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  1. #81
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    sollevazione: LA PACCHIA È FINITA di Sandokan

    LA PACCHIA È FINITA di Sandokan
    [ 28 giugno 2018 ]

    «Siamo insegnanti, docenti universitari, scrittori, artisti, attori, registi, economisti, membri della società civile. Denunciamo come anticostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio. Nel futuro non assisteremo senza opporci con tutti i possibili mezzi legali al respingimento di navi umanitarie, alla minaccia di “censimenti” di tipo etnico-razzista o ad altri fatti di questa gravità».


    Così comincia l'appello dei professori e degli intellettuali pubblicato in pompa magna da la repubblica. Quando si dice che tutto fa brodo. Tutto fa brodo per azzoppare e rendere la vita difficile al governo M5s-Lega. C'era da aspettarselo che l'élite eurocratica, sfracellatasi nelle urne il 4 marzo, avrebbe provato a riconquistare l'egemonia perduta tentando di impallinare il governo sulla questione dell'immigrazione. Ho la netta sensazione che si stanno dando la zappa sui piedi.

    Il perché è presto detto: quest'appello (ad orologeria) punta al bersaglio sbagliato.
    Dovrebbe infatti essere rivolto all'asse Merkel-Macron che, in barba alla "solidarietà europea", tengono non solo chiuse le loro frontiere ma esigono che l'Italia si riprenda i profughi già presenti nei loro paesi e transitati per l'Italia.

    Chi sono qui i "razzisti che fanno strame dell'umanità"? Non il governo Conte che al vertice europeo di questa mattina porta una posizione che gli autori dell'appello, tutti europeisti se non addirittura euroinomani, dovrebbero apprezzare assai. Conte andrà infatti a chiedere una "cosetta" semplice semplice: c'è o non un'Unione europea? Se c'è davvero in flussi migratori sono sulle spalle di tutti e l'Italia non può essere lasciata sola.
    Detto con una metafora: chi ha voluto la bicicletta pedali!

    Uno costernato Federico Fubini, sul CORRIRE DELLA SERA di oggi scrive che:

    «Ciò che resta, e potrebbe portare a un veto dell’Italia al vertice europeo, è il problema politico. Per disinnescare la crisi di governo, Merkel ha bisogno che il governo di Roma si impegni a riaccogliere con un consenso automatico chi viene fermato in Germania dopo aver presentato richiesta d’asilo in Italia. Ma la disponibilità del premier Giuseppe Conte al vertice è condizionata a una contropartita: la Germania e gli altri principali Paesi dovrebbero impegnarsi a superare il sistema esistente, che relega la responsabilità per ogni richiedente asilo al primo Paese di arrivo nell’Unione Europea. Poiché l’obbligo legale di salvataggio in mare e di accoglienza in un porto sicuro negli ultimi anni è gravato quasi per intero sull’Italia, ora Conte chiede di rivedere il principio di fondo. Secondo il governo italiano, la responsabilità di gestire le richieste di asilo non può essere solo del Paese di primo approdo. (...) Il problema è che né Merkel, né il presidente francese Emmanuel Macron sembrano disposti (per ora) a questa concessione: per loro dovrebbe restare il cosiddetto sistema di «Dublino III», che consegna gli irregolari ai Paesi di primo ingresso nella Ue. ».

    Fubini teme che il vertice europeo sia un fallimento col che verrà fatto secco l'asse Merkel-Macron. E' una buona cosa questa? Oh sì che lo è! Il Re sarebbe nudo.

    Se poi Conte avrà le palle di porre il veto italiano ad un accordo fasullo meglio ancora. Un precedente di straordinaria importanza simbolica. Sarebbe la prima volta che Roma non va ai vertici con una posizione sdraiata, succube di Berlino e Parigi.
    Come dire... la pacchia, per lorsignori, è finita.
    Vi sembra poco?



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    Etichette: Governo giallo-verde, immigrati, immigrazione, Sandokan

    Simpatico, e condivisibile, il commento di un lettore...

    1 commenti:

    Anonimo scrive:
    28 giugno 2018 12:12

    E chi altri corre prontamente in soccorso della Merkel in difficoltà sui migranti?

    Tsipras tende la mano a Merkel: "Pronto a riprendere i migranti dalla Germania"

    Proprio lui. Ma tu guarda le coincidenze della vita.

    Giovanni
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  2. #82
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    GOVERNO M5S-LEGA: LA SINISTRA SI SUICIDA? di Vladimiro Giacchè
    [ 29 giugno 2018 ]

    Una lucida intervista a Giacchè a cura di Valerio Della Croce*


    D. E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

    R. Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine — la cosa non sembri secondaria — gli orientamenti dell’opposizione in Italia.
    È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione. Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).
    Qui mi sembra che nulla si possa sperare dall’opposizione del Pd, indistinguibile — su questo come su altri temi — da quella di Forza Italia.
    E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindidella sovranità costituzionale.
    Ritengo che essere giunti alle elezioni senza avere una posizione corretta e chiara su questo punto, senza aver compreso — cioè — che la difesa della sovranità costituzionale è l’unica trincea che consente di difendere i diritti del lavoro nell’attuale fase della “guerra di posizione”, sia uno dei fondamentali motivi del disastro elettorale della sinistra in tutte le sue declinazioni.
    Ho recensito l’ottimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra) pochi giorni prima delle elezioni. Concludevo la mia recensione sostenendo che una ripresa della sinistra dopo le elezioni avrebbe dovuto passare per una riflessione sui problemi trattati in quel libro. Continuo a pensarla così.

