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Discussione: Friedrich Nietzsche

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    Predefinito Friedrich Nietzsche

    Friedrich Nietzsche



    Un cammino isolato e tragico
    Friedrich Nietzsche nacque nel 1844, nel villaggio di Röcken, in Sassonia, la regione di Lutero e il luogo di irraggiamento della Riforma. Ciò va premesso, perché, in primo luogo, il cristianesimo protestante fortemente interiorizzato e risentito, avrà vasta eco nella vita spirituale del Nostro, e in secondo luogo perché, a differenza della nostra epoca scristianizzata e tollerante, nella Germania dell’Ottocento (come nella Danimarca del primo quarto del secolo per Kierkegaard), provinciale e Bieder (vedi qui e qui per la particolare flessione semantica attribuita da N. al termine bieder), ossia piccolo-brghese e filistea per usare un termine caro a Nietzsche, le confessioni religiose, e quella protestante innanzi tutto, ancora in nettissima contrapposizione al cattolicesimo, segnavano le proprie stimmate nelle carni prima che nello spirito delle persone in genere, e ancor più degli intellettuali, soggetti che maneggiano le idee, ossia gli stessi propellenti mentali delle religioni.

    Gli vengono assegnati dal padre, pastore luterano – altra stimmata - gli stessi nomi del re di Prussia, Federico Gugliemo IV, monarca che cinque anni dopo non accetterà la corona imperiale, perché questa gli veniva proposta da una delegazione che agiva “in nome del popolo”, in uno scorcio della Rivoluzione europea del ’48 che cercava ancora il consenso dei sovrani. Più tardi, Nietzsche insorgerà contro lo spirito nazionalistico che accompagnerà il processo unitario della Germania conclusosi nel 1871.

    Fin dall’età di cinque anni, il bambino, orfano di padre, è posto sotto la tutela delle donne di casa: la nonna paterna, sua madre e le due zie che lo educano in un’atmosfera d’austerità, se non d’ascetismo, ma anche di perfezionamento culturale. Comincia i suoi studi alla scuola luterana ed umanista di Pforta, in Turingia, dove ha i primi contatti con la civilizzazione culturale della Grecia e di Roma sotto la disciplina di una scuola ben ordinata: «Questa costrizione quasi militare che, destinata ad agire sulla massa, tratta l’individuo in modo freddo e superficiale, mi ha ricondotto a me stesso», scriverà.
    Nel 1864 si iscrive allafacoltà di teologia all’università di Bonn, ma è soprattutto attirato dagli studi di filologia, che il suo insegnante, dott. Ritschl, non limitava alla semplice storia di forme di letterarie ma che estendeva allo studio generale dei sistemi di pensiero e delle istituzioni.

    Da Wagner alla “gaia scienza”
    Nel 1865, la scoperta della filosofia pessimista di Schopenhauer quindi l’incontro con Wagner nel 1868, sconvolgono i suoi primi riferimenti, di cui intraprenderà l’analisi: l’interrogazione sulle origini ha avuto sempre la preminenza in lui rispetto all’inventario critico dei lasciti intellettuali. L’interesse di Nietzsche per la genealogia pone il problema determinante per lui delle relazioni intercorrenti tra tradizione ed innovazione, suo tratto mentale ambivalente non cessando di confliggere, nel suo pensiero, la violenza di una volontà distruttrice dei valori tramandati col fascino subìto dai legami ancestrali.
    Consumata la rottura con il cristianesimo, ottiene, nel 1869, una cattedra di filologia a Basilea. Nel 1872, nella Nascita della tragedia, inverte la prospettiva tradizionale sulla cultura greca, sostenendo che la tragedia, come la musica, è prodotta dallo spirito dionisiaco, misterioso e irrazionale, e non dallo spirito apollineo, simbolo della luce e dell’armonia, che l’Occidente ammira invece come qualità preminente della Grecia antica. Il libro, frutto di un grecista innamorato, è molto criticato dagli ambienti universitari, mentre Wagner ne farà l’elogio. La Nascita della tragedia si offre come il primo contributo alla critica di Socrate - l’ "inventore" del concetto e della razionalità occidentale - che Nietzsche si proponeva fin da quest’epoca di condurre a termine, ma, allo stato, la critica è ancora in gran parte tributaria di aspirazioni estetiche e nazionalistiche più che propriamente critico-filosofiche, anche se nel suo pensiero sarà sempre difficile distinguere le istanze estetiche o mitico-poetiche da quelle più propriamente speculative. Nietzsche in quest'epoca riconosce infatti in Wagner l’incarnazione del genio greco.

