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Discussione: Un futuro da ricordare

  1. #1
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    Predefinito Un futuro da ricordare

    Un futuro da ricordare

    di Fabio Granata



    “Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integralismi della terra, quando si scopre che il confine non é un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera”.

    Questa straordinaria metafora, tratta da Pensiero Meridiano di Franco Cassano, può rappresentare uno spunto di grande rilevanza nella costruzione di un nuovo profilo culturale e politico della Destra italiana. Quella Destra che, per dirla con Montanelli, c’era prima di Berlusconi e ci sarà dopo di lui.
    “Parlare di Destra Politica è indispensabile anche per chi, come me, ritiene che le vecchie categorie del 900 abbiano perso senso e capacità di spiegare il mondo: indispensabile per evitare strumentalizzazioni da parte di chi ci dipinge come “di sinistra” o addirittura comunisti e soprattutto per sgombrare il campo dai ‘distinguo’ e dagli alibi di alcuni, forse spaventati dall’essersi allontanati dalla confortevole protezione di Silvio Berlusconi.

    Noi dobbiamo costruire, con gli arnesi culturali dell’attualità, una politica che non sia condizionata dall’economia ma che ne guidi i processi, che non assecondi sempre e comunque gli istinti retrivi del popolo ma sappia indirizzarli al bene comune. Una politica attenta alla coesione sociale della Nazione e alla sostenibilità dello sviluppo. Alla tutela del patrimonio culturale e alla difesa del paesaggio e delle nostre belle Città.

    Una politica che sappia fare un passo avanti nel contrasto a tutte le mafie e cricche, sostenendo le procure, i magistrati, le forze dell’ordine con parole adeguate, atti legislativi, strumenti e risorse e non si accontenti dell’autoreferenziale elencazione, dal forte sapore di propaganda, di arresti e confische poste in essere dalle stesse Procure continuamente oltraggiate, vilipese, guardate con sospetto e mai sostenute.
    Una politica che sappia declinare una difesa dell’identità e dell’unità nazionale che sia anche ‘pensiero meridiano’, attenzione ai territori, esaltazione delle differenze e specificità del palinsesto complesso, variegato e bellissimo della nostra Italia.

    Le categorie politiche del 900, basate sulla contrapposizione radicale di ‘destra e sinistra’ hanno esaurito la loro funzione. Siamo in una fase di trasformazioni e di passaggi.
    Si tratta di porre le basi di un progetto ambizioso che sappia affrontare le sfide della modernità senza rifugiarsi nel passato delle radici, guardando al futuro che certo è vitale solo se è consapevole della sua storia e delle sue tradizioni,vitali solo perché continuamente rinnovate.

    Al di là e oltre le imprese realizzate nei secoli passati, la consapevolezza dell’eccellenza italiana può essere strategicamente coltivata da una nuova forza politica per un grande disegno di Rinascita nazionale, oltre le angustie e le miserie del presente.

    Ci sono esperienze che con l’aumento della velocità si deteriorano profondamente o addirittura scompaiono, dall’amore e la cura per l’altro alla riflessione, dall’educazione alla convivialità, a tutte quelle attività che, per esistere, hanno bisogno di respirare un tempo largo, di disporre dell’ossigeno della durata…

    A Settembre, su queste coordinate, costruiremo, attorno a Gianfranco Fini, il profilo di una forza politica modernissima ma intrisa di Memoria Storica.

    Culturalmente consapevole ma popolare.

    Una forza in grado di progetti lungimiranti e all’altezza del Modello Italiano.

    Un Modello,per nostra fortuna,ben distinto e distante dal berlusconismo privo di anima, dall’affarismo privo di progetto e dal rancoroso ‘tribalismo’ della Lega.

    Un Modello per la nostra Italia



    Un futuro da ricordare | Il Fatto Quotidiano
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Bellissimo! A tratti perfino emozionante!!

    A più tardi per una attenta analisi del testo e per i commenti.
    SADNESS IS REBELLION

  3. #3
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Tutto molto belo, questa dovrebbe essrela DESTRA, ma il capoè Sbagliato, non può essere FINI, il capo di tuta questo, perchè lui queste idee le ha già tradite.
    ADA

  4. #4
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Scusami holeto or la aola " MEMORIA STORICA",ma se Fini l'ha rinnegata la "MEMORIA STORICA", ora mi dici come fa a tonare indietro e rimangiarsi tutto?
    Ma ci avete preso per degli siocchi?:Non ho mai visto un trasformimo così sfacciato.

    ADA

  5. #5
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Se non ricordo male per te il tradimento di Fini avviene con la fusione a Forza Italia...
    Ultima modifica di famedoro; 17-08-10 alle 09:16
    Matsudaira Izu no Kami disse al Maestro Mizuno Kenmotsu: "Voi siete un uomo di grande valore, peccato siate così basso".

    Kenmotsu gli rispose: "E' vero. A volte in questo mondo non tutto va come si desidera. Ora, se io vi tagliassi la testa e l'attaccassi sotto i miei piedi, sarei più alto. Ma è qualcosa che non si potrebbe fare".

  6. #6
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Analisi del Manifesto Finiano

    di Florian


    1. Il manifesto della Destra che verrà si apre con una citazione letteraria, tratta da "Pensiero Meridiano" di Franco Cassano, un pensatore di formazione marxista che in seguito si è aperto a nuovi orizzonti ed è diventato un punto di riferimento per il meridionalismo.

    "Il pensiero meridiano è l'idea che il Sud abbia non solo da imparare dal Nord, dai Paesi cosiddetti sviluppati, ma abbia anche qualcosa da insegnare e quindi il suo destino non sia quello di scomparire per diventare Nord, per diventare come il resto del mondo.
    C'è una voce nel Sud che è importante che venga tutelata ed è una voce che può anche essere critica nei riguardi di alcuni dei limiti del nostro modo di vivere, così condizionato dalla centralità del Nord-Ovest del mondo. Io credo che il Sud debba essere capace di imitare, ma anche di saper rivendicare una misura critica nei riguardi di un mondo che ha costruito sull'ossessione del profitto e della velocità i suoi parametri essenziali." (Franco Cassano)


    Questa scelta prefigura immediatamente quale sarà l'obiettivo della Destra nuova finiana. Rilanciare l'identità meridionale attraverso un "modello meridionale", alternativo a quello padano, che possa essere da lievito ad una nuova politica (non ossessionata dal profitto e dalla velocità) per l'Italia intera.