    D. Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)?
    Questa anomalia politica potrà portare l’Italia a divenire l’ “anello debole” del processo di integrazione europea o prevarrà una normalizzazione come avvenuto con la Syriza greca (anche alla luce dei primi obiettivi indicati dal governo in materia economica e sociale)?


    R. Io credo che la formazione del nuovo governo italiano sia stato un evento dirompente quanto inatteso. E a ragione, visto che il nostro era sino a qualche anno fa il paese più “europeista” — il che poi in pratica purtroppo ha significato: il paese i cui rappresentanti hanno sacrificato gli interessi rappresentati, e in particolare quelli dei lavoratori e degli strati sociali più colpiti dalla crisi nel nostro paese, sull’altare dell’integrazione europea (considerata — soltanto da noi — come buona e progressiva a prescindere dai suoi concreti contenuti).
    E’ chiaro che ora si è aperta una partita durissima, e che la posta in gioco è precisamente la “normalizzazione greca” del nuovo governo.
    Anche per questo è importante che la sinistra di opposizione, quale che sia il giudizio che ritiene di dare dell’operato governativo, profili in modo molto netto la propria posizione su questo punto. Rifiutando ogni compromesso con i poteri dominanti in Europa e ovviamente, ancora prima, evitando di illudersi che questi poteri possano rappresentare un alleato fosse anche solo “tattico” dell’opposizione al governo attuale.


    D. ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.
    Ad oggi, l’approccio governativo verso questi grandi temi sta riscontrando una sostanziale continuità con il passato. Nella stessa aggressività usata in materie come l’immigrazione verso il nostro Paese, è possibile notare l’assoluto silenzio nei confronti delle responsabilità dell’Occidente nel passato e, conseguentemente, l’assenza di interventi in discontinuità con le politiche imperiali e di saccheggio. Come ritieni che i comunisti e le organizzazioni comuniste debbano porsi di fronte a queste contraddizioni ed, in generale, a questa fase politica?


    R. Premetto che non ho alcun titolo per dare indicazioni a nessuno, e in particolare a nessuna organizzazione politica, meno che mai nella fase attuale. È una premessa doverosa da parte di chi, come il sottoscritto, non fa parte di alcuna organizzazione e non ritiene di essere dotato di ricette magiche per suggerire “linee” a chicchessia. Credo più in generale che ci si debba guardare dall’attribuire un ruolo di indirizzo attribuito a “intellettuali di area” che spesso finiscono per essere portatori soltanto delle proprie personalissime riflessioni.
    Detto questo, sui temi che mi hai proposto penso questo.
    Dal punto di vista sociale credo che il massimo radicamento questo governo lo abbia tra i disoccupati, la classe operaia e la piccola borghesia. Mi sembra per contro che la grande borghesia non si sia ancora abituata a quanto avvenuto il 4 marzo e a quello che ne è seguito.
    Dal punto di vista sia del programma di governo che della sua composizione, mi sembra evidente che esistano linee diverse, a volte confliggenti tra loro. Solo il tempo potrà dirci quali interessi/linee prevarranno.
    Quale atteggiamento tenere? Nel merito, mi aiuto con un esempio. Personalmente non sono un fautore della flat tax. Mi sembra che essa sia più un tributo alla piccola borghesia che al grande capitale o agli evasori (che come noto la flat tax se la procurano da soli in altri modi). Credo che da sinistra abbia senso opporsi a questa proposta in nome di provvedimenti alternativi (investimenti in infrastrutture fisiche e della conoscenza che finanzino un piano del lavoro, ad esempio). Ma credo anche che si debba assolutamente evitare di farlo in nome dei “conti in ordine” e dell’obbedienza al fiscal compact o alle “regole di Maastricht”. Questo significa che bisogna avere una propria agenda.
    Quanto al resto, francamente per ora non vedo tutta questa continuità in politica estera. E precisamente per il motivo che ricordavi anche tu: le ambiguità e le diverse opinioni che sussistono tra i due partiti di governo su aspetti anche molto significativi. Io però preferisco le “ambiguità” alle posizioni di inequivocabile e assoluta sudditanza a cui ci avevano abituato i governi precedenti. Vedo ora qualcosa di diverso: un tentativo di smarcarsi da alcuni degli errori più gravi commessi in passato, in particolare per quanto riguarda la politica nei confronti della Russia. E’ ovviamente possibile che prevalgano i richiami all’ordine in sede UE e Nato. Ma lo scenario più probabile a mio avviso non è questo, bensì lo smarcamento su alcuni temi e la continuità su altri, magari attraverso una “politica dei due forni” che proverà a giocare gli uni contro gli altri alleati europei e statunitensi.
    Più in generale, penso che su tutti i temi chiave (politiche economiche dell’eurozona, euro, politica internazionale, immigrazione, unione bancaria ecc.) a sinistra bisognerebbe per prima cosa chiarirsi le idee e assumere posizioni sensate. E su quelle, poi, sviluppare un’autonoma iniziativa.
    Purtroppo invece la sensazione che giunge all’esterno è oggi quella di una babele di voci da cui si distinguono al massimo degli slogan autoconsolatori ma privi di qualsiasi effetto politico.
    Tutto questo dovrà cambiare, e in fretta. Pena la fine della sinistra politica in questo Paese. Il messaggio che viene dalle amministrative del 24 giugno mi sembra chiaro.