    Nel 1873, Nietzsche compone un elogio di Wagner in una delle sue Considerazioni inattuali, ma, già nel 1876, rompe con il musicista, che guarda ormai come un essere superficiale ed il principale rappresentante dell’arte tedesca che egli comincia ad esecrare. Nel 1878, Nietzsche pubblica, “in memoria di Voltaire per il centesimo anniversario della sua morte”, Umano, troppo umano. Dopo Cristo e Socrate è la volta del distacco dal Geist tedesco e l’abbordaggio dell’esprit francese. Composto da più di millecinquecento aforismi, questo “libro per spiriti liberi” sigilla la rottura di Nietzsche con il “volontarismo morale di Schopenhauer” ed il “romanticismo incurabile di Richard Wagner”, e si instrada, piuttosto, nel solco dei grandi "moralistes" francesi, ossia i più grandi studiosi, fino ad allora, dei costumi e delle passioni dell'uomo. In Ecce Homo, Nietzsche scriverà che è dalla Nascita della tragedia “che datano le grandi esperienze” legate al nome di Wagner, pervenendo a considerare il suo primo lavoro come un “libro sospetto” (Saggio di autocritica, 1886): sospetto - agli occhi di Nietzsche - di “wagneirismo”, ma anche - e questa volta in un senso positivo - perché poneva la conoscenza “come fatto problematico e sospetto”. Nietzsche aveva aperto infatti in quel libello, nei continui riferimenti polemici rivolti a Socrate, la polemica contro una conoscenza acquisitiva, concettuale, razionalistica che egli cominciava a rifiutare.
    Wagner non risponderà alle critiche di Nietzsche, e quest’ultimo si spingerà a rendere pubblica la sua preferenza per la musica di Bizet, pur scrivendo ai suoi amici in privato che non occorre “prenderla sul serio”.

    All’inizio degli anni ‘70, Nietzsche si lega d’amicizia con Franz Overbeck, professore di teologia a Basilea, quindi, a partire dal 1876, con Peter Gast, un musicista che resterà sconosciuto ma che Nietzsche, compositore anch’egli di alcune opere musicali, sosterrà senza deflettere; intratterrà con loro una voluminosa corrispondenza fino alla crisi del 1888 -1889. Il 2 maggio 1879, Nietzsche si dimette dal suo posto di professore per ragioni di salute, ed a partire da questo periodo, dividerà l’anno in due con una stagione estiva, che trascorrerà generalmente in Engadina, ed una invernale, che dividerà tra Nizza, Venezia, Roma, Genova, Torino in ultimo. Solitario e cupo, rimugina pensieri tuttavia; nel 1882, trova un po’ di felicità presso Lou Andreas-Salomé, futura amica di Rilke e di Freud, che egli rifiuta tuttavia di sposare. Si era invaghito anni prima di Cosima Wagner, la figlia di Liszt, e, nei verbali dell’ospedale psichiatrico di Iena, alla data del 27 marzo 1889, saranno riportate queste parole: « È mia moglie, Cosima Wagner, che mi ha portato qui ».

    Nietzsche compone, tra il 1879 e 1881, i cinquecentosettantacinque aforismi di Aurora, “pensieri sui pregiudizi morali”: «L’uomo libero è immorale perché vuole in tutto dipendere da sé e non da una tradizione». La gaia scienza (1882) fu inizialmente pensato come un ampliamento di Aurora, ed in effetti le due raccolte segnano una svolta nel pensiero dell’autore, che diceva della Gaia scienza: «Il mio ultimo libro, suppongo», e giudicava impubblicabili «queste opere scritte in margine alla produzione intellettuale dell’epoca». Ciò che verrà definito il “nichilismo nicciano” è espresso in questi termini in un giudizio pronunciato sulla Gaia scienza in una lettera a Gast (giugno 1882): « L’opinione dei miei lettori attuali su questo libro o su di me non mi importa assolutamente - ma ciò che m’ importa molto, è ciò che ho pensato di me stesso, cosa che pure si potrà leggere in questo libro: e cioè che esso fu scritto soltanto per mettere in guardia contro me stesso». È Nietzsche, ma si sente in sottofondo il ruminamento algolagnico di un Rousseau.

    L’annuncio del Superuomo
    La gaia scienza segna il vertice dell’opera di Nietzsche, ed è con l’opera seguente, Così parlò Zarathustra (1883-1885), che inizia il declino del pensatore solitario: «Ho bisogno come te di distendermi, così come dicono gli uomini verso i quali io voglio discendere» (“Il prologo di Zarathustra”). Zarathustra è la chiave del pensiero nietzscheano; è in questo testo che Nietzsche dichiara, sempre con la voce di Zarathustra: “Vi insegno il Superuomo.” L’uomo è qualcosa che si deve superare “, e nello stesso tempo, l’autore vide in questa esortazione il segno del suo declino. Poiché, per colui che si considera un ponte verso il Superuomo (l’uomo è infatti una corda tesa tra la scimmia e il Superuomo), la pubblicazione di un libro ad uso degli ”ultimi uomini” che sono “ciò che c’è di più di disprezzabile” costituisce una sofferenza che Nietzsche assimilerà alla passione del Cristo, come testimonieranno gli ultimi biglietti che indirizzerà ai suoi amici nel gennaio 1889 e che firmerà “Il Crocifisso”.
    Così parlò Zarathustra inscena la lotta tra la volontà di potenza, annunciante il Superuomo (accettiamo la traduzione invalsa e corrente di Übermensch che andrebbe più correttamente tradotto in "Oltreuomo"), e la compassione per gli uomini, che, dominandolo finalmente, conducono Zarathustra al suo declino, ad avvicinarsi agli uomini, o, ciò che fa uguale, Nietzsche stesso a pubblicare questo libro. Così, Zarathustra è l’opera di un pensatore che analizza il suo declino, ma è qualcosa di più di questo: è questo declino per il fatto stesso della sua pubblicazione - e Nietzsche, forse, intuendo che questo libro più di ogni altro lo “scopriva”, tenterà di recuperare alcune copie della quarta parte, stampate a sue spese, che secondo lui erano state troppo frettolosamente rilasciate. Alla questione del declino che si trova nel cuore del pensiero nietzscheano, Heidegger dedicherà un corso, pubblicato sotto il titolo Cosa si chiama il pensare?, dove analizza una delle frasi del libro, «Il deserto cresce. Maledetto sia chi protegge il deserto», dove afferma in particolare: «Chi è quello a cui il grido “ Maledetto!” è indirizzato? È il Superuomo. Poiché quello che va “al di là” deve essere quello che declina; il cammino del Superuomo comincia con il suo declino».

