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Discussione: Ernst Jünger

  1. #31
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger


  2. #32
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  3. #33
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Ernst Jünger e le droghe


    9th mar 2009





    di Alessandro Cavallini


    Negli ultimi vent’anni l’ambiente della Destra Radicale ha fatto della lotta indiscriminata all’uso delle droghe uno dei maggiori cavalli di battaglia nella propria attività di propaganda. Ma siamo propri sicuri che ciò sia coerente con il pensiero dei propri Maestri di Idee?

    Al riguardo ci viene in mente il libro “Avvicinamenti”, in cui il soldato politico Ernst Jünger [nella foto sotto] parla delle proprie esperienze con le sostanze stupefacenti. Qui le droghe sono viste come strumento per viaggi iniziatici come gli antichi sciamani, come i mistici che cercavano la luce di Dio, come i sapienti che si tuffavano negli abissi sconosciuti dell’essere, oltre i confini del tempo e della materia. Prova già l’etere e il cloroformio mentre ancora indossava la divisa. Non a caso i suoi superiori diffidavano di questo soldato bohemien ed anticonformista, che Dopo una serata a discutere di Rimbaud, si stordisce di stupefacenti. Sprofonda in mondi sconosciuti. E si risveglia nauseato, in mezzo al proprio vomito, e poi si unisce ai commilitoni che fanno esercizi ginnici con la coscienza in subbuglio.

    Numerosi anche gli episodi al limite della comicità raccontati da Jünger nel suo libro. Come quella volta in cui fuma cannabis in un albergo di Halle, in viaggio con la madre. Forse esagera con le dosi, perché compie un viaggio estremo che lo spaventa. Preso dal panico, corre per l’albergo in pigiama, urlando, finendo nelle camere dei clienti, scandalizzando una signora seduta sul bidè. La madre preoccupata convoca un medico che lo riporta in sé con una potente tazza di caffè e pensa che la causa di quella turbolenta nottata sia una carpa alla polacca avariata. Il dottore sorride, annuisce sornione, e Jünger, vergognoso rinuncia per anni ad altre sbronze tossiche.

    Ma negli anni Cinquanta riprende gli esperimenti provando varie piante «messicane», immergendosi in labirinti temporali che lo riportano alle antiche civiltà americane, distrutte dall’occidente. Nel ‘51 si reca dall’amico Hoffmann: aspettano che la moglie del chimico svizzero vada a fare una passeggiata, e prendono alcune gocce di Lsd. E’ un’esperienza affascinante. Ma solo un assaggio, perché la quantità è troppo modica. Decidono di riprovare con una dose maggiore. Devono rimandare più volte, per colpa di influenze, strade ghiacciate, incidenti vari. Finché ripetono l’esperienza con grande soddisfazione, in un mondo metafisico di colori ed estasi di leggerezza.

    Bisogna aggiungere che Jünger era consapevole delle potenzialità distruttive delle droghe. Proprio per questo sapeva che non è da tutti avvicinarsi a questo mondo oscuro ma affascinante. Occorrono disciplina, saggezza, senso del sacrificio, perché ogni «viaggio» è una specie di furto prometeico, che richiede una restituzione. Infatti c’è distinzione tra chi utilizza le droghe per superare i propri limiti umani e giungere ad una conoscenza superiore e lo sfigato discotecaro in cerca dello sballo del sabato sera.

    Questo per chiarire che il nostro scritto non vuole certo essere un inno sconsiderato all’uso degli stupefacenti, ma per ricordare come, talvolta, si possa trasformare il veleno in farmaco, secondo gli antichi insegnamenti tradizionale per chi è in grado di seguire la Via della Mano Sinistra. Non a caso, lo stesso Jünger da giovane affermava che fosse «Meglio essere un delinquente che un borghese». Alla faccia di chi si ostina a voler conservare il Nulla Assoluto dell’attuale società, schierandosi sul suo fianco destro in compagnia di nani, ballerine e veline trasformate in ministri.