    * Fonte: COM.INFO

    sollevazione: GOVERNO M5S-LEGA: LA SINISTRA SI SUICIDA? di Vladimiro Giacchè
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  3. #83
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Quel 'rossobruno' di D'Attorre

    Sovranità non è una parola maledetta scrive l'esponente politico di Liberi e Uguali


    di Alfredo D'Attorre - Italianieuropei

    Il voto del 4 marzo 2018 ha avuto un duplice e micidiale significato per tutte le forze variamente collocate a sinistra. Vi è il dato quantitativo, che segnala il peggior risultato di un’intera area in tutta la storia repubblicana, e vi è un dato qualitativo, caratterizzato dal definitivo mutamento della composizione geografica e sociale del voto a sinistra, con un andamento sorprendentemente parallelo, che riguarda PD, LeU e perfino Potere al Popolo. I risultati migliori vengono ottenuti nei centri delle aree urbane, connotati da più alti livelli di reddito e di istruzione, mentre nelle periferie e nelle aree interne, dove è più forte e concentrato il disagio sociale, le percentuali si inabissano abbondantemente sotto la media.


    Questa comune composizione sociale nelle diverse espressioni del voto a sinistra (che per la verità porta a compimento un trend avviatosi a partire dagli anni Novanta) fa emergere un elemento clamoroso e impensabile, se raffrontato all’asprezza delle divisioni in questo campo e al livello di conflitto fra i gruppi dirigenti. Le differenze di programma e di posizionamento, che sono state vissute come profonde e insuperabili da un’area più politicizzata, semplicemente non sono state colte dalla stragrande maggioranza di quei ceti popolari e di quel mondo del lavoro che pure queste forze si proponevano di rappresentare. In questa parte di elettorato, che si è orientata in gran parte su M5S e Lega, evidentemente sono prevalse una rappresentazione e un rifiuto comune delle forze della sinistra, in modo così netto da surclassare la percezione delle sue articolazioni e polemiche interne.


    I tre tratti distintivi e unificanti del modo in cui la sinistra è stata percepita nei ceti popolari sono facilmente individuabili: essa è stata identificata come la parte politica schierata con l’Europa senza se e senza ma, a favore dell’immigrazione e delle politiche di accoglienza, a sostegno dell’ampliamento dei diritti e delle libertà civili. Questi tre elementi, che sono diventati il tratto unificante del progressismo nelle sue diverse declinazioni (dalla sinistra liberal-liberista a quella socialdemocratica fino a quella antagonista), hanno oscurato ogni altro elemento di carattere economico-sociale e hanno prodotto la percezione di una distanza siderale dalla natura delle domande che l’elettorato popolare ha espresso il 4 marzo.


    La sinistra è rimasta inchiodata al mantra della società aperta, nobile e qualificante sul piano culturale, ma del tutto insufficiente a cogliere le istanze profonde che salivano dalle viscere della società italiana dopo la più devastante crisi economica del dopoguerra. Sul piano della rappresentazione simbolica, che come sempre ha contato ben più del dettaglio delle proposte programmatiche, la sinistra è rimasta così imprigionata dentro la bolla del politicamente corretto. Ciò le ha consentito di parlare solo a quella parte della società al riparo da problemi economici stringenti, che si è potuta permettere di decidere il voto testimoniando valori e preferenze di ordine culturale. In termini di radicamento sociale, lo spiazzamento è talmente profondo che non si può pensare di uscirne con aggiustamenti al margine e con la pure inevitabile sostituzione dei gruppi dirigenti. Se le diverse forze della sinistra vogliono uscire dal perimetro sociale in cui sono rinchiuse, occorre un vero e proprio cambio di paradigma, una discontinuità nello stesso vocabolario concettuale.


    Si pensi, ad esempio, alle parole con le quali PD e LeU, sia pure con diverse proposte programmatiche, hanno provato a stigmatizzare la posizione delle forze poi risultate vincitrici: populismo, sovranismo, protezionismo. Si può discutere se questi termini abbiano un significato determinato, certo è che con questo vocabolario è molto difficile intercettare il voto di un popolo che si sente abbandonato e tradito dall’establishment, che reclama voce politica, ossia sovranità, rispetto a luoghi di decisione percepiti come sempre più distanti e opachi, e che chiede nuove forme di protezione economica a fronte dei guasti di una globalizzazione sregolata. Adoperando con disprezzo parole la cui radice è popolo, sovranità, protezione, la sinistra non ha semplicemente rifiutato le risposte di Lega e M5S, ma ha negato alla radice le domande stesse che sono state espresse dall’elettorato popolare. È stato peraltro osservato che populismo e sovranismo sono ormai parole passe-partout, che le élite adoperano per squalificare preventivamente tutte le posizioni non immediatamente compatibili con l’attuale ordine economico.


