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  1. #1
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    Predefinito Siamo un Paese ignorante

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    Se aveste una sola scelta, se vi chiedessero qual è IL problema dell’Italia, uno solo, cosa rispondereste? Pensateci bene. Probabilmente il molti parlerebbero di tasse e burocrazia, altrettanti di mafia e corruzione, qualcun altro punterebbe il dito sugli stranieri o sull’Europa, qualcun altro ancora direbbe la disoccupazione. Nessuno - o pochissimi, perlomeno - parlerebbero di scuola, formazione e conoscenza. Eppure è proprio lì che sta il problema dei problemi, quello che genera tutti gli altri: che siamo un Paese che non produce conoscenza, che non trasmette conoscenza e che non sa che farsene di quella che ha. E delle due, una: o non ce ne rendiamo conto. O, peggio, ce ne vergognamo talmente tanto da negarlo.


    Lo diciamo partendo da un dato empirico abbastanza incontrovertibile. Che siamo tra i pochi Paesi al mondo, forse l’unica tra le economie sviluppate, che non considera il sapere e la conoscenza come valore aggiunto, ma che al contrario fa sfoggio della sua ignoranza, che irride i “professoroni” e i giovani che se ne vanno all’estero. L’unico che durante la più feroce crisi economica che abbia mai passato, decide di tagliare le poste di bilancio dedicate all’istruzione cinque volte più - il 10%, contro una media di tagli del 2% - di quanto non l’abbia fatto per tutti gli altri capitoli di spesa. L’unico in cui gli investimenti a doppia cifra finiscono in tutti i capitoli di spesa possibili tranne in quello della ricerca e della formazione, cui se va bene toccano le briciole.

    In quest’ottica, il Rapporto sulla Conoscenza 2018 dell’ISTAT è una specie di museo degli orrori, che mette in scena quarant’anni almeno di politiche scellerate, di malagestione e incuria. Di sopravvalutazione del nostro sistema formativo - che ancora ci ostiniamo a ritenere il migliore di tutti, nonostante i disastri nei test di valutazione comparati Pisa dell’OCSE. Di tutti i dati ne abbiamo scelti quattro, che raccontano meglio di qualunque altro come siamo messi.

    Il primo: siamo ultimi in Europa - ultimi, lo ripetiamo - per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea, l’unico in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro la Grecia e la Romania. Dietro agli Stati Uniti e il Regno Unito, Paesi in cui alla laurea ci è arrivato il 46% della popolazione. Ripetete insieme a noi: il problema delle imprese italiane si chiama Europa, si chiama globalizzazione. E cercate di non ridere, mentre lo dite. O di non piangere.

    Se la domanda è scarsa - secondo punto - l’offerta lo è ancora di più: i laureati in Italia non li vuole nessuno, perché abbiamo un sistema produttivo che non sa che farsene. E che se li assume li demansiona. Anche qui, due dati:l’Italia è l’unico paese tra i grandi d’Europa ad aver visto decrescere, negli ultimi dieci anni, gli occupati in posti ad alta specializzazione. Uno di quelli in cui le professioni a media alta qualifica non arrivano nemmeno a coprire il 40% dei posti disponibili. Gli stranieri ci rubano il lavoro? La Slovacchia ci ruba le imprese? No, a rubarcelo è la nostra ignoranza.

    Il terzo dato è quello relativo alle risorse umane impiegate nella scienza e nella tecnologia, che ci posiziona al terzultimo posto, davanti alle sole Romania e Slovacchia. Curioso, no? Ci raccontiamo ogni due per tre che viviamo nell’era digitale, nel tecnocene e poi, ops, non siamo in grado né di formare addetti in questi ambiti, né di orientare gli studenti in quella direzione? Applausi. E il bello è che ce ne vantiamo pure, scrivendo sui programmi elettorali che la scuola non deve formare al lavoro, che giammai lo sterco del diavolo contamini il sacro monte del sapere.

