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Discussione: Oswald Spengler

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    Predefinito Oswald Spengler

    Oswald Spengler



    Oggi 8 Maggio nel 1936 muore Oswald Spengler, (Blankenburg am Harz, 29 maggio 1880 – Monaco di Baviera, 8 maggio 1936) filosofo, storico e scrittore tedesco.
    Autore de "Il tramonto dell'Occidente" (titolo originale "Der Untergang des Abendlandes", tradotto in italiano da Julius Evola).
    "Il Tramonto dell'Occidente" (1918-1922), accolto da un enorme successo di pubblico, è un tentativo di elaborare un compendio di una morfologia della storia universale. In quest'opera Spengler sosteneva che tutte le civiltà attraversano un ciclo naturale di sviluppo, fioritura e decadenza, e che l'Europa, vittima di un angusto materialismo e del caos urbano, si trovava nell'ultimo stadio, l'inverno di un mondo che aveva conosciuto stagioni più fruttuose. L'Europa, a meno di riuscire a purificarsi e ripristinare i suoi valori spirituali e il suo ceppo originario, sarebbe caduta preda di politiche selvagge e di guerre di annientamento...
    Spengler intende la storia come un costante processo di decadimento anziché come evoluzione progressiva. In alcuni suoi scritti di carattere politico (Prussianesimo e socialismo, Ricostruzione dello Stato tedesco, ecc.), Spengler si farà fautore di uno Stato fortemente autoritario, in parte vicino a quello preconizzato dai nazisti. Mussolini fu profondamente ispirato da Spengler. Il pensiero di Spengler fu in parte ripreso da Alexandre Deulofeu.

    Nel saggio Untergang des Abendlandes sostiene la tesi che non esistano culture, filosofie, scienze, morali universali, valide sempre e dovunque, mentre ogni disciplina e ogni aspetto culturale diviene indispensabile all'interno del contesto a cui appartiene. Quello che teme Spengler, oltre alla crisi della spiritualità e della religiosità, sono le nuove forme politiche nascenti, come la democrazia e il socialismo che alterano i rapporti "naturali", o piuttosto quelli tradizionali, di potere.
    Sull'ineluttabile tramonto della cultura occidentale Spengler afferma:
    «Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla; ed un compito che la necessità della storia ha posto verrà realizzato con il singolo o contro di esso. Ducunt fata volentem, nolentem trabunt» (Untergang des Adendlandes,II,pag.630)

    Oswald Spengler nacque a Blankenburg, una città tedesca ai piedi dei monti Harz. .... Era di salute cagionevole e per tutta la vita soffrì di emicranie e di disturbi d'ansia.
    All'età di dieci anni la famiglia si trasferì nella città universitaria di Halle. Qui Spengler compì gli studi classici nel ginnasio locale, dove studiò greco, latino, matematica e scienze naturali. Inoltre qui nacque la sua passione per l'arte - specialmente per la poesia, il teatro e la musica - e qui entrò in contatto con le idee di Goethe e Nietzsche.
    Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1901, Spengler frequentò varie università (Monaco, Berlino e Halle) come studente privato, seguendo corsi in molte materie: storia, filosofia, matematica, scienze naturali, letteratura, i classici, la musica e belle arti.
    Nel 1903 fu bocciato all'esame di dottorato con tesi su Eraclito perché non aveva referenze sufficienti, il che gli rendeva impossibile l'inizio di una carriera accademica. Nel 1904 ottenne il dottorato. Nel 1905 ebbe un esaurimento nervoso.
    La sua vita non conobbe eventi di particolare rilievo. Insegnò per un breve periodo a Saarbrücken e poi a Düsseldorf. Dal 1908 al 1911 fu insegnante di scienze, storia tedesca e matematica in una scuola superiore professionale (Realgymnasium) di Amburgo.
    Nel 1911, in seguito alla morte di sua madre, si trasferì a Monaco, dove sarebbe vissuto fino alla sua morte nel 1936. Viveva una vita da studioso solitario, con i mezzi provenienti dalla sua modesta eredità. Si sosteneva economicamente anche impartendo lezioni private o scrivendo per i giornali.
    Quando cominciò a lavorare al primo volume de Il Tramonto, l'intenzione era di concentrarsi sulla Germania, ma poi fu profondamente colpito dalla crisi di Agadir e allargò la portata della sua opera. Spengler fu ispirato da un libro di Otto Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt (Storia del tramonto del mondo antico). Il libro fu completato nel 1914 ma la pubblicazione fu rimandata per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Durante la guerra Spengler visse in condizioni di estrema povertà, perché la sua eredità, investita fuori dall'Europa, era praticamente inutilizzabile.
    Dopo la pubblicazione, avvenuta nel 1917, Il Tramonto ebbe un grandissimo successo: l'umiliazione nazionale del Trattato di Versailles (1919) e poi la depressione economica intorno al 1923, alimentata dall'iperinflazione, sembravano dar ragione a Spengler. Per i tedeschi le tesi de Il Tramonto erano un conforto, perché così il crollo della Germania poteva essere spiegato razionalmente come parte di processi storici mondiali più ampi. Il libro ebbe un successo enorme anche fuori dalla Germania e fu tradotto in molte lingue. Spengler rifiutò la cattedra di filosofia all'Università di Gottinga per concentrarsi sulla scrittura.
    Il libro fu molto criticato, perfino da chi non l'aveva letto. Gli storici erano infastiditi dal tentativo amatoriale di un autore inesperto e dal suo approccio non scientifico. Thomas Mann disse che leggere il libro di Spengler era come leggere Arthur Schopenhauer per la prima volta. Gli accademici non reagirono tutti nello stesso modo. Max Weber disse che Spengler era un "dilettante molto ingegnoso e colto", mentre Karl Popper bollò le sue tesi come "futili". Il grande storico dell'antichità Eduard Meyer aveva un'alta opinione di Spengler, sebbene lo criticasse anche. L'oscurità, l'intuizionismo e il misticismo di Spengler erano facilmente criticabili, specialmente per i positivisti e i neo-kantiani che non negavano il significato della storia. Il critico ed esteta conte Harry Kessler lo considerava non originale e piuttosto inconsistente, specialmente il suo saggio su Nietzsche. Ludwig Wittgenstein, però, condivideva il pessimismo culturale di Spengler.
    Nel 1928 la rivista Time pubblicò una recensione del secondo volume de Il Tramonto descriveva l'immensa influenza delle idee di Spengler e la controversia che avevano provocato negli anni '20: "Quando il primo volume de Il Tramonto dell'Occidente uscì alcuni anni fa, furono vendute migliaia di copie. Il dibattito colto in Europa presto si concentrò sulle tesi di Spengler. Lo spenglerismo sprizzava dalle penne di innumerevoli discepoli. Era imperativo leggere Spengler, simpatizzare o ribellarsi. È ancora così".[1]
    Nel secondo volume, pubblicato nel 1920, Spengler sosteneva che il socialismo tedesco era diverso dal marxismo e che era in effetti compatibile con il tradizionale conservatorismo tedesco. Nel 1924, in seguito alle agitazioni politico-sociali e all'inflazione, Spengler entrò in politica nel tentativo di portare al potere il generale del Reichswehr Hans von Seeckt. Il tentativo fallì. Nel 1931 Spengler pubblicò L'Uomo e la tecnica, che metteva in guardia contro i pericoli della tecnologia e dell'industrialismo per la cultura. In particolare puntava il dito contro la tendenza della tecnologia occidentale a diffondersi tra le "razze di colore" nemiche, che poi avrebbero preso le armi contro l'Occidente. L'opera non ebbe un grande successo a causa del suo anti-industrialismo. Il libro contiene la famosa citazione di Spengler, "L'ottimismo è viltà".
    Nel 1932 Spengler non votò per Hindenburg ma per Hitler, anche se lo trovava volgare. Spengler incontrò Hitler nel 1933 e dopo una lunga discussione con lui, disse che la Germania non aveva bisogno di un "tenore eroico ("Heldentenor", tenore drammatico), ma di un vero ("Held") eroe".
    Spengler fu protagonista di una disputa pubblica con Alfred Rosenberg e il suo pessimismo e le sue osservazioni sul Führer ebbero come risultato l'isolamento e il silenzio. Inoltre rifiutò le offerte di Joseph Goebbels di fare discorsi pubblici. Però quell'anno Spengler diventò membro dell'Accademia di Germania.
    Anni della decisione, opera pubblicata nel 1934, fu un bestseller ma poi fu messo al bando dai nazisti per le sue critiche al Nazionalsocialismo. La critica di Spengler al liberalismo fu accolta positivamente dai nazisti, ma Spengler non era d'accordo con la loro ideologia biologica e con l'antisemitismo. Il misticismo razziale aveva un ruolo importante nella sua concezione del mondo, ma Spengler era sempre stato apertamente critico delle teorie razziali pseudoscientifiche professate dai nazisti e da molti altri contemporanei. Pur essendo lui stesso un nazionalista tedesco, Spengler considerava i nazisti troppo tedeschi e non abbastanza occidentali da guidare la lotta contro altri popoli. Il libro metteva anche in guardia contro una futura guerra in cui la civiltà occidentale rischiava di essere distrutta. Anni della decisione fu ampiamente distribuito all'estero prima di essere messo al bando dai nazisti: una recensione della rivista Time raccomandava il libro ai "lettori che amano la scrittura vigorosa", che "saranno contenti di essere accarezzati contropelo dagli aspri aforismi di Spengler" e dalle sue pessimistiche previsioni.[2]
    Spengler trascorse i suoi ultimi anni a Monaco, ascoltando Beethoven, leggendo Molière e Shakespeare, comprando molti libri e collezionando antiche armi turche, persiane e indù. Ogni tanto si recava sui Monti Harz e in Italia. Poco prima della sua morte, in una lettera a un amico, scrisse che "probabilmente il Reich Germanico tra dieci anni non esisterà più". Morì di attacco cardiaco l'8 maggio 1936, a 56 anni, esattamente nove anni prima del crollo del Terzo Reich.
    Nonostante l'influenza e la fama internazionale di cui godeva tra le due guerre, la sua opera cadde nell'oblio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una delle ragioni principali per cui Spengler fu ignorato o disprezzato è la sua fiera opposizione alla Repubblica di Weimar. Solo recentemente Spengler è tornato a suscitare interesse. Le sue opinioni, le sue teorie e predizioni sono ancora oggetto di dibattito tra ammiratori e detrattori.[3]

    Opere principali
    1) Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 2 voll., Wien (1918) e München (1922); tr. it. Spengler, Il tramonto dell'Occidente. Lineamenti di una morfologia della Storia mondiale, introduzione di S. Zecchi e traduzione di J. Evola, Parma (2002).
    2) Preußentum und Sozialismus, München (1919); tr.it. Spengler: Prussianesimo e socialismo, tr. di C. Sandrelli, Padova (1994).
    3) Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie des Lebens, München (1931); tr. it. Spengler, L'uomo e la tecnica. Contributo a una filosofia della vita, introduzione di S. Zecchi e traduzione di G. Gurisatti, Parma (1992).
    4) Jahre der Entscheidung. Erster Teil. Deutschland und die weltgeschichtliche Entwicklung, München (1933); tr. it. Spengler: Anni della decisione, tr. di F. Freda, postfazione di F. Ingravalle, Padova (1994).

    Opere pubblicate postume
    5) Urfragen. Fragmente aus dem Nachlaß, a cura di Anton Mirko Koktanek in collaborazione con Manfred Schröter, München 1965; tr. it. Spengler, Urfragen. Essere umano e destino. Frammenti e aforismi di Oswald Spengler, tr. di F. Causarano, Milano 1971.
    6) Frühzeit der Weltgeschichte. Fragmente aus dem Nachlaß, a cura di Anton Mirko Koktanek in collaborazione di Manfred Schröter, München 1966; tr. it. Spengler, Albori della storia mondiale. Frammenti dal lascito manoscritto, 2 voll., tr. di C. Sandrelli, Padova 1996.