    Al di là di questo, la questione della sovranità democratica è particolarmente delicata, o almeno dovrebbe esserlo per una sinistra che si richiama a ogni piè sospinto (ultimamente anche da parte di autorevoli esponenti del PD) al valore della Costituzione repubblicana e dei principi scolpiti nei suoi primi articoli. Il primo di questi principi è quello della sovranità popolare, affermato nello stesso primo articolo che fonda la Repubblica democratica sul lavoro: lì viene affermato un nesso strettissimo fra autodeterminazione democratica e diritti del lavoro. Proprio quel nesso che i ceti popolari oggi avvertono essere stato strappato e la cui riaffermazione affidano alle forze cosiddette “populiste”, ritenendo la sinistra ormai schierata dalla parte delle élite cosmopolitiche che diffidano delle decisioni prese a livello nazionale.


    Dopo l’urto della crisi i ceti popolari esprimono un nuovo bisogno di comunità e di protezione, chiedono un potere democratico che torni a rispondere alle loro esigenze, e non solo alle compatibilità fissate dall’Europa e dalla finanza globale, ma trovano solo la risposta regressiva e talora xenofoba di Lega e M5S, perché la sinistra, in tutte le sue articolazioni, sembra accettare acriticamente l’equazione fra sovranità e nazionalismo. Come se la sovranità popolare, in quanto diritto di una comunità politica di autodeterminare le proprie condizioni fondamentali di vita, non fosse irrinunciabile anzitutto per quella parte politica che dovrebbe essere più ostile alla dittatura ideologica del TINA (There is No Alternative).

    Qui si pone il tema cruciale della ricostruzione dei poteri di intervento economico dello Stato. Dopo il crollo del socialismo reale, gran parte della sinistra italiana ha trovato nell’europeismo una sorta di nuovo mito fondativo. Il punto è che l’Europa reale costruita da Maastricht in poi si è rivelata distante dall’utopia di Ventotene non meno di quanto il socialismo reale lo sia stato da quello immaginato da Marx. Il disegno di integrazione è stato portato avanti non per costruire una sovranità europea in grado di offrire alla politica democratica strumenti di intervento più efficaci sull’economia, ma con esiti assolutamente opposti. C’era qualcuno che lo aveva capito fin dal principio: basta rileggere, ad esempio, le pagine del diario di Guido Carli, all’epoca ministro del Tesoro italiano, scritte subito dopo la firma dei Trattati che avviano il percorso verso la moneta unica: «L’Unione Europea implica la concezione dello “Stato minimo”, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi».


    Si può dubitare sul fatto che il nuovo patto si sia rivelato favorevole ai cittadini, ma per il resto la descrizione puntuale di ciò che sarebbe avvenuto nei venticinque anni successivi è piuttosto impressionante. Così come è evidente lo scarto fra questo modello economico-sociale e quello disegnato nella prima parte della Costituzione. Per gran parte della sinistra italiana e continentale l’ancoraggio al disegno europeo e alla nobiltà storica delle sue motivazioni è diventato prevalente rispetto alla praticabilità di politiche di segno sociale e keynesiano. Anziché rendere il suo europeismo compatibile con una ispirazione autenticamente socialista, la sinistra riformista ha accettato di convertirsi alla Terza via blairiana e clintoniana, approdando a un europeismo liberale che ha progressivamente cambiato la sua base sociale. Su un altro versante, la sinistra radicale ha anch’essa sostanzialmente accettato la narrazione neoliberale della fine dello Stato, inseguendo la suggestione di un’attivazione su scala europea e globale dei movimenti di rivolta e di emancipazione. Di qui la comune avversione verso qualsiasi forma di sovranismo, pure se declinata in chiave democratica e costituzionale, con il brillante risultato di consegnare a una nuova destra, di impianto non più solo liberista e thatcheriano, la bandiera della sovranità popolare e della critica alla natura opaca e tecnocratica della governance europea. Ora non si tratta certo di inseguire questa nuova destra sul suo terreno o di vagheggiare illusorie scorciatoie di uscita dall’Unione europea o dall’euro. È il momento però di dotarsi di un nuovo apparato concettuale e di un nuovo linguaggio, che consentano di riproporre in termini moderni e credibili un ruolo attivo dello Stato nell’economia. Si può mantenere l’orizzonte ideale di una sovranità democratica europea, ma non si può pensare di riguadagnare la fiducia dei ceti popolari solo sulla base di questo sogno e dell’idea che fino alla sua realizzazione le democrazie nazionali siano condannate all’impotenza o all’irrilevanza.


    Se la sinistra non riuscirà a fare i conti con il nucleo di verità che sta dietro il successo dei cosiddetti “populisti”, non sarà il loro fallimento al governo del paese a restituirgli automaticamente uno spazio. È il tempo allora di un europeismo di nuovo conio, un europeismo costituzionale, che non rinunci a un grande disegno di pace e di cooperazione tra i popoli europei, ma che sia più compatibile con il dettato della Costituzione e che nutra più fiducia nella capacità di autogoverno del nostro paese oltre la costrizione del vincolo esterno.

    Notizia del: 28/06/2018

    https://www.lantidiplomatico.it/dett...orre/82_24506/
    Lottiamo per una giustizia sociale che non sia un favore, ma un diritto - J. D. Perón -

    Il sonno della ragione genera i liberali

  4. #84
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    d'attore... in che lista si è presentato il 4 marzo? già questo basta a identificarlo
    Fronte Sovranista Italiano – Il Partito Sovranista

    La mano invisibile del mercato mi tocca in posti strani

  5. #85
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Citazione Originariamente Scritto da Anglachel Visualizza Messaggio
    d'attore... in che lista si è presentato il 4 marzo? già questo basta a identificarlo
    Va beh che poi Italianieuropei è la fondazione di D'Alema.
    Venezuela e Zimbabwe nei nostri cuori!