    Sarà, ma intanto - quarto dato - la scuola ha smesso di essere un ascensore sociale, come per altro ha raccontato il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini nel suo ultimo libro “La maestra e la camorrista” (Mondadori Strade Blu, 2018). Fa specie e orrore vedere che per diamo tra le famiglie con più laureati, se i genitori lo sono. E uno di quelli con meno studenti universitari, se i genitori non lo sono stati. Ergo: quei pochi ragazzi che laureiamo qua in Italia rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi uno strato sociale che già era ricco o benestante. E poi venite a parlarci di bomba sociale, per colpa di quattro sfigati fascisti.

    Un piccolo suggerimento: i venti miliardi all’anno che volete buttare per abolire la Legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, buttateli nella scuola, una volta in Parlamento. Fatelo per innovare corsi e materiali didattici, per far crescere la formazione lungo l’arco della vita, per adattare programmi e metodologie al presente, per fare del sistema scolastico italiano un’eccellenza mondiale per la preparazione degli studenti. Poi vedete se le cose non cambiano davvero.

  2. #2
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Attenzione a leggere questi dati. "Il primo: siamo ultimi in Europa - ultimi, lo ripetiamo - per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea"
    Avere una laurea non vuol dire nulla nell'epoca della crisi più violenta che ci sia mai stata dopo la guerra. Siamo i primi per ricchezza privata e ultimi per titoli di studio. Significa che si preferiscono i lavori semplici e manuali dove si guadagna e si vive bene.
    |><)))*>

  3. #3
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Citazione Originariamente Scritto da Sc4r Visualizza Messaggio
    Attenzione a leggere questi dati. "Il primo: siamo ultimi in Europa - ultimi, lo ripetiamo - per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea"
    Avere una laurea non vuol dire nulla nell'epoca della crisi più violenta che ci sia mai stata dopo la guerra. Siamo i primi per ricchezza privata e ultimi per titoli di studio. Significa che si preferiscono i lavori semplici e manuali dove si guadagna e si vive bene.
    Ti sbagli, è il sistema produttivo che si è specializzato in lavori a basso valore aggiunto. Quanto alla ricchezza privata essa è costiuita per la gran parte da immobili, ma il valore degli immobili varia nel tempo.

  4. #4
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    in italia c'è carenza di cultura tecnica!!! pochi ingegneri, pochi tecnici, e sovrabbondanza di scienze delle merendine... psicologia, scienze politiche filosofia e altre cagate inutili... che diventano ancora più inutili se si considera che il 95% del pil nazionale è fatto da medie, e soprattutto piccole e piccolissime imprese (10-15 persone)...
    che laurea vuoi avere??? a cosa serve??? per cominciare a lavorare a 30 anni con un salario da tornitore, nella migliore delle ipotesi??

  5. #5
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Citazione Originariamente Scritto da Saturno Visualizza Messaggio
    Ti sbagli, è il sistema produttivo che si è specializzato in lavori a basso valore aggiunto. Quanto alla ricchezza privata essa è costiuita per la gran parte da immobili, ma il valore degli immobili varia nel tempo.
    ma assolutamente no... proprio per niente!

  6. #6
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Articolo interessante. Ci sarebbe da aprire un sacco di finestrelle. Io ovviamente non ho in mano la soluzione sennò non stavo qui a scrivere....!un'idea me la sono fatta: in Italia c'è poca voglia di fare sacrifici tra i giovani. Si preferisce sempre qualche scorciatoia per arrivare ad avere qualche soldino. Ovviamente questa è una generalizzazione: non tutti o giovani sono così.

  7. #7
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Citazione Originariamente Scritto da Saturno Visualizza Messaggio
    Ti sbagli, è il sistema produttivo che si è specializzato in lavori a basso valore aggiunto. Quanto alla ricchezza privata essa è costiuita per la gran parte da immobili, ma il valore degli immobili varia nel tempo.
    Non mi pare.
    I settori trainanti, come i macchinari utensili, il tessile (cioè la moda), il calzaturiero, sono settori ad altissimo valore aggiunto.

