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Discussione: Oswald Spengler

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    Predefinito Oswald Spengler



    Oswald Spengler


    Il Tramonto dell’Occidente


    Riassumendone in breve l’opera, Spengler esprime nella prima parte un approccio nuovo allo studio della storia, che aveva già avuto vari ma poco ascoltati predecessori, dall’arabo Ibn Khaldun, all’italiano Giambattista Vico, ai russi Nikolai Danilevsky e Konstantin Leontiev, al tedesco Wilhelm Dilthey: un approccio morfologico che vede lo studio delle civiltà come organismi separati, ma simili nel seguire un ciclo vitale ben determinato di nascita, fioritura e decadenza, seguendo paradigmi analoghi. Ogni civiltà ha un’anima, determinata dalle proprie condizioni etnogeografiche di origine (così alla Grecia piccola e frammentata corrisponde l’atomismo dell’anima Apollinea, agli spazi selvaggi del Nord Europa corrisponde lo sforzo verso l’infinito dell’anima Faustiana, e così via), che si esprime dando vita a peculiari forme storiche, politiche, artistiche, economiche, filosofiche, religiose, ma anche scientifiche e matematiche. Spengler grazie alla sua cultura ampia e “multiscientifica” riesce ad analizzare e trattare ciascun argomento con esemplare rigore.

    Nella seconda parte egli applica quest’approccio tracciando una storia comparata e assolutamente relativistica delle otto civiltà (egizia, mesopotamica, cinese, indiana, classica, mesoamericana, araba, occidentale), mettendo in luce sia come le loro espressioni siano frutto della propria anima (quasi rovesciando il concetto marxista di struttura e sovrastruttura dall’ambito economico a quello spirituale), sia come seguano tutte un medesimo paradigma di sviluppo, in cui i punti più importanti sono:

    a) l’opposizione, centrale alla cultura tedesca moderna, tra la Kultur (espressione della vita, dell’essere, della fede e del misticismo, della campagna, della nazione, della razza) e la Zivilisation (espressione dello spirito, dell’essere-desto, della letteratura e dello sterile e intellettualistico razionalismo, della metropoli, del cosmopolitismo e della massa);

    b) il concetto di razza, come precisamente radicata a un territorio e plasmata dagli eventi storici, ben diversamente dunque da una concezione razzialista che leghi il concetto di razza alla biologia (prima frenologica, ora genetica) o ponga questo alla base dell’agire storico.

    Secondo Spengler, la nostra Kultur si sarebbe esaurita con la Rivoluzione Francese e Napoleone analoghi di Alessandro Magno e dell’Ellenismo, dando inizio alla Zivilisation. Noi ci troveremmo ora ad essere dominati dall’economia e dal denaro, mentre si diffonderebbe, come un revival religioso (“Seconda religiosità” la chiama Spengler), il socialismo. Tuttavia è destino ed è necessità storica, che l’unica forza che può ribellarsi e vincere il denaro, il sangue, si sollevi contro la situazione attuale, facendo appello al riemergere d’istinti più primitivi. L’epoca che si schiude a noi sarà quella del Cesarismo, ovvero del dominio di grandi figure che sottometteranno di nuovo l’economia alla politica, lottando tra di sé per il possesso del mondo intero. Queste figure però insieme all’esercizio di un potere illimitato sentiranno anche il dovere di prendersi cura del mondo e delle popolazioni («Il popolo ha un unico diritto: quello di essere governato bene»). L’azione in questo senso è necessaria, proprio perché voluta dal destino.

    In Italia, il giudizio di Croce stronca subito Spengler come un «dilettante», mettendo fuori discussione la pubblicazione de Il tramonto dell’Occidente. Tuttavia, alcuni scritti politici furono pubblicati lo stesso all’inizio degli anni ‘30, per via dell’ammirazione di Spengler per Benito Mussolini, il quale a sua volta lesse, apprezzò e fu ispirato dal filosofo tedesco, il quale vedeva in lui un Cesare (diversamente da Adolf Hitler, che Spengler considerava invece un «fesso»).