  6. #86
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Citazione Originariamente Scritto da Lord Attilio Visualizza Messaggio
    Va beh che poi Italianieuropei è la fondazione di D'Alema.
    pensa un po'; poi per i più ottusi basta anche leggere l'articolo
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  7. #87
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Citazione Originariamente Scritto da Anglachel Visualizza Messaggio
    pensa un po'; poi per i più ottusi basta anche leggere l'articolo
    A me sembra che i suddetti stiano cercando di ricollocarsi con un po' più di autonomia dai vertici europeisti e liberali rispetto al passato, ma non è detto che la cosa sia utile né che sia fattibile.
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  8. #88
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    L'IMMIGRAZIONE, SALVINI E IL POPOLO DI SINISTRA
    di Ugo Boghetta
    [ 1 luglio 2018 ]

    A Bologna è scoppiato il caso Arci Benassi, un luogo storico della sinistra, a seguito di un programma mandato in onda da La7 nel quale alcuni soci esprimevano considerazioni positive sulle posizioni assunte in questi giorni da Salvini.
    Apriti cielo! Imbarazzo totale. Immediatamente è partito, non il dibattito, ma il processo con il corollario di epiteti: fascisti, razzisti ed altro.

    Che cosa hanno detto di tanto sconvolgente i malcapitati avventori? Ecco di seguito alcuni frasi: “Salvini fa bene a smuovere le acque. L'immigrazione va regolarizzata. La nave? Almeno ora tocca anche agli altri”, “Credevo alla sinistra quando c'era il PCI, non voto più da tempo”, “Io voto PD ma Salvini prospera perché la sinistra ha lasciato troppo andare. E lui fa bene a farsi sentire con l'Europa. Finalmente uno che ci prova; ma la schedatura dei Rom è sbagliata”, “Salvini dice prima gli italiani. Voto PD ma il partito deve pensare a chi tra noi non ha lavoro, è esodato, ha una pensione da fame”. Come si vede sono frasi che esprimono un sentire popolare e confermano i motivi che hanno portato al governo gialloverde e alla crisi delle cosiddette sinistre. Solo qualche giorno dopo i fatti, al ballottaggio di Imola, un altro baluardo del PD è caduto passando ai 5S. Tutto ciò conferma quanto accaduto in precedenza in altri paesi: Brexit, Francia, Trump.

    Nulla di nuovo dunque. Come non nuova è l'incapacità delle cosiddette sinistre di capire che le classi popolari, e non solo, chiedono PROTEZIONE contro la globalizzazione e le sue istituzioni. Non capire la richiesta sicurezza significa non capire la questione sociale.

    Certo, ciò è difficile quando una gran parte della cosiddetta sinistra è direttamente colpevole. E quando l'altra, quella radicale, ne condivide la filosofia generale non comprendendo che gli esiti negativi sono l'inevitabile conseguenza dell’attacco condotto contro gli stati nazionali (attacco spesso condiviso da molto anarchismo della gauche) a favore della libera circolazione di capitali, merci e persone. La connessione fra il giustificato sentire popolare e Salvini avviene in questa frattura tra sinistra, il ruolo dello stato e classi subalterne.

    Il leader leghista, peraltro, non può e non vuole risolvere i problemi, ma intende usarli: gli consentono una campagna elettorale permanente e gratuita. Per molto tempo ha posto le questioni in termini effettivamente xenofobi ma da quando è al governo ha accentuato un linguaggio che cerca di cogliere un più vasto senso comune: bisogna bloccare il traffico criminale di schiavi, bisogna alzare la voce con gli altri paesi europei che non fanno nulla, bisogna far sì che i bambini Rom vadano a scuola… .

    Anche per Salvini i nodi verranno al pettine. Alla lunga non basterà una miniriforma della Fornero o del Jobs act per mantenere il consenso. Il tallone d'Achille è una politica economica che non può funzionare: arricchire i già ricchi per arricchire tutti. Il disagio e l'incertezza rimarranno. Allora il capro espiatorio migrante sarà sempre utile. Del resto appellarsi per la risoluzione dei problemi ad un Unione per questo governo è un paradosso, un'ipocrisa o una tattica. Di vincolante l'Unione ha solo l'euro!

    Questo però ci aiuta a capire ciò che dovevamo capire da tempo. Senza disinnescare la questione delle migrazioni sarà sempre difficile indirizzare lo scontro verso i nemici principali: il finanzcapitalismo, la logica del profitto, le multinazionali, l'Unione Europea. L’accoglienza senza limiti e regole è benzina sul fuoco. L'Europa andrà sempre più a destra. Mentre l’Italia, secondo il sentire comune di molta sinistra, di fronte alle ondate migratorie dovrebbe semplicemente aprire tutti gli accessi! In questo modo le porte sarebbero aperte, sì, ma a Orban o peggio.

