Non la pensi come me? Sei un servo
di Giampaolo Pansa
Il bestiario. Il vizietto antico del “servo del padrone”.
Sul Riformista di venerdì 20 agosto è comparsa questa lettera, firmata Gianni Tirelli: «Trovo alquanto singolare (visto il contrasto logico) che un quotidiano che si chiama ‘Libero’ sia diretto da un ‘servo’». L’insulto, sia pure addobbato con ipocrite virgolette, era diretto a Maurizio Belpietro, il direttore di Libero. E per connessione a tutti i giornalisti che lavorano con lui. Compreso il sottoscritto, collaboratore di quella testata. Lì per lì, mi sono incavolato. Poi ho riflettuto sulla parolaccia. E mi sono reso conto che il lettore Tirelli era stato sbadato, poichè non aveva espresso in modo compiuto il proprio pensiero. Servo di chi? Credo che intendesse di Silvio Berlusconi. Infatti è questa l’accusa che viene scagliata di continuo dalle tante sinistre italiane contro chi non la pensa come loro sul Cavaliere. E non si uniforma al Pensiero Unico dell’opposizione. Ormai i “servi di” grandinano tutti i giorni sulle teste dei refrattari. Sono grandinate che conosco da tempo, perché tra i molti difetti delle sinistre c’è di ripetere sempre le stesse maledizioni. Nel 2003, quando pubblicai “Il sangue dei vinti”, un libro sulle stragi compiute dai partigiani dopo il 25 aprile, parecchi sedicenti intellettuali rossi dissero che l’avevo scritto per fare un piacere a Berlusconi o addirittura dietro sua richiesta. Gli stessi continuarono a ripeterlo per i miei libri revisionisti successivi. Allora ero più ingenuo di adesso. E mi affannai a smentire. Oggi non la farei più. A pensarci bene era uno spettacolo già visto nella Prima Repubblica. I comunisti non riuscivano mai a sconfiggere nelle urne la Democrazia cristiana. Per questo sfogavano le loro nevrosi dando del servo a chi non li aiutava a mandare all’inferno gli odiati dicì. I giornalisti non subalterni al Pci erano i primi a beccarsi l’insulto. Servi di Piazza del Gesù. Servi della Balena bianca. Servi di questo o quel ras democristiano. Se non scrivevi che Giulio Andreotti era il capo occulto di Cosa Nostra significava che ti eri messo al servizio del Gobbo. Se non sputavi veleno contro Ciriaco De Mita, il motivo era uno solo: avevi incassato una mazzetta dal suo portavoce, Clemente Mastella. Il quale Clemente, per altro, di mazzette non si sognava di darne a nessuno. Persino Eugenio Scalfari si beccò l’accusa di essere al servizio di De Mita. Accadde nella primavera del 1983, vigilia elettorale. L’Unità e Rinascita, il settimanale del Pci, scatenarono una campagna violenta contro Repubblica. La grandine rossa cadde sulla testa di tutti noi, sotto forma di lettere arrivate dalla base. Erano una valanga. E diedero vita a una campagna di boicottaggio: non comprate più il fogliaccio della ditta Scalfari & De Mita. Venne preso di mira Carlo Caracciolo, l’editore di Repubblica, imputato di trafficare con Flavio Carboni, suo socio nel quotidiano Nuova Sardegna. Eugenio fu sbeffeggiato pure con le vignette. In una faceva il gioco delle tre carte con le schede elettorali. Affiancato da un De Mita vestito come un gangster degli Anni Venti, ghette comprese. Anch’io presi la mia rata di insulti. Ero un servo di casa De Mita come Scalfari e tanti altri di Repubblica. Ma ci fu pure chi scrisse di peggio. Peppino Fiori, in corsa per un seggio senatoriale a Oristano, usando una vecchia citazione di Emilio Lussu, stampò sull’Unità che rischiavo di morire non da uomo, bensì da macchina per scrivere. Oggi succede a Sergio Chiamparino, sindaco democratico di Torino. Ha protestato per l’esclusione del leghista Sergio Cota, governatore del Piemonte, dalla Festa nazionale del Pd. E il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, suo compagno di partito, l’ha subito accusato di «subalternità culturale alla destra». Insomma, a prima vista non c’è nulla di nuovo nella battaglia politica italiana. Eppure, rispetto alla Prima Repubblica, qualcosa è cambiato e non in meglio. La causa è una sola: l’entrata in scena di Berlusconi. Il Cavaliere sta in campo da sedici anni e le sinistre non sono mai riuscite a metterlo fuori gioco. Silvio è caduto tre volte, ma poi è risorto. Adesso si trova di fronte alla prova più dura, con una maggioranza incerta per la scissione dei futuristi di Giancarlo Fini. E nessuno è in grado di prevedere quale sarà il risultato della partita. Proprio per questo, le opposizioni stanno progettando di allestire una Grande Armata, nella speranza di stritolare il Caimano. O il Satrapo, secondo l’ultimissimo sberleffo di Tonino Di Pietro. Non appena l’armata scenderà in campo, si sprecheranno le accuse per chiunque non sia disposto ad arruolarsi nelle sue file. Persino chi si asterrà dal voto sarà bollato come un servo di Berlusconi. Per quel che mi riguarda, confesso che sono indifferente rispetto all’esito della contesa elettorale. Sono diventato troppo pessimista per ritenere che il vincitore, chiunque sia, possa far cambiare rotta a un’Italia destinata al declino e al disordine. Tuttavia non sono indifferente rispetto al modo di condurre la prossima campagna elettorale. Nei bassifondi della politica prevalgono gli spiriti malvagi. Pronti a servirsi di chi è mediocre, intollerante e furioso. Come il lettore che ha dato del servo al direttore di Libero e a chi scrive per il suo giornale. È questa manovalanza di picconatori, molto diversi da Francesco Cossiga, il rischio più grande. Posso soltanto sperare che entrambi i blocchi abbiano il buon senso di non usarli. Nel caso contrario, temo davvero che nessuno si salverà.
Il Riformista




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