A chi la destra? Non certo a chi ci sputa sopra
di Flavia Perina
Secolo d'Italia, 07/08/2010
«Se non ci fosse stato Berlusconi la destra sarebbe diventata oscena, una di quelle pagliaccesche parodie come se ne possono trovare nel mondo: xenofobia, isteria sociale, razzismo, islamofobia». Sì, dice proprio così Pietrangelo Buttafuoco su Libero di ieri. E mai avremmo immaginato di trovare in un suo articolo un giudizio così simile a quello che Marcello Veneziani ha riservato alle vecchie sedi missine, «tane puzzolenti di reduci e reietti, petomani e ruttatori». E tantomeno l'eco dell'invettiva di Camillo Langone contro «la genia di umanoidi» missini e la loro vicenda «limacciosa» di traffichini e bombaroli. Se la spartizione dei beni farà litigare, la spartizione della memoria può essere ancor più pericolosa. Perché nessuno di noi può accettare di vedere piegata la sua storia alle necessità contingenti di un teorema riassumibile in due righe: eravate impresentabili finché Berlusconi non vi ha toccato con la sua bacchetta magica. Il correlato inespresso dell'assioma è che il Cavaliere ha il diritto di distruggerci perché è lui che "ci ha fatto", trasformandoci da inerte spazzatura in ministri, sindaci, giornalisti di serie A. Quando Alessandro Sallusti grida «fascista» in televisione a Filippo Rossi non fa che sintetizzare in una parola un'intera galassia di sprezzanti minacce: attenti, perché se uscite fuori dall'orbita del Cavaliere tornate brutti, sporchi e cattivi, tornate ad essere i paria della politica italiana, tornate quel che eravate, «fascisti» appunto, cioè niente.
Il paradosso è che mentre gli intellettuali di destra si sbracciano per demolire la storia della destra politica italiana riducendola a un falansterio di nostalgie e rozzezza, tutti gli altri danno atto ai finiani di aver messo insieme una squadra magari eterogenea, magari bizzarra per gli accostamenti post-ideologici che propone, ma di sicuro con una sua solida dignità nata dalla rielaborazione del meglio della tradizione politica della destra. La xenofobia, l'isteria sociale, il razzismo, l'islamofobia - tanto per citare le categorie evocate da Buttafuoco - sono rimaste, semmai, nell'area dei fedelissimi del Cavaliere, in quella frangia che al Nord pensa di fare politica inseguendo la Lega e le sue battaglie per le ronde, contro le moschee, contro i diritti dei non-italiani o addirittura dei non-lombardi o dei non-veneti. Sul Venerdì di Repubblica, ieri, il profilo del gruppo di Futuro e Libertà era raccontato da Emanuele Lauria dipanando il fil rouge delle biografie dei suoi aderenti e collegando le battaglie di Granata contro l'abusivismo nella Valle dei Templi alle campagne dei vecchi Gre, il garantismo di Benedetto Della Vedova a quello di Beppe Niccolai, le proposte bipartisan sulla cittadinanza al trasversalismo del dialogo avviato dalla Nuova Destra di Tarchi, Nanni e Centanni con Massimo Cacciari, il pragmatismo di Italo Bocchino alla scuola di Pinuccio Tatarella, le sperimentazioni siciliane di oggi a quelle degli anni '80, che videro il Msi di Almirante varare addirittura una giunta col Pci a Furci Siculo, guidata da Carmelo Briguglio. Tutta gente che le sedi del Msi le ha frequentate, ha votato nei congressi e poi è andata avanti portando con sé le suggestioni di una formazione che nulla ha mai avuto a che fare con la grottesca caricatura dei ruttatori nostalgici e petomani raccontati da Veneziani.
E allora, attenti quando si parla di storia. Nessuno può riscriverla a proprio piacimento. «Camerati, senza Silvio saremmo in una fogna» dice Pietrangelo Buttafuoco, facendo sua la metafora più gettonata dai nostri nemici negli anni '70 e '80 e da tutti noi, sempre, contestata. Non è vero che stavamo in una fogna, così come non è vero che oggi siamo in paradiso. Ieri eravamo in un partito piccolo e molto perseguitato, e anche lì c'erano "quelli bravi", quelli che facevano politica per uscire dal recinto della minoranza assediata e quelli che si attaccavano alla propaganda usa-e-getta accontentandosi di qualche posto in Parlamento. Oggi siamo in uno schieramento di maggioranza assai più comodo, dove alcuni di noi ricoprono posizioni di governo gratificanti, ma ci si concederà che almeno qualcuna è stata conquistata e non ottenuta per regalia.
Nella strisciante contesa sulla titolarità della "eredità morale" della destra pre-berlusconiana occorre in definitiva decidersi. Non la si può rivendicare, come fa Francesco Storace con la retorica vittimista della persecuzione («noi abbiamo combattuto una guerra, chi viene dal Msi lo sa. Ragazzi sono morti, io ho subito tre attentati»), e contemporaneamente sputarci sopra avallando l'idea che tutto questo sarebbe finito in niente senza il tocco fatato del Cavaliere. Non si può riproporre la cantilena delle sedi affittate col sudore degli iscritti e con i loro contributi e poi tollerare che vengano descritte come fogne puzzolenti ripulite dal deodorante dei ragazzi di Arcore. E non saranno certo le Procure attivate da Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea a decidere chi meriti la titolarità politica di quella storia, se gli ex-colonnelli rimasti fedeli a Berlusconi o i finiani cacciati fuori dal premier, anche perché non funziona così: il fiume carsico dei "nostri" libri, dei "nostri" convegni, delle "nostre" memorie, delle "nostre" assolute amicizie è già sparso nei mille rivoli di altri libri, convegni, memorie, amicizie, oltre ogni nostalgismo o rivendicazione notarile.
Flavia Perina
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