    Dopo la guerra Spengler era caduto in disuso, anche in Germania, per via del suo pessimismo. In Italia fu rilanciato da un altro grande filosofo, a suo tempo definito da Gottfried Benn lo “Spengler italiano”: Julius Evola. Egli tradusse e pubblicò per Longanesi nel 1961 Il tramonto dell’Occidente, nonostante non condividesse in toto le idee di Spengler, di cui anzi critica ampiamente l’impostazione e la forma mentis, come spiega nell’introduzione all’opera e nella sua autobiografia Il cammino del cinabro. Si rendeva conto, tuttavia, dell’impatto rivoluzionario dell’opera e provvide a promuoverla in Italia, diffondendo la conoscenza di Spengler all’interno della cultura di Destra. Molto apprezzato dagli ambienti della Nuova Destra italiana negli anni ’80, Spengler ha conosciuto a partire dal 1991 una sorta di Renaissance culturale, grazie anche ad intellettuali quali Marcello Veneziani e Stefano Zecchi, che rilanciarono anche in campo accademico gli studi.

    AVGVSTO: Il Tramonto dell’Occidente


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 08-12-09 alle 16:05

  2. #2
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    Predefinito Rif: Oswald Spengler



    L’occidente tramonta ancora

    di Francesco Boco


    Longanesi, con magnifico tempismo, ha ristampato e rimesso in commercio l’opera capitale di Oswald Spengler, Il Tramonto dell’Occidente (Longanesi, 50€, trad. di J. Evola). Il tempismo è da intravedersi nel fatto che nel momento attuale, in cui l’Europa si trova in bilico tra rinnovarsi o cessare d’esistere, un po’ di sano scetticismo e di teutonico realismo non possono che essere d’aiuto a comprendere gli eventi futuri.

    Uscita in due momenti, tra il 1918 e il 1922, l’opera è un enorme compendio di morfologia della storia mondiale. Sulla scia delle filosofie della storia di Vico e Hegel, Spengler delinea un gigantesco affresco di 1400 pagine in cui tra parallelismi e “sincronismi” di forme storiche dimostra l’ineluttabile prossimo declino ed estinzione della civilizzazione euro-occidentale. Quando uscì fece enorme scalpore in Germania, scatenando una vivace polemica tra chi accusava l’autore di dilettantismo e pessimismo, e chi invece si auto eleggeva suo devoto. Ernst Jünger e molti altri esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca, da Moeller van den Bruck a Gottfried Benn, lessero e studiarono il Tramonto, venendone irrimediabilmente segnati nella propria visione del mondo. Jünger, che lesse il primo dei due volumi dell’opera durante un ricovero per delle ferite di guerra, fondò, soprattutto criticamente, la sua opera principale L’Operaio (Guanda) su un linguaggio e un’impostazione debitrici alla prospettiva spengleriana; ancora nel più recente Al muro del tempo (Adelphi) la figura di Spengler fa capolino in quella di un eccentrico studioso di storia.

    «Capire la storia vuol dire essere un conoscitore dell’uomo in senso superiore», con questa frase lapidaria si potrebbe riassumere il metodo di studio adoperato dall’autore nel tratteggiare la storia mondiale. Non metodi scientifici e accademici, non citazioni e “prove certe”, ma istintiva certezza, profondità di sguardo e sicuro radicamento danno allo Spengler la capacità di vedere le cose come stanno realmente. Non si interessa delle “verità”, sempre astratte nel loro universalismo, ma dei fatti storici e concreti, i soli che davvero valgono in politica e nella lotta tra i popoli. Il filosofo tedesco vuole porsi al disopra della materia studiata, con l’occhio di un dio riassume le forme storiche delle otto civiltà superiori da lui individuate, soffermandosi su ciò che ritiene più significativo, sugli aspetti rivelatori della loro anima profonda.

    Un metodo che ha in realtà attirato numerose critiche, visto il rischio eccessivo di riassumere la storia di una civiltà in pochi aspetti e di perderne i particolari o altre componenti rilevanti. Per Spengler tutto ciò è inutile parlarsi addosso, perché, come torna a ribadire, non il razionalismo, ma solo le idee senza parole possono animare uno sguardo sicuro sulla realtà in divenire.

    L’opera in Italia venne tradotta soltanto nel 1957 da Julius Evola, che non mancò di criticarne relativismo e romanticismo, per conto di Longanesi. Ma già durante il Ventennio il prof. Vittorio Beonio-Brocchieri su invito diretto di Benito Mussolini tradusse il vigoroso testo politico Anni della decisione (Edizioni di Ar), avendo precedentemente scritto dello Spengler in un bel testo a lui dedicato nel 1928.