    2. Dopo Franco Cassano, intellettuale di origine marxista, si ha il recupero del più importante riferimento culturale della destra democratica italiana del dopoguerra: Indro Montanelli. Una destra preesistente a Berlusconi e che il berlusconismo rampante costringerà al silenzio e all'esilio, se non addirittura all'azione politica sul fronte avversario (Travaglio).
    Recuperare Montanelli significa per Fini assumersi un profilo liberal-conservatore che la destra politica italiana mai ha avuto, lontano tanto dal moderatismo democristiano quanto dal populismo neofascista o berlusconiano.


    3. Dopo il meridionalismo e il liberal-conservatorismo, la collocazione politico-parlamentare. A destra, naturalmente. Una rivendicazione "indispensabile" nel momento in cui tutti si affollano verso il centro e chi cerca di darsi un profilo al passo dei tempi viene tacciato di "eresia" e "sinistrismo" dai custodi di una presunta ortodossia.


    4. Volontà di questa Destra nuova sarà di rilanciare una politica non più schiava dell'economia come il modello liberal-liberista impone. Una politica non prona agli istinti del popolo ma volta al bene comune. E una politica volta al bene comune è l'unica vera, buona, politica. In questo passaggio si ha il recupero di tutta la tradizione della destra politica missina, volta a combattere la "demonia dell'economia" e nel complesso del conservatorismo classico burkeano, da sempre ostile all'economicismo e rivolto al perseguimento del bene comune.


    5. La Destra nuova dovrà mediare tra l'esigenza di assicurare la coesione sociale e quella di assicurare lo sviluppo economico. Dunque uno sviluppo sostenibile, non indiscriminato o volto a favorire un pezzo di nazione a danno del resto. Una politica che riporti l'uomo a prendersi cura del paesaggio circostante, della natura e della citta, dunque la scelta consapevole di un "conservatorismo verde", fatta già propria in Europa dall'attuale governo Cameron, e sul piano teorico dal filosofo Roger Scruton, ma che ha radici ben più antiche.


    6. La Destra nuova nascerà sotto il nobile segno della legalità e dunque facendosi carico di contrastare le mafie e le cricche in linea con l'azione svolta, contemporaneamente, da magistratura e forze dell'ordine. E' questo un punto di forte discontinuità dal berlusconismo, che per dubbie ragioni "privatistiche" ha sposato un garantismo "contro" la magistratura.


    7. Dopo aver sottolineato la necessità politico-comunicativa di una collocazione "a destra" per la Destra nuova, Granata si premura di considerare esaurita la contrapposizione ideologica delle vecchie categorie ottocentesche destinata a fare i conti con la modernità e dunque a ripensarsi attraverso un inevitabile incontro reciproco.


    8. La Destra nuova dovrà guardare al futuro consapevole della sua storia e delle sue tradizioni. E' questo un passaggio fondamentale del manifesto finiano. E' infatti la lucida affermazione di un conservatorismo classico ancor più che tradizionalistico, volto cioè come voleva Burke e ribadisce oggi Cameron al rinnovamento nella tradizione e non, più grettamente, nel rifuggire il rinnovamento di per sè. E' una polemica, questa, rivolta verso settori della destra in fondo più "conservativa" che conservatrice, immobilista e disincantata verso ogni reale possibilità di sviluppo.


    9. La Destra nuova sarà un partito di "Rinascita nazionale" (nome che sarebbe perfetto per il futuro partito finiano, chissà...), consapevole dell'eccellenza italiana. Un partito volto ad una politica di lungo corso, destinata a durare nel tempo.


    10. La Destra nuova nascerà a settembre, attorno a Gianfranco Fini. E sarà una forza politica che coniugherà lo slancio verso il futuro con la Memoria Storica. Altra sottolineatura importante: questo futurismo non ha dietro di sè il nulla, la tabula rasa, ma si declinerà sulla base di una memoria storica. Sarà dunque rivoluzionaria e al tempo stesso conservatrice.
    Sarà una forza politica supportata da un'azione culturale, non elitaria ma popolare.


    11. Questa nuova forza politica inseguirà un modello di Italia "distinto e distante dal berlusconismo e dal tribalismo leghista".
    Ciò significa che la Destra nuova di Fini sarà probabilmente politicamente avversaria della pseudo-destra berlusconian-bossiana, fintamente conservatrice in realtà sovversiva perchè ispirata da sentimenti "affaristici" e al tempo stesso "rancorosamente tribalistici", ovvero antinazionali.
    Ultima modifica di Florian; 17-08-10 alle 09:57
    SADNESS IS REBELLION

  7. #7
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Citazione Originariamente Scritto da famedoro Visualizza Messaggio
    Se non ricordo male per te il tradimento di Fini avviene con la fusione a Forza Italia...
    Ciao Famedoro, non mi è piaciuta un gran che nemmeno la svolta di FIUGGI, ma ci ha rimbambito di chiacchiere, e la maggioranza delle persone ha pensato ad una destra più moderna, l'abbiamo visto quanto è moderna, è talmente moderna che la DESTRA non c'è più, che vuoi fare ognuno ha le sue opinioni.
    Ti saluto e ti auguro una buona giornata
    ADA

