano David M. Schlatter, rilasciato una settimana dal rientro da Yalta:


    “Io credo che le nostre forze aeree siano il nostro asso nella manica nel sederci al tavolo delle trattative, e questa operazione (il progetto del bombardamento di Dresda o di Berlino) sarà di grandissimo aiuto al loro sforzo bellico o forse di una presa di coscienza del loro sforzo bellico.”[26]


    Il progetto di bombardare Dresda non era stato affatto cancellato, solo rimandato. Si pensava che questo tipo di dimostrazione di potenza militare avrebbe avuto degli effetti psicologici positivi (per gli alleati occidentali) anche dopo la fine della conferenza. Si continuava a pensare che prima o dopo i sovietici sarebbero entrati a Dresda e che avrebbero visto subito quale orribile distruzione erano in grado di causare le forze aeree alleate in una sola notte. Dopo che i vaghi accordi presi a Yalta fossero stati messi in pratica, gli “uomini del Cremlino” si sarebbero di certo ricordati di che cosa avevano visto a Dresda, riportando esattamente ciò che Londra e Washington si aspettavano. Quando verso la fine delle ostilità, le truppe americane ebbero la possibilità di entrare a Dresda prima dei sovietici, Churchill glielo impedì: anche nel momento in cui il primo ministro inglese era molto ansioso di occupare più territorio possibile anche grazie agli alleati americani, continuò ad insistere perché fossero i russi ad occupare Dresda, per essere sicuro di beneficiare degli effetti del bombardamento.

    Dresda fu distrutta per impressionare l’esercito sovietico, come dimostrazione dell’enorme potere di fuoco delle forze aeree anglo-americane, di come potessero portare morte e distruzione anche a molte centinaia di chilometri dalle loro basi. Il messaggio era chiaro: questa potenza di fuoco potrebbe arrivare fino in Russia.

    Questa interpretazione spiega le molte peculiarità del bombardamento di Dresda, come l’enormità dell’intera operazione, della compartecipazione in un singolo raid sia della RAF che dell’USAAF, della scelta di una città “vergine”, dell’incredibile devastazione, dei tempi scelti per l’attacco e per il fatto che l'ipotetica stazione ferroviaria molto importante, le fabbriche in periferia, e una base della Luftwaffe non fossero tra gli obiettivi. Il bombardamento di Dresda ha avuto ben poco a che fare con la guerra contro i nazisti: era un messaggio per Stalin da parte degli anglo-americani, un messaggio che è costato decine di migliaia di vite umane. Dopo qualche anno sarebbero seguiti altri due sottili messaggi diretti all’attenzione di Stalin, da parte della nuova e letale arma americana: la bomba atomica.[27] Dresda ebbe poco a che fare con la guerra al nazismo; molto di più invece, se non del tutto, ebbe a che fare con un nuovo tipo di conflitto in cui il nemico era l’Unione Sovietica. La Guerra Fredda nacque dal calore orribile degli inferni di Dresda, Hiroshima e Nagasaki.

    NOTE

    [1] Frederick Taylor. Dresden: Tuesday, February 13, 1945, New York, 2004, pp. 354, 443-448; Götz Bergander, Dresden im Luftkrieg. Vorgeschichte, Zerstörung, Folgen, Weimar, 1995, chapter 12, and especially pp. 210 ff., 218-219, 229; “Luftangriffe auf Dresden“, http://de.wikipedia.org/wiki/Luftangriffe_auf_Dresden, p. 9.

    [2] A questo proposito vedere i commenti fatti dal Generale Spaatz in Randall Hansen, Fire and fury: the Allied bombing of Germany, 1942-45, Toronto, 2008, p. 243.

    [3] Taylor, p. 416.

    [4] Taylor, pp. 321-322.

    [5] Olaf Groehler. Bombenkrieg gegen Deutschland, Berlin, 1990, p. 414; Hansen, p. 245; “Luftangriffe auf Dresden,” http://de.wikipedia.org/wiki/Luftangriffe_auf_Dresden, p.7

    [6] “Luftangriffe auf Dresden,” http://de.wikipedia.org/wiki/Luftangriffe_auf_Dresden, p. 7.

    [7] Taylor, pp. 152-154, 358-359.

    [8] Eckart Spoo, “Die letzte der Familie Tucholsky,” Ossietzky, No. 11/2, June 2001, pp. 367-70.