    È ormai nota la distinzione in due epoche storiche in cui si sviluppano le forme storiche, tra la civiltà e la civilizzazione, tra la creativa vitalità iniziale e l’infeconda disgregazione interna finale, corrono mediamente 1000 anni di costruzioni politiche, di guerre per la potenza, di conquiste tecnologiche e infine l’ampliarsi delle cosmopoli, informi alveari in cui a regnare non sono la politica e il radicamento contadino o industriale, ma il denaro senza patria, che tutto livella e appiattisce.

    Gli Stati, le civiltà superiori, cioè le civiltà storiche, vengono a più riprese descritte dallo Spengler come delle piante. È dall’attività agricola che hanno inizio tutte le formazioni storiche umane. «Si mettono radici nel suolo stesso che si è coltivato. L’anima dell’uomo scopre un’anima nel paesaggio; si annuncia un nuovo sentire, una nuova connessione dell’esistenza con la terra». Come una pianta la civiltà mette radici in un suolo, cresce e si sviluppa radicandosi e dandosi una forma, spezzando le avversità della natura e portando a compimento la propria anima autentica. Dalla figura del contadino si passerà poi, nella fase più vitale, alla nobiltà, che ne rappresenta la naturale conseguenza e che riveste il ruolo di guida e custode delle tradizioni. Ma con lo sviluppo dei commerci e l’estensione delle città, il destino diverrà chiaro nell’inevitabile declino, cioè nell’esaurirsi della spinta creativa di un’anima e nel disseccarsi delle radici della pianta. Distolti dalla vita autentica, ci si concentra sul divertimento fine a se stesso, ci si lascia andare ad una placida tranquillità, definita sprezzantemente da Spengler come “vita da fellahim”, l’esistenza da senza-storia. Individui troppo deboli per accettare la sfida della storia che si adagiano in una sopravvivenza ripetitiva e senza più traguardi.

    L’autore annuncia che, come per le civiltà prima di essa, anche quella faustiana euro-occidentale si sta avvicinando all’inesorabile fine. L’incessante tendere all’infinito e l’operosità storica faustiana d’altronde comprendono nel proprio destino una fine di tal specie. Ma le accuse di pessimismo sembrano davvero affrettate, perché non tutto sembra perduto, ancora una possibilità di vita e storia si cela in alcuni individui dalle particolari capacità.

    Benedetto Croce, da buon napoletano, quando lesse il Tramonto fece gli scongiuri e lo tenne ben lontano da sé, lo stesso Beonio-Brocchieri parve non compiacersi dello scetticismo prussiano del nostro e pure in Germania vi fu chi lo tacciò di disfattismo e non volle prepararsi alla crisi che veniva. In realtà il realismo spengleriano aveva colto nel segno, preannunciando una decadenza che si celava fin nel nome dell’Occidente: Abend-landes, terra del tramonto. Tuttavia prendere coscienza del destino della propria civiltà non significa, per Spengler, lasciarsi andare e seguire placidamente il corso della corrente, ma se necessario, marciare con essa per superare finalmente la fase finale e preparare un nuovo inizio. «L’attitudine che prospetta, se comporta il sacrificio eroico dell’”occidentale” che è in noi, è anche garanzia di una nuova aurora riguardante ciò che, in noi, è già oltre “l’Occidente egualitario”». (G. Locchi, Definizioni, SEB,18€).

    Già il finale della monumentale opera oggi ripubblicata anticipa il tema del cesarismo su cui si concentrerà soprattutto il già citato Anni della decisione. Secondo il filosofo dunque la fase finale di una civilizzazione si appella al vigore di uomini straordinari affinché possano traghettare ciò che non ha più forma oltre il punto zero destinale. Sono individui astuti e capaci, che sul modello del Cesare romano sanno utilizzare denaro, diplomazia e forza ai propri scopi, cioè al fine di rigenerare la storia, rompere con il mito incapacitante e debole delle “sorti magnifiche e progressive”, la fine astorica dei fellah, per imprimere un nuovo corso con lungimiranza e perseveranza.

    Mentre alcuni indicano nella tecnica la massima espressione del dramma della storia, intesa come violenza e “alienazione”, Spengler insiste sull’uomo d’eccezione, sul genio politico dalle sovrumane capacità, in grado di piegare le avversità e stringere nelle proprie dita un destino vivificante di potenza. Dove altri vedono un pericolo, il filosofo tedesco vede una possibilità destinale, una minaccia che salva: «il pericolo non sta per l’autore in un eccesso di tecnica, ma nella fuga dalla tecnica. Il pericolo non è costituito dalla grande città e dal quadro del mondo che a questa si accompagna, ma dalla fuga da questo, dalla stanchezza dell’Occidente di procedere oltre, non dall’oltraggio ma dal timore di commetterlo» (così L. Arcella in Morfologia economica, Settimo Sigillo, 8,00 €). Accettare il proprio destino significa già intravedere i primi raggi dell’aurora; perché chi viene costretto dal destino rovina, chi ad esso si adegua e ne comprende il ritmo e il tono ha la lucidità necessaria a superare il punto zero.

