Visualizzazione Stampabile
-
Re: Modi di dire
Avere l'asso nella manica
http://www.manageronline.it/img/reso...0c4bc1be8e.png
L'origine di questa nota locuzione è sempre stata intesa in senso pokeristico. Nell'immaginario collettivo, l'asso nella manica sarebbe infatti un'arma segreta per sbaragliare gli avversari al tavolo da gioco, vincendo a man bassa con una scala reale all'ultimo secondo. Per estensione, l'espressione ha assunto il significato di "avere in serbo una mossa vincente e imprevista". Beh, niente di più errato!
Il detto, così com'è scritto qualche riga sopra, può trarre in inganno perché contiene un errore: non di manica della giacca si tratta, bensì di Manica (intesa come canale che divide l'Inghilterra Meridionale dalla Francia Settentrionale). E le sorprese non sono ancora finite: l'asso non è quello delle carte, bensì un'imbarcazione veloce che - al tempo delle grandi navigazioni seicentesche - consentiva di passare dall'uno all'altro Paese europeo in un "batter d'occhi" (un giorno intero di navigazione, che per quei tempi era quasi un record).
Stretta la Manica, largo lo Stretto
or chiudo tutto e vado a letto.
:t23177:
-
Re: Modi di dire
Conosco i miei polli
http://a.mytrend.it/prp/2014/02/506562/o.217769.jpg
Questa espressione idiomatica si usa quando si vuole indicare il fatto che si conosce bene una persona e, quindi, si sa come comportarsi in sua presenza. Solitamente, ha una valenza un po' maliziosa, col significato di: So chi ho a che fare (= Non mi farò fregare di certo)!
L'espressione deve le sue origini a San Francesco, che notoriamente conduceva un'esistenza in perfetta armonia con la natura, al punto che riusciva a comunicare anche con gli animali. Parlava loro con un linguaggio semplice che riusciva ad interessarli e da ciò scaturiva una comunicazione limpida e reciproca. Si racconta che un giorno San Francesco vide un contadino che, nell'aia della propria fattoria, stava chiamando a raccolta i propri polli per far loro mangiare semi di girasole, che aveva in grande quantità. Francesco, dopo aver ascoltato per un po' lo schiamazzare dei polli, si avvicinò al contadino e gli disse: «Inutile dar loro da mangiare semi di girasole: non li mangeranno perché non li amano; preferirebbero noci e bucce d'arancia».
Il contadino, guardando Francesco un po' stupito, gli rispose con sufficienza: «Non preoccuparti, conosco i miei polli».
Da questo banalissimo scambio di battute nacque, a quanto pare, il detto che usiamo ancora oggi... ed è curioso che abbia mantenuto, dopo tanto tempo, quel sottinteso di vanteria che aveva in origine.
Secondo altre fonti, il detto completo sarebbe: conosco i miei polli alla calzetta. Un tempo, infatti, i polli venivano lasciati razzolare liberamente per le strade. Per poterli riconoscere, i ripettivi proprietari legavano alle zampe dei propri polli una strisciolina di stoffa colorata, da cui sarebbe poi derivato il detto.
-
Re: Modi di dire
Citazione:
Originariamente Scritto da
Blue
Conosco i miei polli
L'espressione deve le sue origini a San Francesco, che notoriamente conduceva un'esistenza in perfetta armonia con la natura, al punto che riusciva a comunicare anche con gli animali. Parlava loro con un linguaggio semplice che riusciva ad interessarli e da ciò scaturiva una comunicazione limpida e reciproca. Si racconta che un giorno San Francesco vide un contadino che, nell'aia della propria fattoria, stava chiamando a raccolta i propri polli per far loro mangiare semi di girasole, che aveva in grande quantità. Francesco, dopo aver ascoltato per un po' lo schiamazzare dei polli, si avvicinò al contadino e gli disse: «Inutile dar loro da mangiare semi di girasole: non li mangeranno perché non li amano; preferirebbero noci e bucce d'arancia».
Il contadino, guardando Francesco un po' stupito, gli rispose con sufficienza: «Non preoccuparti, conosco i miei polli».