    Note
    1. ^ «Patterns in Chaos». Time Magazine, 1928-12-10 (URL consultato in data 2008-08-09).
    2. ^ «Spengler Speaks». Time Magazine, 1934-02-12 (URL consultato in data 2008-08-09).
    3. ^ The New Relevance of Oswald Spengler. Prophet of Decline: Spengler on World History and Politics, John Farrenkopf Baton Rouge: Louisiana State University Press, 2001. 304 pp.

    Diego Fusaro, nel sito LA FILOSOFIA E I SUOI EROI, sviluppa alcune interessanti osservazioni.

    Splengler mette a fuoco la crisi sociale, economica e politica, in primis, ma anche quella intellettuale e di valori, insomma delle certezze che l'inizio del secolo aveva ereditato dall'ottimismo ottocentesco (che con il Positivismo aveva raggiunto l'apice):
    "quello che ci appare più chiaro nei suoi contorni è il 'tramonto dell'antichità', mentre già oggi avvertiamo chiaramente in noi e intorno a noi i primi indizi di un avvenimento ad esso del tutto analogo per corso e durata, che appartiene ai primi secoli del prossimo millennio: il 'tramonto dell'Occidente' ".
    L'opera di Spengler è emblematica già dal titolo: la crisi e il crollo della Germania vengono interpretati come il tramonto dell'intera civiltà occidentale; in un quadro concettuale che riprende temi della speculazione di Goethe e di Nietzsche, Spengler tenta di rispondere alla domanda pressante sul destino della civiltà europea. Respingendo ogni concezione unitaria dello sviluppo storico, egli afferma la necessità di intendere la storia dell'umanità come esplicazione di una molteplicità di forme differenti, cioè di diverse civiltà dotate ciascuna di una propria vita e di un proprio sviluppo autonomo.
    Ogni civiltà è un organismo appartenente alla medesima specie e ha quindi una nascita, una crescita, una decadenza e una morte; e come in tutti gli organismi biologici questo ciclo di sviluppo ha il carattere della ineluttabilità, risultando necessariamente determinato dal corredo di possibilità di cui dispone all'inizio del suo sviluppo.
    Questo è il fondamento di ciò che Spengler chiama "logica organica della storia " , che ha il suo principio nella necessità del destino; e dal dominio della categoria della necessità deriva anche il carattere della risposta che egli dà al problema del futuro della civiltà occidentale. Esso può essere previsto in maniera esatta perché la civiltà occidentale seguirà lo stesso cammino di tutte le altre: "a noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l'altra. Noi ci troviamo invece di fronte all'alternativa di fare il necessario e di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storica sarà in ogni caso realizzato, o col concorso dei singoli o ad onta di essi".
    Spengler va quindi in cerca dei sintomi della decadenza dell'Occidente nell'analisi dei fenomeni economici e politici del mondo a lui contemporaneo, e li scorge
    • nell'affermazione della borghesia,
    • nel primato dell'economia sulla politica,
    • nella democrazia,
    • nella crisi dei princìpi religiosi
    • e nella libertà di pensiero: "non esiste una satira più tremenda della libertà di pensiero. Un tempo non si poteva osare di pensare liberamente; ora ciò è permesso, ma non è più possibile. Si può pensare soltanto ciò che si deve volere, e proprio questo viene percepito come libertà".

    Se il ciclo evolutivo è lo stesso per tutte le civiltà, è tuttavia diverso il loro corredo di possibilità. Spengler sviluppa qui, in senso radicalmente relativistico, la dottrina di Dilthey dell'autocentralità delle epoche storiche: ogni civiltà rappresenta un mondo a sé, con un proprio linguaggio formale, un proprio simbolismo, una propria concezione della natura e della storia. E' quindi possibile una comprensione effettiva solo nell'ambito di una stessa civiltà, che funge da orizzonte primario e intrascendibile; tra le civiltà non è possibile nessuna comunicazione, dal momento che ogni civiltà crea i propri valori e che tra di esse non vi sono valori comuni.

    Con l'opera di Spengler, lo storicismo tedesco dell'epoca approdava al relativismo: questo esito, già del resto implicito in Dilthey, spingerà verso tentativi di restaurazione dei valori che ne garantiscano la validità al di là delle singole epoche e culture. Non solo non può esistere una filosofia o una morale di tipo universale-assoluto, ma nessun principio teorico o pratico può pretendere di avere una validità non particolare e non contingente. Spengler riprende e irrigidisce il dualismo natura/storia: la natura è il regno dell'inerte e del "divenuto", della cieca necessità causale e dell'anonima uniformità esprimibile nelle formule della scienza. La storia è, invece, il regno della vita e del vitale "divenire", dell'intelligente necessità organica e delle particolarità individuali e irripetibili. Protagonista della storia non è tanto l'uomo, quanto la "cultura": riprendendo (ma in modo per più versi unilaterale) un motivo dapprima caratteristico del Romanticismo, e poi da certi studiosi di fine Ottocento (ad esempio Burkhardt), Spengler interpreta la cultura come organismo. Ogni cultura/organismo ha una sua forma peculiare che ne caratterizza tutti gli aspetti costitutivi e che la distingue poi da tutte le altre. Essa ha inoltre una sua nascita, un suo sviluppo secondo un destino necessario e un non meno necessario tramonto.
    Tale tramonto si realizza appunto quando tutte le sue potenzialità si sono realizzate e a ciò segue un inesorabile processo di decadenza. I momenti estremi di tale vicenda (propria di tutte le culture in quanto tali) vengono indicati da Spengler coi due concetti di "Kultur" e di "Zivilisation": due termini non nuovi (presenti già anche in Kant), ma che Spengler ha contribuito a popolarizzare. La Kultur è la cultura positiva, vitale, non priva di una sana barbarie; la Zivilisation (di cui non deve sfuggire la provenienza lessicale straniera) è invece la cultura raffinata ed estenuata della decadenza internazionale, malata e votata alla consunzione. Per Spengler l'Occidente è oramai giunto alla Zivilisation e, dunque, alle soglie del suo inevitabile tramonto. L'unica speranza che si apre a questo punto è quella di un radicale sovvertimento di tutti gli pseudo-valori dell'epoca o dell'intero sistema socio-politico, in grado di ricondurre l'Occidente ad un rinnovato stato primitivo...


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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    Spengler, profeta del XXI secolo

    Oggi quasi nessuno cita più il saggio di Samuel P. Hun*tington, Lo scontro delle ci*viltà, che oltre una decina di anni fa fece scalpore con la sua teoria del ‘necessario’ scontro fra civiltà, che qualcuno prese per un libro ‘pro*fetico’ quando fummo costretti, l’11 settembre del 2001, ad assiste*re al tragico ed epocale crollo delle Torri gemelle. Non fu notato con sufficiente energia, in quei giorni, che il best seller di Huntington se*guiva, aggiungendogli quel bel po’ di condimento neoconservatore che allora andava di moda, una traccia illustre ma ‘negata’ e per certi versi perfino ‘maledetta’, che evidentemente lo studioso ameri*cano si augurava che noialtri vecchi europei avessimo dimenticato quel tanto che bastava per non accor*gersi del suo semi-plagio concet*tuale.
    Ma il pesante ‘saggio a tesi’ di Hun*tington, se poteva somigliare al suo vecchio e venerabile modello per la sua storicamente poco difendibile presentazione delle diverse civiltà destinate a scontrarsi nel mondo contemporaneo, nulla possedeva del fascino barocco e romantico del suo splendido e terribile modello: il Der Untergang des Abendlandes (Il tramonto dell’Occidente) di O*swald Spengler. Mentre Spengler a*veva trattato con disperata lucidità, una novantina d’anni or sono, di quello che gli appariva come il tra*monto della sua civiltà, Huntington non si era nemmeno accorto, nel suo libro per molti versi apologeti*co del suo Occidente, quello matu*rato appunto tra le guerre mondia*li e incentrato sugli Stati Uniti d’A*merica, di star scrivendo l’epitaffio del ‘secolo americano’. Spengler aveva composto una solenne mar*cia funebre d’una civiltà che ormai gli appariva morente; Huntington aveva redatto l’elogio trionfale d’una civiltà sul serio al tramonto senza nemmeno supporre di starne componendo l’estre*mo elogio. In effetti, Der Unter*gang des Abendlan*des usciva tra 1918 e 1922, ottenendo un travolgente suc*cesso: l’ormai quarantenne ‘ filo*sofo della morfologia storica’, na*to a Blankenburg in Turingia nel 1880, aveva assistito al naufragio della sua Germania e compreso perfettamente che la Prima guerra mondiale era in realtà la fine non solo dell’imperialismo del ‘secon*do Reich’, bensì di tutto un mondo. Si sentiva ormai vecchio, Spengler, per quanto gli restassero ancora al*cuni anni da vivere (sarebbe morto a Monaco nel 1936): ma, al pari del principe di Metternich, avrebbe ben potuto dire: «Muoio con l’Eu*ropa: sono in buona compagnia». Esattamente nello stesso torno di tempo, nel 1919, veniva inaugura*ta nella Columbia University di New York una cattedra di Cultura e ci*viltà occidentale: si sarebbe tratta*to di studiare il nuovo frutto della storia contemporanea, quella cul*tura occidentale della libertà, del progresso, della ricerca della felicità che era nata e si era affermata nel corso dell’Ottocento negli States e che ormai stava prendendo il suo posto nel mondo scalzandone la vecchia cultura dell’autoritarismo e delle tradizioni ormai esaurite: e quella cultura non era un generico ‘Oriente’, bensì proprio l’Europa.

    L’idea novecentesca di Occidente, affermatasi dopo il 1945 come quel*la del ‘Mondo Libero’, nasceva sot*to il segno della dichiarazione di av*venuto decesso della ‘vecchia’ Eu*ropa. Ma proprio la coincidenza dell’u*scita del capolavoro spengleriano e dell’inaugurazione della cattedra newyorkese, che sembravano con*fermarsi a vicenda, ci aiuta oggi a confrontare la miopia di Hunting*ton con la visionaria lungimiranza di Spengler.

    Mentre la ‘civiltà occi*dentale’ per un verso sembra dive*nuta in effetti il basic English, la koinè diàlektos di tutto il mondo ‘catturata’ dai nuovi popoli e dal*le nuove culture che si affacciano all’orizzonte del terzo millennio – Cina, India, Brasile –, se ci volgia*mo alla nostra storia passata si ha l’impressione che la tesi ‘ciclica’ dell’avvicendarsi delle civiltà di cui Spengler si era fatto portatore ispirandosi a Goethe, a Dilthey e a Nietzsche abbia oggi recuperato u*na sua tragica plausibilità.
    Goethianamente affascinato dalla fisiologia delle specie viventi, Spen*gler aveva concepito una ‘storia naturalistica universale’ caratterizza*ta dalla sequenza di otto civiltà* monadi che, come piante, nasce*vano, fiorivano, davano frutti, av*vizzivano e morivano: una gran*diosa visione deterministica, da scienziato dell’Ottocento quale in fondo era, al servizio della quale e*gli poneva un’immensa, sconcer*tante erudizione capace di elabo*rare un tessuto fittissimo di analo*gie tra culture diverse. Si rileggono oggi con disagio ma anche con stu*pore e ammirazione le pagine che Spengler dedica al confronto tra il ‘declino’ della civiltà europea e quello della civiltà ellenistico-ro*mana. Per Spengler le vicende u*mane sono segnate non già da un continuo progresso, bensì da un processo di decadimento. Mundus senescit.

    I due pilastri di questa rilettura del*la storia sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’’Eterno ritorno’, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della Decaden*za. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con la guerra, che aveva indirizzato al*la distruzione tutte le risorse tecni*che, scientifiche e sociali della Mo*dernità, Spengler diveniva un pro*feta del nuovo mondo come tabu*la rasa, civiltà della forza, delle mas*se e delle macchine. In ciò il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nihilistica e rivoluzionaria delle nuove avan*guardie, con la ‘Nuova Obiettività’ di Dix e di Grosz che denunziavano la crudeltà e l’ingiustizia del nuovo mondo, con il nihilismo sovversivo di futuristi, surrealisti e dadaisti. Se il capitalismo borghese aveva con*dotto la civiltà europea alla rovina, per impadronirsi della sua eredità non restava che compierne para*dossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il conservatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di ‘Rivoluzione con*servatrice‘ finiva con l’andare il ta*le senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemi*co: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro.