    Il Tramonto dell’Occidente è un’opera enorme che incute timore al lettore impreparato. In passato sarà capitato a molti di sentirsi sconsigliare l’intera lettura del testo, troppo lungo ed eccessivamente prolisso. Non sono però sufficienti le “introduzioni a” – tra cui si segnalano per efficacia quella di Adriano Romuladi e quella di Domenico Conte – per farsi un’idea compiuta della ricchezza e della suggestività di cui sono pervase le molte pagine del libro. Non è tempo perso studiare e conoscere con attenzione il pensiero epocale di uno dei pochi autori che davvero hanno segnato il secolo passato e che oggi può tornare a parlarci, nonostante oblio e infingimenti. Non ci sono altri libri dallo stesso titolo che possano guardare ad esso con credibilità e dignità, poiché il capolavoro spengleriano si erge ancor oggi come un inquietante monolito di marmo a ricordarci che c’è chi ci aveva avvisati, chi ci aveva indicato una via di uscita.

    Il consiglio è dunque quello di riprendere in mano questo lavoro straordinario, con la certezza che il tempo speso sarà ripagato da una maggiore profondità di sguardo, da una sensibilità istintiva più viva e sicura, come pure da una capacità accentuata di cogliere i colori e le forme del tramonto per volgersi a quelle del nuovo inizio. È un libro che parla di Europa, è un libro che parla di noi.

    Fondo Magazine|Spengler. L'occidente tramonta ancora


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 16-12-10 alle 11:50

  3. #3
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    Predefinito Rif: Oswald Spengler



    Europa. Una crisi decisiva?

    di Francesco Boco


    Anni della decisione di Oswald Spengler venne pubblicato nell’agosto 1933 e può essere a tutti gli effetti considerato uno dei documenti più vigorosi della polemica conservatrice col nazionalsocialismo. In questo suo importante scritto politico, il filosofo del Tramonto rilegge la condizione politica presente e futura alla luce della ricostruzione storica operata nel suo libro maggiore. Anni decisivi richiedono uomini in grado di decidere.

    Già nelle battute finali del suo capolavoro l’autore preannunciava l’inizio, con la fase terminale di civilizzazione, dell’era dei Cesari. Quando il denaro prende il sopravvento e le società si sgretolano, allora si apre lo spazio per la decisione di uomini d’eccezione, in grado di dominare e guidare il loro tempo. «Lo spirito degli ordini cavallereschi supererà il vichinghismo avido di preda. La grande forma politica della civiltà essendo irrevocabilmente dissolta, i capi futuri potranno anche regnare sul mondo come su di una loro proprietà privata; ma questo loro potere informe e illimitato implicherà altresì un compito, quello di una instancabile cura per questo mondo, il che costituirà l’opposto di tutti gli interessi dell’epoca dell’egemonia del danaro ed esigerà un alto sentimento dell’onore e del dovere. Appunto in relazione a ciò si verrà ad una lotta finale fra la democrazia e il cesarismo, fra i dirigenti di una economia finanziaria dittatoriale e la volontà puramente politica di ordine dei Cesari»(TdO, p. 1343). [È significativo il richiamo di Proudhon, in negativo, a un'era dei Cesari che sarà la naturale conseguenza di un "governo diretto" che verrà dopo l'abbattimento delle vecchie autorità.]

    Anni della decisione riprende da dove la conclusione del Tramonto aveva lasciato il discorso, così come per altri versi Prussianesimo e Socialismo può essere considerato la naturale prosecuzione della Prima Parte.

    L’Occidente si è perduto. Ha perduto la sua forza interna, e ha sprecato le sue energie nell’imperialismo e nel colonialismo, conducendo politiche poco attente e finendo col non essere più capace di tenere sotto il suo controllo le popolazioni conquistate. L’Europa, che qui corrisponde per Spengler all’Occidente faustiano, ha dato un pessimo spettacolo con la Prima Guerra Mondiale, in cui il mondo ha conosciuto la debolezza delle vecchie nazioni, e durante la quale potenze “di colore” come Russia e Giappone hanno fatto la loro entrata nella politica internazionale.

