Prove di pace Colombia-Venezuela
Chavez: «Io e Santos abbiamo
eliminato la parola "guerra"»
BOGOTA'
Nella «terra santa» della tenuta di Santa Marta, dove nel 1830 morì l’eroe dell’indipendenza, Simon Bolivar, i presidenti di Colombia, Juan Manuel Santos e di Venezuela, Hugo Chavez «hanno fatto la pace» tra i due Paesi dopo la clamorosa rottura del mese scorsa quando a La Paz era ancora presidente Alvaro Uribe, che accusava Caracas di proteggere i guerriglieri delle Farc. Lo riporta oggi El Tiempo, il quotidiano che fino a poche settimane fa è stato diretto dal fratello del neopresidente, la cui famiglia, una delle più influenti del Paese per decenni ne è stata di proprietaria.
«Abbiamo deciso di ristabilire i rapporti diplomatici e di rilanciare una "road map" affinchè possano progredire e approfondirsi tutti gli aspetti», ha dichiarato Santos dopo il colloquio di quattro ore con Chavez, al quale, tra gli altri, ha assistito anche l’ex presidente argentino Nestor Kirchner in veste di segretario dell’Unasur (Unione nazioni sudamericane). «È un passo fondamentale delle nostre nuove relazioni», ha confermato il venezuelano che, il 22 luglio scorso, le aveva rotte quando Uribe lo accusò per l’ennesima volta di connovenza con le Farc. La tabella di marcia della pace, è stata messa in moto dai due capi di Stato con cinque commissioni, fra le quali ne spiccano due: uno per la ripresa degli scambi commerciali e uno per la sicurezza. Sul commercio «il blocco è stato brutale, poichè dai 6 miliardi di dollari che vendevamo siamo passati a 1,5 miliardi in due anni», ricorda oggi El Tiempo. Con l’aggiunta, però, che il Venezuela, a corto di fondi per il calo dei prezzi del greggio, deve 800 milioni di dollari agli esportatori colombiani. L’altra commissione si occupa del problema della guerriglia.
Secondo quanto è trapelato, è stato il punto in cui Santos e Chavez si sono misurati con più franchezza. Impegnandosi poi, nel documento congiunto dell’incontro, «a prevenire la presenza o l’azione di gruppi armati fuorilegge». Quindi non solo dei guerriglieri delle Farc e dell’Eln, ma anche dei paramilitari. Non sarà una road map facile. Chavez ha ribadito che non appoggia le Farc, e le ha invitate a deporre le armi dopo 60 anni di lotta armata. In un continente in cui ex guerrigliero, Josè Mujica è al potere in Uruguay e un ex guerrigliera, Dilma Rousseff, è candidata alla presidenza in Brasile, sono ormai ritenute fuori del tempo. Ma è arduo ridurle alla ragione. Anche perchè, come del resto fanno anche i paramilitari di destra, campano del narcotraffico. Ma anche da fuori si registrano dei contributi, come quello do Fidel Castro: «L’ho incontrato domenica e ho avuto il suo appoggio», ha scritto su Twitter la senatrice colombiana all’opposizione, Piedad Cordoba, che a suo tempo ottenne che le Farc liberassero degli ostaggi e che ha un piano che prevede smobilitazioni «volontarie». Gli ostacoli sono però molti. Compresa la presenza nel Paese di sei basi militari a cui accedono i «contractor» Usa.
Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha però espresso la speranza che «il passo di Santos e la risposta di Chavez portino a una risoluzione positiva». Lo ha detto oggi al ministro degli esteri argentino, Hector Timerman, che le ha sottolineato l’importanza del ruolo dell’Unasur nella «pace» tra Bogotà e Caracas. Un ruolo di primo piano, secondo gli analisti.





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