    Al di là dell’equivoco che lo volle i*spiratore ai alcune posizioni hitle*riane, Spengler fu considerato, do*po il ’45, un ‘cattivo maestro’ bol*lato come ‘irrazionalista’ e ‘anti*scientifico’, ch’era tacitamente vie*tato leggere e peggio ancora citare. Oggi, sulle rovine delle beate e otti*mistiche certezze storicistiche e di*nanzi a un domani caratterizzato dall’esaurirsi di quelle ideologie che egli aveva avversato e combattuto, mentre nuove sintesi tra la cosid*detta ‘ civiltà occidentale’ e altre forme di cultura stanno sorgendo all’orizzonte, lo skyline di Shanghai ci appare più nuovo di quello di Manhattan e la capitale della tec*nologia informatica si sposta a Ban*galore in India, una rimeditazione delle vecchie pagine di Spengler s’impone come insospettabilmen*te attuale e fruttuosa.

    Oggi, mentre sorgono nuove sintesi tra la «civiltà occidentale» e altre forme di cultura, s’impone una rimeditazione delle vecchie pagine del «cattivo maestro».


    Spengler, profeta del XXI secolo | Franco Cardini

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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    Evola lettore di Spengler

    “Avevo voluto personalmente la pubblicazione in Italia dei due studi di Spengler L’uomo e la macchina e Anni decisivi. Il mio amico Beonio-Brocchieri, ufficialmente, e il barone Evola, ufficiosamente, realizzarono questo mio desiderio. L’operazione non fece molto chiasso. Non si può pretendere che l’Italia di Farinacci possa apprezzare la cultura di Spengler. L’allora maggiore Canevari affiancò Beonio-Brocchieri e Julius Evola nella meritoria fatica che costoro andavano sostenendo”.
    Queste sorprendenti parole sono di Mussolini nel corso di uno dei suoi colloqui informali con Yvon De Begnac fra il 1934 e il 1943 e riportati da quest’ultimo sulle sue agende e su migliaia di fogli, una parte dei quali pubblicati col titolo Taccuini mussoliniani, a cura di Francesco Perfetti e con l’introduzione di Renzo De Felice[1]. Quindi due autorevoli esperti del fascismo e di cose mussoliniane: sicché, pur essendo queste affermazioni sorprendenti (riguardo Evola e Canevari, perché dell’impulso a tradurre Spengler si sapeva già)[2], non si capisce il motivo per cui si debba affermare che si tratti di “una fonte da utilizzare con prudenza”[3], a meno che non ci si voglia riferire al valore da dare alle affermazioni di Mussolini stesso, alla sua sincerità, o alla capacità di De Begnac di riportare fedelmente le confidenze del capo del fascismo. Del resto scrive Perfetti nella sua introduzione che “De Begnac annotava con scrupolo quasi fotografico quanto gli veniva dicendo Mussolini, e conservava anche le inesattezze e le improprietà linguistiche e sintattiche, proprio perché tali appunti non erano destinati in un primo momento alla pubblicazione, ma dovevano costituire una sorta di materiale grezzo, quasi a livello di promemoria, da utilizzare, rifondere, rielaborare per la stesura della biografia o per fissare, a proprio uso e consumo, qualche particolare osservazione o qualche particolare giudizio di Mussolini”[4]. Si può pensare che Mussolini dicesse cose non vere che poi sarebbero andate a finire in una biografia quasi ufficiale?, o che De Begnac rielaborasse con sue invenzioni le affermazioni del Duce? L’unica risposta in via teorica è che Mussolini ricordasse male o presentasse arricchite di fantasia cose in fondo veritiere. Sicché, fino a prova contraria, tutte queste affermazioni si devono prendere per giuste, cioè sino a prova concreta del contrario, o prova su basi strettamente logiche corroborate da dati e date, notizie ed episodi inconfutabilmente certi e notori, e non come prova assente: infatti, una ricerca effettuata nell’Archivio dello Stato a Roma, presso i documenti della Segreteria Particolare del Duce, ha portato al ritrovamento di un fascicolo intitolato a Vittorio Beonio- Brocchieri (non ne esistono invece intitolati a Spengler e a Evola) dove però, tra le varie carte (alcune si riferiscono al rifiuto di concedergli il richiesto trasferimento dall’Università di Pavia a quella di Roma), non ci sono accenni a questioni spengleriane, ma anche non contengono informazioni che smentiscono quanto sopra riportato. Purtoppo la frase mussoliniana citata – come del resto tutte le altre – non ha una sua precisa indicazione di data e quindi non possiamo sapere quando venne pronunciata: il materiale di De Begnac, infatti, non ha indicazioni di quando le confidenze vennero raccolte. In ogni caso è di grande importanza perché ci fa conoscere almeno due o tre fatti di cui Julius Evola non ha mai parlato nei suoi rari interventi autobiografici: l’aver intrattenuto Mussolini rapporti di una certa frequenza con lui, ed averne avuto questi un tale giudizio positivo da conferirgli l’incarico “ufficioso” di far conoscere Spengler alla cultura italiana.

    M. Guerri, M. Ophalders (curr.), Oswald Spengler. Tramonto e metamorfosi dell'OccidenteDel resto, poco prima il Duce aveva affermato: “Di Spengler parlai diffusamente con il barone Evola, che ne è il profeta in Italia”[5]. Terzo fatto è che il pensatore tradizionalista avrebbe avuto un contatto (personale? epistolare? non si capisce) con lo studioso tedesco: riferendosi ai suoi dissensi per certi aspetti del pensiero spengleriano, Mussolini aggiunge che “Spengler mi risulta abbia poi discusso di tutto ciò con il barone Evola”[6]. Cerchiamo di analizzare questi tre punti. Assai rapidamente il primo: a differenza di quanto Evola scrive nella sua autobiografia Il cammino del cinabro[7], i suoi contatti con Mussolini non dovettero limitarsi a sole tre occasioni (l’incontro a Palazzo Venezia del 1941 per Sintesi di dottrina della razza; l’incontro del 1942 per discutere della rivista Sangue e spirito; l’incontro del 1943 al Quartier Generale di Hitler dopo la liberazione da Campo Imperatore)[8], ma assai più intensi, risalenti addirittura agli anni Venti, pur se verosimilmente con alti e bassi: su questo aspetto, che ovviamente non è solo biografico, occorrerà indagare di più. Anche i contatti diretti con Oswald Spengler sono del tutto ignoti: non ne parla neanche lo studio più approfondito oggi esistente sull’argomento[9], nonostante le ampie ricerche del suo autore negli archivi di Germania e Austria. Contatti peraltro non impossibili: si può solo ipotizzare che, a parte quelli epistolari, Evola potrebbe aver incontrato Spengler durante il suo viaggio in Germania nel 1934, l’anno della prima traduziuone italiana di Anni decisivi e della pubblicazione dell’evoliana Rivolta contro il mondo moderno, quando tenne conferenze a Berlino e a Brema (Spengler come si sa viveva a Monaco, ed Evola in teoria avrebbe potuto raggiungerlo) e si stava occupando della traduzione di questa sua opera in tedesco, che uscì poi l’anno successivo dopo essere stata rivista dal poeta Gottfried Benn [10]. Infine, la questione dell’incarico “ufficioso” e del fatto che Mussolini definisca Evola “il profeta di Spengler in Italia”, lui e non altri. Nomea che toccò ad Evola appunto dopo l’uscita di Rivolta e che quindi ci può far ritenere che questa frase del Duce sia stata pronunciata dopo quella data. Sta di fatto, però, che Evola respinse sempre la qualifica un po’ giornalistica di “Spengler italiano” e nota come le riserve che egli aveva nei confronti delle teorie del pensatore tedesco fu necessario sottolinearle nella sua introduzione a Il tramonto dell’Occidente perché, scrive nell’autobiografia, “talvolta sono state considerate ‘spengleriane’ le idee sul mondo moderno da me esposte. Invece i miei punti di riferimento sono del tutto diversi; l’influenza su me dello Spengler può dirsi nulla; ho già indicato che, se mai, è la linea del pensiero ‘tradizionale’ rappresentata nei tempi moderni essenzialmente dalla corrente guénoniana, ad avere, a tale riguardo, una importanza”[11].

    Oswald Spengler, Il tramonto dell'OccidenteDel resto, nella prima edizione di Rivolta, Evola cita Spengler solo due volta all’inizio e alla fine del libro: mentre la seconda è una semplice nota bibliografica nel terz’ultimo capitolo, più singolare la prima. Essa si trova infatti in una “prefazione” in terza persona e non firmata, quasi fosse una nota dell’editore stesso, in cui per così dire si mettono le mani avanti nei confronti di possibili accuse di “antifascismo”: infatti si cita Spengler per prenderne implicitamente le distanze: “La dottrina della regressione non si presenta qui – come nel caso dello Spengler e altri – come una nuova ipotesi filosofica, ma come una verità che il mondo tradizionale ebbe sempre in proprio e che sempre impersonalmente riconobbe”[12]. Assai più attenzione portò invece per le teorie dello studioso olandese Hermann Wirth, che peraltro andarono via via molto attenuandosi in seguito[13]. Ma “ufficioso” in che senso? Mantenendo i contatti con Spengler? Aiutando Beonio-Brocchieri nella traduzione? Promuovendo i libri di Spengler tradotti? Una risposta difficile da dare in mancanza di ulteriori dati. Ma sarebbe importante riuscire a darla, sia riguardo ai rapporti Spengler-Evola, sia soprattutto a quelli Evola-Mussolini. Sta di fatto, però, che Evola è stato uno dei pochi in Italia ad occuparsi fra le due guerre di Spengler e delle sue tesi (gli altri, oltre a Vittorio Beonio-Brocchieri, furono Benedetto Croce negativamente, Giuseppe Rensi, Adriano Tilgher e Lorenzo Giusso) ed a scriverne, ancorché criticamente (ma non certo in maniera stroncatoria come Croce), pure in seguito quando dopo il 1945 di certi argomenti “tedeschi”, ergo “nazisti”, non era facile trattarne: si consideri ad esempio che la rottura fra Evola e la casa editrice Laterza nel dopoguerra fu dovuta soprattutto al fatto che questi insisteva a proporre il libro di Robert Reininger da lui tradotto, Nietzsche e il senso della vita, proposta rifiutata dietro consiglio dei Croce proprio per il collegamento che allora, nell’immediato dopoguerra, si faceva tra il filosofo e il nazismo[14].