    Alle nazioni non occidentali, sino a quel momento timorose della potenza incontrastata dell’uomo europeo, si è presentata una realtà molto differente: l’Europa è debole e, ferita da una guerra fratricida, non ha più la volontà di confermare il suo ruolo nella grande politica. «Sembra che l’Europa occidentale abbia perduto il suo significato determinante, ma così sembra solo se si prescinde dalla politica. L’idea della Kultur faustiana è nata qui. Qui essa ha le sue radici, e qui riporterà l’ultima vittoria della propria storia – o soccomberà rapidamente. Le decisioni, ovunque possano cadere, avvengono per volere dell’Occidente: ma per la sua anima, non per il suo denaro o per la sua fortuna. Al momento però la potenza è confinata nelle aree marginali, verso l’Asia e l’America» (Anni della decisione, Ed. Ar, p. 65). L’ultima speranza per un ultimo slancio di vigore nella politica mondiale viene dunque dai Cesari, da capi politici dallo sguardo penetrante e dall’istinto sicuro, profondi conoscitori del loro tempo e delle sfide del destino. Questi sono, per Spengler, uomini del destino.

    Queste personalità d’eccezione si trovano in una situazione nazionale e internazionale di grande pericolo. All’interno, le politiche parlamentari e partitiche hanno elargito diritti alle classi operaie, indebolendo il tessuto sociale e dando avvio alla prima minaccia che grava sull’Occidente, la rivoluzione mondiale bianca. Essa è eccitata dalla dottrina marxista e dal mito della lotta di classe, col suo egoismo finisce però col danneggiare la nazione, smantellando e disconoscendo il vero socialismo, quello prussiano, che non contempla alcuna lotta di classe e alcun individualismo, ma chiede a ognuno di svolgere il proprio compito in silenzio, consapevole che vi è un lavoro direttivo ed uno esecutivo: c’è chi comanda e chi obbedisce.

    Contro le proteste operaie, lo smarrimento e l’incapacità della politica di fronte a questi moti rivoluzionari non esiste alcuna mediazione possibile, non si devono avere rimpianti per il passato, ma avere la freddezza di comprendere i tempi e adeguarvisi. «Non è più il tempo della nostalgia, ma quello della distruzione. Gli ultimi due secoli, tutto questo panorama irto di contrasti e di conflitti interni egli amerebbe vederlo sparire in un colpo, nei vortici di catastrofi purificatrici, per saperlo sostituito dallo spazio se non altro semplice ed essenziale di rapporti cesaristici» (D. Conte, Catene di civiltà).

    Ma il pericolo viene anche dall’esterno, vi è anche una rivoluzione mondiale di colore che minaccia l’Europa occidentale e ciò che resta della sua civiltà. Lo spettacolo delle guerre intestine all’Occidente non ha fatto che dare maggior sicurezza a popoli sino ad allora impauriti e sottoposti alla ferma mano europea. Dopo Cecil Rhodes non si è più espressa alcuna vera volontà di conquista, alcuna seria capacità di governo. Russia, Cina e Giappone si affacciano sulla politica mondiale e rappresentano la testa di ponte dei “popoli di colore” che attentano alla supremazia storica dell’uomo “bianco”. «Mossa dal suo irrefrenabile “impulso (Drang) alla lontananza infinita”, l’”umanità bianca” sarebbe destinata a perdersi in ogni direzione e al suo interno» (F. M. Cacciatore). Il pacifismo europeo induce popoli prima soggetti ad alzare la testa, e la conoscenza di tecnologie sino ad allora di sola competenza dell’uomo europeo finiscono, per sua inettitudine e poca lungimiranza, nelle mani delle masse di fellahim che le utilizzeranno al solo scopo di vendicarsi del vecchio giogo. I “popoli di colore” non sono dunque altro che tutti i popoli extraeuropei, di qualsiasi colore abbiano la pelle, uniti nell’intento di rovesciare il vecchio primato dell’uomo faustiano su di loro. L’uomo “bianco” ha tradito prima di tutto se stesso, regalando senza troppe preoccupazioni le sue armi e le sue tecnologie a popoli che senza alcuna remora gliele ritorceranno contro.