    [9] Taylor, p. 190; Groehler, pp. 400-401. Citando uno studio riguardo Yalta, l’autore inglese del più recente studio del bombardamento alleato durante la ll guerra mondiale sottolinea che i sovieici “Chiaramente preferirono lasciar fuori RAF e USAAF dai territori che presto avrebbero occupato” ; vedi see C. Grayling, Among the Dead Cities: Was the Allied Bombing of Civilians in WWII a Necessity or a Crime?, London, 2006, p. 176.

    [10] Alexander McKee. Dresden 1945: The Devil’s Tinderbox, London, 1982, pp. 264-265; Groehler, pp. 400-402.

    [11] Vedi R. Pauwels, The Myth of the Good War: America in the Second World War, Toronto, 2002, p. 98 ff.

    [12] Ibid., p. 119.

    [13] Richard Davis, “Operation Thunderclap,” Journal of Strategic Studies, 14:1, March 1991, p. 96.

    [14] Taylor, pp. 185-186, 376; Grayling, p. 71; David Irving. The Destruction of Dresden, London, 1971, pp. 96-99.

    [15] Hansen, p. 241.

    [16] Arthur Travers Harris, Bomber offensive, Don Mills/Ont., 1990, p. 242.

    [17] McKee, pp. 46, 105.

    [18] Groehler, p. 404.

    [19] Ibid., p. 404.

    [20] Gli americani preferiscono chiamare la strategia “bombardamento di precisione” (precision bombing), precisione molto più teorica che pratica.

    [21] Taylor, pp. 318-19; Irving, pp. 147-48.

    [22] Citazione da Groheler, p.404. Vedi anche Grayling, p. 260.

    [23] Citato in Barry Broadfoot, Six War Years 1939-1945: Memories of Canadians at Home and Abroad, Don Mills, Ontario, 1976, p. 269.

    [24] Taylor, pp. 361, 363-365.

    [25] Vedi come esempio Hans-Günther Dahms, Der Zweite Weltkrieg, second edition, Frankfurt am Main, 1971, p. 187.

    [26] Citato in Ronald Schaffer. “American Military Ethics in World War II: The Bombing of German Civilians,” The Journal of Military History, 67: 2, September 1980, p. 330.

    [27] A. C. Grayling, per esempio, scrive nel suo nuovo libro sui bombardamenti alleati che “bisogna riconoscere che uno dei maggiori motivi che spinsero all’uso della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki fu quello di dimostrare ai russi la superiorità bellica degli Stati Uniti, cosa che ha ottenuto… Nel caso di Dresda purtroppo è successo qualcosa di simile.”

    JACQUES R. PAUWELS ha insegnato storia europea presso: University of Toronto, York University e University of Western Ontario. E' autore di “The Myth of the Good War The USA in World War II”. James Lorimer, Toronto, 2002.

    Titolo originale: "The Myth of the Good War: America in World War II"

    Fonte: GlobalResearch.ca - Centre for Research on Globalization



    Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RAFFAELLA COLOMBI

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    David Irving, Kurt Vonnegut e la verità sui bombardamenti di Dresda
    di David Irving - 08/06/2009

    Fonte: Andrea Carancini Blog [scheda fonte]



    Letto sul diario di David Irving, in data 24 Aprile 2009( Real History, and a Radical's Diary ):

    “Mentre la giornata volge al termine mi imbatto in un documento che avevo a malapena immaginato di poter trovare. Nel 1961, quando stavo scrivendo il mio primo libro: “La distruzione di Dresda”, venni avvicinato in via confidenziale da un insegnante tedesco, Hanns Voigt; disse che dopo il terrificante raid aereo inglese, venne messo a capo dell’Ufficio Dispersi di Dresda, l’Abteilung Tote – la sezione Deceduti. Realizzò un enorme schedario, e tenne un diario; e stimò per me che a Dresda il tasso di mortalità finale arrivò a 135.000 vittime. Questa è stata la cifra che io - e dopo di me Kurt Vonnegut e altri - ho sempre usato.

    Altri funzionari municipali fecero lo stesso tipo di valutazioni (nel prosieguo dell’anno pubblicherò sul mio sito web un dossier esaustivo sul tasso di mortalità di Dresda).

    La stima di Voigt fu una spina nel fianco dei due governi tedeschi – sia quello occidentale che quello orientale. Essi avevano sempre minimizzato, persino banalizzato, la cifra delle vittime provocate dai bombardamenti inglesi a saturazione (proprio mentre battevano la grancassa per le vittime della tragedia ebraica).