  8. #8
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Franco Cassano è nato ad Ancona nel 1943 e insegna Sociologia della
    conoscenza nell’Università di Bari. È stato intellettuale di punta del marxismo
    meridionale, ma ha iniziato, negli anni Ottanta, una riflessione che, senza
    rinnegare quelle radici, si apriva a nuovi orizzonti. Il pensiero meridiano,
    ovvero ripensare il Mezzogiorno riconsiderando la sua identità culturale
    rispetto a una modernizzazione che non lo ha fatto, è l'opera che nel 1996 ha
    aperto il dibattito sull'autonomia del pensiero meridionale.
    In Approssimazione. Esercizi di esperienza dell’altro (Il Mulino, 1989),
    partendo dal presupposto dell’assoluta trascendenza dell’altro, chiunque egli
    sia, venivano analizzati i modi dell’avvicinamento, riconoscendo la necessità di
    «una volontà d’impotenza».
    Partita doppia. Appunti per una felicità terrestre (Il Mulino, 1993) era uno
    straordinario percorso in otto st azioni che cercavano di evidenziare come ogni
    situazione della vita e della storia sia, appunto, una “partita doppia”, abbia
    vantaggi e svantaggi, schiudendoci spesso all’orizzonte tragico, che è quello
    in cui l’uomo è gettato.
    Ne Il pensiero meridiano (Laterza, 1996), il suo libro più celebre che ha posto
    le basi teoriche di un nuovo meridionalismo, il Sud del mondo (anche
    attraverso una riflessione su Camus e Pasolini) viene pensato a partire da
    parametri nuovi, valorizzandone prima di tutto l’osmosi con il mare, l’«andar
    lenti», contro il mito moderno dell’«homo currens», la sua dimensione di
    frontiera.
    Con Mal di Levante (Laterza, 1997) e Paeninsula (Laterza, 1998) Cassano ha
    esteso la sua riflessione a Bari e all’Italia, insistendo su temi come la
    contaminazione tra le culture per risolvere il rapporto con il futuro.
    Modernizzare stanca (Il Mulino, 2001) raccoglie una serie di saggi in cui
    Cassano riflette con sobrietà e ironia su una gran varietà di aspetti del vivere
    umano. La modernità – questa la tesi di fondo - presenta dei coni d'ombra:
    esistono degli aspetti che non riesce a risolvere in modo soddisfacente,
    esistono dei valori (favole, preghiere, ricordi infantili, passioni, relazioni
    affettive) che essa, a volte colpevolmente, trascura, e che possono essere
    proficuamente riattivati per renderci meno nevrotici.
    Il suo ultimo lavoro è una breve saggio su Leopardi, Oltre il nulla (Laterza,
    2003), la cui tesi centrale è che il “nulla” nell’autore de La ginestra è solo la
    penultima parola. Il disincanto di cui il recanatese si fece teorico e poeta non
    coincide con la resa. Nostro compito è farci carico della verità senza
    rassegnarsi. Nello stesso tempo Leopardi va riattivato come poeta civile,
    alfiere di una “solidarietà planetaria”, che può nascere dalla capacità dello
    “sguardo da lontano”.
    Cassano appare come uno dei pensatori più liberi ed originali del panorama
    intellettuale italiano, grazie anche alla sua passione e alla sua inesausta
    curiosità intellettuale, che rompe barriere tra discipline e ideologie. Fa parte
    del comitato scientifico del Laboratorio Progetto Poiesis e della redazione della
    rivista da Qui. Presiede a Bari il movimento di cittadinanza attiva Città plurale.

    http://www.comune.benevento.it/Citta...ncoCassano.pdf

    Bene, più marxista di così, si muore, pescate i voti a sinistra? Complimenti
    lui non ha rinnegato le sue origini marxiste. Complimenti
    ADA