    Julius Evola, Fascismo e Terzo ReichDa questi interventi degli anni Cinquanta risulta come da un lato gli aspetti positivi e dall’altro le obiezioni di sostanza mosse da Evola al filosofo tedesco risalgono addirittura al profilo redatto in occasione della sua morte nel 1936, e praticamente uguali passarono poi alla introduzione del Tramonto (1957), alle pagine autobiografiche del Cammino del cinabro (1963) e alla introduzione di Anni decisivi (1973). Nonostante questa presenza costante e questa coerenza critica, è singolare constatare come il nome e l’opera di Julius Evola siano stati rimossi dalla cultura specialistica italiana: una dimostrazione è proprio il profilo di Domenico Conte citato, che ricorda Evola solo nella bibliografia [15] e non ne fa cenno, nemmeno critico, nel testo (a parte un accenno ad un argomento collaterale: “La traduzione frettolosa e sciatta” di Al muro del tempo di Jünger) [16] [16], mentre non viene ricordata l’esistenza delle due traduzioni spengleriane apparne per le Edizioni del Borghese: Ascesa e caduta della civiltà delle macchine e Anni decisivi. Eppure, come risulta appunto dalla vasta bibliografia riportata nel volumetto, sono pochissimi gli italiani che si occuparono di Spengler fra il 1923 e il 1957, quattro o cinque, e tra essi manca proprio Evola. Eppure, non fosse altro, perché a lui si deve finalmente la presentazione italiana (traduzione e introduzione) del Tramonto che, vi si nota giustamente, arrivò a trent’anni da quella inglese e a trentacinque da quelle francese e spagnola[17]. Sicché, interesserà forse sapere che l’”incarico” di cui si parla nel Cammino del cinabro [18] venne affidato ad Evola dall’editore Longanesi nel 1953, come risulta da un accenno in un suo articolo sul settimanale Meridiano d’Italia di quello stesso anno[19]. In modo del tutto singolare si occupa invece di Evola, ma solo dell’Evola introduttore e traduttore del Tramonto, ignorando del tutto i suoi interventi precedenti, Margherita Cottone nel saggio (non privo di refusi) La recezione di Spengler in Italia, premesso alla nuova edizione 1978 del Tramonto: modo singolare perché l’autrice parla di Evola per interposta persona, cioè non citandolo direttamente ma attraverso le definizioni e i giudizi di Furio Jesi, curatore di quella nuova edizione del libro, e riportando tra virgolette non le parole di Evola, ma quelle di Jesi riferite ad Evola, in modo che è anche possibile cadere nell’equivoco: ad esempio, la frase “appropriata didattica del compito inutile”[20] è la vulgata jesiana dell’“azione disinteressata” o “azione pura” evoliana (ripresa dai concetti espressi nella Baghavad-gita). Frase ripresa in seguito da altri esegeti evoliani come Franco Ferraresi[21], fraintendendola totalmente. Evola, dunque, per sua stessa ammissione non si può considerare come “lo Spengler italiano”, anche se entrambe le opere considerate, il Tramonto e la Rivolta, vengano esattamente inserite insieme a moltissime altre in quella che comunemente si definisce la “letteratura della crisi” fiorita tra le due guerre mondiali[22], in quanto entrambi analizzano la crisi dell’Occidente, anche se con sguardi e prospettive diverse. Diversità che possiamo evidenziare proprio attraverso le parole di Evola: come Evola presentava le idee di Spengler al lettore italiano secondo il suo punto di vista, in base alla sua “visione del mondo” esposta proprio in quella che è la sua opera principale.

    Julius Evola, Rivolta contro il mondo modernoSi vedrà allora che le somiglianze sono soltanto esteriori e superficiali limitandosi, in pratica, da un lato al tipo di affresco per così dire “globale” che le due opere propongono, e dall’altro al senso della decadenza che da tale descrizione promana. Julius Evola, per prima cosa, vedeva nelle idee di Spengler come il riflesso offuscato di un punto di vista superiore e super-individuale, che lo scrittore tedesco aveva esposto quasi malgré lui: punto di vista che gli permette di distruggere “il mito progressistico e evoluzionista”, come scrive su La Vita italiana [23], per cui non è affatto vero che la civiltà “si svolge in un ritmo continuo verso il meglio”, e non è affatto vero che questo “meglio“ sia rappresentato dalla nostra civiltà occidentale che non è affatto la civiltà per eccellenza, ma una delle tante civiltà: anzi, per Evola, i caratteri della civiltà occidentale sono quelli di “una civiltà crepuscolare, di una civiltà che va verso la sua definitiva decomposizione”[24], ovviamente dal punto di vista spirituale e metafisico secondo cui Evola si poneva. Tesi riprese trent’anni dopo, nella introduzione al Tramonto: “In via generale,” scrive, “può dirsi che il merito più evidente dello Spengler sia stato il suo attacco contro la concezione lineare e progressistica (ed anche dialettica post-hegeliana) della storia, contro l’idea che esista una storia unica, una storia al singolare che riprende tutta l’umanità e che nel complesso si svolge da un meno a un più di civiltà, ossia in una indefinita evoluzione”[25]. Per il pensatore italiano, l’aspetto positivo del Tramonto dell’Occidente, è allora questo: aver ricordato che la storia non è un progredire senza fine, ma è ciclica, proprio come sostenevano le grandi tradizioni sia orientali che occidentali, con la dottrina della Quattro Età variamente denominate. Il lato negativo è invece che questa posizione Spengler la limita al livello biologico-materiale e non la pone a livello metafisico: “Lo Spengler”, dice Evola, “non ebbe nessuna vera comprensione per gli elementi spirituali e trascendenti che sono alla base di ogni grande civiltà: egli resta in fondo in una concezione laica, che risente fortemente di vedute puramente moderne, quali sono quelle della ‘filosofia della vita’, dell’attivismo ‘faustiano’, del selezionismo aristocratico alla nietzschiana (…) Per venire al punto essenziale, lo Spengler non ha capito che, al di là del pluralismo delle civiltà e delle loro fasi di sviluppo, regna un dualismo di forme di civiltà”[26].

    Julius Evola, L'arco e la clavaQuel che Evola intende dire è che Spengler non aveva capito a fondo che esiste un dualismo ed una contrapposizione metafisica, quasi ontologica, fra le due “forme di civiltà” che si sono contrapposte lungo tutta la storia umana: il Mondo della Tradizione e il Mondo Moderno, e che quanto le divide e contrappone è il diverso tipo di Weltanschauung: uno spiritualista, l’altro materialista, come viene spiegato in Rivolta contro il mondo moderno: “Mondo moderno e mondo tradizionale”, afferma Evola nella introduzione alla sua opera sin dalla prima edizione 1934, “possono venir considerati come due tipi universali, come due categorie apriorichee della civiltà”[27]. Si capisce allora perchè vent’anni dopo, introducendo al Tramonto, aggiungerà: “Ci troviamo dunque di fronte a una concezione pluralistica e quindi anche relativistica, ove è evidente che il positivo si mescola al negativo. Se è giusta l’esigenza di rompere il cerchio magico per via del quale si è portati a interpretare ogni civiltà in base alla propria disconoscendone l’originalità, è chiaro che insistendo oltre misura sulla discontinuità e soprattutto affermando, come fa lo Spengler, che ogni verità e ogni comprensione è storicamente condizionata e subisce la legge irrevocabile della civiltà cui si appartiene, si va a finire in una impossibilità metodologica. Di rigore, allora, si sarebbe condannati a capire davvero solo la propria civiltà. Già in partenza proprio l’assunto di Spengler, di cogliere l’anima e l’idea direttrice di un gruppo di civiltà diverse dalla nostra, risulterebbe assurdo”[28]. Civiltà diverse, invece, secondo Evola si possono capire ed eventualmente accomunare, partendo da un punto di vista superiore: appunto “le categorie aprioriche di civiltà” di cui si diceva. Il che Spengler, secondo lo studioso italiano, non sottolineava a sufficienza nella sua contrapposizione fra “civiltà aurorali” o “astoriche” o “atemporali” e “civiltà crepuscolari”, fra Kultur e Zivilisation insomma, dato che il suo ideale di uomo rimane quello di uno “splendido animale di rapina e duro dominatore”, mentre “gli accenni ad un ciclo spirituale sono in lui sporadici e imperfetti, e anche inficiati da pregiudizi protestantici”[29]. Infatti, aggiunge Evola trent’anni dopo, “a base di tutta la sua trattazione sta una filosofia irrazionalistica della vita, che è evidente prodotto, o sottoprodotto, dell’ultima civiltà europea e che è l’ultima fra quelle che possono farci capire lo spirito di altre civiltà o di altre fasi di altre civiltà, per esempio a partire dal nostro stesso Medioevo”[30].

    Alberto Lombardo, Julius Evola, gli evoliani e gli antievoliani. Tra tradizione e radicalismo, politica e apolitìaQuel che appunto Spengler avrebbe dovuto fare era approfondire la questione: “Una tale distinzione”, egli dice, “avrebbe dovuto essere maggiormente enucleata nella forma di due ‘categorie’ nel senso kantiano del termine, e di due tipi generali di possibile organizzazione della vita umana”[31]. Insomma, quelle che egli stesso, come si è visto, proponeva, e che con una suggestiva immagine chiamava anche – contrapponendole – “civiltà del tempo” e “civiltà dello spazio” sin da un articolo del 1935: la prima immutabile nei secoli, la seconda dispiegantesi sul pianeta e mutevole[32]. Evola infatti accusa il filosofo tedesco, proprio nella sua contrapposizione fra Kultur e Zivilisation, di non aver capito bene i caratteri essenziali della prima che personalmente identifica con la “civiltà tradizionale”, di non aver compreso “lo spirito di superiori forme tradizionali di civiltà, perché si ha piuttosto il senso che egli abbia saputo solo valorizzare espressioni di una esistenza alquanto primitiva (…) comunque prive di relazione con qualcosa di trascendente e di spirituale in senso superiore”[33]. La filosofia vitalistica e irrazionalista dello Spengler offre anche una interpretazione dei miti e dei simboli che Evola non condivide: scrive sempre nella sua presentaione del Tramonto che “i simboli e i miti per lo Spengler hanno più o meno lo stesso significato ‘vitale’ confuso e degradato ad esso attribuito dagli irrazionalisti e dai psicoanalisti: sono manifestazioni dell’inconscio substrato della vita, di qualcosa che sta non al di là ma al di qua del mondo di ogni persona normale e desta”[34]. Positivo invece il giudizio evoliano sulla pars destruens del Tramonto, vale a dire la descrizione della “civiltà crepuscolare” che è – scrive su La Vita italiana – “una civiltà delle masse, civiltà antiqualitativa, inorganica, urbanistica, livellatrice, intimamente anarchica, demagogica, antitradizionale”[35]. “Qui”, preciserà nella introduzione al Tramonto, “all’organico subentra l’inorganico, all’esperienza vissuta la causalità meccanica, al mondo come storia il mondo come natura, alla forma l’informe. La civilizzazione vede l’avvento della macchina, l’onnipotenza del denaro e della finanza, il regime delle masse e dell’anti-casta. Il suo simbolo è la metropoli, la città cosmopolita tentacolare, che assorbe e divora la campagna e le energie di essa. Socialmente e politicamente la civilizzazione si conclude nel napoleonismo e nel cesarismo: è la potenza informe nelle mani di singoli individui che controllano dispoticamente le forze e gli uomini di questo mondo interiormente dissolto e crepuscolare”[36]. L’ultima critica evoliana alle concezioni di Spengler riguarda proprio questo punto, il “cesarismo”, cosa che permette il collegamento fra Il tramonto dell’Occidente e il successivo Anni decisivi per cui il pensatore tradizionalista scrisse l’introduzione per l’edizione uscita nel 1973, un anno prima della morte. L’ipotesi spengleriana secondo cui nella fase della “civilizzazione” gli “individui cesarei”, cioè i rappresentanti della politica pura, prevarranno sulle potenze della finanza e del capitalismo e “spezzeranno la tirannia dell’oro e instaureranno l’epoca della politica assoluta”[37], Evola la critica sotto vari aspetti, ma con toni diversi a secondo del momento politico-storico in cui scrisse. Viceversa, come si sa, questa tesi piacque tanto a Mussolini da spingerlo a far tradurre in italiano questo saggio.

    Julius Evola, Augustea (1941-1943). La Stampa (1942-1943)Nel 1936, Evola condivideva l’analisi delle due rivoluzioni di fronte alle quali Spengler poneva l’Occidente: la rivoluzione sociale interna, e la rivoluzione esterna delle “razze di colore, le quali,” scriveva, “europeizzandosi, elaborando per se stesse la ‘civilizzazione’ e gli strumenti di potenza delle razze bianche, si agitano minacciose e ansiose di scuotere il giogo, di emanciparsi e di strappare definitivamente all’Occidente la sua antica egemonia”[38]. Ma non era d’accordo con la soluzione, o meglio con l’immagine che dava Spengler di questa soluzione, vale a dire la figura del moderno Cesare e il suo rapporto con le masse che dovrebbe irregimentare. Scrive Evola: “Anche gli enormi imperi, i quali conosceranno solo il binomio masse-cesari, non rappresentano che un potenziamento del cancro stesso del metropolitismo devastatore, della demonia delle masse, insomma rientrerebbero in pieno nella sintomatologia delle civiltà di decadenza” (…) Né le qualità degli uomini dal pugno di ferro, degli animali da rapina dominatori, sono quelle dei Capi veri (…) Il compito vero non sarebbe di vincolare e galvanizzare le masse, ma di distruggerle come masse, creando in esse di nuovo delle articolazioni, classi, caste, modi differenziati di sentire, di agire, di volere, infine, un clima veramente spirituale, un comune orgoglio nell’obbedire e nell’ordinarsi gerarchicamente di fronte ai portatori di una vera autorità dall’alto. Solo in tal caso i bagliori del crepuscolo potrebbero dar luogo alle luci di una prima aurora, e il punto morto della fine di un ciclo potrebbe esser sorpassato”[39].

