Avere uno scheletro nell'armadio
La macabra espressione significa "avere segreti inconfessabili, nascosti, riprovevoli o comunque dannosi per la propria reputazione". Esiste un corrispettivo inglese, to have a skeleton in the cupboard, utilizzato ampiamente anche in letteratura. Pare comunque che l'originale sia francese, avoir un squelette dans le placard, pur essendo apparsa più tardi nelle pagine dei libri. Lo studioso Bernard Delmay ha ricostruito l'origine di questa espressione, facendola risalire all'epoca della Rivoluzione francese. Più precisamente al 1792, ovvero un anno dopo la morte del conte di Mirabeau (apprezzato dai rivoluzionari, nonostante appartenesse alla nobiltà, per aver continuato a pubblicare le cronache delle sessioni degli Stati Generali anche dopo il divieto reale), quando venne scoperto alle Tuileries un armadio blindato, contenente documenti compromettenti dai quali era evidente che il conte aveva tramato con il re per cancellare la Rivoluzione. Ne seguì uno scandalo e venne pubblicata una vignetta satirica che rappresentava lo stesso Mirabeau come uno scheletro sistemato nell’armadio (immagine sopra), per custodire i documenti che rivelavano il suo tradimento della causa della rivoluzione.
Per inciso, anche se qui non c'entra nulla, a Mirabeau si deve anche la frase: «Solo gli imbecilli non cambiano mai opinione».
A proposito di armadi, può capitare che - oltre allo scheletro - si trovi nell'armadio anche qualche altro ospite poco gradito, sebbene vivo e vegeto: l’amante della padrona di casa, per esempio, che - per cause di forza maggiore - ha dovuto eclissarsi... sul più bello. A questo proposito, Luigi Barzini racconta che il veneziano conte di Papadopoli, marito di una nobildonna famosa per la generosità con cui offriva le proprie grazie, mentre una notte era a letto (con la moglie) abbia udito il respiro affannoso dell'amante di turno, costretto dalle circostanze a riparare nell’armadio. Al mattino seguente, quando la premurosa consorte gli servì il caffè a letto, il conte si alzò e, dopo aver bussato alla porta dell'armadio, domandò cortesemente: «Lu el lo tol dolze o amaro?» (Lei lo prende dolce o amaro?).
La classe non è acqua!![]()
Ultima modifica di trash; 30-10-17 alle 12:31


A Napoli si dice "Tenere 'a Saraca ind'a sacca"
Ultima modifica di agaragar; 30-10-17 alle 12:06
Addio Tomàs
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Il conte Nicolò Comneno Papadopoli (1841-1922) era il discendente di una antichissima famiglia cretese emigrata a Venezia e vantava addirittura una parentela con la dinastia dei Comneni, imperatori di Bisanzio tra 1000 e 1200.
Dunque anche parente di Totò, che faceva Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio ed entrambi quindi discendenti da Manuele Comneno detto l'Erotico, fondatore della dinastia.
Sfortunatamente Niceforo Briennio, nella sua Historia, non spiega l'origine del soprannome "Erotico" e quindi non posso aggiungere ulteriori piccanti particolari alla genealogia del gentilissimo conte veneziano.
Però, chi volesse provare l'emozione di una notte dentro l'armadio del conte Papadopoli può farlo poiché lo splendido Palazzo Papadopoli è diventato un albergo e quindi basta prenotare una stanza per avere accesso all'armadio: con 300€ a notte si può avere la suite con vista sul Canal Grande che di solito prende George Clooney, ma possono bastare anche i 150€ per una stanza normale, tanto se poi si dorme dentro l'armadio che ci frega della vista?
Mai sentito, però divertente... certo che la creatività napoletana è imbattibile!!
Ho cercato saraca e ho visto che significa "aringa", confermi?
Se confermi questo significato, allora devi spiegarmi una cosa che non ho capito.
Ipotizzando che uno abbia un'aringa in tasca, come minimo puzza lontano un miglio di pesce affumicato. E se puzza di pesce, è lecito pensare che la gente se ne accorga e lo noti, giusto?
Quindi, se tiene in tasca un'aringa puzzolente, non capisco come faccia a nascondere il suo scheletro in tasca, nell'armadio o dove cavolo gli pare...
Se sei parte-nopeo e dovessero venirti in mente altri equivalenti napoletani dei modi di dire che leggi qui, per favore traduchili... tradulici... traducili, oh!![]()




Bè, anche i cadaveri puzzano e gli scheletri si trovano
la spiegazione forse si trova in 'le bugie hanno le gambe corte'
Tenere una cosa puzzolente in tasca equivale ad 'essere fuori regola' avere qualcosa che non va, come lo scheletro nell'armadio
Citata nella commedia di E. de Filippo Uomo e Galantuomo
Il dottore che s'infuria per il tradimento della moglie, teneva però una corrispondenza 'equina' con un'altra donna
cioè 'tiene 'a saraca int'a sacca' come dice Eduardo
Addio Tomàs
siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle


Sfortunatamente l'unica copia del manoscritto della Historia di Niceforo Briennio è andata perduta, ma oggi c'è Wikipedia...
https://it.wikipedia.org/wiki/Manuele_Comneno_Erotico
A tutti e due voi, cari ragazzi...
Grazie mille!
Espressione che esprime immensa gratitudine e che viene spesso erroneamente collegata alla famosa spedizione dei Mille di Garibaldi. Un po' ovunque, in rete, questa formula di ringraziamento viene accostata infatti alla storica impresa, allorché, nell’atto di rendere omaggio a Garibaldi, i notabili siciliani esclamarono: «Grazie Garibaldi, grazie a te e ai Mille!». In realtà, Garibaldi e i Mille non c'entrano una beata fava...
Oggi come in passato il termine "mille" esprime, in diverse situazioni, una cifra elevata; non è quindi strano che, per manifestare verbalmente grande riconoscenza, gli venga associata la parola 'grazie'. Del resto, testimonianze analoghe si trovano anche in latino; per esempio in Catullo, che nel celebre Carme V scriveva: Da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera… ’, tilizzando mille per esprimere, appunto, una grande quantità di baci. Ma non solo.
'Grazie mille' può essere spiegato anche considerando l'origine latina dell'espressione grazie, formula abbreviata di "rendere grazie" (traduzione latina di gratiam facere). Ora, poiché grazie è un sostantivo 'numerabile' (ovvero, il numero di gratiam si può quantificare), si comprende meglio il fatto che, associandolo ad un numero tradizionalmente considerato grande, si enfatizzi il sentimento di gratitudine.
Infine, una curiosità. Il primo 'grazie mille' della letteratura italiana compare nell'Ottocento, nel poemetto "La messe" di Giovanni Pascoli:
Diceano i grilli grazie mille in coro
a chi, tagliato, per lor agio, il grano,
gittò poi l'arma... La falciola d'oro
brillava in cielo e ricadea lontano.
Larga la foglia, stretta la via...![]()
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