La penisola e le derive continentali
Giancarlo Dillena
Nel 1915 il geofisico tedesco Alfred Wegener pubblicò la sua teoria della deriva dei continenti. Sosteneva che tutti traevano origine da un unico grande blocco, che chiamò Pangea, in seguito frammentatosi. I vari spostamenti (derive) portarono alla mappa terrestre quale noi la conosciamo oggi. Wegener arrivò alla sua scoperta confrontando con cura la forma delle coste dei diversi continenti (in particolare quelle di Africa e Sud America) e tenendo conto delle ipotesi in circolazione già da qualche secolo (e ritenute da molti solo fantasie). Oggi la sua teoria è largamente condivisa e ha trovato ulteriori conferme.
È possibile applicare lo stesso approccio, in chiave questa volta geopolitica, ai movimenti in atto oggi su un continente in particolare, quello europeo? Secondo me vale la pena di tentare. Perché l'approccio è suggestivo e perché può suggerire qualche utile riflessione.
In quest'ottica, ad esempio, ciò che avviene oggi nella penisola iberica può essere visto come una scossa tellurica locale, da gestire come un problema interno spagnolo. È probabilmente non priva di fondamento la tesi secondo cui i sussulti nazionalisti catalani e la dura reazione madrilena nascondano in realtà una storia di corruzione e abusi finanziari (da ambo le parti), cui la questione indipendentista serve soprattutto da cortina fumogena. Ma questo non esclude che le radici delle tensioni alimentate dagli ultimi avvenimenti possano scendere ben più in profondità, nella storia recente (quella della guerra civile e del franchismo) ma anche nelle antiche separazioni che i discendenti dei regni d'Aragona e di Castiglia non hanno mai davvero dimenticato. Già, anche le isole, le penisole e i continenti conoscono fratture profonde, che la crosta terrestre nasconde ma non elimina.
Anche se seppellite sotto rimescolamenti dinastici, mappe ridisegnate col ferro e col sangue, nuovi confini spesso frutto di ragioni politiche esterne e, più di recente, abbondanti elargizioni di soldi comunitari, quelle fratture permangono. E quando le coperte cominciano a farsi strette e si manifestano i primi strappi, ecco che i fumi sulfurei del sottosuolo tornano a farsi sentire.
Se avessimo un sensore satellitare all'infrarosso puntato sul Vecchio Continente, quante di queste faglie rileverebbe oggi? Molte: dalla Scozia al Galles, dalla Baviera allo Schleswig-Holstein, dalla Corsica alla Padania, dall'Occitania ai Paesi Baschi, dalle Fiandre alla Bretagna. E altre ancora. Situazioni diverse, naturalmente, in contesti diversi.
Ma accomunate non solo dai venti «populisti» che soffiano sull'Europa e a cui oramai tutte le colpe vengono addebitate.
C'è qualche cosa di più: un movimento magmatico soggiacente che è troppo semplice ridurre a contingenze economiche negative o a sussulti regressivi alimentati da pretestuose nostalgie identitarie. Disegna, è vero, una nuova possibile mappa del continente che ricorda più che altro quella del Medioevo. Un vero incubo, per chi ha sognato un cammino in ben altra direzione, verso un'Europa «una e indivisibile». Ma non era anche il Sacro Romano Impero, a modo suo, un sogno pan-europeo alle prese con una frammentazione che né la volontà dei sovrani più risoluti né il possente cemento culturale del Cristianesimo riuscirono a unificare oltre una certa misura?
Se da queste e altre lezioni della storia fossero stati tratti fino in fondo i necessari insegnamenti forse oggi l'Europa non sarebbe alle prese con certe spinte disgreganti che proprio il salto di qualità dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale avrebbe dovuto, se non eliminare, quanto meno permettere di meglio assorbire. L'idea era quella che tutto sarebbe stato risolto da un grande spazio libero, in cui i flussi crescenti e viepiù intrecciati di persone, merci, servizi e capitali avrebbero coperto con un nuovo strato di benefici economici le antiche fratture fino ad allora più o meno rattoppate dagli stati nazionali.
Per un po' è sembrato che funzionasse. Poi si sono uditi i primi scricchiolii. E oggi cominciano ad aprirsi faglie inquietanti.
Forse, se si fosse scelta la via più cauta e lenta del federalismo, costruito e corretto cammin facendo, non saremmo a questo punto. Ci sarebbero inevitabilmente dei problemi, ma anche migliori premesse per risolverli. Forse.
Quel che inquieta è che il panorama offerto dal Vecchio Continente evoca quel che è successo a Pangea qualche milione di anni fa: una crepa qui, uno strappo là, poi un'eruzione di magma e placche che tendono a derivare, allontanandosi le une dalle altre. E quel che più deve far pensare è che Wegener ha descritto questa dinamica come connaturata alla struttura della crosta terrestre. Non resta che sperare che l'Europa sia meno soggetta a certe leggi della fisica.