    Collectif, Julius EvolaDunque Evola, al contrario di quel che comunemente si pensa, non condivideva affatto quella che in seguito è stata identificata come caratteristica delle dittature del Novecento, cioè la cosiddetta “nazionalizzazione delle masse”, secondo la famosa definizione di George L.Mosse (1974)[40]: la sua posizione la espose nella Rivolta riprendendola in opere successive, e svilupperà nelle sue molteplici collaborazioni a giornali e riviste fra le due guerre, criticando sempre le tendenze populiste, socialiste, nazionaliste e “rivoluzionarie” sia di fascismo che di nazismo, sia di Mussolini che di Hitler, e che sistematizzerà nel 1964 nel saggio Il Fascismo [41]. Nel 1957 sottolineerà invece le contraddizioni interne della prospettiva cesaristica spengleriana: come possono, si chiede, “risorgere miracolisticamente valori etici, di razza e di tradizione, valori che non si sa come possono esser sopravvissuti alle distruzioni che caratterizzano tutta la fase della civilizzazione, perché rimandano alla fase esaurita della ‘civiltà’. Non si vede come ci si possa attendere che in questi ‘grandi individui’ sorga un senso di responsabilità, di onore, di sollecitudine per tutto ciù che essi, col loro potere assoluto, avranno sottratto al dominio dell’oro e riportato sotto la sovranità del puro principio politico”[42]. Il risultato, privo della luce spirituale e di superiori riferimenti metafisici, sarebbe uno “schietto machiavellismo”, un puro “totalitarismo”, da Evola sempre condannati[43]. Nel riassumere queste sue posizioni nella autobiografia intellettuale Il cammino del cinabro, il filosofo tradizionalista usa quasi gli stessi termini in precedenza esposti, sottolineando di più il fatto che a Spengler “è mancato del tutto il senso della dimensione metafisica o della trascendenza che in ogni vera Kultur costituisce l’essenziale”, sicché “è stato abbastanza felice nel descrivere la fisionomia di tutto ciò che è Zivilisation (…) di ciò che è una Kultur, ossia, noi diremmo, di ciò che è una civiltà tradizionale, non ha avuto che una idea incompleta e inadeguata”[44]. Circa il “cesarismo”, nelle pagine del Cammino Evola lo intende come “fenomeno precipuo delle fasi più spinte di una Zivilisation”[45], cioè un fenomeno di epoche di decadenza. Quanto infine alla posizione assunta verso le idee esposte in Anni decisivi nella introduzione del 1973, anch’essa non si discosta dalle precedenti, in più sottolineando, a quarant’anni esatti dalla prima apparizione del libro, come la situazione internazionale renda inattuabili gli auspici spengleriani di un nuovo “cesarismo”. Di un certo interesse, soprattutto per coloro che ancora si attardano sull’immagine stereotipa di un Evola “nazista”, quel che egli dice a proposito del movimento hitleriano rispetto a Spengler: “Vi è anche da notare”, scrive nelle righe conclusive della sua introduzione, “che lo Spengler non diede un valore positivo al nazionalsocialismo, allorché esso prese il potere ed assunse una forma precisa. Da parte sua, il nazionalsocialismo non lo valorizzò affatto, gli aspetti ‘reazionari’, conservatori e ‘prussiani” del pensiero dello Spengler poco accordandosi col clima in fondo proletario-dittatoriale del movimento hitleriano. In effetti, uno Spengler ammiratore fanatico di Hitler sarebbe stato inconcepibile. E il nazionalsocialismo negli ‘anni decisivi’ lo ignorò, prese da sé le sue decisioni, e delle decisioni sbagliate”[46]. Peraltro, sedici anni prima nella introduzione al Tramonto, Evola aveva già notato: “Dinanzi al ‘cesarismo’ hitleriano più spinto e, in sé, più plebeo di quello mussoliniano, lo Spengler vide quasi la sua teoria messa al banco di prova, e l’uomo Spengler, se non il filosofo che aveva già esaltato un Cecil Rhodes, non si sentì l’animo di seguirlo”[47]. A margine, si può così concludere notando come con queste frasi riguardanti il “cesarismo hitleriano” (“in fondo proletario-dittatoriale” e “più plebeo di quello mussoliniano”) Evola anticipa di moltissimi anni l’interpretazione “di sinistra” che oggi si dà del nazismo e quasi la sua equiparazione di fondo con il comunismo così come realizzato nell’URSS da Stalin in quello stesso periodo. Evola, dunque, presentò le opere e le tesi di Oswald Spengler filtrandole attraverso la propria sensibilità e la propria “visione del mondo” tradizionalista e spiritualista, che sono quindi i parametri in base ai quali ne parla in modo positivo o negativo. E, almeno sino agli inizi degli anni Settanta, cioè sino a che non giunse una nuova generazione di studiosi italiani e Spengler venne “sdoganato”, fu uno dei pochissimi, qualunque cosa se ne possa pensare, che in Italia ne diede un approccio critico sufficientemente completo e approfondito. La logica conclusione è che in questo settore – così come in altri nei quali ha lasciato una sua significativa, ancorché contestata, impronta culturale – non si può far finta che non sia mai esistito.

    * * *

    Note

    [1] Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, Il Mulino, Bologna, 1990, p.594.

    [2] Si veda l’esplicito riferimento di Vittoro Beonio-Brocchieri nella introduzione ad Anni decisivi, Corbaccio, Milano, 1934, p.IX: “Obbedendo all’invito di un’altissima Autorità…”. Anche Julius Evola lo conferma nella sua prefazione al Tramonto dell’Occidente.

    [3] Domenico Conte, Introduzione a Spengler, Laterza, Roma-Bari, 1997, p.107.

    [4] Yvon De Begnac, Taccuini cit., p.XX.

    [5] Yvon De Begnac, Taccuini cit., p.593.

    [6] Yvon De Begnac, Taccuini cit., p.594.

    [7] Scheiwiller, Milano, 1963; II ed. ampliata: Scheiwiller, Milano, 1972.

    [8] Cfr. Gianfranco de Turris, Un tradizionalista nella RSI. Julius Evola 1943-1945, in Nuova Storia Contemporanea, marzo-aprile 2001, pp.79-100.

    [9] H.T.Hansen, Julius Evola e la Rivoluzione Conservatrice tedesca, in Studi Evoliani 1998, Fondazione J.Evola, Roma, 199, pp.144-180.

    [10] Cfr. Gianfranco de Turris, I valori di un’élite, in Percorsi, maggio 1998, pp.37-40.

    [11] Julius Evola, Il cammino del cinabro cit., p.183.

    [12] Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Bocca, Milano, 1934, p.VIII. Questa “prefazione” è riprodotta anche nella IV edizione dell’opera: Edizioni Mediterranee, Roma, 1998, p.36.

    [13] Cfr. Roberto Melchionda, Le tre edizioni di “Rivolta”, in J.Evola, Rivolta contro il mondo moderno cit., pp.449-464.

    [14] Cfr. La Biblioteca esoterica, a cura di Alessandro Barbera, Fondazione J.Evola, Roma, 1997, pp.142-156. L’opera di Reininger apparve poi nel 1971 presso Volpe, dopo che il sottoscritto aveva rintracciato il dattiloscritto della traduzione tra le carte del filosofo.

    [15] Domenico Conte, Introduzione a Spengler cit, p.146 (sezione “Altri studi”).

    [16] Domenico Conte, Introduzione a Spengler cit., p.106, n.37.

    [17] Domenico Conte, Introduzione a Spengler cit., p.116, n.76.

    [18] Julius Evola, Il cammino del cinabro cit., p.180.

    [19] Julius Evola, Il caso “Spengler”, in Meridiano d’Italia, n.41, 5 ottobre 1953; ora in Julius Evola, Oswald Spengler, Fondazione J.Evola, Roma, 2002, p. : “Solo ora viene annunciata la traduzione integrale del libro principale a cui questo autore deve la sua fama mondiale, il Tramonto dell’Occidente”. Probabilmente non vi fu un annuncio pubblico, ma spesso Evola usava notizie private (in questo caso: il conferimento dell’incarico da parte della casa editrice? la traduzione completata e inviata alla Longanesi?) come spunto per articoli.

    [20] Margherita Cottone, La recezione di Spengler in Italia, in O.Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano, 1970, p.XLVII.

    [21] Cfr. i due saggi La destra radicale (Feltrinelli, Milano, 1984) e Minacce alla democrazia (Feltrinelli, Milano, 1995). Per una confutazione di queste tesi, cfr. il mio Elogio e difesa di Julius Evola (Edizioni Mediterranee, Roma, 1997).

    [22] Cfr. Michela Nacci, Tecnica e cultura della crisi, Loescher, Torino, 1982.

    [23] Julius Evola, Spengler, in La Vita italiana, giugno 1936, pp.602-608; ora in Julius Evola, Oswald Spengler, Fondazione J.Evola, Roma, 2002, p.5 (tutte le citazioni successive si riferiscono a questa edizione).

    [24] Julius Evola, Spengler cit., p.6.

    [25] Julius Evola, Prefazione a O.Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano, 1957, pp.9-24; ora in Julius Evola, Oswald Spengler, Fondazione J.Evola, Roma, 2002, p.11 (tutte le citazioni successive si riferiscono a questa edizione).

    [26] Julius Evola, Spengler cit., p.7.

    [27] Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Bocca, Milano, 1934, pp.6-7; Edizioni Mediterranee, Roma, 1998, p.29.

    [28] Julius Evola, Prefazione cit., p.13.

    [29] Julius Evola, Spengler cit., p.7.

    [30] Julius Evola, Prefazione cit., p.13.

    [31] Julius Evola, Prefazione cit., p.15.

    [32] Cfr. Julius Evola, Civiltà dello spazio e civiltà del tempo, in Il Regime fascista, 20 aprile 1935; poi in L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano, 1968; ora Edizioni Mediterranee, Roma, 2000, pp.23-27.

    [33] Julius Evola, Prefazione cit., p.15

    [34] Julius Evola, Prefazione cit., p.16.

    [35] Julius Evola, Spengler cit., p.8.

    [36] Julius Evola, Prefazione cit., p.14.

    [37] Julius Evola, Prefazione cit., p.16.

    [38] Julius Evola, Spengler cit., p.9.

    [39] Julius Evola, Spengler cit., p.10.

    [40] Tr.it. La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 1975.

    [41] Cfr. Julius Evola, Il fascismo. Saggio di una analisi critica dal punto di vista della Destra, Volpe, Roma, 1964; ora: Fascismo e Terzo Reich, Edizioni Mediterranee, Roma, 2001 (la nuova edizione comprende anche due appendici in cui sono stati selezionati una ventina di articoli che evidenziano come le critiche di Evola ai due sistemi siano già presenti nei suoi scritti fra le due guerre).

    [42] Julius Evola, Prefazione cit., p.17.

    [43] Julius Evola, Prefazione cit., p.17. Cfr. anche Julius Evola, Gli uomini e le rovine, Edizioni dell’Ascia, Roma, 1953; ora: Edizioni Mediterranee, Roma, 2002, capp.4 e 5.

    [44] Julius Evola. Il cammino del cinabro cit., p.181.

    [45] Julius Evola, Il cammino del cinabro cit., p.182.