    Fondo Magazine|Ernst Jünger e le droghe
    Ultima modifica di Avamposto; 06-10-10 alle 12:48

  4. #34
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Ecco l’Anarca di Ernst Jünger -


    1 gennaio 2000

    Autore: Alberto Lombardo



    In un mondo decadente e crepuscolare vive Manuel-Martin, il protagonista di Eumeswil: una tirannide regge la città-stato in cui si svolge il romanzo. Due nomi e due corrispondenti nature, perfettamente coesistenti: il dilemma di essere e apparire, lungi dal provocare una scissione, fortifica e afferma l’identità.



    Testo fondamentale dell’intera filosofia jüngeriana, Eumeswil chiude quell’ideale trilogia letteraria aperta nel 1939 con Sulle scogliere di marmo, e sviluppata dieci anni più tardi con Heliopolis: davvero qui un ciclo si chiude. Il romanzo, uscito nel 1972, torna nelle librerie in versione italiana, per i tipi della casa editrice Guanda, vent’anni esatti dopo la sua prima traduzione, che fu stampata da Rusconi e divenne ben presto introvabile.



    È difficile dare brevemente conto delle fondamentali idee che l’autore esprime in forma letteraria. La ricchezza di intuizioni, visioni e immagini è talmente ampia che stordisce, similmente a ciò che talvolta ci accade dinanzi allo spettacolo dei grandi fenomeni naturali. Emerge la centrale figura dell’Anarca, ribelle anzitutto nel proprio foro interiore. Egli è colui che ha cara sopra ogni cosa la libertà, ma per affermarla si comporta diversamente da altre figure, quali per esempio l’Anarchico, l’Unico stirneriano o il Partigiano. In particolare, la differenza con quest’ultima figura (la quale tanto ci ricorda il terrorista attuale), si esprime in questi termini: “L’Anarca è il ribelle singolo, i partigiani sono un collettivo [...]. Il Partigiano si muove all’interno del partitismo sociale o nazionale, l’Anarca se ne tiene fuori. Peraltro, egli non può sottrarsi al partitismo, poiché vive nella società [...]. Il partigiano agisce ai margini: serve le grandi potenze, che lo equipaggiano di armi e di parole d’ordine”. Diversamente, l’Anarca non abbisogna di sorreggere su stampelle ideologiche il suo innato sentimento della libertà e dell’individualità. Al tempo stesso, egli è capace di vivere sotto qualunque regime politico, anche il più tirannico, poiché reca l’autonomia indelebilmente impressa in sé, e l’afferma in ogni sua azione.



    In Eumeswil si trovano sconcertanti premonizioni: sulla tecnologia, l’avanzamento della decadenza, il destino di globalizzazione e le forme di resistenza. Alcuni passi del libro, persino, sono così reali e “attuali” che viene naturale domandarsi se appartengano al recente passato o all’immediato futuro. Jünger descriveva con minuzia, trenta anni orsono, macchinari e tecnologie che al giorno d’oggi sarebbero divenuti ordinari, come i personal computer, internet e i telefoni cellulari.



    Ma sopra ogni altra cosa, troviamo concentrate in questo romanzo le posizioni esistenziali per l’”uomo differenziato” di questi tempi: colui il quale, attraversati i deserti del nichilismo e oltrepassati i facili rifugi delle consolazioni ideologiche, è approdato alle “terre immobili”. L’Anarca può anche compiere il “passaggio al bosco”, simbolo assai caro a Jünger, che tramite esso allude al ritirarsi in luoghi inaccessibili, pericolosi e dove si è autenticamente sovrani: agendo in tal modo, l’Anarca non fa che realizzare una delle sue molteplici possibilità. Per la ricchezza degli spunti e il suo valore del tutto inattenuato questo libro resta uno dei testi fondamentali per chi voglia affrontare veramente preparato le gravi sfide che la modernità sempre più pericolosamente ci pone innanzi.



    * * *



    Tratto da la Padania dell’8 novembre 2001.