    Anche l'agroalimentare, che è per natura un settore maturo, ha delle nicchie di eccellenza dove il valore aggiunto è considerevole.

    E questo nel settore dei beni.
    Nei servizi è ancora meglio.

  8. #8
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Citazione Originariamente Scritto da Saturno Visualizza Messaggio
    Ti sbagli, è il sistema produttivo che si è specializzato in lavori a basso valore aggiunto. Quanto alla ricchezza privata essa è costiuita per la gran parte da immobili, ma il valore degli immobili varia nel tempo.
    No ti sbagli alla grande. I più ricchi in Italia sono tutti quei lavoratori che fanno gli idraulici, elettricisti, installatori di impianti, parrucchieri, artigiani del legno, oro, infissi, cucine, etc. Non conosco uno che abbia più del diploma o giri con qualcosa che sia meno di un' Audi ed abbia meno di 2 case.
    I poveracci sono i giovani di oggi che rimangono in università sino a 30 anni e poi escono avvocati....insieme ad altri 250 mila.
    |><)))*>

  9. #9
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Citazione Originariamente Scritto da Rotwang Visualizza Messaggio
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    Se aveste una sola scelta, se vi chiedessero qual è IL problema dell’Italia, uno solo, cosa rispondereste? Pensateci bene. Probabilmente il molti parlerebbero di tasse e burocrazia, altrettanti di mafia e corruzione, qualcun altro punterebbe il dito sugli stranieri o sull’Europa, qualcun altro ancora direbbe la disoccupazione. Nessuno - o pochissimi, perlomeno - parlerebbero di scuola, formazione e conoscenza. Eppure è proprio lì che sta il problema dei problemi, quello che genera tutti gli altri: che siamo un Paese che non produce conoscenza, che non trasmette conoscenza e che non sa che farsene di quella che ha. E delle due, una: o non ce ne rendiamo conto. O, peggio, ce ne vergognamo talmente tanto da negarlo.


    Lo diciamo partendo da un dato empirico abbastanza incontrovertibile. Che siamo tra i pochi Paesi al mondo, forse l’unica tra le economie sviluppate, che non considera il sapere e la conoscenza come valore aggiunto, ma che al contrario fa sfoggio della sua ignoranza, che irride i “professoroni” e i giovani che se ne vanno all’estero. L’unico che durante la più feroce crisi economica che abbia mai passato, decide di tagliare le poste di bilancio dedicate all’istruzione cinque volte più - il 10%, contro una media di tagli del 2% - di quanto non l’abbia fatto per tutti gli altri capitoli di spesa. L’unico in cui gli investimenti a doppia cifra finiscono in tutti i capitoli di spesa possibili tranne in quello della ricerca e della formazione, cui se va bene toccano le briciole.

    In quest’ottica, il Rapporto sulla Conoscenza 2018 dell’ISTAT è una specie di museo degli orrori, che mette in scena quarant’anni almeno di politiche scellerate, di malagestione e incuria. Di sopravvalutazione del nostro sistema formativo - che ancora ci ostiniamo a ritenere il migliore di tutti, nonostante i disastri nei test di valutazione comparati Pisa dell’OCSE. Di tutti i dati ne abbiamo scelti quattro, che raccontano meglio di qualunque altro come siamo messi.

    Il primo: siamo ultimi in Europa - ultimi, lo ripetiamo - per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea, l’unico in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro la Grecia e la Romania. Dietro agli Stati Uniti e il Regno Unito, Paesi in cui alla laurea ci è arrivato il 46% della popolazione. Ripetete insieme a noi: il problema delle imprese italiane si chiama Europa, si chiama globalizzazione. E cercate di non ridere, mentre lo dite. O di non piangere.