    [46] Julius Evola, Introduzione a O.Spengler, Anni decisivi, Edizioni del Borghese, Milano, 1973, pp.9-14; ora in Julius Evola, Oswald Spengler, Fondazione J.Evola, Roma, 2002, p.24.

    [47] Julius Evola, Prefazione cit., p.17.


    Evola lettore di Spengler | Gianfranco de Turris

  4. #4
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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler -

    di Francesco Lamendola - 14/07/2008

    Fonte: Arianna Editrice




    Nato a Blankenburg, nel Magdeburgo, nel 1880 e morto a Monaco nel 1936 - in buon punto per evitare le conseguenze del suo rifiuto di approvare il violento antisemitismo del regime hitleriano -, Oswald Spengler è stato uno dei filosofi più discussi e controversi del XX secolo, suscitando fervidi entusiasmi e ripulse totali e irrevocabili. Per alcuni egli è stato il teorico del nazionalsocialismo, nella misura in cui - pur non aderendo formalmente ad esso - aveva sostenuto la necessità di instaurare un forte potere militare e affermato la superiorità della razza «bianca» e della preponderanza della Germania nel quadro politico mondiale. Altri hanno visto in lui il maggiore erede di Nietzsche, della sua fedeltà alla terra e della volontà di potenza, oltre che un continuatore del relativismo storicistico di Dilthey e, quindi, il legittimo continuatore della tradizione filosofica tedesca di fine Ottocento.

    La sua concezione organicistica delle civiltà, secondo la quale ogni civiltà è equiparabile a un essere vivente che nasce, si sviluppa, decade (nella fase della «civilizzazione») e, da ultimo, muore, apparve - ed era - una tipica forma di biologismo sociale, dominata com'era da una darwiniana strenght for life, ove le civiltà vecchie e deboli devono cedere il passo a quelle giovani e forti. Concezione che a molti non piacque, e che tuttavia appariva fondata su cospicui elementi di realtà oggettiva, e che tanto più difficile sembrava smentire quanto più l'Autore dispiegava, per sostenerla, una immensa congerie di osservazioni tratte dalla musica, dall'architettura, dalla storia delle religioni e da quella dell'economia e della tecnica.

    Piacque, soprattutto ai Tedeschi, l'implicito machiavellismo sotteso a tutta l'opera: per cui, nelle convulsioni della disfatta al termine della prima guerra mondiale (Il tramonto dell'Occidente venne pubblicato tra il 1918 e il 1922, ossia negli anni più bui mai vissuto sino ad allora dalla Germania), era possibile intravedere una ripresa e, forse, persino una futura rivincita, a patto di sapere accettare il proprio destino e di percorrere sino in fondo la strada tracciata dalle presenti forze storiche, materiali non meno che spirituali.



    Otto, secondo Spengler, sono le civiltà che si sono succedute, dall'origine ad oggi, nel panorama della storia mondiale, sviluppando quei «cicli di cultura» i quali tendono a ripetersi con caratteristiche sostanzialmente analoghe, pur nella diversità delle situazioni specifiche. Esse sono state la babilonese, l'egiziana, la indiana, la cinese, la greco-romana (o «apollinea»), l'araba (o «magica»), quella dei Maya e, infine, l'occidentale (che Spengler definisce «faustiana»). Si sono avvicendante secondo una cadenza di circa mille anni, soggiacendo a leggi in tutto e per tutto simili a quelle degli organismi viventi e finendo per estinguersi e scomparire completamente - tranne la nostra, che è destinata, però, a concludersi come le altre.

    Si suole affermare che qualcosa di una civiltà continua a permanere anche al di là di essa, ma è un errore. Ogni civiltà è destinata a una fine totale, che trascina con sé anche i valori da essa emanati; nessun valore può sopravvivere al di là della civiltà che lo ha prodotto. I valori sono deperibili, proprio come le civiltà; possono, semmai, essere sostituiti da altri valori, frutto di altre civiltà. Non esistono valori assoluti, così come non esistono verità assolute; ogni verità è relativa al contesto della civiltà che la pone e, esauritasi quest'ultima, anche il concetto di verità si sbriciola, si frantuma. La stessa idea di progresso, non è altro che una illusione.

    Quanto alla civiltà occidentale, essa è ormai quasi giunta al termine del proprio ciclo vitale e, quindi, alla successiva, inevitabile estinzione: non resta che prenderne atto e seguire il destino che ci si prepara, rinunciando alla chimera di poter tramandare valori imperituri o di poter mutare il corso della storia, bensì sfruttando l'ultimo guizzo di luce prima del crepuscolo.

    Ma già si fa avanti la prossima civiltà, che prenderà il posto di quella occidentale: civiltà la russa, che dominerà a sua volta la scena della storia mondiale, finché non avrà esaurito il suo ciclo e scomparirà a sua vola.

    La civiltà occidentale, dunque, non ha nulla di speciale, in se stessa, perché si debba pensare che possa sfuggire al destino di tutte le altre civiltà. Anzi, essa è già entrata, e da tempo, nella fase della civilizzazione, caratterizzata dal gigantismo delle sue creazioni esteriori e dal progressivo esaurimento del suo spirito vitale, della sua «anima».

    D'altra parte, negli ultimi secoli della sua vicenda millenaria si è prodotto un evento finora sconosciuto alla storia dell'umanità: il sopravvento della tecnica, della macchina, sulla natura e sull'uomo stesso, che ne è divenuto lo schiavo. È nata una figura nuova, quella dell'ingegnere; che, molto più importante dell'imprenditore o dell'operaio dell'industria, tiene in mano i futuri sviluppi della civiltà occidentale. Ma il tempo di quest'ultima è ormai quasi compiuto; la fine è imminente. Si tratta soltanto di vedere se l'uomo occidentale saprà assecondare il movimento della storia, creando una nuova forma di potenza - quella del signore, che non si cura dei profitti personali come fa il mercante e che, a differenza di lui, mira ad instaurare una società basata sull'armonia generale e non sul vantaggio egoistico di pochi capitalisti.

    Questa posizione spiega l'atteggiamento di cauto interesse nei confronti del socialismo, inteso come principio etico più che come concreto movimento storico; e coniugato, d'altronde, con un forte elemento di tipo nazionalistico, sì da far pensare più al nazionalsocialismo che al comunismo sovietico. Ma forse, dopotutto, Spengler aveva la vista più lunga di quanto non sembrasse ai suoi detrattori e aveva intuito che, dietro le grandi differenze esteriori, nazismo e stalinismo avevano più cose in comune di quante non fossero disposti ad ammettere sia l'uno che l'altro. Per cui la sua profezia, che alla fine l'idea del denaro si sarebbe scontrata con l'idea del sangue; ossia che i valori mercantili sarebbero venuti a una resa dei conti con i valori aristocratici, conteneva elementi tutt'altro che peregrini; tanto è vero che molti intellettuali europei di destra - a cominciare da Julius Evola, traduttore dal tedesco de Il tramonto dell'Occidente nella nostra lingua - avrebbero visto nella seconda guerra mondiale, a torto o a ragione, precisamente questo tipo di scontro finale. E così la vide anche Berto Ricci, andato volontario a combattere (e a morire) in Libia contro gli Inglesi, lui sposato e padre di famiglia, nella speranza di vedere - come scrisse in una delle sue ultime lettere - il sorgere di un mondo un po' meno ingiusto, un po' meno ladro di quello allora esistente.



    Scriveva, dunque, Oswald Spengler nelle pagine conclusive de Il tramonto dell'Occidente (titolo originale: Der Untergang des Abendlandes, traduzione italiana di Julius Evola, Longanesi &C., Milano, 1957,, 1978, vol. 2, pp. 1.390-98):



    …contemporaneamente al razionalismo, si giunge alla scoperta della macchina a vapore che sovverte tutto e trasforma dai fondamenti l'immagine dell'economia. Fino a allora la natura aveva avuto la parte di una coadiutrice; orala si riduce a una schiava e il suo lavoro, quasi per scherno, lo si calcola secondo cavalli-vapore. Dalla forza muscolare del negro sfruttata nelle aziende organizzate, si passò alle riserve organiche della scorza terrestre dove l'energia vitale di millenni è immagazzinata sotto specie di carbone, e infine lo sguardo sii è portato sulla natura anorganica, le cui forze idrauliche sono state già arruolate ad integrare quelle del carbone. Coi milioni e miliardi di cavalli-vapore la densità di popolazione raggiunge un livello che nessun'altra civiltà avrebbe mai ritenuto possibile. Questo aumento è conseguenza della macchina, la quale vuol essere servita e diretta, in cambio centuplicando le forze di ogni individuo. È con riferimento alla macchina che la vita umana va ora a rappresentare un valore. Il lavoro diviene la grande parola d'ordine del pensiero etico. Già nel diciottesimo esso in tutte le lingue aveva perduto il suo significato negativo originario. La macchina lavora e costringe l'uomo a lavorare insieme ad essa. Tutta la civiltà è giunta ad un tale grado di attivismo, che sotto di esso la terra trema.

    E ciò che si è svolto nel corso di appena un secolo è uno spettacolo di una tale potenza, che l'uomo di una futura civiltà, di una civiltà con una anima diversa e con diverse passioni, avrà il sentimento che la stessa natura ne doveva esser stata scossa nel suo equilibrio. Anche in altri tempi la politica passò sopra città e popoli e l'economia umana incise profondamente sui destini del regno animale e vegetale; ma tutto ciò sfiorò appena la vita e di nuovo sparì. Invece questa tecnica lascerà le sue tracce anche quando tutto sarà dimenticato e sepolto. Questa passione faustiana ha trasformato l'imagine della superficie terrestre.

    Qui ha agito un impulso della vita a trascendere e ad innalzarsi che, intimamente affine a quello del gotico, al tempo dell'infanzia della macchina a vapore trovò espressione nel monologo del Faust di Goethe. L'anima ebbra vuol portarsi di là da spazio e tempo. Una indicibile nostalgia la attira verso lontananze sconfinate. Ci si vorrebbe staccare dalla terra, ci si vorrebbe perdere nell'infinito, si vorrebbero sciogliere i vincoli del corpo ed errare nello spazio cosmico fra le stelle. Ciò che all'inizio fu cercato dal fervido empito ascensionale di un San Bernardo, ciò che Grünewald e Rembrandt evocarono negli sfondi dei loro quadri e Beethoven negli accordi trasfigurati dei suoi ultimi quartetti, torna di nuovo nell'ebbrezza spirituale donde procede questa fitta serie di invenzioni. È così che si è formato un sistema fantastico di mezzi di comunicazione che ci fa attraversare interi continenti in pochi giorni, e ci porta con città galleggianti di là da ogni oceano, che trafora montagne e lancia convogli a velocità pazze nei labirinti delle ferrovie sotterranee; e dalla veccia macchina a vapore, da tempo esaurita nelle sue possibilità, si è passati ai motori a gas per infine staccarsi dalle vie e dalle rotaie ed elevarsi negli spazi. Così la parola parlata in un attimo può esser inviata oltre ogni mare; prorompe il piacere per records di ogni specie e per le dimensioni inaudite, ambienti giganteschi vengono costruiti per macchine titaniche, navi enormi e ponti ad incredibile gettata, costruzioni pazzesche che raggiungono le nubi, forze meravigliose incatenate in un punto in modo tale che basta la mano di un bambino per metterle in movimento, opere di cristallo e di acciaio che vibrano nel frastuono di ogni specie di meccanismi nelle qual, questo essere minuscolo, si muove come un signore assoluto sentendo finalmente sotto di sé la natura.

    E queste macchine nella loro forma sono sempre più disumanizzate, sempre più ascetiche, mistiche, esoteriche. Esse avvolgono la terra con una rete infinita di forze sottili, di correnti e di tensioni. Il loro coro si fa sempre più spirituale, sempre più chiuso. Queste ruote, questi cilindri, queste leve non parlano più. Ciò che in esse è più importante si ritira all'interno.. La macchina è stata sentita come qualcosa di diabolico, e non a torto. Agli occhi del credente essa rappresenta la detronizzazione di Dio. Essa pone la causalità sacra nelle mani dell'uomo e questi la mette silenziosamente, irresistibilmente in moto con una specie di preveggente onnisapienza.