Da questo banalissimo scambio di battute nacque, a quanto pare, il detto che usiamo ancora oggi... ed è curioso che abbia mantenuto, dopo tanto tempo, quel sottinteso di vanteria che aveva in origine.
Der Teufel steckt im Detail
Mi permetto di dubitare di questa fantasiosa spiegazione che sicuramente non si trova nei Fioretti né in altra cronaca francescana precedente al gran miracolo di internet, il solo in grado di creare e propalare questo tipo di castronerie.
Sappiamo infatti per certo che San Francesco è stato in Palestina a convertire il Saladino, ma non risulta alcun viaggio nelle Americhe, l'unico luogo in cui si potevano trovare semi di girasole prima che venissero portati in Europa dai marinai di Cortés e Pizarro; la qual cosa ovviamente induce a destituire di ogni fondamento questo supposto contributo di San Francesco alla nascita del modo di dire "conosco i miei polli".
Come al solito succede sulla Rete, ci ci inventa una storiella e la si affibbia a un nome autorevole, come San Francesco, per assicurarsene la diffusione urbi et orbi.
In tutti i vocabolari italiani dei secoli scorsi si trova invece che il modo di dire "conosco i miei polli" è parodia popolaresca del notissimo passo evangelico "Cognosco oves meas", "Io sono il Buon Pastore, conosco le mie pecorelle": trasferito ai polli per non essere troppo irriverenti nei confronti del sacro.
E se anche non fosse questa la giusta spiegazione, poco male: almeno per il popolo di internet l'autorevolezza di Gesù Cristo batterà di gran lunga quella di San Francesco.
-
Re: Modi di dire
Va bene che sono una dimenticona seriale oltre che un'inguaribile distratta, ma dovresti conoscermi un po' per sapere - nonostante i miei limiti - che difficilmente sarei caduta in un errore così marchiano come quello dei semi di girasole ai tempi di San Francesco. La fonte alla quale ho attinto per spiegare il detto sui polli (riportandolo, anzi, quasi pari-pari), si trova a questo link. Non di sito web si tratta, dunque, ma del libro "Ce l'ho sulla punta della lingua. Dizionario semiserio dei modi di dire", di tale Carla Ferguson Barberini (nome collettivo che raccoglie un gruppo di professionisti della comunicazione, i quali scrivono su diversi argomenti di lingua e costume), che spesso e volentieri la mette in burla.
La teoria di Ferguson Barberini sull'origine del detto, in verità, non scricchiola soltanto sui semi di girasole, ma fa acqua da tutte le parti. Molto più verosimile l'origine che fa derivare il detto dalla faccenda della calzetta, che - a scanso di equivoci - ho aggiunto in fondo al post precedente. Quindi, pur sapendo che di indubbia bufala si trattava, perché l'ho riportata? Per due ragioni fondamentali (e una te l'ho già anche detta):
1. per testare la tua soglia di 'attenzione': altre origini-bufala di alcuni detti riportati in questo topic, per le quali pure attinto al libro di Ferguson-Barberini, ti sono sfuggiti;
2. perché i tuoi "puntini sulle i" mi divertono e mi piace leggerli.
Vergnügen steckt im Detail. ;)
-
Re: Modi di dire
Buonanotte ai suonatori
Espressione alla quale si ricorre quando si vuole chiudere una discussione o un accordo, è usata soprattutto in ambito partenopeo: per i napoletani indica spesso una certa forma di rassegnazione, una resa di fronte ad una situazione che non può essere più cambiata nonostante gli sforzi. L'origine di questo modo di dire è abbastanza scontato. Un tempo era molto più comune, per i locali, avere orchestre e musicisti fino alla chiusura, anche quando i clienti si contavano sulle dita di una mano. Quando la musica finiva e finalmente anche i suonatori potevano andare a dormire, significava che la festa o la serata erano definitivamente concluse e che non c'era più alcun motivo per restare fuori: un po' come avviene nelle più moderne discoteche.
Una canzone dei Pooh intitolata, appunto, "Buonanotte ai suonatori" chiarisce bene il senso di questa condizione...