    Solo lo scorso anno, una commissione governativa tedesca - composta da storici, non solo conformisti ma piaggioni, sottomessi, e striscianti - dichiarò che il tasso di mortalità nelle due ore dell’olocausto di Dresda del 1945 era stato molto più basso, “solo 25.000 vittime” (o addirittura, anche meno).

    Senza aver fatto nessuna ricerca approfondita – studiosi del genere sono troppo importanti per fare cose del genere – si sono basati sul rapporto del capo della polizia del Marzo 1945 (che in realtà fui io il primo a scoprire), perché indicava cifre più basse di quelle di Hanns Voigt per i morti e i dispersi.

    Durante il processo che mi vide opposto a Deborah Lipstadt, il suo consulente altamente remunerato Richard “Skunky”Evans calunniò Voigt; insinuò che Voigt fosse un mentitore, lo qualificò di “nazista” con intenti inconfessabili e contestò che l’Ufficio Dispersi fosse davvero esistito (a Voigt dopo la guerra venne fornito, ora lo sappiamo, un buon posto nella Zona Sovietica, prima che emigrasse legalmente in Occidente, così l’accusa di nazismo sembra improbabile). Scimmiottando Evans, il giudice Gray mi accusò nella sua sentenza di 333 pagine di aver falsificato la storia.

    Non sono stato invitato a fornire pareri, dalla Commissione di Dresda. La cosa non è sorprendente. Questo pomeriggio, la mia pazienza è stata ricompensata. Ho scoperto questo nuovo documento segreto, firmato dal capo della polizia di Dresda, e decrittato dagli inglesi qualche settimana dopo la fine della guerra.

    Alle 17.55 del 24 Marzo del 1945 – il giorno in cui compii 8 anni, lo ricordo vividamente – il Polizeipräsident di Dresda riferì in codice al SS Oberführer Dietrichs:

    "Re: Situazione dei dispersi nella zona difensiva di Dresda dopo il raid.

    Il Signor Sindaco della città di Dresda ha costituito un Ufficio Centrale per i Dispersi e nove uffici di registrazione dei Dispersi; si stima che finora siano state registrate da ottanta a cento mila denunce di dispersi; 9.720 denunce di dispersi sono state confermate come vittime effettive; finora, sono state date informazioni su ventimila casi di dispersi; dati statistici precisi potranno forse essere forniti solo in seguito".

    Così, Voigt aveva detto la verità.

    Anche la cifra dei “centomila” dispersi deve essere considerata una sottostima. Nelle strade di Dresda c’erano oltre mezzo milione di rifugiati senza casa, fuggiti da est dall’assedio dell’Armata Rossa a Breslau. Intere famiglie di rifugiati devono essere state inghiottite dall’olocausto di Dresda, senza che nessuno sia sopravvissuto per parlare dei “dispersi”.

    Un’altra cosa sembra brutalmente chiara: quelli elencati come “dispersi” – oltre ai corpi formalmente identificati e seppelliti o cremati fino a quel momento – non tornarono più. Per usare le parole del telegramma che ho trovato ieri (vedi sopra) erano morti, “carbonizzati” e non identificabili.

    Cosa ci dicono questi messaggi decrittati sui nostri storici pigri e conformisti, e in particolare su “Skunky” Evans? Lui, e anche loro, non li avrebbero mai trovati. Io ci ho messo molti anni. Facciamo uno sforzo. Alla fine, come ha detto stamattina Welshmann, “è stato dimostrato che avevi ragione”".

    Versione originale

    David Irving
    Fonte:
    Link: Real History, and a Radical's Diary ):

    “Mentre la giornata volge al termine mi imbatto in un documento che avevo a malapena immaginato di poter trovare. Nel 1961, quando stavo scrivendo il mio primo libro: “La distruzione di Dresda”, venni avvicinato in via confidenziale da un insegnante tedesco, Hanns Voigt; disse che dopo il terrificante raid aereo inglese, venne messo a capo dell’Ufficio Dispersi di Dresda, l’Abteilung Tote – la sezione Deceduti. Realizzò un enorme schedario, e tenne un diario; e stimò per me che a Dresda il tasso di mortalità finale arrivò a 135.000 vittime. Questa è stata la cifra che io - e dopo di me Kurt Vonnegut e altri - ho sempre usato.