  9. #9
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    nfanzia e gioventù [modifica]
    Figlio di Sestilio Montanelli (1880 – 1972) e di Maddalena Doddoli (1886 – 1982), Indro nacque a Fucecchio (FI) in Toscana[1] nel palazzo di proprietà della famiglia della madre. A tale circostanza sono riferite alcune «leggende», la più famosa delle quali - raccontata dallo stesso Indro - narra che dopo un litigio (gli abitanti di Fucecchio erano divisi in «insuesi» e in «ingiuesi», cioè di sopra e di sotto; la madre era insuese e il padre ingiuese) la famiglia materna ottenne di far nascere il bambino nella propria zona collinare, mentre il padre scelse un nome adespota, estraneo alla famiglia materna e neppure presente nel calendario.[2] Il nome Indro, scelto dal padre, infatti è la mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra, poi trasformato nel soprannome "Cilindro" dagli amici ed anche da alcuni avversari politici.[3] Passò l'infanzia nel paese natale, spesso ospite nella villa di Emilio Bassi, sindaco di Fucecchio per quasi un ventennio, nei primi anni del Novecento. A Emilio Bassi, che considerava come un «nonno adottivo», restò legato tanto da volere che a lui fosse cointitolata la Fondazione costituita nel 1987.[4].
    Sin da ragazzo, Montanelli iniziò a soffrire di depressione, un male che lo segnerà per tutta la vita:
    « La prima crisi fu a undici anni. Mi svegliai una notte urlando "Muoio, muoio!". Una mano mi attanagliava la gola, mi sentivo soffocare. Accorsero i miei genitori, un po' mi quietai, ma smisi di dormire e di mangiare per mesi, avevo paura di tutto, un vero terrore, e mi sentivo addosso la tristezza del mondo intero. Dovetti abbandonare la scuola per quell'anno. I sintomi si sono poi ripresentati identici più o meno ogni sette anni, ciclicamente.[5] »
    Il padre, preside di Liceo, fu trasferito prima a Lucca, poi a Nuoro presso il Liceo Classico "G. Asproni", dove il giovane Indro lo seguì. Ancora a causa degli spostamenti del padre, frequentò il liceo a Rieti, dove nel 1925 conseguì la maturità. In seguito si laureò in giurisprudenza a Firenze, con un anno di anticipo sulla durata normale dei corsi, discutendo una tesi sulla «legge Acerbo» in cui criticava il provvedimento, sostenendo che era stato pensato per abolire le elezioni. Ottenne la valutazione di centodieci e lode grazie ai professori antifascisti dell'ateneo [6]. Successivamente frequentò uno stage a Grenoble in scienze politiche e sociali.
    Gli anni trenta [modifica]
    Montanelli debuttò sulla rivista Frontespizio di Piero Bargellini, con un articolo su Byron e il cattolicesimo (luglio-agosto 1930). Fu attento lettore di altre riviste, specie di L'Italiano di Leo Longanesi (destinato, dal 1937, a diventare suo grande amico e, nel secondo dopoguerra, suo editore) e di Il Selvaggio di Mino Maccari: periodici, entrambi, che pur essendo fascisti furono fra i primi a fare "fronda", cioè a rompere con il coro conformista del regime. Ma fu altresì profondamente influenzato dalla lettura di La Voce (1909-1914) di Giuseppe Prezzolini (destinato, nel secondo dopoguerra, a essere tra i migliori suoi amici). Nel 1932 collaborò al periodico fiorentino l'Universale di Berto Ricci, con una diffusione di circa millecinquecento copie.
    L'adesione al fascismo [modifica]
    Esordì come giornalista di cronaca nera nel 1934 a Parigi, al Paris-Soir, collaborando contemporaneamente al quotidiano italo-francese diretto da Italo Sulliotti L'Italie Nouvelle. Fu poi mandato come corrispondente in Norvegia, da lì in Canada e poi assunto alla United Press a New York, continuando anche nella collaborazione con Paris-Soir. In questo periodo intervistò il magnate Henry Ford, che descrisse in maniera molto originale.
    Nel 1935 il regime fascista attaccò l'Etiopia. Montanelli tornò in Italia e si propose come inviato in Etiopia, ma l'agenzia non acconsentì, così si arruolò volontario. Partecipò alla guerra (iniziata nell'ottobre 1935) come comandante di un battaglione di Ascari (XX Battaglione Eritreo):
    « Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora. »
    (Indro Montanelli, ringraziando Benito Mussolini ("Gran Babbo"), nel raccontare la sua esperienza di comandante di una banda di Ascari durante la guerra d'Etiopia.[7])
    La guerra di Montanelli durò solo fino a dicembre: venne ferito e dovette abbandonare i combattimenti. Durante la sua permanenza al fronte aveva iniziato a scrivere un libro, che diede alle stampe all'inizio del 1936. L'opera, XX Battaglione Eritreo, in maggio fu recensita favorevolmente da Ugo Ojetti e Goffredo Bellonci.
    Il padre di Indro, Sestilio, si trovava in Africa Orientale per dirigere una commissione di esami per militari e civili dell'esercito residenti nelle colonie. Intercesse presso il direttore del quotidiano di Asmara La Nuova Eritrea, Leonardo Gana, facendolo assumere. Montanelli ottenne così la tessera di giornalista. Nel gennaio 1936 fu trasferito dal XX Battaglione Eritreo al Drappello Servizi Presidiari e iniziò a prestare servizio presso l'Ufficio Stampa e Propaganda [8].
    Qui sposò un'eritrea di 12 anni, versando al padre la convenuta cifra di 500 lire, secondo i costumi locali. Questa prima moglie lo seguì per l'intera permanenza in Africa [9].
    Redattore de La Nuova Eritrea, Montanelli scrisse un pezzo per Civiltà Fascista intitolato "Dentro la guerra":
    « Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà. »
    (Indro Montanelli, gennaio 1936, "Civiltà Fascista".[10])
    Manlio Morgagni, direttore dell'Agenzia Stefani e fedelissimo di Mussolini, lo avrebbe voluto come corrispondente dall'Asmara, ma la trattativa non ebbe esito positivo. Quando il padre ritornò in Italia, Indro lo seguì [11].
    Il passaggio all'antifascismo [modifica]
    Tornato in Italia nell'agosto 1936, Montanelli ripartì per la guerra civile spagnola come corrispondente per il quotidiano romano Il Messaggero, scrivendo articoli anche per L'Illustrazione italiana e il neonato settimanale Omnibus di Longanesi. In Spagna, le sue posizioni contro il regime si radicalizzarono. In un articolo commentò il resoconto della battaglia di Santander con queste parole: “È stata una passeggiata militare con un solo nemico: il caldo.”[12] Mentre la sua simpatia per gli anarchici spagnoli lo portò ad aiutare uno di loro, accompagnandolo fuori frontiera. Il gesto venne ricompensato da "El Campesino"[13], capo anarchico della 46ª divisione nella Guerra di Spagna, con il dono di una tessera della Federación Anarquista de Cataluña di cui Montanelli si sarebbe fregiato per tutta la vita [14]. Una volta rimpatriato, il Minculpop, con l'intervento diretto di Mussolini, lo cancellò dall'albo dei giornalisti per l'articolo sulla battaglia di Santander, considerato offensivo per l'onore delle forze armate. Gli fu anche tolta la tessera del Partito [12], che poi nulla egli fece per riavere. Per evitare il peggio, Giuseppe Bottai (ministro dell'Educazione nazionale) prima gli trovò in Estonia un lettorato di italiano nell'Università di Tartu, poi lo fece nominare direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Tallinn, la capitale.
    Gli anni della seconda guerra mondiale [modifica]
    Ritornato in Italia, entrò nel 1938 al Corriere della Sera grazie anche all'interessamento di Ugo Ojetti, che credeva nel suo talento giornalistico. Ojetti, ex direttore del Corriere, fece il suo nome ad Aldo Borelli, il direttore in carica, che lo assunse come inviato [15], con l'incarico di occuparsi di articoli di viaggi e letteratura, e con la consegna di tenersi lontano dai temi politici.