E tutti a casa, sotto le coperte,
qualche canzone c'è rimasta chiusa
dentro al pianoforte, lasciamo qui
gli ultimi pensieri, buonanotte ai sognatori,
agli amori nati ieri,
buonanotte a chi farà una buonanotte.
Anche ai lupi solitari,
a chi scrive contro i muri
e alla fine… buonanotte ai suonatori.
https://www.youtube.com/watch?v=ZIN_...N_fij5e20#t=13
-
Re: Modi di dire
Portare scarogna
Espressione che significa "portare sfortuna, jella", ha un'origine incerta e dibattuta: c'è chi ritiene che derivi dal termine latino calumnia (calunnia), ipotesi prevalentemente dotta, mentre la maggior parte lo collega allo scalogno, una specie di cipollotto; questo:
http://cdn2.bigcommerce.com/server40...20.220.jpg?c=2
Secondo la tradizione popolare, lo scalogno era uno degli alimenti più diffusi tra le classi meno abbienti e da qui deriverebbe il fatto che porta povertà, disgrazia. Numerose sono le fonti antiche che citano lo scalogno, a partire da Plinio, che nomina la caepa Ascalonia (cipolla di Ascalona) come ingrediente culinario. Oppure lo studioso friulano Valentino Osterman ("La vita in Friuli"), il quale racconta che «Chi tocca quest’erba sarà per quel giorno sfortunato nel giuoco; e quando a uno le conte sono contrarie, gli si dice: 'Cce scalogne c'i tu as'». Anche il Cherubini nel "Vocabolario milanese-italiano" cita lo scalogno come sinonimo di miseria.
Sembra dunque probabile che l'origine sia da ricercarsi nel fatto che cipolla e scalogna erano cibo per poveri e, di conseguenza, erano anche sinonimi di indigenza. Questo perché lo scalogno è una pianta che secondo la superstizione porta iella. Ma, mentre il termine botanico è sempre esistito fin dall’antichità, la sua accezione negativa si è diffusa soprattutto tra la fine dell'Ottocento e l’inizio del secolo scorso, quando le cipolle e gli scalogni venivano consumati soprattutto da contadini e povera gente. Da qui, forse, la convinzione popolare che la sfortuna al gioco perseguitasse chi quel giorno aveva toccato cipolle.
-
Re: Modi di dire
Acqua in bocca
http://i65.tinypic.com/2aj8he0.jpg
Si dice "acqua in bocca" quando si chiede a qualcuno di non svelare un segreto, di non aprire bocca o parlare con altri di qualcosa che è stato detto in confidenza.
Sull'origine di questa espressione molti siti si rifanno ad un aneddoto riportato da Pietro Giacchi, lessicografo fiorentino, che racconta di una donna dalla lingua lunga (e piuttosto 'affilata'), ma devota, che una volta chiese al prete che la confessava di suggerirle una soluzione per questo suo peccato. Il sacerdote le diede allora una boccetta d'acqua e le disse di versarsene qualche goccia in bocca ogni volta che le fosse venuta voglia di parlar male degli altri. La donna seguì a puntino il consiglio e fu così contenta dei risultati che pensò che l'acqua fosse miracolosa. Da questo aneddoto sembra che sia nato il modo di dire.
Altre fonti attribuiscono questa trovata non al prete confessore ma a San Filippo Neri, sacerdote fiorentino che per il suo carattere burlone era soprannominato Santo della gioia o giullare del Signore. Un giorno, dunque, una donna andò da Filippo Neri per chiedergli come comportarsi col marito, col quale litigava in continuazione, soprattutto quando lui tornava a casa ubriaco. A vederlo ridotto così, la donna non riusciva a trattenersi dal biasimarlo, ricevendo in cambio insulti e botte da orbi. Il Santo, quindi, le consegnò un'ampolla colma di liquido che avrebbe dovuto versarsi in bocca ogni volta che vedeva il marito rientrare ubriaco. La moglie seguì speranzosa il consiglio e il marito, credendo che la sua consorte fosse divenuta improvvisamente muta, a poco a poco smise di imprecare contro di lei.
Terminato il liquido miracoloso, la donna tornò da San Filippo Neri per averne ancora... e così scoprì che il liquido altro non era che comunissima acqua!