    Ovviamente le soluzioni non sono facili. Nessuno ha la bacchetta magica. Ma la questione andrebbe almeno impostata in modo corretto. Il divario economico fra Africa subsahariana ed altre zone permarrà. È vero che si prevede una riduzione delle differenze economiche, ma anche una moltiplicazione per due o per tre della popolazione. In questo quadro, tolto il 7% circa che ottiene lo status di rifugiato, gli altri migranti sono di altra natura: migranti economici, si dice. In realtà la dizione non è precisa. Sono migranti “politici”.

    In Africa, chi ha 4000 euro e oltre di disponibilità per affrontare il viaggio non è un povero. È membro di un ceto medio, in larga parte urbanizzato e scolarizzato, che si sente bloccato nella progressione sociale a causa della ripartizione verso l'alto della ricchezza attuata da élite autoritarie e spesso serve degli interessi occidentali: vedi tutti i paesi che aderiscono al CFA, la moneta unica subordinata alla Banca di Francia. La soluzione scelta è quella dell'emigrazione. Siamo passati dall'esercito di riserva ai popoli di riserva. Vedi anche alla voce delocalizzazioni.

    Ma questa migrazione, in Europa, impatta con un ceto medio e classi popolari che sono “in discesa” quanto a status e condizione. Lo scontro è invitabile, e se la situazione degli uni e degli altri non cambierà, esso diverrà endemico e si alzerà di livello. L'etnicizzazione del conflitto e della società sarà inevitabile e il conflitto rimarrà fra e nel popolo. Sarà un disastro. Peraltro, i migranti, solo in parte diventeranno lavoratori: molti ingrosseranno le fila della piccola borghesia, altri saranno sottoproletariato.

    Va compreso che ogni società ha un suo limite di accoglienza. Ed è tanto più basso quanto più bassa è la condizione sociale delle classi popolari e della maggioranza dei cittadini. Anche l'unità di classe ha un livello in cui può essere perseguita ed un altro dove c'è lo scontro. Se si vuole invertire la rotta, e consentire anche una capacità di accoglienza superiore ed un'unità di classe e di popolo, è dunque necessario regolarizzare, controllare i flussi: anzi concordare i flussi. A questo proposito appare davvero stravagante che chi si riempie la bocca di sovranità popolare non ne tenga in nessun conto in questo caso. Se uno bussa alla mia porta io posso accoglierlo temporaneamente, per sempre, ma anche dire di no: non per odio, ma perché devo commisurare l’accoglienza alla mia condizione ed alla possibilità di un inserimento dignitoso. Per questo, a differenza di Salvini che lavora per mantenere sacche crescenti di utile clandestinità, si devono assicurare le condizioni sociali e politiche per una progressiva piena regolarizzazione di chi si stabilizza in Italia.

    Inoltre i migranti si consegnano ad una filiera criminale, concorrendo a produrre una vera e propria economia della migrazione in Libia, Niger, Mali. Un'economia che deve essere sempre alimentata. Siamo anche al paradosso che chi paga il viaggio finisce nei lager. Non può stupire che i migranti, dopo tante sofferenze, vengano anche usati per le trattative con i governi dell'altra sponda o per regolare ed affrontare questioni interne agli stati dell'Unione. Si mette anche a dura prova il diritto internazionale che impone giustamente di salvare la gente in mare. Ma queste leggi sono state varate (sembra a partire dalla vicenda del Titanic) per salvare le persone da naufragi causali: collisioni, incendi, tempeste. Qui ci troviamo dinnanzi a naufragi programmati e continuati. Detto e ripetuto che tutti devono essere salvati, la questione non è umanitaria ma tutta politica.

    Ma se è evidente che la soluzione sta all'origine dei flussi, andrebbe tuttavia subito cancellata la frase: “aiutiamoli a casa loro”. È davvero una frase meschina che nasconde intenti meschini. I migranti, infatti, vengono utilizzati per una nuova fase di colonizzazione e controllo delle ricchezze. Prima e dopo gli aiuti infatti arrivano sempre i militari. Anzi, di militari occidentali in Africa, in Medio Oriente, ed in altre zone ce ne sono già davvero troppi.

    Se il primo cambiamento sociale, politico, democratico, egualitario deve dunque avvenire in Africa, questo non può essere che essere compiuto dagli africani stessi. Nessuno può liberare nessun altro. Vogliamo altre guerre umanitarie, altre esportazioni di democrazia?! Il continente, per altro, ha una lunga storia di lotte di liberazione e per il socialismo. Lotte spesso fallite proprio per gli interessi e gli interventi dei paesi occidentali. L'internazionalismo di cui spesso si straparla, dunque, non si identifica certo con l'accoglienza ma con la lotta di liberazione e per il socialismo, in occidente come nel resto del mondo.