    «I popoli bianchi sono decaduti dal rango egemonico di un tempo. Se oggi trattano là dove ieri comandavano, domani dovranno lusingare per poter trattare. Essi hanno perduto la consapevolezza della naturalità, dell’ovvietà della loro potenza – e nemmeno se n’accorgono. [...] Per la prima volta dopo l’assedio di Vienna da parte dei Turchi, la razza bianca è di nuovo costretta sulla difensiva. Essa dovrà porre grandi forze – sotto il profilo sia morale che militare – nelle mani di grandissimi uomini, se vorrà superare il primo poderoso assalto, che non si farà attendere a lungo» (Anni della decisione, p. 177). Il tono della scrittura spengleriana è qui vigoroso e polemico, e a prima vista trasmette l’idea di trovarsi al cospetto di un vecchio conservatore che rimpiange il tempo in cui l’uomo “bianco” era padrone del mondo. In realtà la filosofia politica spengleriana non può essere disgiunta dalla sua morfologia della storia e neppure dalla visione del mondo che essa sottende.

    Il disprezzo di Spengler non va dunque tanto a quei “popoli di colore” che minacciano la civiltà occidentale nel suo tramonto, quanto piuttosto a quegli stessi uomini europei che hanno dimenticato chi sono e non sanno più comprendere i tempi né accettare le sfide a cui il destino ancora li chiama. Proprio l’uomo faustiano, caratterizzato da un innato impulso storico sceglie di rinunciare alla sua animità. «Sono dunque anni decisivi per l’Europa occidentale, dice Spengler, perché la fine della sua esistenza storica si approssima a causa delle stesse scelte fatte nel passato.» È dunque destino e in quanto tale si può comprenderlo e seguirlo oppure attendere impotenti la fine.

    L’Occidente che Spengler ha davanti ai suoi occhi è un mondo che non vuole più vivere, che alle masse di proletari e di “colore” risponde con la sterilità di un egoismo senza figli e senza eredità, che ai sommovimenti che lo minacciano risponde col pacifismo e l’incapacità politica. Perciò il suo monito si rivolge all’Europa e, in primo luogo, alla Germania stessa, perché vi è ancora storia possibile, perché c’è ancora spazio per una decisione e per la volontà. «La fase finale della civiltà occidentale sarà signoreggiata da un ricorso cavalleresco coagulatesi nella forma del “socialismo prussiano” o del ritornante “cesarismo”» (L.Giusso).

    Oggi che non si parla d’altro che di “crisi”, ritornare a leggere Oswald Spengler non è impegno inutile. Come si può vedere da una rapida incursione in uno dei suoi più importanti saggi politici, il filosofo tedesco aveva già prefigurato molti dei problemi decisivi che oggi si pongono con grande insistenza all’Europa. Da una crisi di tali dimensioni, vuole dirci Spengler, non si esce stando alla finestra, osservando e sperando che passi in fretta: è solo l’atto sovrano che decide, che spezza gli indugi, ad aprire nuove prospettive. Certo chi si assume responsabilità di questo tipo, specie in una condizione di grande precarietà, corre il rischio di commettere errori. Ma già il fatto che una persona tenti di stringere il timone e di guidare la nave fuori della tempesta non è da ascriversi al mero caso e ha senza dubbio un qualche significato storico. Si tratti di accelerare e portare al suo apice la crisi oppure di preparare una rigenerazione storica; in entrambi i casi assolve, consapevolmente o no, a un compito. Se oggi si sente tanto parlare di neocesarismo è perché la condizione storica, col materiale umano di cui può disporre, va in una precisa direzione e richiede un certo tipo di agire. In un contesto siffatto l’osservazione e l’analisi devono farsi sempre più precise.

    Fondo Magazine|Europa. Una crisi decisiva?


