Con aristocrazia nera o nobiltà nera si definivano i componenti dell'aristocrazia romana rimasta fedele al Papato dopo l'annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia nel 1870 e che, ricoprendo alte cariche nei ranghi dell'amministrazione pontificia, era tenuta ad indossare un abito cerimoniale di corte o «alla spagnola» rigorosamente di colore nero.
Tre esponenti della nobiltà nera
Necessaria è una distinzione tra l'originaria aristocrazia feudale discendente dell'antica classe baronale romana col suo esercizio delle cariche municipali cittadine e la nobiltà nera romana, che si formò e visse specificamente attorno al potere dei Papi e dei cardinali e si estese nei secoli con l'arrivo di nuove famiglie «papali», stabilitesi a Roma e quelle beneficiate in vario modo dal potere temporale pontificio.
Dopo la breccia di Porta Pia e l'annessione del Lazio papale al Regno sabaudo, questa aristocrazia rimase fedele al «Sovrano Pontefice» (Papa Re), differenziandosi dalla «nobiltà bianca» che aderì al nuovo regno dei Savoia, pur mantenendo anche la fedeltà al Papa. Molte delle famiglie della nobiltà nera chiusero i portoni dei loro palazzi principeschi (atto che esprimeva lutto) in segno di dissenso e rifiuto ai nuovi sovrani, fino almeno al 1929, anno della stipulazione dei Patti Lateranensi. Tipico il caso del portone del palazzo Lancellotti ai Corollari, sull'omonima piazza, rimasto chiuso fino agli anni '70.
Analogamente, nei territori passati al Regno sabaudo a seguito dei plebisciti, con particolare riferimento all'Umbria, ma, più ancora, alle Marche, molte famiglie «minori», ma di nobiltà generosa, le quali avevano ricevuto, nella persona di uno o più membri, la Milizia Aurata o Speron d'oro quando tale milizia equestre era ancora il Titolo di rango e nobilitazione della Santa Sede, ovvero conferito su prove di nobiltà e conferente la nobiltà ereditaria, si espressero attraverso forme di disappunto; fino all'Ordinamento Nobiliare del Regno d'Italia e soprattutto fino al Concordato lateranense del 1929 e, per conseguenza, nell'Ordinamento Nobiliare del 1943, molte di queste non fecero richiesta di riconoscimento dei Titoli e delle nobiltà e, parallelamente, in quegli anni preconcordatari, non furono considerate a causa dei Titoli vantati, in quanto pontifici, pur nella sopraggiunta riconoscibilità con il 1929 (Ordinamento nobiliare e, poi, Concordato lateranense) e dal 1943 in poi, con il nuovo e ultimo Ordinamento Nobiliare.
Tra la aristocrazia romana si ricordano in particolare le famiglie principesche romane e quelle dei marchesi di baldacchino che ricoprivano cariche tradizionalmente ereditarie presso la Corte Pontificia (come i Colonna, Orsini, Sacchetti, Massimo, Patrizi Naro Montoro, Serlupi Crescenzi), i Gaetani, Ruspoli, Radini Tedeschi, Borghese, Chigi, Gabrielli, Guglielmi, Lancellotti, Aldobrandini, Pallavicini, Odescalchi, Altieri.
Altre famiglie comitali che nel corso dei secoli avevano ricevuto dal romano Pontefice titoli o altri privilegi, furono i Torlonia, Theodoli (marchesi di baldacchino), Soderini (conti di baldacchino), Mazzetti di Pietralata, del Gallo di Roccagiovine, Senni, Ricci Parracciani, Lepri di Rota, Rocchi, Nannerini, Bufalari, Datti, Pietromarchi, Pacelli, Pecci, Cantuti Castelvetri; molti membri delle famiglie predette erano tradizionalmente appartenenti alle Guardie Nobili.
Pure facenti parte della nobiltà papalina, seppur con ranghi minori derivanti dall'Ufficio ecclesiastico vitalizio che ricoprivano, sempre direttamente connesso al Romano Pontefice, acquisivano la nobiltà personale di patrizi dell'Urbe (non trasmissibile agli eredi) i Camerieri Segreti, i Parafrenieri Pontifici ed i Sediari Pontifici, spesso ulteriormente distinti nella Corte Pontificia attraverso la concessione di Ordini Equestri pontifici.
Papa Giovanni XXIII sulla sedia gestatoria attorniato dalla Corte pontificia
Con l'avvento della Repubblica italiana nel 1946, l'esilio dei Savoia e la ovvia fine dei titoli nobiliari, la nobiltà papalina romana sopravvisse attorno al sovrano del Vaticano, fino al 28 marzo 1968, quando Papa Paolo VI, col «motu proprio Pontificalis domus», decretò la fine della Corte Pontificia, tutto il suo suggestivo apparato barocco. La Corte Pontificia era dunque l'insieme di persone, nobili e non, che assistevano il Papa gestendo il cerimoniale e il protocollo sia delle cerimonie religiose sia delle attività civili (ricevimento di capi di Governo, di Stato ecc.), ma era anche la struttura organizzativa costituita da vari ranghi di religiosi, militari, civili nei palazzi apostolici e per la protezione e cura del pontefice. Ad essa venne sostituita la «Prefettura della Casa Pontificia». Con la scomparsa della corte papale, cessò ogni valenza nobiliare papista dell'antica aristocrazia nera.
Un riferimento chiaro (e molto pungente) alla Corte Pontificia è nel film Roma di Federico Fellini del 1972.






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