    Montanelli fece l'inviato in giro per l'Europa. Nel 1939 fu in Albania, diventata quell'anno colonia italiana. Il 1º settembre 1939, mentre si trovava in Germania, conobbe sul Corridoio di Danzica [16] Adolf Hitler, alla presenza dello scultore Arno Brecker e dell'architetto Albert Speer (che confermò poi, nel 1979, la veridicità di quell'incontro). Montanelli stesso ebbe modo di rievocare l'episodio nel libro-intervista autobiografico Il testimone.
    Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Montanelli si spostò al fronte: oltre all'invasione della Polonia, assistette a quella della Norvegia ad opera dei tedeschi e dell'Estonia da parte dei russi. In Finlandia fu appassionato testimone del tentativo d'invasione da parte dell'URSS; nei suoi articoli trasparve una forte propensione per la causa finlandese.
    Con l'entrata in guerra dell'Italia (giugno 1940), Montanelli venne mandato in Francia e nei Balcani; poi gli fu assegnato l'incarico di seguire la campagna militare italiana dalla Grecia e dall'Albania, come corrispondente . Qui raccontò di aver scritto poco, per malattia ma soprattutto per onestà intellettuale: il regime gli imponeva l'obbligo di propaganda, ma sotto i suoi occhi l'esercito italiano subiva seri danni. Un suo articolo, pubblicato su Panorama del 12 settembre 1940, venne considerato "disfattista" dai censori del Minculpop, che successivamente ordinarono la chiusura del periodico.
    « Rimasi su quel fronte vari mesi, senza scrivere quasi nulla, un po' perché mi ammalai di tifo e molto perché mi rifiutati di spacciare per una gloriosa campagna militare lo squasso di legnate che ci beccammo laggiù. »
    ( Tiziana Abate, Indro Montanelli, «Soltanto un giornalista».[17])
    Finite obtorto collo le corrispondenze dal fronte, rimpatriò nel 1942 per sposarsi in seconde nozze con l'austriaca Margarethe De Colins De Tarsienne, che aveva conosciuto nel 1938 [18]. Dal 1942 al 1944 scrive sul settimanale Tempo sotto lo pseudonimo di "Calandrino".
    Nel 1943 visse il disfacimento dell'8 settembre e si associò al movimento partigiano Giustizia e Libertà. Fu inserito nella lista dei ricercati; scoperto dai tedeschi, fu incarcerato (5 febbraio 1944) e condannato a morte (20 febbraio 1944). Riuscì ad evitare la sentenza per intercessione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster [19] [20] [21] [22] [23] [24] [25] [26] [27].
    Fuggì da San Vittore grazie all'aiuto della famiglia Crespi, proprietaria del Corriere della Sera [28]. Successivamente fu aiutato a fuoriuscire dall'Italia grazie alla rete clandestina «Opera Scout Cattolica Aiuto ai Rifugiati» (OSCAR). Dall'esperienza trascorsa nella prigione di Gallarate e poi in quella di San Vittore trasse ispirazione per il romanzo Il generale Della Rovere [29].
    Il 25 aprile 1945 Montanelli fece il suo ritorno in Italia. Gli inizi non furono facili: gli antifascisti non gli perdonavano il fatto di essere stato fascista; gli ex fascisti non avevano dimenticato il suo «8 settembre». Le porte del Corriere della Sera gli furono inizialmente sbarrate. Montanelli dovette ricominciare dal "settimanale popolare" del Corriere, La Domenica del Corriere di cui assunse la direzione nel 1945.
    Solo alla fine dell'anno seguente poté tornare in Via Solferino.
    Nel 1946, assieme a Giovanni Ansaldo e Henry Furst, aiutò l'amico Leo Longanesi a fondare l'omonima casa editrice, per la quale cominciò a pubblicare fin dal 1949 (Morire in piedi). Montanelli, oltre che con Longanesi, strinse un'amicizia profonda con un altro personaggio importante nella cultura italiana dell'epoca, Dino Buzzati. Il terzo intellettuale con cui Montanelli strinse una forte e duratura amicizia fu Giuseppe Prezzolini, che stimava per l'indipendenza di pensiero [30].
    Gli anni cinquanta e sessanta [modifica]
    Negli anni cinquanta Montanelli accettò la richiesta di Dino Buzzati di tornare a collaborare con la Domenica del Corriere. Buzzati gli diede una pagina intera; nacque la rubrica «Montanelli pensa così», che divenne poi «La Stanza di Montanelli», uno spazio in cui il giornalista rispondeva ai lettori sui temi più caldi dell'attualità. In breve tempo diventò una delle rubriche più lette d'Italia.
    Grazie al successo della rubrica, Montanelli accettò scrivere a puntate la Storia dei romani e poi la Storia dei greci. Cominciò così la carriera di storico, che fece di Montanelli il più venduto scrittore italiano[31].
    Per approfondire, vedi la voce Storia d'Italia (Montanelli).
    Il primo libro fu la Storia di Roma, che venne pubblicata a puntate su La Domenica del Corriere e poi raccolto in volume per Longanesi (1957). Dal 1959 in poi la fortunata serie venne edita dalla Rizzoli Editore. La serie continuò con la Storia dei greci, per poi riprendere con la Storia d'Italia dal Medioevo ad oggi.
    Quando la parlamentare socialista Lina Merlin, nel 1956 propose un disegno di legge che prevedeva l'abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia e la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, in particolare attraverso l'abolizione delle case di tolleranza, Montanelli si batté pervicacemente contro quella che veniva già chiamata - e si sarebbe da allora chiamata - la "legge Merlin". Diede alle stampe un pamphlet intitolato Addio, Wanda!, nel quale scriveva tra l'altro:
    « ... in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l'intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia... »
    Nello stesso 1956 la sua attività d'inviato aveva portato Montanelli a Budapest, dove fu testimone della rivoluzione ungherese del 1956. La repressione sovietica gli ispirò la trama di un'opera teatrale, I sogni muoiono all'alba (1960), da lui portata anche al cinema l'anno successivo insieme a Mario Craveri ed Enrico Gras, con Lea Massari e Renzo Montagnani nel ruolo dei giovani protagonisti.
    Nel 1961 sostenne la candidatura di Giovanni Spadolini alla direzione del Corriere. I colleghi anziani si schierarono invece per Alfio Russo, che venne nominato al posto del giornalista-storico fiorentino. Montanelli, risentito, ruppe l'amicizia con Russo.
    A partire dal 1965 partecipò attivamente al dibattito sul colonialismo italiano. In accesa polemica con lo storico Angelo Del Boca, Montanelli rilanciava il mito secondo cui quello italiano fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all'azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene. Nei suoi numerosi interventi pubblici ha negato ostinatamente l'impiego sistematico di armi chimiche come iprite, fosgene e arsine da parte dell'aviazione militare italiana in Etiopia.[32]
    Dichiaratamente anticomunista, "anarco-conservatore" (come amava definirsi su suggestione del grande amico Prezzolini) e controcorrente, vedeva nelle sinistre un pericolo incombente, in quanto foraggiate dall'allora superpotenza sovietica.
    L'abbandono del Corriere [modifica]
    A partire dalla metà degli anni sessanta, dopo la morte di Mario e Vittorio Crespi e la grave malattia del terzo fratello Aldo, la proprietà del "Corriere" fu gestita dalla figlia di quest'ultimo [23]. Sotto il controllo di Giulia Maria, il quotidiano operò una netta virata a sinistra. La nuova linea venne varata nel 1972, con il licenziamento in tronco del direttore Giovanni Spadolini e la sua sostituzione con Piero Ottone.