    Il nemico è comune: la globalizzazione liberista, il modello finanzcapitalista, le multinazionali, e i poteri che le rappresentano in modi diversi in Italia, in Europa, e nelle varie realtà dell’Africa e del mondo.

    sollevazione: LìIMMIGRAZIONE, SALVINI E IL POPOLO DI SINISTRA di Ugo Boghetta
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    MASSE "FASCISTE" E SINISTRA BORGHESE
    di Militant
    [ 5 luglio 2018 ]

    L'ETERNO RITORNO DELL'UGUALE
    l’impotenza della sinistra di fronte ai mutamenti della realtà

    Non c’erano dubbi in proposito, ma la direzione politica intrapresa dalle sinistre nell’accanita lotta al populismo ha dileguato come niente fosse il significato elettorale dello scorso 4 marzo. Prosegue, questa accolita al momento definitivamente espulsa dalla società, come se niente fosse cambiato rispetto a dieci o venti anni fa. Insiste nell’assoluta mancanza di coraggio nel sottoporre a critica radicale i motivi di fondo della sua esistenza. Fa luce su tutto questo un articolo di Gianpasquale Santomassimo, pubblicato lo scorso 29 giugno sul Manifesto. [vedi grafica qui sotto- cliccare per ingrandire]





    Nel pezzo, che qui riprendiamo, viene sottolineata l’apatia generale di questo insieme di sinistre che continuano a sottrarsi alla resa dei conti intellettuale e ideologica che pure sembra necessaria. Dal 5 marzo, come prevedibile, si è tornati a farneticare di fronti antifascisti, strillando al ritorno del fascismo, ignorando le scosse telluriche alla radice di un risultato elettorale che, a saperlo leggere, ci racconta di un mondo nuovo che finalmente ha trovato anche una sua rappresentanza politica capace di arrivare in prossimità del potere. Una rappresentanza che non ci piace (come potrebbe piacerci?), ma che piace a chi non ha alcuna alternativa materiale a cui affidarsi. Non è poco.

    Nel momento in cui la società reale, quella formata da milioni di proletari vinti alle logiche populiste, decreta l’espulsione del Pd dal governo, pezzi di sinistra residuale tornano a proporre strampalate alleanze antirazziste al fianco di chi, in questi anni, ha assolto il compito di promuovere un razzismo diffuso e dal volto umano verso i ceti popolari in generale e i migranti in particolare. Si agita il mito di un Pd “derenzizzato” a cui non crede più neanche Cuperlo, per dire; si favoleggia di “ripartenze dai territori”, come se la cinghia di trasmissione tra centro e periferia del partito della stabilità liberista fosse in qualche modo attaccabile in qualche suo punto debole. Nell’istante in cui il Pd muore, un pezzo di sinistra si offre come stampella ideologica nella lotta al razzismo leghista. E tutto questo in attesa del passaggio di consegne tra Renzi e Zingaretti. A quel punto i fuochi d’artificio saranno assicurati: finalmente il Pd verrà rimesso al centro di ogni possibile alleanza progressista contro il fascismo. Ma la mancata analisi del 4 marzo sta producendo molti più danni di quanto fosse lecito aspettarsi.

    Proprio nel momento in cui finalmente si procede all’attacco frontale contro l’ongizzazione delle questioni sociali, di cui quella migrante è la più evidente, la sinistra – tutta – viene costretta dentro una logica binaria di difesa di quelle stesse Ong, che costituiscono da decenni lo strumento attraverso cui disattivare qualsivoglia conflittualità politica riguardante le contraddizioni generate dal liberismo in crisi. Nel momento in cui si diviene, volenti o nolenti, espressione politica dell’ideologia Ong, viene persa per strada la natura sociale del voto del 4 marzo, cioè il contraddittorio rifiuto della stabilità liberista fondata sui dogmi del pareggio di bilancio e della riduzione del welfare. La questione migrante smette i panni della problematica sociale per indossare quelli, pacificati, della questione culturale: razzisti contro antirazzisti, come se, di punto in bianco, quegli stessi milioni di proletari si siano automaticamente convinti della difesa della razza (mentre se avessero votato Pd, Leu e accozzaglia varia, sarebbero rimasti illuminati umanisti).

    A forza di sballare paragoni col passato ripetendoli meccanicamente ad ogni cambio di governo (c’era il fascismo con la Dc, con Berlusconi, con Prodi, con Monti, con Renzi…), ci ritroviamo a braccetto con chi ha tutto l’interesse a declinare la lotta al populismo come questione antirazzista. Un tema che è centrale, ovviamente, ma solo ed esclusivamente in quanto sociale, cioè espressione e lotta al risentimento piccolo borghese verso i lavoratori poveri. Eppure è proprio la questione sociale ad essere scomparsa dai radar della sinistra dopo il 4 marzo. Prova ne è la (non) reazione delle sinistre verso il “decreto dignità” in corso di approvazione dal governo. Per la prima volta – ripetiamo: per la prima volta – da decenni viene approvato un decreto che va contro gli interessi di Confindustria, che infatti ha scatenato subito la contraerea ideologica guidata da Repubblica. Un decreto ultra-mediato, ovviamente, dal sapore propagandistico, certamente. Una misura più da campagna elettorale che materialmente efficace. Non può essere il nostro orizzonte, neanche volendoci attestare a una visione riformista dell’azione di governo. Eppure rimane il segnale: in assenza di opposizione sociale, nel deserto di qualsiasi spinta dal basso, popolare, verso misure di redistribuzione del reddito, il governo vara una di quelle misure per cui è stato per l’appunto votato dai proletari di cui sopra. Un decreto immediatamente contrastato dal partito unico di Repubblica. La (non) reazione delle sinistre esemplifica il punto morto a cui sono giunte: sghignazzamenti sui social network, sbeffeggiamenti, disinteresse generale.