    Mai come oggi un microcosmo si è sentito superiore al macrocosmo.Oggi vediamo piccoli esseri viventi che con la loro forza spirituale hanno ridotto il non vivente a dipendere da loro. Nulla sembra eguagliare un simile trionfo che è riuscito ad un'unica civiltà e forse solo per la durata di qualche secolo.

    Ma proprio per tal via l'uomo faustiano è divenuto schiavo della sua creazione. Nelle sue mosse così come nelle sue abitudini di vita egli sarà spinto dalla macchina in una direzione sulla quale non vi sarà più né sosta, né possibilità di tornare indietro. Il contadino, l'artigiano, perfino il commerciante appaiono d'un tratto insignificanti di fronte a tre figure cui lo sviluppo della macchina ha dato forma: l'imprenditore, l'ingegnere e l'operaio industriale. In questa civiltà, e in nessun'altra al di fuori di essa, da un piccolo ramo dell'artigianato, cioè dall'economia dei manufatti, si è sviluppato il possente albero che oscura ogni altra professione: il mondo economico dell'industria meccanica. E questo mondo costringe sia l'imprenditore che l'operaio industriale ad obbedirgli. Entrambi sono gli schiavi, non i signori della macchina che ora comincia a manifestare il suo occulto potere demonico. Ma se le attuali teorie socialistiche hanno solo voluto vedere il rendimento dell'operaio non avanzando che per il lavoro di questi le loro rivendicazioni, un tale lavoro è tuttavia reso possibile esclusivamente dall'attività decisiva e sovrana dell'imprenditore. Il famoso detto del braccio possente che fa arrestare tutte le ruote è un errore. Per fermarle, non c'è bisogno di essere operai. Ma per tenerle in moto, non basta essere operai. È l'organizzazione, è il dirigente che costituisce il centro di tutto questo regno artificiale e complesso della macchina. Il pensiero, non il braccio, tiene insieme un tale regno. Ma proprio per questo, per mantenere in piedi siffatto edificio perennemente pericolante, una figura è ancor più importante della stessa energia di nature dominatrici in veste di imprenditori che fa scaturire da suolo intere città e che sa trasformare l'immagine del paesaggio - una figura, che nelle lotte politiche si è soliti dimenticare: l'ingegnere, sapiente sacerdote della macchina. Non sol il livello ma la stessa esistenza dell'industria dipendono dall'esistenza di centinaia di migliaia di menti qualificate e ben addestrate che dominano e fanno progredire incessantemente la tecnica.

    L'ingegnere è propriamente il silenzioso dominatore e il destino dell'industria meccanica. Il suo pensiero è come possibilità quel che la macchina è come realtà. Si è temuto, materialisticamente, l'esaurirsi dei giacimenti di carbone. Ma finché esisteranno degli scopritori di sentieri di un rango superiore pericoli di tal genere saranno inesistenti. Solo quando questo esercito di inventori, il cui lavoro intellettuale forma una interna unità con quello della macchina, non avrà più una posterità, l'industria, malgrado la presenza di imprenditori e di operai si spegnerà. Anche se la salute dell'anima dei migliori delle future generazioni venisse considerata più importante di tutta la potenza della terra e se per influenza di quella mistica e di quella metafisica che oggi stano soppiantando il razionalismo il sentimento del satanismo della macchina guadagnasse terreno in una élite spirituale sollecita di quella salute - sarebbe l'equivalente del passaggio da Ruggero Bacone a Bernardo di Chiaravalle - anche in questo caso nulla arresterà la conclusione di questo grande dramma dello spirito nel quale le forze materiali hanno solo una parte secondaria.

    L'industria occidentale ha sostato le vie già seguite dal commercio delle altre civiltà. Le correnti della vita economica si portano verso le sedi del «re carbone» e le aree ricche di materie prime; la natura viene saccheggiata, tutta la terra viene offerta in olocausto al pensiero faustiano sotto specie di energia. La terra che lavora è l'essenza della visione faustiana; nel contemplarla, muore il Faust della seconda parte. Del poema, nella quale il lavoro dell'imprenditore ha avuto la sua suprema trasfigurazione. È la suprema antitesi all'esistenza statica e sazia del periodo imperiale antico. L'ingegnere è il tipo più lontano dal pensiero giuridico romano ed egli otterrà che la sua economia abbia un proprio diritto: un diritto nel quale le forze e le opere prenderanno il posto delle persone e delle cose.

    Ma non è meno titanico l'assalto sferrato dal danaro contro questa potenza spirituale. Anche l'industria è legata alla terra - come l'elemento contadino. Essa ha le sue sedi, i suoi impianti, le sue sorgenti di energia vincolate al suolo. Solo l'alta finanza è completamente libera, completamente inafferrabile. A partire dal 1789 le banche e quindi le Borse si sono sviluppate come una potenza autonoma grazie al bisogno di credito determinato dall'enorme incremento dell'industria e, come il danaro in tutte le civilizzazioni, questa potenza ora vuol essere l'unica potenza. L'antichissima lotta fra economia di produzione e economia di conquista prende ora le proporzioni di una lotta gigantesca e silenziosa di spiriti svolgentesi sul suolo delle città cosmopolite.

    È la lotta disperata del pensiero tecnico, il quale difende la sua libertà contro ilo pensiero in funzione di danaro.

    La dittatura del danari si consolida e si avvicina ad un apice naturale - ciò sta accadendo oggi nella civilizzazione faustiana come già è accaduto in ogni altra civilizzazione. Ed ora interviene qualcosa che può esser compreso solo da chi ha penetrato il significato essenziale del danaro faustiano. Se il danaro faustiano fosse qualcosa di tangibile, di concreto, la sua esistenza sarebbe eterna; ma poiché esso è una forma del pensiero, esso scomparirà non appena il mondo dell'economia sarà stato pensato a fondo: scomparirà per l'esaurirsi della materia che gli fa da substrato. Quel pensiero è già penetrato nella vita della campagna mobilitando il suolo; esso ha trasformato in senso affaristico ogni specie di mestiere; oggi esso penetra vittoriosamente nell'industria per mettere le mani sullo stesso lavoro produttivo dell'imprenditore, dell'ingegnere e dell'operaio. La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma questa sarà l'ultima delle vittorie che il danaro può riportare; dopo, comincerà l'ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la sua forma conclusiva: la lotta tra danaro e sangue.

    L'avvento del cesarismo spezzerà la dittatura del danaro e della sua arma politica, la democrazia. Dopo un lungo trionfo dell'economia cosmopolita e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l'aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, il più forte. La spada trionferà sul danaro, la volontà da signore piegherà di nuovo la volontà da predatore. Se designiamo come capitalismo le potenze del danaro e se per socialismo s'intende invece la volontà d dar vita a un forte ordinamento politico-economico di là da ogni interesse di classe, ad un sistema compenetrato da una preoccupazione aristocratica e da un sentimento di dovere che mantengano il tutto in una salda forma in vista della lotta decisiva della storia - allora lo scontro tra capitalismo e socialismo potrà significare anche quello fra danaro e diritto. Le potenze private dell'economia vogliono avere mani libere perla conquista delle grandi fortune. Non intendono che nessuna legge sbarri loro la via. Vogliono leggi che vadano nel loro interesse e per questo si servono dello strumento che esse stesse si sono create, della democrazia e dei partiti pagati. Per far fronte ad un tale assalto il diritto ha bisogno di una tradizione aristocratica, dell'ambizione di forti schiatte capaci di trovare la loro soddisfazione non nell'accumulazione delle ricchezze bensì nei compiti propri ad un'autentica razza di capi di là da ogni vantaggio procurato dal danaro. Una potenza può esser rovesciata solo da un'altra potenza, non da un principio; ma al difuori della potenza del danaro non ve ne è un'altra, oltre a quella ora detta. Il danaro potrà essere spodestato e dominato soltanto dal sangue. La vita è la prima e l'ultima delle correnti cosmiche in forma microcosmica. Essa costituisce la realtà per eccellenza nel mondo considerato come storia. Di fronte all'irresistibile ritmo agente nella successione delle generazioni alla fine scompare tutto ciò che l'essere desto ha costruito nei suoi mondi dello spirito. Nella storia l'essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo delle verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all'esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall'essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell'azione e la giustizia più essenziale della potenza. Così lo spettacolo offerto da una civiltà superiore, da questo meraviglioso mondo di divinità, di arti, di idee, di battaglie, di città, si chiude di nuovo con i fatti elementari del sangue eterno, che fa tutt'uno con l'onda cosmica in perenne circolazione. Come già il periodo imperiale cinese e quello romano ce l insegnano, l'essere desto con tutta la sua ricchezza delle sue forme è destinato a tornare silenziosamente al servizio dell'essere, della vita; il tempo trionferà dello spazio ed è esso che col suo corso inesorabile incanalerà col suo corso fuggevole, che sul nostro pianeta rappresenta la civiltà, in quell'altro accidente, che è l'uomo: forma nella quale l'accidente «vita» scorre per un certo periodo, mentre nel mondo illuminato che si apre al nostro sguardo appaiono, dietro a tutto ciò, gli orizzonti in moto della storia della terra e di quella degli astri.

    Ma per noi, posti da un destino in questa civiltà e in questo punto del suo divenire in cui il danaro celebra i suoi ultimi trionfi e in cui il suo erede, il cesarismo, ormai avanza silenziosamente e irresistibilmente, è strettamente definita la direzione di quel che possiamo volere e che dobbiamo volere, a che valga la pena di vivere. A noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l'altra. Noi ci troviamo invece di fronte all'alternativa di fare il necessario o di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storia sarà in ogni caso realizzato: o col concorso dei singoli o ad onta di essi.

    Ducunt fata volentem, nolentem trahunt.



    Come ha osservato Domenico Conte (in Introduzione a Spengler, Laterza Editori, Bari, 1997, p. 30 sgg.), sono almeno tre le prospettive dalle quali Spengler osserva il movimento della storia universale.

    La prima è una dimensione "popolare", che vede la contrapposizione pura e semplice fra mondo della natura e mondo della storia (ciò che riecheggia la distinzione diltheyana fra scienze della natura e scienze dello spirito: cfr. F. Lamendola, Essenza della filosofia e coscienza della sua storicità nel pensiero di Wilhelm Dilthey, sempre sul sito di Arianna Editrice). Il mondo della natura è statico, quello della storia è dinamico; il mondo della natura è sottoposto a leggi regolari e costanti, quello della storia è unico e irripetibile.

    La seconda dimensione è, propriamente, quella della filosofia della storia, basata sulla concezione organicistica delle civiltà, che egli assimila a degli organismi viventi. È questo l'aspetto più noto della sua concezione filosofica, quello che ha destato maggiori consensi ma anche le critiche più pesanti, da parte di coloro i quali hanno evidenziato l'arbitrarietà di una analogia in senso stretto fra la vita degli organismi e la «vita» delle civiltà umane.

    La terza prospettiva, che potremmo definire metafisica, è quella che ruota intorno al concetto spengleriano di «anima» delle civiltà. È qui che il pensatore tedesco ha sviluppato la parte più originale delle sue riflessioni, istituendo complessi e vorticosi parallelismi fra gli elementi formali delle single civiltà e spaziando, con tono ispirato e quasi da veggente, attraverso i campi più svariati dell'arte, della scienza e della tecnica. Ed è qui che ha dispiegato quel suo stile turgido e solenne, drammatico e affascinante, che gli ha conquistato la simpatia di tante schiere di lettori ma anche, inevitabilmente, la diffidenza o il disdegno di molti filosofi di più austera concezione, ivi compresi gli idealisti ideali e, segnatamente, Benedetto Croce.



    Quanto a noi, quello che più ci colpisce nella concezione della storia di Spengler è la brutalità, per così dire, ovvero la crudezza del suo vitalismo biologico. Unendo la volontà di Schopenhauer con la selezione naturale di Darwin, l'autore de Il tramonto dell'Occidente delinea un mondo della storia dominato da inesorabili leggi biologiche, ove tutto ciò che resta della libertà umana non è altro che la libertà di "scegliere" un destino tra segnato dalle forze della storia stessa, oppure di precipitare nell'impotenza più completa.