    Altri funzionari municipali fecero lo stesso tipo di valutazioni (nel prosieguo dell’anno pubblicherò sul mio sito web un dossier esaustivo sul tasso di mortalità di Dresda).

    La stima di Voigt fu una spina nel fianco dei due governi tedeschi – sia quello occidentale che quello orientale. Essi avevano sempre minimizzato, persino banalizzato, la cifra delle vittime provocate dai bombardamenti inglesi a saturazione (proprio mentre battevano la grancassa per le vittime della tragedia ebraica).

    Solo lo scorso anno, una commissione governativa tedesca - composta da storici, non solo conformisti ma piaggioni, sottomessi, e striscianti - dichiarò che il tasso di mortalità nelle due ore dell’olocausto di Dresda del 1945 era stato molto più basso, “solo 25.000 vittime” (o addirittura, anche meno).

    Senza aver fatto nessuna ricerca approfondita – studiosi del genere sono troppo importanti per fare cose del genere – si sono basati sul rapporto del capo della polizia del Marzo 1945 (che in realtà fui io il primo a scoprire), perché indicava cifre più basse di quelle di Hanns Voigt per i morti e i dispersi.

    Durante il processo che mi vide opposto a Deborah Lipstadt, il suo consulente altamente remunerato Richard “Skunky”Evans calunniò Voigt; insinuò che Voigt fosse un mentitore, lo qualificò di “nazista” con intenti inconfessabili e contestò che l’Ufficio Dispersi fosse davvero esistito (a Voigt dopo la guerra venne fornito, ora lo sappiamo, un buon posto nella Zona Sovietica, prima che emigrasse legalmente in Occidente, così l’accusa di nazismo sembra improbabile). Scimmiottando Evans, il giudice Gray mi accusò nella sua sentenza di 333 pagine di aver falsificato la storia.

    Non sono stato invitato a fornire pareri, dalla Commissione di Dresda. La cosa non è sorprendente. Questo pomeriggio, la mia pazienza è stata ricompensata. Ho scoperto questo nuovo documento segreto, firmato dal capo della polizia di Dresda, e decrittato dagli inglesi qualche settimana dopo la fine della guerra.

    Alle 17.55 del 24 Marzo del 1945 – il giorno in cui compii 8 anni, lo ricordo vividamente – il Polizeipräsident di Dresda riferì in codice al SS Oberführer Dietrichs:

    "Re: Situazione dei dispersi nella zona difensiva di Dresda dopo il raid.

    Il Signor Sindaco della città di Dresda ha costituito un Ufficio Centrale per i Dispersi e nove uffici di registrazione dei Dispersi; si stima che finora siano state registrate da ottanta a cento mila denunce di dispersi; 9.720 denunce di dispersi sono state confermate come vittime effettive; finora, sono state date informazioni su ventimila casi di dispersi; dati statistici precisi potranno forse essere forniti solo in seguito".

    Così, Voigt aveva detto la verità.

    Anche la cifra dei “centomila” dispersi deve essere considerata una sottostima. Nelle strade di Dresda c’erano oltre mezzo milione di rifugiati senza casa, fuggiti da est dall’assedio dell’Armata Rossa a Breslau. Intere famiglie di rifugiati devono essere state inghiottite dall’olocausto di Dresda, senza che nessuno sia sopravvissuto per parlare dei “dispersi”.

    Un’altra cosa sembra brutalmente chiara: quelli elencati come “dispersi” – oltre ai corpi formalmente identificati e seppelliti o cremati fino a quel momento – non tornarono più. Per usare le parole del telegramma che ho trovato ieri (vedi sopra) erano morti, “carbonizzati” e non identificabili.

    Cosa ci dicono questi messaggi decrittati sui nostri storici pigri e conformisti, e in particolare su “Skunky” Evans? Lui, e anche loro, non li avrebbero mai trovati. Io ci ho messo molti anni. Facciamo uno sforzo. Alla fine, come ha detto stamattina Welshmann, “è stato dimostrato che avevi ragione”".

    Versione originale:

    David Irving
    Fonte: Welcome to the World of Real History
    Link: Real History, and a Radical's Diary
    23.05.2009


    Versione italiana:

    Fonte: Andrea Carancini
    Link: Andrea Carancini: David Irving: la verità sui bombardamenti di Dresda

    Traduzione a cura di ANDREA CARANCINI




    David Irving, Kurt Vonnegut e la verità sui bombardamenti di Dresda, David Irving

 

 
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