-
Re: Modi di dire
Ingoiare il rospo
Sputare il rospo
http://i63.tinypic.com/5bol0.jpg
Due modi di dire antitetici che prendono a prestito una delle più brutte (per non dire ripugnanti) creature del regno animale. In senso letterale, queste azioni sarebbero degne di un film horror; in senso metaforico, per fortuna, la faccenda cambia...
"Ingoiare il rospo" equivale a dover sopportare qualcosa di molto sgradevole o umiliante perché non si può fare altrimenti; possibilmente, senza manifestare il proprio disappunto.
"Sputare il rospo" equivale invece a decidere di rivelare qualcosa che non si intendeva dire per timore, per scrupolo, per pudore, e così via; insomma, qualcosa che costituisce motivo di preoccupazione, malumore, sofferenza, e via dicendo.
Ma perché proprio il rospo?
Probabilmente perché, nella tradizione popolare, il rospo è ritenuto un animale velenoso, immondo, deforme e anche un po' magico; non a caso, pare che le streghe usassero la pelle e altre parti del rospo per i loro intrugli. Il nome deriverebbe da ruspus ('ruvido'), forse per via della pelle ricoperta di verruche. Inoltre, nella cultura popolare è viva l’immagine del serpente che cattura il rospo e lo deglutisce, digerendolo con grande sforzo. Avere un rospo sullo stomaco, effettivamente, non dev'essere piacevole neppure per un serpente di bocca buona. Grande, quindi, dev'essere il sollievo dopo averlo 'sputato'. La metafora è evidente: tenere qualcosa dentro di sé, specialmente se è doloroso o spiacevole, costituisce un peso; esternarlo, invece, procura un senso di sollievo.
Nota a margine
In Toscana, uno dei vini rosati più apprezzati è il cosiddetto "vin ruspo", che però col rospo non c'entra nulla ("ruspo" significa 'rubato'). Viene chiamato così perché, all'epoca della mezzadria, il mezzadro ritardava il trasporto dell’ultima uva perché durante la notte perché "ruspava" (ne sottraeva una certa quantità). Così, quando l'indomani mattina portava l'uva al proprietario, il carico era più leggero. In questo caso il "rospo", anziché ingoiarlo il proprietario, lo ingoiava il mezzadro... ed era ben contento di farlo!
https://www.riemurasia.net/images/smileys/frog.gif
-
Re: Modi di dire
Essere più realista del re
https://i.ebayimg.com/images/g/7wAAA...NmC/s-l300.jpg
Questo modo di dire si si usa quando qualcuno difende una causa con un accanimento persino maggiore di chi è direttamente interessato.
La frase è attribuita allo storico e politico francese Adolphe Thiers (sopra), che fu Presidente del Consiglio sotto Luigi XVIII, dal 1836 al 1840, che definiva plus royaliste que le roi (cioè, monarchici) gli esponenti della nobiltà francese più reazionaria, i quali - dopo il congresso di Vienna e la Restaurazione del 1814 - propugnavano il totale ritorno alla monarchia assoluta e ai più sfrontati privilegi.I nobili non solo appoggiavano il re Borbone, ma contestavano tutti le conquiste fatte dalla borghesia grazie a vent'anni di lotte politiche, pretendendo di azzerarle.
-
Re: Modi di dire
In cauda venenum
http://www.abeepestpro.com/wp-conten...e-scorpion.jpg
Si tratta di una locuzione latina comunemente usata, il cui significato letterale è «nella coda [sta] il veleno».
L'origine della frase fa riferimento allo scorpione, che in sé sarebbe un animale poco pericoloso, se non avesse una coda altamente velenosa.
In senso traslato, la locuzione viene usata quando un discorso rivela un carattere polemico inizialmente dissimulato o ha un inizio mellifluo che poi conduce ad una stoccata finale... proprio come certi rebus di questa sezione... :rolleyes:
L'espressione viene spesso riferita a Marziale per indicare la natura dei suoi epigrammi, che all'inizio presentano una situazione neutra ma che si concludono con una "stoccata" satirica finale.