    Montanelli diede un giudizio tagliente sull'operazione. In un'intervista a L'espresso dichiarò che «Un direttore non lo si caccia via come un domestico ladro» e, rivolgendosi ai Crespi, stigmatizzò il «modo autoritario, prepotente e guatemalteco che hanno scelto per imporre la loro decisione» [33]. Si era a ridosso delle elezioni politiche, che si sarebbero tenute il 7 maggio. Montanelli ricevette una proposta di candidatura dal presidente del Partito repubblicano, Ugo La Malfa, che signorilmente girò a Spadolini. Un altro terreno su cui Montanelli si scontrò con la proprietà del Corriere fu la sostituzione del capo della redazione romana, Ugo Indrio. Indrio fu costretto a dimettersi e Montanelli non riuscì ad evitare il suo allontanamento.
    A partire dal 1973 Montanelli cominciò ad esprimere il proprio malumore sulle scelte del direttore. Piero Ottone replicò con un articolo di fondo nel quale ribadiva la giustezza della propria posizione. In luglio Montanelli fu confinato in una rubrica in seconda pagina («Montanelli risponde»), nella quale le sue idee avevano l'aria di essere state ghettizzate.
    Il giornalista entrò definitivamente in rotta di collisione con la proprietà in seguito a due interviste rilasciate nell'ottobre 1973.
    La prima fu pubblicata il 10 ottobre sul settimanale politico-culturale "Il Mondo". Montanelli dichiarava a Cesare Lanza:
    « Non esiste un contrasto personale fra Piero Ottone e me. Siamo, anzi, in ottimi rapporti. C'è piuttosto un'impostazione del Corriere della Sera del tutto diversa da quella che è la tradizione del giornale: dissensi sull'attuale indirizzo esistono e sono stati apertamente manifestati. Un dissenso niente affatto sotterraneo, un dibattito; e può darsi che esso si concluda con la sconfitta di chi sostiene questi valori tradizionali. In questo caso, potrebbe avvenire una secessione. »
    (Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani, 1977, pag. 143.)
    E concludeva lanciando un appello:
    « Ci vorrebbe da parte di una certa borghesia lombarda, che si sente defraudata dal suo giornale, un gesto di coraggio, di cui però questa borghesia, capace in fondo solo di brontolare, non è capace. »
    (Giampaolo Pansa, op. cit., pag. 143.)
    La seconda uscì il 18 ottobre su Panorama. L'intervista, raccolta da Lamberto Sechi, venne pubblicata con il titolo «Montanelli se ne va». E nel sommario: "A novembre mi metto in pensione, annuncia il più famoso giornalista italiano. I motivi: dissensi sulla nuova linea del Corriere, vecchia ruggine con uno dei proprietari, Giulia Maria Crespi. Per adesso pensa a portare a termine gli ultimi volumi della sua Storia d'Italia. Ma non gli dispiacerebbe, dice, fondare un nuovo giornale" .
    L'editorialista spiegava:
    « Tra virgolette, ora mi si può solo attribuire questo: il Corriere era un giornale misto, nel senso che conciliava il tipo di giornale a grande tiratura con quello di giornale d'élite. È molto probabile che questo compromesso si basasse su un tipo di pubblico e di società che non esiste più e che quindi oggi ci si deva [sic] rinunciare. Questa rinuncia Ottone la sta compiendo con coerenza (il giornale è anche tecnicamente fatto bene) e forse non poteva esimersi dal compierlo. Ma mette me in estremo disagio. Non gliene faccio alcun rimprovero. Semplicemente constato che le mie attitudini, la mia mentalità, il mio stile, tutto mi rende difficile l'adeguamento »
    (Franco Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, 1982, p. 402 (Appendice).)
    Nel seguito dell'articolo, Panorama scriveva che Montanelli stava già pensando a realizzare un nuovo giornale con alcuni suoi fedelissimi, molti dei quali lavoravano con lui al Corriere. Giulia Maria Crespi, la cui avversione al giornalista toscano era ben nota[23], non apprezzò affatto l'intervista. Avuta l'anticipazione del testo, il 17 ottobre Piero Ottone si recò personalmente al domicilio milanese di Montanelli per comunicargli la decisione di licenziarlo. Montanelli, però, se ne andò volontariamente, presentando le dimissioni ed accompagnandole da un polemico articolo di commiato; l'articolo non fu pubblicato. Il Corriere diede la notizia con un comunicato, su una colonna, il 19 ottobre.
    Montanelli stava effettivamente lavorando per fondare un nuovo giornale, di cui sarebbe stato il direttore. Sapeva che una quota importante dell'opinione pubblica, pur non manifestando direttamente la propria opinione (era nata pochi anni prima l'espressione "maggioranza silenziosa") non apprezzava la nuova linea adottata da giornali importanti come La Stampa e lo stesso Corriere, favorevoli al "compromesso storico" tra DC e PCI . Chiamò la nuova creatura Il Giornale Nuovo [34]. Nella sua "traversata nel deserto" dal Corriere al Giornale lo seguirono molti validi colleghi che, come lui, non condivisero il nuovo clima interno al Corriere, tra i quali Enzo Bettiza, Egisto Corradi, Guido Piovene, Cesare Zappulli, ed intellettuali europei come Raymond Aron, Eugène Ionesco, Jean-François Revel e François Fejtő.
    Il giorno stesso della sua uscita dal Corriere, Montanelli ricevette un'offerta da Gianni Agnelli, che gli propose di scrivere su La Stampa. L'offerta fu accettata. Indro pubblicò il suo primo pezzo sul quotidiano torinese il 28 ottobre [35]. Montanelli lasciò anche la sua "storica" rubrica sul settimanale Domenica del Corriere per traslocare sul concorrente Oggi [36].
    Il 17 marzo 1974 preannunciò sul quotidiano torinese il suo progetto di fondare un nuovo giornale; il suo ultimo articolo su La Stampa comparve il 21 aprile.
    All'inizio del 1974 il progetto di fondazione del nuovo quotidiano era definitivo. Trovò un insperato sostegno finanziario nella Montedison (guidata all'epoca da Eugenio Cefis), che gli fornì 12 miliardi di lire per tre anni [37]. Montanelli ottenne di rimanere il proprietario della testata con i giornalisti cofondatori.
    Nello stesso anno si sposò in terze nozze con la collega Colette Rosselli, corsivista del settimanale Gente più nota con lo pseudonimo di «Donna Letizia» [38].
    Direttore de il Giornale [modifica]
    Con il Giornale (il primo numero uscì il martedì 25 giugno 1974) che sin dal principio concepì come una testata d'opinione, tra l'ostilità della stampa di sinistra e degli ambienti della borghesia radical-chic, Montanelli ebbe l'opportunità di rappresentare con maggiore evidenza le proprie posizioni, sempre poco conformiste e spesso originali; in guisa di interlocutore esterno alla politica, non schierato se non su orientamenti di massima e fautore di una destra ideale, si inserì nel dibattito politico, contribuendo alla creazione della figura dell'opinionista politico di provenienza giornalistica. Il Giornale si avvalse della collaborazione di diverse grandi figure del giornalismo italiano, fra cui Enzo Bettiza e, successivamente, di Gianni Brera.
    Dinanzi alla crescita, che egli considerò pericolosa, del Partito Comunista Italiano, restò celebre la sua sollecitazione elettorale in favore della Democrazia Cristiana:
    « Turiamoci il naso e votiamo DC »
    (frase originalmente detta da Gaetano Salvemini, alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, come affermato dallo stesso Montanelli)
    L'attentato delle Brigate Rosse [modifica]