    carlomartello
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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    La metafisica speculativa, dimostrata o ritenuta dimostrata, è mera filosofia o erudizione. Noi qui intendiamo invece una metafisica vissuta, l'inconcepibile come certezza, il sovrannaturale come avvenimento reale, il vivere in un mondo non tangibile eppure vero. Non è in modo diverso che Gesù visse, in ogni istante. Egli non era un predicatore moralizzante. Veder nella dottrina morale lo scopo ultimo della religione significa non conoscere che cosa essa sia: ciò è da diciottesimo secolo, è "illuminismo", è filisteismo umanistico. E' blasfemo attribuire a Gesù intenzioni sociali. I suoi detti propriamente morali, quelli che non gli sono stati semplicemente attribuiti, mirano soltanto all'edificazione spirituale. Non contengono nessuna dottrina nuova. Fra di essi si trovano proverbi che allora ognuno conosceva. La sua dottrina era esclusivamente l'annuncio delle cose supreme, l'imagine delle quali riempiva di continuo il suo spirito: l'imminenza dell'èra nuova, l'avvento dell'inviato celeste, il giudizio alla fine dei tempi, un nuovo cielo e una nuova terra. Egli della religione non aveva altro concetto, né può averlo ogni epoca che abbia una vera vita interiore. La religione è in tutto e per tutto metafisica, trascendenza, esser desti in un mondo in cui la testimonianza dei sensi illumina soltanto l'esteriorità; religione è vivere in e col sovrasensibile, e ove la forza necessaria per un tale esser desti o, almeno, quella necessaria per credere in esso manchi, la vera religione finisce. Il mio regno non è di questo mondo - solo chi sa misurare tutto il peso di un tale concetto può capire i detti più profondi di Gesù. Solo le epoche tarde, cittadine, non più capaci di simili orizzonti, adattano una religiosità residuale al dominio della vita esteriore sostituendo alla religione vera sentimenti e inclinazioni umanitarie, ponendo la predica moralistica e l'etica sociale al posto della metafisica. In Gesù si trova esattamente il contrario: "Date a Cesare ciò che è di Cesare" - vuol dire: conformatevi alle potenze che reggono il mondo della realtà, subitele e non domandatevi se esse siano "giuste". Ciò che importa è solo la salute dell'anima. "Guardate i gigli della valle" - vuol dire: non curatevi della ricchezza né della povertà. L'una vincola quanto l'altra l'anima alle cure di questo mondo. "Non si può servire Dio e Mammona" - con Mammona s'intende tutta la realtà. E' banale e vile interpretare tali esigenze così che ne vada perduta tutta la grandezza Gesù non avrebbe fatto differenza di sorta fra il lavorare per il proprio arricchimento e il lavorare per le comodità sociali di "tutti". Se egli ebbe un terrore per la ricchezza e se la comunità cristiana originaria di Gerusalemme, che era un severo ordine ascetico e non un club socialista, condannò la proprietà, in ciò devesi vedere quanto vi è di più opposto ad ogni "sentire sociale": tali attitudini non procedevano dall'idea che la situazione in cui ci si trova nella vita esteriore è tutto, ma da quella che essa è nulla, non dall'apprezzare esclusivamente la vita comoda nell'aldiqua, ma dall'assoluto disprezzarla. Senonché deve pur esservi qualcosa di fronte a cui ogni felicità terrena diviene un nulla. E', di nuovo, la differenza che corre tra Tolstoi e Dostoevskij. Tolstoi, spirito cittadino occidentalizzante, in Gesù ha visto soltanto un banditore dell'etica sociale e come tutto l'Occidente "civilizzato" il quale può sì ammettere una ripartizione dei beni ma non la rinuncia ad essi, ha ridotto il cristianesimo ad un movimento di rivoluzione sociale, per mancanza di sensibilità metafisica. Dostoevskij, che era povero, ma che in alcuni momenti fu quasi un santo, non ha mai pensato a riforme sociali - che avrebbe guadagnato l'anima dall'abolizione della proprietà privata?
    Oswald Spengler, Il Tramonto dell'Occidente, Guanda, pp. 969-971
    Ultima modifica di Malaparte; 08-12-09 alle 16:26
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  5. #5
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    I cosmopoliti nati e i fanatici della pace mondiale della riconciliazione dei popoli - nella Cina degli stati in lotta, nell'India Buddhistica, nell'ellenismo e al giorno d'oggi -sono i capi spirituali del fellachismo. Panem et circenses - questa non è che un'altra formulazione del pacifismo. Un elemento antinazionale è sempre esistito nella storia di tutte le civiltà, si sappia o no della sua esistenza. Il pensiero puro, rimesso soltanto a sè stesso, è stato sempre estraneo alla vita ed ostile alla storia, antiguerriero, senza razza. [...] per diversi che siano questi casi [...] la volontà di potenza è sopraffatta da una tendenza, i cui rappresentanti sono spessissimo uomini privi di istinti originari ma tanto attaccati alla logica, uomini i quali si trovano a proprio agio in un mondo di verità astratte, di ideali e di utopie: spiriti libreschi che credono di poter sostituire la realtà alla logica, alla potenza dei fatti una giustizia astratta, al destino la ragione. [...] Nella "storia dello spirito" essi hanno una posizione eminente: fra di essi si trova una lunga serie di nomi celebri, ma dal punto di vista della storia reale essi rappresentano qualcosa di inferiore.
    «Puoi togliere il selvaggio dalla foresta, ma non puoi togliere la foresta dal selvaggio.»
    Paolo Sizzi

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Aristocle Visualizza Messaggio
    Oswald Spengler, Il Tramonto dell'Occidente, Guanda, pp. 969-971
    Stupendo sto passo..