    Se la domanda è scarsa - secondo punto - l’offerta lo è ancora di più: i laureati in Italia non li vuole nessuno, perché abbiamo un sistema produttivo che non sa che farsene. E che se li assume li demansiona. Anche qui, due dati:l’Italia è l’unico paese tra i grandi d’Europa ad aver visto decrescere, negli ultimi dieci anni, gli occupati in posti ad alta specializzazione. Uno di quelli in cui le professioni a media alta qualifica non arrivano nemmeno a coprire il 40% dei posti disponibili. Gli stranieri ci rubano il lavoro? La Slovacchia ci ruba le imprese? No, a rubarcelo è la nostra ignoranza.

    Il terzo dato è quello relativo alle risorse umane impiegate nella scienza e nella tecnologia, che ci posiziona al terzultimo posto, davanti alle sole Romania e Slovacchia. Curioso, no? Ci raccontiamo ogni due per tre che viviamo nell’era digitale, nel tecnocene e poi, ops, non siamo in grado né di formare addetti in questi ambiti, né di orientare gli studenti in quella direzione? Applausi. E il bello è che ce ne vantiamo pure, scrivendo sui programmi elettorali che la scuola non deve formare al lavoro, che giammai lo sterco del diavolo contamini il sacro monte del sapere.

    Sarà, ma intanto - quarto dato - la scuola ha smesso di essere un ascensore sociale, come per altro ha raccontato il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini nel suo ultimo libro “La maestra e la camorrista” (Mondadori Strade Blu, 2018). Fa specie e orrore vedere che per diamo tra le famiglie con più laureati, se i genitori lo sono. E uno di quelli con meno studenti universitari, se i genitori non lo sono stati. Ergo: quei pochi ragazzi che laureiamo qua in Italia rappresentano nella stragrande maggioranza dei casi uno strato sociale che già era ricco o benestante. E poi venite a parlarci di bomba sociale, per colpa di quattro sfigati fascisti.

    Un piccolo suggerimento: i venti miliardi all’anno che volete buttare per abolire la Legge Fornero o per il reddito di cittadinanza, buttateli nella scuola, una volta in Parlamento. Fatelo per innovare corsi e materiali didattici, per far crescere la formazione lungo l’arco della vita, per adattare programmi e metodologie al presente, per fare del sistema scolastico italiano un’eccellenza mondiale per la preparazione degli studenti. Poi vedete se le cose non cambiano davvero.
    Articolo interrssante che arriva a conclusini demenziali, come unica soluzione per incentivare la scolarizzazione italiana si propone di usare i soldi del reddito di cittadinanza e abolizione fornero, dimenticandosi bellamente che i tanto citati paesi in Europa ad alto livello istruttivo li hanno e una pensione a 70 anni come lasciare i propri cittadini sotto un ponte non ci pensan proprio. Magari invece altrove non trovo regalini da 80 euro in periodo elettorale come non vedo regali di esenzione di tasse in vaso di assunzioni a JA, non vedo iperammortamenti per acquistare macchinari senza sapere chi poi li saprà gestire, non vedo processi che duran anni e regali e lobby (televisioni, autostrade, ferrovie ecc ecc) dove i milioni non si contano.
    Incominciamo a trovare i soldi dove sono stati regalati (esempio pensioni retributive e sprechi statali soprattutto nelle regioni a statuto autonomo) per sovvenzionare studio e ricerca senza amdare a colpire sempre gli stessi .... Altrimenti oltre a non risolvere i problemi l'unica cosa che si otterrà sarà avere italiani sempre più incazzati!!!

  10. #10
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    Predefinito Re: Siamo un Paese ignorante

    Molto molto molto interessante, ma come spiegato nell'articolo il problema non è l'università o il fatto che gli italiani sono ignoranti, il problema sono le imprese italiane che fanno cacare.

    Se io so che il mio studio mi porterà ad avere un redditto migliore mi impegnerò di più, in Italia succede l'esatto contrario.

 

 
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