    Il 2 giugno del 1977 Montanelli fu vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Mentre si stava recando, come ogni mattina, al giornale, venne ferito a Milano, all'angolo fra via Manin e piazza Cavour (ove aveva sede il Giornale nel cosiddetto Palazzo dei giornali), con una pistola 7.65 munita di silenziatore che gli sparò tutti i sette colpi di un caricatore e un ottavo già in canna, colpendolo due volte alla gamba destra, una volta di striscio alla gamba sinistra ed alla natica, dove l'unico proiettile non fuoriuscì (secondo una pratica definita col neologismo coniato in quel periodo come "gambizzazione").
    L'attentatore prima di sparare, aveva chiesto di spalle a Montanelli, se fosse lui, aprendo il fuoco mentre il giornalista fermatosi stava girandosi per rispondergli. Colpito, Montanelli, non cercò di estrarre la pistola che portava con sé, ma tentò di tenersi in piedi aggrappandosi alla cancellata dei Giardini Pubblici [39], scivolando poi a terra ed urlando "Vigliacchi, vigliacchi" all'indirizzo dell'attentatore e di un suo complice in fuga; poco dopo dichiarò ad un soccorritore: "quei vigliacchi mi hanno fottuto. Li ho visti in faccia, non li conosco, ma credo di poterli riconoscere"[40].
    Il "Corriere della sera" dedicò un articolo al fatto di cronaca omettendo il suo nome nel titolo ("Milano [...], gambizzato un giornalista"). Più ironico su La Repubblica fu il vignettista Giorgio Forattini, che raffigurò l'allora suo direttore Eugenio Scalfari nell'atto di puntarsi una pistola contro il piede, dopo aver letto la notizia dell'attentato a Montanelli, suggerendo che ne invidiasse la popolarità. L'"Unità" pubblicò la notizia in prima pagina, col titolo Montanelli ferito da colpi di pistola in un attentato di «brigatisti rossi» corredato con la fotografia del ferito soccorso dai passanti, il quotidiano comunista riportava una precisa cronaca dell'evento, evidenziava la ferma condanna del partito per un atto definito criminale nell'occhiello del titolo.
    L'attentato venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse, con una telefonata al "Corriere d'Informazione". Secondo la rivendicazione dei terroristi, perché "schiavo delle multinazionali". Due giorni prima, con la medesima tecnica le Brigate Rosse avevano gambizzato a Genova Vittorio Bruno, vicedirettore del "Secolo XIX", mentre il giorno successivo dell'attentato a Montanelli venne gravemente ferito, a Roma, Emilio Rossi a quel tempo direttore del TG1.
    Proprio in quel periodo il corsivista de L'Unità, Fortebraccio scrisse di aver dettato per la propria tomba questo epitaffio: "Qui giace Fortebraccio, che segretamente amò Indro Montanelli. Passante perdonalo, perché non ha mai cessato di vergognarsene". Montanelli, con lo spirito che lo contraddistingueva, replicò prontamente avvertendo lo stesso Fortebraccio che lui aveva iscritto fra le sue ultime volontà quella di essere seppellito accanto al collega e rivale, con questo epitaffio: "Vedi lapide accanto".
    I rapporti con Silvio Berlusconi [modifica]
    Nel 1977 terminò il finanziamento della Montedison. Montanelli accettò il sostegno di Silvio Berlusconi, all'epoca costruttore edile, che divenne socio di maggioranza nell'ottobre 1979.
    Secondo Felice Froio, Montanelli, sottoscrivendo il contratto con Berlusconi, gli avrebbe detto: «Tu sei il proprietario, io sono il padrone almeno fino a che rimango direttore [...] Io veramente la vocazione del servitore non ce l'ho» [41].
    Il loro sodalizio durò senza significativi contrasti fino al 1994. Secondo quanto racconta Marco Travaglio, in una delle visite di Montanelli presso la villa di Arcore, Berlusconi gli fece visitare il proprio mausoleo funebre e, al termine della visita, giunti presso la sala dei loculi, gli avrebbe offerto un posto vicino a Previti, Dell'Utri e se stesso. Ma Montanelli declinò l'offerta, rispondendo ironicamente: «Domine, non sum dignus».[42]
    Secondo la versione raccontata da Montanelli, in seguito alla "discesa in campo" di Berlusconi, questi si presentò all'ufficio amministrativo del Giornale chiedendo a Montanelli di supportarne le iniziative politiche. Egli però decise di non seguirlo. Il Giornale passò sotto la guida di Vittorio Feltri.
    Da un'intervista audiovisiva rilasciata ad Alain Elkann si evince che la loro separazione fu presa di comune accordo. Nell'intervista con Elkann, Montanelli spiega meglio la dinamica della sua uscita dal Giornale. Egli, riferendosi a Berlusconi, afferma: "gli dissi: io non mi sento di seguirti in questa avventura, noi dobbiamo separarci, fu una separazione consensuale tra me e Berlusconi. Il patto su cui si reggeva la nostra convivenza, che era stato scrupolosamente osservato da entrambe le parti (ossia "Berlusconi è il proprietario del Giornale, Montanelli ne è il padrone"), era venuto meno" [43]. Montanelli ricostruisce quindi il dialogo che avvenne con Berlusconi, asserendo che non volle mettersi al suo servizio, sia perché non si era mai messo a servizio di nessuno e non riteneva opportuno cominciare con Berlusconi, sia perché riteneva che Berlusconi non potesse avere successo in politica.
    Altri invece, citando lo stesso Montanelli, parlano di un aspro conflitto tra Montanelli e Berlusconi e non convengono con coloro che sostengono la tesi che l'abbandono di Montanelli fosse in comune accordo con la proprietà [44]. Tale versione viene avvalorata da quanto lo stesso Montanelli ebbe modo di confermare nel corso di numerose interviste. [45].
    Il 10 gennaio di quel 1994 Montanelli in una lettera aperta a Silvio Berlusconi scrisse:
    « Ho creduto di metterti in guardia da quello che mi sembra un grosso azzardo [la discesa in campo]. A questa mia franchezza hai risposto venendo in assemblea di redazione a proporre un rilancio del Giornale purché adottasse una linea politica diversa per sostanza e per forma da quella seguita da me: e con questo hai sbarrato la strada ad ogni possibile intesa. »
    (Federico Orlando, Il sabato andavamo ad Arcore, Edizioni Larus, 1995, pag. 214.)
    Successivamente egli attaccò duramente Berlusconi, paragonandolo a Mussolini ("ho già conosciuto un uomo della Provvidenza e mi era bastato"), considerandolo incapace di sopravvivere alla politica ("farà la fine del povero Antonio La Trippa: non riuscirà a mantenere le promesse che ha fatto agli italiani e dovrà andarsene").
    Non ritenendo di poter accettare la direzione del Corriere della Sera (che non avrebbe assunto anche gli altri redattori del Giornale) offertagli da Paolo Mieli e Gianni Agnelli, decise di fondare una nuova testata insieme agli altri quaranta giornalisti dimissionari, La Voce, nome che scelse in omaggio a Giuseppe Prezzolini.
    La nuova impresa tuttavia non ebbe vita lunga, non riuscendo ad ottenere nel tempo un sufficiente volume di vendite, nonostante un esordio di 400.000 copie. Come egli stesso ebbe modo di dire, La Voce si proponeva un obiettivo troppo ambizioso: nella sua idea iniziale la nuova testata doveva essere un settimanale, o un mensile, sul modello de Il Mondo di Mario Pannunzio: di conseguenza la progettazione della "terza pagina", la sezione culturale, risultò particolarmente curata; tuttavia, il numero di giornalisti alle sue dipendenze lo spinsero verso un quotidiano. Tra questi Beppe Severgnini, Marco Travaglio e Peter Gomez.
    Dopo la chiusura de La Voce, tornò così a lavorare per il Corriere della Sera, per curare la pagina di colloquio coi lettori, la "Stanza di Montanelli", posta in chiusura del giornale.
    Ultimi anni [modifica]