    Eppure è proprio attorno alla questione sociale, cioè all’azione di destituzione delle controriforme liberiste del Pd, che si gioca la partita complessiva tra governo e sua possibile opposizione. Solo da qui è possibile immaginare una lotta al razzismo economico che sia al tempo stesso guerra senza quartiere a ogni ipotesi centrosinistra, nonché in grado di recuperare un rapporto con chi si è rassegnato all’egemonia populista. Poi, certamente, una posizione politica non “vive” per il solo fatto di essere giusta. Andrebbe anche, soprattutto, declinata nelle lotte di classe. Non c’è alcuna soluzione a portata di mano al momento. Ma reiterare l’orrore di una sinistra succube del liberismo democratico non può che approfondire la distanza abissale tra sinistra e classi popolari del paese.

    * Fonte: Militant

    sollevazione: MASSE "FASCISTE" E SINISTRA BORGHESE di Militant
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  10. #90
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    Predefinito Re: La Sinistra c'è o ci fa?

    Vi spieghiamo perché l'AntiDiplomatico non querelerà ma ringrazia di cuore "Wu Ming"



    “In costante interazione con tutte queste pagine è il sito rossobruno L’Antidiplomatico.”


    Dopo il cacciatore di “rossobruni” su mandato di Repubblica, è il turno del sito wumingfoundation, con un soporifero articolo che vorrebbe, dopo fiumi e fiumi di inchiostro virtuale, “smascherare” la – da noi assolutamente sconosciuta - pagina Facebook “Fronte dei popoli”, rea di aver preso per buona una (a quanto pare) falsa lettera di Pasolini a Moravia (“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi, a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”).

    Nel suo intento davvero esistenziale per le sorti del paese e dell'umanità intera, il Ming 1, altro aspirante “salvatore della sinistra” con le posizioni della “Lista Bonino”, si lancia in pedanti dissertazioni sull’”utilizzo delle fonti”, arrivando a scomodare persino After Khalil Gibran. Peccato che, a proposito delle posizioni contro l’antifascismo di regime di Pasolini, il Ming non si sia accorto delle considerazioni di un attento studioso, Luciano Lanna, che dalle pagine di Radicali.it (che ci auguriamo wumingfoundation non voglia etichettare come “rossobruno”) nel suo articolo “Il monito di Pasolini: «Attenti al fascismo degli antifascisti» riporta, tra molte altre, questa frase di Pasolini:

    “Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili…»

    Ora la domanda è: come può tutta questa inutile e sterile polemica del Ming trasformarsi in veicolo di grave diffamazione contro lAntiDiplomatico, dato che non solo non abbiamo nulla a che fare con la pagina Facebook oggetto della dissertazione, ma non abbiamo mai affrontato la questione di queste frasi vere o presunte di Pasolini?

    Sembra impossibile, eppure in un paragrafo dal titolo “due parole in più su questo network”, il Ming 1 riporta la frase che vi riportavamo all’inizio: “In costante interazione con tutte queste pagine è il sito rossobruno L’Antidiplomatico.

    ” Il Ming insomma ci associa a un "network" di persone, siti o pagine Facebook che non conosciamo, non conosceremo mai e con molti siamo agli antipodi. Della lista di proscrizione di Wu Ming, abbiamo solo rilanciato due riflessioni sull’America Latina di Roberto Vallepiano, al quale va la nostra solidarietà per il vergognoso attacco subito.

    Tuttavia, nonostante la gravissima diffamazione subita, annunciamo che non quereleremo Wu Ming 1, anche se fa finta di non sapere che l’AntiDiplomatico non è un sito, ma una testata giornalistica regolarmente registrata.

    E non quereleremo Wu Ming 1 anche se ci definisce “sito rossobruno” con l'intento squallido di bollare così tutti coloro che non si piegano al disastro neo-liberista costruito dalla “sinistra” ambita da Repubblica e sottogruppi vari, vale a dire la destra liberista del Pd.

    Non quereleremo Wu Ming 1 perché ci collega a un “network” con siti e persone che non conosciamo, con cui non abbiamo mai avuto “interazioni” e mai ne avremo.

    Non quereleremo Wu Ming 1 anche se continua a scrivere palesi menzogne.

    E non quereleremo, infine, Wu Ming 1 anche se la normativa della diffamazione darebbe pochi dubbi sull'esito.

    Vi diciamo di più. Non solo non quereleremo Wu Ming 1, ma invitiamo i Wu Ming 1, 2, 3, 4, 5 fino al Wu Ming 100.839.849.759 a dedicare un’attenzione quotidiana, continua e sempre maggiore alla nostra testata giornalistica. Potete anche chiamarlo sito. Potete anche definirlo “rossobruno” e potete anche associarci a persone che non abbiamo mai conosciuto, mai conosceremo e con cui mai vorremo avere nulla a che fare. Nessuno ci può fare pubblicità migliore di chi verso l’opinione pubblica produce lo stesso effetto di quel partito con cui vi ritrovate in sintonia su tutto anche se avete ancora vergogna ad un "outing" completo. Parliamo del PD chiaramente.

    I vostri attacchi sono la pubblicità migliore della bontà del nostro lavoro. Quindi non smettete e grazie di cuore da tutta la redazione de l’AntiDiplomatico.

    La Redazione

    https://www.lantidiplomatico.it/dett..._ming/6_24625/
    Lottiamo per una giustizia sociale che non sia un favore, ma un diritto - J. D. Perón -

    Il sonno della ragione genera i liberali

 

 
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