    Ecco l'Anarca di Ernst Jünger | Alberto Lombardo
    Ultima modifica di Avamposto; 06-10-10 alle 12:51

  5. #35
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Franz Schauwecker ed Ernst Junger

    di Emilio Del Bel Belluz

    Franz Schauwecker nacque ad Amburgo il 23 marzo 1890. Alla vigilia del primo conflitto mondiale era ancora uno studente di storia e di filologia, ma aveva già idee molto precise sul suo futuro. Le somiglianze fra questo autore e Jünger sono innegabili e profonde. Come ha rilevato lo studioso di letteratura tedesca Marino Freschi, gli anni Trenta segnarono un momento decisivo nella storia della Germania. La profonda crisi economica e il concomitante fermento sociale e politico di quell’epoca contribuirono alla nascita di una corrente letteraria volta ad “affermare il valore positivo della guerra intesa come strumento privilegiato per restituire all’uomo la sua autenticità e la sua essenza”, tendenza letteraria ben diversa da quella pacifista che aveva contrassegnato gli anni Venti e che aveva avuto esponenti come Remarque e Vring. Molto amico dello scrittore di Wilflingen, Schauwecker affrontò giovanissimo l’esperienza della guerra al fronte come volontario e, come Jünger, dimostrò un atteggiamento sprezzante nei confronti del pericolo in guerra. Rimasto gravemente ferito, continuò ugualmente a guidare la formazione dei suoi uomini lottando con onore.

    È sul campo di battaglia che prende forma la sua idea di una nuova nazione. Esso viene concepito come la fucina di una nuova umanità, molto più vera di quella borghese, un’umanità solidale, fusa in un’unica entità. Questa “individualità collettiva” è data dall’unione di tutti i combattenti, che approdano al superamento della loro sfera di singoli individui nell’esperienza del cameratismo più puro. Quest’ultimo li porta a scoprire che il fine ultimo a cui mirare, che la realtà più vera e autentica è quella della collettività nazionale. In quest’ottica la guerra viene concepita come una sorta di “via” attraverso la quale giungere ad una nuova umanità, un’esperienza necessaria e ineludibile per scoprire cosa si cela dietro la dimensione della realtà visibile.

    Molti hanno sottolineato il ruolo fondamentale di Schauwecker nell’ideazione di un concetto eroico di nazione, quella uscita dalla guerra. Nonostante l’amara esperienza della sconfitta patita nella prima guerra mondiale, Schauwecker infatti rifiutò di abbandonarsi al vittimismo tipico del reduce. “Dovevamo perdere la guerra per vincere la nazione” fa dire al protagonista del suo noto Aufbruch der Nation, il testo fondamentale per la nascita del “militarismo soldatesco”. L’esperienza della sconfitta non preclude il raggiungimento del fine ultimo del conflitto: la creazione, o meglio la “rinascita” di nuova nazione era stata avviata.

    Come avviene concretamente questa rinascita? Nel suo libro Aufbruch der Nation l’itinerario intrapreso dal protagonista, che porta alla scoperta della radice stessa dell’identità nazionale, è segnato dalle ragioni dell’istinto, quello del sangue e della comunanza etnica. La guerra riconduce l’esistenza umana alle sue componenti essenziali. Da questo “ritorno alle radici” scaturisce una comunione profonda fra i soldati, una sorta di “psiche collettiva”.