    Montanelli, al Teatro Nuovo di Milano, 1994, alla presentazione de La Voce.
    Da molti considerato il più grande giornalista italiano, il suo lavoro fu riconosciuto e premiato anche all'estero (Premio Principe delle Asturie 1996 in Spagna, una decorazione in Finlandia, dagli Stati Uniti gli arrivò il riconoscimento annuale come miglior giornalista internazionale). È stato autorevole cronista della storia italiana ed ha intervistato personaggi come Winston Churchill, Charles de Gaulle, Luigi Einaudi, Papa Giovanni XXIII.
    La sua prassi giornalistica fu influenzata dal praticantato che fece in America, tenendo presente ciò che gli aveva detto il direttore del giornale di allora, vale a dire che ogni articolo deve poter essere letto e capito da chiunque, anche dal "lattaio dell'Ohio". Divenne membro onorario dell'Accademia della Crusca, per la quale si batté, sulle pagine del Giornale, cercando di coinvolgere direttamente i suoi lettori, così che uno dei più antichi e importanti centri di studio sulla lingua italiana non scomparisse.
    Nel 1991 Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, gli offrì la nomina a senatore a vita, ma Montanelli non la volle accettare a garanzia della sua completa indipendenza. Dichiarò:
    « Non è stato un gesto di esibizionismo, ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza. »
    (Il Messaggero, 10 agosto 2001)
    e ancora:
    « Purtroppo, il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente che mi impedisce di accettare l'incarico. »
    (dalla sua lettera al Presidente Cossiga)
    Negli ultimi suoi anni Montanelli si distinse per la posizione profondamente critica assunta nei confronti del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, il suo ex editore, ritenuto antidemocratico, propenso alla menzogna[46], autore di un progetto politico che, diversamente da come veniva descritto, con la destra non aveva niente a che fare. Intendeva mettere in guardia gli italiani, ricordando la pericolosità di un nuovo "uomo della provvidenza" capace di risolvere tutti i problemi, facendo notare, riferendosi a Benito Mussolini, che ne aveva già conosciuto uno in passato e che gli era bastato. Fra le sue considerazioni più note, quella fatta poco tempo prima delle elezioni politiche del maggio 2001, quando, ritenendo Berlusconi vicino alla vittoria elettorale, lo paragonò ad una malattia e disse che l'Italia ne sarebbe guarita, similmente all'azione di un vaccino, in seguito al suo esercizio del potere.
    Due mesi dopo, il 22 luglio 2001, si spense a Milano nella clinica de La Madonnina (lo stesso luogo dove 29 anni prima si era spenta un'altra figura storica del Corriere, Dino Buzzati). Il giorno seguente il direttore del Corriere della Sera pubblicò in prima pagina, scritto dallo stesso Montanelli qualche giorno prima di morire, il suo necrologio:
    « Mercoledì, 18 luglio 2001 - ore 1.40 del mattino. Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza - Indro Montanelli - giornalista - Fucecchio 1909, Milano 2001 - prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell'affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un'urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né commemorazioni civili.[47] »
    (Corriere della Sera, 23 luglio 2001)
    Migliaia di persone sfilarono nella camera ardente per rendergli omaggio.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Indro_Montanelli
    Statua di Montanelli posta nei Giardini pubblici di Porta Venezia
    Eugenio Scalfari lo ha definito "anarchico e guascone", più simile a Cyrano che a Don Chisciotte: "Montanelli non ha mai combattuto contro i mulini a vento scambiandoli per minacciosi giganti, gli avversari che di volta in volta si sceglieva rappresentavano potenti realtà politiche o economiche, che Indro studiava con molta cura prima di muoverne all'attacco. Ne misurava la forza, ne coglieva il punto debole e lì sferrava il colpo".
    Enzo Biagi ricordava il suo legame con il lettore: "Era il suo vero padrone. E quando vedeva lo strapotere di certi personaggi, si è sempre battuto cercando di rappresentare la voce di quelli che non potevano parlare".
    Il Comune di Milano ha intitolato al grande giornalista i Giardini pubblici di Porta Venezia, divenuti «Giardini Pubblici Indro Montanelli». All'interno del parco è stata posta una statua raffigurante Montanelli, intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.
    Attività teatrale [modifica]

    Montanelli fu un grande estimatore e frequentatore del teatro e, in particolare, del teatro di rivista. Da giovane fece anche da comparsa nella compagnia di Nanda Primavera, durante alcune rappresentazioni dell'operetta Il Paese dei Campanelli. Dal 1937 al 1965 scrisse una decina di commedie che furono messe in scena da vari teatri di Milano, Roma e Torino:

    Bene , avete preso personaggi che hanno rinnegato, "LASTORIA ANTICA". di nuovo complimenti
    ADA

  10. #10
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    Predefinito Rif: Un futuro da ricordare

    Sono felice di vedere che si va con la barra a SINISTRA. Di nuovo COMPLIMENTI
    ADA

 

 
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