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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Europa. Una crisi decisiva?

    di Francesco Boco


    (...) I “popoli di colore” non sono dunque altro che tutti i popoli extraeuropei, di qualsiasi colore abbiano la pelle, uniti nell’intento di rovesciare il vecchio primato dell’uomo faustiano su di loro. L’uomo “bianco” ha tradito prima di tutto se stesso, regalando senza troppe preoccupazioni le sue armi e le sue tecnologie a popoli che senza alcuna remora gliele ritorceranno contro.

    «I popoli bianchi sono decaduti dal rango egemonico di un tempo. Se oggi trattano là dove ieri comandavano, domani dovranno lusingare per poter trattare. Essi hanno perduto la consapevolezza della naturalità, dell’ovvietà della loro potenza – e nemmeno se n’accorgono. [...] Per la prima volta dopo l’assedio di Vienna da parte dei Turchi, la razza bianca è di nuovo costretta sulla difensiva. Essa dovrà porre grandi forze – sotto il profilo sia morale che militare – nelle mani di grandissimi uomini, se vorrà superare il primo poderoso assalto, che non si farà attendere a lungo» (Anni della decisione, p. 177). Il tono della scrittura spengleriana è qui vigoroso e polemico, e a prima vista trasmette l’idea di trovarsi al cospetto di un vecchio conservatore che rimpiange il tempo in cui l’uomo “bianco” era padrone del mondo. In realtà la filosofia politica spengleriana non può essere disgiunta dalla sua morfologia della storia e neppure dalla visione del mondo che essa sottende.

    Il disprezzo di Spengler non va dunque tanto a quei “popoli di colore” che minacciano la civiltà occidentale nel suo tramonto, quanto piuttosto a quegli stessi uomini europei che hanno dimenticato chi sono e non sanno più comprendere i tempi né accettare le sfide a cui il destino ancora li chiama. (...)
    .


    carlomartello
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    L’Islam e la conquista demografica dell’Europa.

    Tra meno di vent’anni in Europa il numero dei musulmani potrebbe aver superato quello dei cattolici. Tra meno di sette saranno la seconda confessione religiosa, e tra mezzo secolo gli islamici europei equivarranno quasi a quanti ve ne sono oggi nel mondo. Tutto ciò accadrà anche solo mantenendo invariati, su tassi odierni, il flusso di immigrati dall’esterno e l’indice di natalità della comunità islamica già residente. Complice il contemporaneo calo della popolazione europea autoctona, dovuto al calo delle nascite. Questi dati, che definire sorprendenti è poco, si desumono da un’elaborazione dei rapporti del centro continentale più prestigioso in materia di statistiche sull’Islam, l’Istituto centrale archivi islamici di Soest (Germania). E delineano gli inquietanti contorni di un nuovo tipo di «bomba» islamica, quella demografica [...]
    Le premesse per una conquista del moderno Occidente cristiano ad opera di una civilizzazione culturalmente ferma al 14° secolo della sua storia, ci sono tutte. Qualcuno come Oswald Spengler (celebre autore de Il tramonto dell’Occidente), l’aveva previsto già che non sarebbe stata una rivincita cruenta, o perlomeno non solo. La crisi del primo mondo si sarebbe appalesata sotto forma di stordimento edonistico e conseguente globalizzazione meticcia. Un corpo sano si mantiene giovane, autonomo e attivo, spiegava il filosofo. Fuor di metafora: una nazione solida procrea, lavora e si difende dal contagio di elementi intrusi, o li colonizza a sua volta imponendo i propri valori. Precisamente ciò che l’Europa di oggi ha rinunciato a fare, porgendo il fianco a una contro colonizzazione lenta ma inesorabile. Anche la romanità si sciolse sotto la spinta delle invasioni demografiche e culturali dei barbari di allora...


    (Francesco Ruggeri 23/11/2005)


    carlomartello
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    Predefinito Rif: Oswald Spengler

    Presto mi procurerò un pò tutta la bibliografia di questo grande autore. Partirò da "Anni della Decisione" e "Il Tramonto dell'Occidente". hefico:
    Ultima modifica di carlomartello; 16-12-10 alle 12:22

  10. #10
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    Se faccio il bravo, per natale mi regalo tutte le opere.

 

 
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