    Appare chiaro che il “nazionalismo guerriero” di cui questo autore è fautore convinto va necessariamente ricollegato alla critica di un sistema socio-politico ben preciso: della repubblica borghese di Weimar. All’intellettualismo e all’immobilismo del sistema borghese, Schauwecker oppose l’energia travolgente della collettività forgiatasi in guerra: “Resistere nella situazione estrema che è la guerra è dunque una necessità che occorrerà, all’occorrenza, trasporre nella vita civile. Intellettualismo, speculazione cerebrale, discussione e coscienza (o piuttosto iper-coscienza) dei problemi sono altrettanti freni all’azione stabilita. La decisione in questo pensiero del soldato, come in quello del giurista Carl Schimtt che non ha conosciuto la guerra, è centrale. Più centrale del cogito per un Descartes, tanto che si potrà riassumere la filosofia del nazionalismo militaresco con questa parafrasi di Descartes: “Io decido quindi sono”. La decisione è effettivamente in quest’ottica militaresca il solo atto pienamente umano, e questa specificità valida eternamente di fronte alle esigenze, reiterate senza sosta, del destino. Per Schauwecker e i suoi camerati, non ci sono più problemi, non ci sono che fatti che non sono ancora stati decisi. Il primato accordato alla decisione elimina i problemi o, più esattamente, la problematicità inutile, ritardante, (…). Non c’è più un primato della riflessione, ma una successione ininterrotta di ordini dell’istinto, ai quali i soldati non possono sottrarsi. La guerra permette quindi una cooperazione armoniosa, naturale, fra l’istinto, il sangue e il destino (Vouloir. Revue culturelle pluridisciplinarie trimestrelle, n°4, printemps 1995, pag. 11).

    Salito al potere il regime nazionalsocialista, Schauwecker cessò di pubblicare testi concernenti la sua filosofia, ma si limitò a scrivere libri e articoli sulla sua esperienza nella prima guerra mondiale, in particolare Kasematte (1937), Der Panzerkreuzer (1938) e Der weiße Reiter (1944).

    Come Jünger, egli resta l’esponente di una generazione che tentò di proporre un’alternativa all’ideologia borghese e alle sue illusioni per poi isolarsi e allontanarsi dal regime, conservando la propria indipendenza di intellettuale e di uomo.

    Partiti in file scintillanti

    A suon di tamburi,

    Camerati di allora,

    Fedeli compagni di strada.

    Assai disperse

    Le vostre salme in quantità infinita,

    Camerati di allora!

    Ad un benessere ai giorni migliori

    Tutti noi ci abbiamo creduto.

    Ai nostri orecchi suona ancora una melodia lieta,

    Come echeggia ancor il passo cadenzato,

    Nei pensieri le vedo ancor le bandiere

    sventolanti,

    Sento ancor le esultanze d’una folla in frenesia,

    Vedo ancor scoppiar in lacrime delle madri e dei figli.

    Walther Maria Neuwirth, Das Erwachen der Heimat (Il risveglio della patria), Vienna, 1921




    Azione Tradizionale
    Ultima modifica di Avamposto; 06-10-10 alle 12:54

  6. #36
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    ho adorato IL TRATTATO DEL RIBELLE...
    Quasi quasi me lo rileggo.

  7. #37
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    La capanna della vigna: Germania e guerra nelle pagine di Ernst Jünger



    Aprile 1945. Kirchhorst è un paesino della Bassa Sassonia. Sul crinale dell’ultimo scorcio di guerra, la regione tedesca è abbandonata a sé stessa e devastata dai saccheggi degli “stranieri”. “I modi dei visitatori sono vari. Alcuni chiedono con gentilezza un uovo; altri sopraggiungono di notte, armati, per prendersi denaro e preziosi. Altri ancora portano via i cavalli dalle stalle dei contadini e scannano il bestiame da macello”. Nel frattempo, fuori dai casali, prosegue la sfilata di russi e polacchi liberati. Così il lavoro delle piccole cose “procura non solo un contrappeso da opporre all’illusorio, ma aiuta anche a preservare la dignità, o a ripristinarla laddove sia ferita”.

    È in questo torno di mesi, tragico per la Germania come per l’Europa, che Ernst Jünger rinnova il proposito di tenere un diario. Lo scrittore tedesco ha da poco compiuto cinquant’anni ed è ormai una delle figure più importanti e discusse delle patrie lettere. Ha combattuto la prima guerra mondiale come volontario e, dopo essere tornato dal fronte con una medaglia “pour le mérite” sul petto, ha pubblicato i suoi primi libri di successo.
    Due i temi centrali: la figura dell’operaio, presentato come il nuovo protagonista sociale creato di fatto dalla Grande guerra; l’assoluta sfiducia nella tecnica e nel progresso che trova il suo apice nel conflitto attraverso la creazione di micidiali macchine per la distruzione.