    Spengler, come si è visto, è estremamente esplicito a questo riguardo: Nella storia l'essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo delle verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all'esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall'essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell'azione e la giustizia più essenziale della potenza.



    Questo è il dramma di una concezione della storia chiusa in sé stessa, opera di un essere umano gettato a caso nel mondo e destinato a sparire, come già sono scomparse tante altre forme di vita prima di lui. Solo quando si dà per scontata la assoluta insignificanza dell'uomo in quanto persona unica e irripetibile, nonché la radicale immanenza della storia, si può giungere a proclamare, senza ombra di turbamento "sentimentale", che la verità non ha alcuna importanza e che quello che conta è solo la potenza.

    Peggio ancora, Spengler afferma - senza batter ciglio - che la storia è il tribunale del mondo, il che equivale ad innalzare la realtà effettuale al di sopra di tutto e implica, come logica conseguenza, l'adorazione dell'esistente, visto come l'affermazione, attraverso la lotta, di ciò che è migliore, nel senso di più forte. Si tratta di un tribunale che non riconosce valori o principi, ma solo dati di fatto; e che si inchina solo davanti a quelle forze storiche che sanno imporre, nietzschianamente, una vita più piena e più sicura di sé, non una vita più giusta o più buona.

    Nel clima di generale disorientamento intellettuale e morale dei primi decenni del Novecento, milioni di persone hanno fatto propria una tale filosofia della forza e si sono lasciate trascinare da capi politici che l'avevano adottato come loro credo incondizionato.

    Negli ultimi giorni della sua vita, quando i carri armati sovietici irrompevano già per le vie di una Berlino distrutta dai bombardamenti aerei, Hitler ebbe a riconoscere - assai a denti stretti - che i Russi, alla fine, si erano dimostrati più forti dei Tedeschi e che, quindi, meritavano di divenire i nuovi signori dell'Europa. Anche Mussolini, negli ultimi tempi della sua vita, si era più volte lamentato del fatto che gli Italiani non erano stati all'altezza del grande destino offertosi a portata delle loro possibilità e che, pertanto, avevano meritato pienamente la sconfitta.

    Ma se la storia non è altro che un tribunale del mondo fondato sul diritto del più forte, bisogna sempre aspettarsi che la forza di oggi ceda, domani, davanti a una forza più grande o semplicemente più spregiudicata; il che equivale a fare della storia umana una giungla insanguinata, popolata di zanne e di artigli sempre protesi a ghermire la preda, lacerarla e massacrarla. Il tribunale assomiglia pericolosamente a un mattatoio, da cui si levano incessantemente muggiti di terrore e grida di dolore; un tribunale che sanziona il diritto della forza in luogo della forza del diritto.

    Se così fosse, vorrebbe dire che nessun progresso è stato compiuto dai tempi degli eroi omerici, trascinati in una spirale infinita di violenza per acquisire la gloria, che richiede sempre nuova violenza per conservare ed accrescere la gloria stessa: e ciò in un mondo ove tutti mirano allo stesso obiettivo, e ridotto, quindi, a un eterno, sanguinoso campo di battaglia di ciascuno contro tutti. Spengler, nemico dell'idea di progresso, non aveva alcuna difficoltà ad ammetterlo; ma noi, che pure non adoriamo l'idea (illuministica) del progresso, possiamo ammettere che la civiltà cui apparteniamo non abbia saputo minimamente elaborare l'insegnamento di quelle che l'hanno preceduta, per instaurare non già un mondo concreto di giustizia e armonia, ma almeno l'idea di una superiore giustizia e di una necessaria armonia?




    Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler, Francesco Lamendola

  5. #5
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    “A me stesso” di Oswald Spengler


    di Gianni Quilici


    Che tipo di recensione -mi sono chiesto- si può scrivere su questi appunti così personali?
    La prima risposta è ovvia: cercare di tratteggiare la personalità di Oswald Spengler così come appare da queste note autobiografiche scritte tra il 1911 e il 1919, nel periodo, cioè, in cui lo scrittore tedesco era impegnato alla stesura del suo libro più celebre Tramonto dell'Occidente.

    Il nucleo centrale di questi ricordi, aforismi e riflessioni è la solitudine, una solitudine estrema.
    Scrive infatti Spengler: “Sono sempre assillato e tormentato da una paura indefinibile e sconfinata che mi impedisce il sonno... Ho paura a prendere in affitto un appartamento, di aprire una lettera, di scrivere qualcosa... di tutto ciò che è femminile, timidezza esagerata, ridicola... di ogni adulto, anche dei miei compagni di scuola...Incubi: l'orribile verme che allunga la testa fuori dal braccio. Paura della morte; lo strappo via. Subito, al suo posto, un'altra testa. E poi un'altra e un'altra ancora".

    Questa paura ha una causa: “Ciò che sono diventato lo devo all'educazione sbagliata e mortificante di mio padre...l'infelice matrimonio di mia madre.. mia madre, sempre incerta... mai ci insegnò come comportarci. Lasciava che fossimo noi a trovare la forma e, se facevamo errori, ci biasimava, come se potessimo imparare da soli...”

    In contrasto con questa paura nevrotica, immaginazioni di gloria, della cui irrealtà era, però, consapevole. Scrive: “ Insensatezza della mia vita. Fin da bambino la smania di essere Napoleone, grande uomo politico, statista, di modificare la carta geografica...ho sempre pensato che sarei dovuto diventare una specie di messia. Fondare una nuova religione del sole, un nuovo regno universale, un paese incantato, una nuova Germania, una nuova concezione del mondo...”

    Aspirava più modestamente, anche, a orizzonti possibili: “...il desiderio di una abitazione solitaria, tre o quattro conoscenti, che sappiano tutti parlare di cose ultime... una fanciulla con un bel corpo, di buon umore, silenziosa e di buon carattere... Niente cani. Pochi libri...” Soprattutto ciò che lo angustiava era “la mancanza di compagnia intellettuale...di spiriti del mio stesso rango in grado di apprezzare e comprensivi...”
    Da qui uno sdoppiamento: “...e, mentre parliamo, il mio secondo io che interviene: per l'amor del cielo non dire la verità, non dire niente di profondo, non verrebbe capito...”

    Tutto questo lo capisce ma sente di non avere la forza di cambiare. “...Per un'intima viltà e debolezza, ho seguito il branco ingoiando e ricambiando i suoi scherzi insulsi, la sua filosofia piatta, le sue squallide visioni della vita... Ancora oggi non so spiegarmi per quale motivo mi manchi la forza di scuotermi di dosso queste persone...”

    Infine convivono in lui un atteggiamento aristocratico (“ un uomo superiore”), che nasce forse da una condizione oggettiva (“il sordido popolo di letterati che bighellona scribacchiando...”) e soggettiva (l'isolamento), ed uno, invece, di compassione nei confronti delle persone più umili: “Quando vedo una vecchia entrare timorosamente in un negozio, o esaminare le merci esposte in una vetrina, oppure contare i soldi, vengo colto da un così tremendo senso di compassione...”.

    La seconda risposta è più problematica e complessa e qui posso soltanto segnalarla: quali sono, cioè, le ragioni del contrasto profondo tra questo tipo di uomo debole e disperato e l'immagine completamente diversa che si ricava da Tramonto dell'Occidente? Vale a dire “l'uomo d'acciaio, dall'animo forte e del tutto ametafisico, che vede quale suo modello il Romano senz'anima, l'uomo d'azione che disprezza il Graeculus histrio artista e filosofo...” come scrive nella sua articolata nota il curatore Giovanni Gurisatti.

    Sembrerebbe quasi che il suo pensiero politico-filosofico nasca da una illibertà, da condizionamenti, che sia, cioè, anche una rivalsa ad una condizione di frustrazione personale o un “voler essere” soltanto vagheggiato.

    Oswald Spengler. A me stesso. A cura di Giovanni Gurisatti. Adelphi. Pag. 130. Euro 6.20.



    http://recensione.blogspot.com/2010/...-spengler.html
    Ultima modifica di Avamposto; 25-08-10 alle 04:58

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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    CONSIDERAZIONI SU
    IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE
    DI OSWALD SPENGLER


    (il pdf al link)

    http://siba2.unile.it/ese/issues/273...rn49-03p33.pdf

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    Oswald Spengler - Il declino dell'Occidente


    --------------------------------------------------------------------------------

    Der Untergang des Abendlandes

    Quest'opera di Oswald Spengler (1880-1936), che fu concepita durante la crisi politica d'Agadir, apparve nel 1916, fu dapprima appena notata ed ebbe il suo grande successo solo nel 1918, parallelamente alla sconfitta tedesca. Era consolante far coincidere, con tendenza apocalittica, la sventura evidente della propria nazione, con quella probabile dell'Europa intera. Però, considerato bene, il titolo del libro era più pessimista del suo contenuto. Poiché Spengler fa differenza fra cultura, per la quale egli intende la produttività spontanea dell'anima, e civiltà, che è solo una tecnica razionale e meccanica. Ora la sua ipotesi, avanzata col tono della convinzione più assoluta, era che l'Europa avesse terminato l'epoca della sua cultura, e che ormai non potesse più attendere da se stessa che un progresso in civiltà: cosa che rappresenta, nondimeno, un nuovo principio e non corrisponde per nulla a una decadenza né a una perdita di potenza vitale. Spengler esige che si abbia il coraggio di sostenere la visione (che in fondo lo affascina e l'entusiasma) d'un avvenire costruito in cemento armato (tale è anche il suo stile) da ingegneri incapaci, ormai, di creare Dei, pitture, tragedie o commedie, ma, nel loro campo, ancora capaci di una audacia superba. Egli chiamava questo coraggio, usando una parola cara a Nietzsche, l'"amor fati". Il genio di Spengler consiste nella descrizione delle differenti culture, soprattutto delle antiche che egli chiama "apollinee", e dell'europea che egli considera (accentuando l'influenza germanica) come "faustismo". Non appena ha fissato il carattere del germe, dell'entelechia di una cultura, egli lo fa sbocciare, con le preferenze di un vero romantico, nei tempi primitivi e in mezzo a un paesaggio nuovo, vivo di tutti i sortilegi della primavera. Poi ne dipinge con destrezza di prestigiatore le metamorfosi, in arte come in politica, come nelle scienze. Poiché per lui - e per questo lato egli si pone tra i relativisti - non c'è verità assoluta: ogni cultura crea la propria, anche gli Apollinici ne hanno nelle loro matematiche, e i Faustiani hanno pure la loro; e l'una non fa per nulla seguito all'altra, e ogni volta un getto nuovo comincia. In generale la debolezza della sua filosofia della storia è di pretendere che tutte le culture, di cui egli vede nettamente la molteplicità iniziale e le tinte svariate, abbiano una forma di sviluppo assolutamente identica. Spengler ci presenta delle tavole, dalle quali a un'ora data nascono gli Dei di ogni cultura, a un'altra le grandi città, a un'altra il socialismo, a un'altra i Cesari. Tutto è regolato già da prima: la storia diventa una immensa caserma. Non v'è il senso del caso né dei valori confluenti nella vita e delle loro combinazioni. Ma è impossibile negare che egli abbia avuto per il prossimo avvenire un dono profetico: nel 1916 e gli ha previsto le armate private di un partito, il sopravvento delle masse, l'inadeguatezza del sistema parlamentare e retorico alla società odierna e la necessità delle figure cesaree. Fu dunque un precursore dei nuovi regimi politici. Come sempre è assai difficile sapere in qual grado, con la sua visione, abbia contribuito a formare la nuova Germania, per la quale aveva chiaramente intuito che la repubblica sarebbe stata forma transitoria. O forse tutto ciò che egli ha previsto e dettato per l'avvenire era, per quanto invisibile, già presente "in nuce"?




    OSWALD SPENGLER - IL DECLINO DELL'OCCIDENTE

 

 

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