    Negli anni, scetticismo e disillusione apriranno il varco a una visione ancora più pessimista della vita, aggravata dalle ferite di una nuova guerra, le cui tragiche conseguenze saranno raccontate proprio in uno struggente diario, fino a poco tempo fa inedito in Italia e ora pubblicato da Guanda.


    La capanna della vigna è uno scorcio scabro e suggestivo di una Germania annientata dai bombardamenti, tramortita dalle violenze di chi per liberarla l’ha invasa, stordita dalle notizie dei numerosi sucidi di coloro i quali l’hanno dominata e che ora col ruvido ricordo dei fasti hitleriani resta inopinatamente appesa alla clemenza dei tanti caporali che la saccheggiano. “Siamo esausti – annota lo scrittore – come bambini dopo la fiera annuale, con la sua folla, gli spari, le grida, i baracconi , la stanza degli orrori e i tendoni dell’orchestra”.

    Ma il racconto di Jünger non è solo la dettagliata narrazione della vita quotidiana nell’immediato dopoguerra tedesco: è una piccola miniera di annotazioni filosofiche, che non cedono mai spazio all’astrattezza e al cerebralismo fine a sé stesso. Come pochissimi altri scrittori del suo tempo, il saggista tedesco trova nella forma diario il pentagramma ideale per imbastire la propria malinconica armonia, composta da gesti quotidiani e da fulminanti osservazioni esistenziali.

    “All’altezza di ciascuno – scrive Jünger in una delle pagine finali – corrisponde una misura di profondità, non ci sono eccezioni. Ecco com’è che attorno ai santi si accalcano i demoni, ecco il perché della serpe attorcigliata ai piedi della croce. Solo con l’estinzione della vita sarà cancellata anche questa valenza. Ma allora altezza e profondità diventeranno una cosa sola. E ci sarà concesso il perdono”. Così sia.

    filippomaria battaglia

    Mercoledì 13 Gennaio 2010



    La capanna della vigna: Germania e guerra nelle pagine di Ernst Jünger - Libri - Panorama.it

  8. #38
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Il sogno dell'Anarca. Incontri con Ernst Jünger

    di Heimo Schwilk

    Il sogno dell’Anarca. Incontri con Ernst Jünger

    Herrenhaus, pagg.234, Euro 14,50



    Il giornalista tedesco Heimo Schwilk, corrispondente capo della Welt am Sonntag, ebbe modo di incontrare e frequentare Ernst Jünger nel periodo intercorso fra l’inverno del 1984 e il marzo del 1997.

    La cronaca di quegli incontri – ricca di aneddoti, curiosità, testimonianze – è stata raccolta nei capitoli iniziali di questo pregevole volume tradotto da Andrea Sandri e Cristina Beretta, e pubblicato alcuni anni or sono per i tipi delle Edizioni Herrenhaus di Seregno.

    “Nelle nostre conversazioni dei passati quindici anni – ricorda l’Autore – dominò la tendenza a dare forma letteraria al vissuto ed a esprimerlo come ricordo formato. Raramente Jünger si scostava dalle prospettive formulate nei suoi libri e solo in circostanze propizie la conversazione faceva emergere qualcosa di inaspettato e di nuovo. Così mi fece inorridire con una frase pronunciata durante una conversazione in occasione del suo centesimo compleanno secondo la quale «tutto sarebbe stato spazzato via»”.

    I capitoli successivi del volume sono dedicati all’analisi di alcuni aspetti dell’opera e della figura di Jünger: dal concetto dell’Anarca ai rapporti fra Jünger e il Nazionalsocialismo, passando attraverso la disamina di alcune fra le opere più note (Sulle scogliere di marmo, Due volte la cometa, Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza) per giungere quindi, nel capitolo finale, a trattare della conversione di Jünger al cattolicesimo (avvenuta il 26 settembre 1996, in seguito a un lungo processo di avvicinamento).

    Schwild scrive che, malgrado alcune riserve personali nutrite nei confronti dell’Europa di Maastricht, Ernst Jünger era convinto che “la tendenza verso la globalizzazione” fosse “non soltanto irreversibile, ma anche, in ultima analisi, auspicabile. Del resto, […] Jünger ha descritto nelle sue opere e inserito nel contesto dell’analisi della nostra epoca, gli effetti della globalizzazione e del livellamento universale delle condizioni di vita per mezzo della tecnica, che in un futuro non troppo lontano porteranno alla creazione di uno stato mondiale”.

    “Sin dalla prima infanzia – scrive ancora l’Autore – Jünger fu un lettore ed un sognatore appassionato che sapeva trasportarsi, attraverso il sogno, in un mondo avvertito come ideale ed avventuroso. Allo stesso tempo era condizionato da una personale ambivalenza esistenziale, combattuto tra inclinazioni meditative e propensione per l’azione”.

    Quanto al ‘sogno’ cui si accenava poc’anzi, esso riveste – all’interno dell’opera jüngeriana – la funzione di “metafora poetica del superamento – possibile nell’ebbrezza, nella battaglia, nell’amore e nella morte – dei limiti della coscienza. Jünger insiste sul potere compositivo del sognatore ed in ciò s’avvicina ai romantici che vedevano nel sogno il paradigma del procedimento artistico. Alla stessa maniera di Novalis e Tieck, Jünger risolve la distinzione fra sogno e veglia. Vita e sogno s’intrecciano e comunicano fra di loro”.

    Nel capitolo dedicato ai rapporti tra Jünger e il Terzo Reich, l’Autore spiega che “l’atteggiamento di Jünger nei confronti del nazionalsocialismo fu ambivalente e il suo giudizio su Hitler, stando a quanto egli stesso afferma, variò nel corso degli anni da «quell’uomo ha ragione» a «quell’uomo è ridicolo» fino a «quell’uomo sta diventando inquietante»”. Egli, inoltre, “respinse tutti i tentativi di Goebbels di sedurlo alla causa nazionalsocialista. E quando nell’estate del 1927 Hitler gli propose di farsi eleggere tra le file della NSDAP nel Reichstag, pare che Jünger abbia risposto con la frase: «Ritengo che scrivere un singolo verso sia molto più meritevole che rappresentare sessantamila imbecilli in parlamento»”.

    Non mancò chi, tra le fila della sinistra, cercò di trarre dalla sua parte l’Autore di Der Arbeiter, il quale “durante un certo periodo non nascose le sue simpatie per la sperimentazione pianificata in Unione Sovietica. Al principio degli anni Trenta gli fece visita a Berlino Karl Radek, in qualità di inviato dei Commissari del popolo moscoviti, allo scopo di guadagnare il «nazionalbolscevico» Ernst Jünger alla rivoluzione mondiale. Nel 1944 fu poi lo scrittore e più tardi ministro della cultura della DDR Johannes R. Becher a chiamare via radio da Mosca, dov’egli era in esilio, Jünger alla rivolta contro il regime nazionalsocialista”. Ma Jünger preservò sempre la propria indipendenza e non si lasciò mai fagocitare politicamente.

    Il sogno dell’Anarca di Heimo Schwilk costituisce un validissimo testo introduttivo all’opera e al pensiero di Ernst Jünger. Può essere richiesto alle Edizioni Herrenhaus di Seregno (tel. 0362 240096 – fax 0362 231812 – posta elettronica: andrea.sandri@herrenhaus.itQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ).



    Il sogno dell'Anarca. Incontri con Ernst Jünger - archiviostorico.info

  9. #39
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Citazione Originariamente Scritto da Antonio Visualizza Messaggio
    ho adorato IL TRATTATO DEL RIBELLE...
    Quasi quasi me lo rileggo.
    Testo essenziale della letteratura politica europea del Novecento :giagia:

  10. #40
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Ernst Jünger


 

 
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