    Al di là del bene e del male fu pubblicato nel 1886 a spese dell’autore; Nietzsche vi conduce “la lotta contro Platone”, o per parlare in termini più comprensibili ed accessibili al “popolo”, la lotta contro l’oppressione millenaria della Chiesa cristiana - poiché il cristianesimo è un “platonismo per il popolo”. Anche questo lavoro si conclude con l’amarezza che opprime Nietzsche all’ atto del rilascio dei suoi “cattivi pensieri”: già essi sono, secondo lui, “sul punto di diventare verità”, cosa che è un supremo controsenso per chi pretende di scuotere ogni morale e superare qualsiasi certezza.
    La genealogia della morale, pubblicato l’anno successivo, prosegue il lavoro iniziato dai tempi dello Zarathustra; Nietzsche lo considerava come “un piccola opera polemica”, e fu scritto certamente in appena una settimana. La “morte della morale” vi è descritta come opera “grandiosa” e “terrificante” che deve ormai essere compiuta: «Il cristianesimo in quanto dogma è stato rovinato dalla sua morale; così il cristianesimo in quanto morale deve andare incontro alla sua rovina».

    Tensioni e crisi finale
    Nietzsche è ormai diventato un pensatore di cui tutta l’Europa parla: Taine gli scrive; nel 1888, il danese Georg Brandès dà, a Copenaghen, il primo corso pubblico su Nietzsche, e tiene quest’ultimo al corrente del successo riportatone. Nietzsche effettua il suo primo soggiorno a Torino dal 5 aprile al 5 giugno 1888, ed entra in una fase di produzione intensa, immerso in una tensione estrema che annuncia la vicina crisi finale: Il caso Wagner è composto nel maggio del 1888; segue Il crepuscolo degli dei, ovvero come filosofare a colpi di martello, completato il 30 settembre 1888; nel frattempo, Nietzsche ha scritto, in alcuni giorni, L’Anticristo; dell’inizio di novembre di quell’anno, è anche Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è; infine, Nietzsche contro Wagner è completato nel dicembre 1888. Così, gli ultimi lavori sono composti o rivisti in occasione del secondo ed ultimo soggiorno a Torino, dal 21 settembre 1888 al 9 gennaio 1889.

    I due pamphlets su Wagner nulla aggiungono alla critica che Nietzsche intenta, dai tempi del suo distacco, al musicista; si tratta piuttosto di attaccare la Germania “wagneriana” ed il “cretinismo di Bayreuth”. Nietzsche ha rotto col Geist tedesco, in effetti, guarda alla Francia, al Mezzogiorno d’Europa. Intransigente è la polemica contro il Bieder, il piccolo-borghese, filisteo tedesco. Il crepuscolo degli dei è “una dichiarazione di guerra.” Quanto agli idoli che occorre infrangere, non sono questa volta gli idoli dell’epoca, ma gli idoli eterni: sono essi che occorre prendere a martellate. Il testo, di una violenza rara, prende a bersaglio la ragione, da Socrate a Kant, che Nietzsche considera come una prova di decadenza. Con Ecce Homo, Nietzsche illustra il suo itinerario e la genesi del suo pensiero, come se sapesse che la sua fine era vicina e che era tempo di riprendere ciò che era stato detto. Critica, anticipandole, le interpretazioni dei posteri, per esempio quando si tratta della parola “Superuomo”: «Quasi ovunque, in perfetta innocenza, gli hanno dato un significato che lo mette in contraddizione assoluta con i valori che sono stati affermati dal personaggio di Zarathustra; intendo dire che se ne è fatto il tipo “idealista” di una specie superiore d’uomo, a metà “santo”, a metà “genio”».
    Infine, L’Anticristo appare nella sua composizione stessa come una specie di preludio alla crisi che, alcune settimane più tardi, strappava Nietzsche all’esistenza; il suo pensiero vi si trova infatti tanto frammentato, con tratti iperbolici e allucinati, che darà adito a tutti i tipi di interpretazione, contraddittori gli uni con gli altri. Se alcuni hanno creduto di vedervi una critica globale della religione cristiana, si può anche interpretare quest'ultima opera come un riconoscimento dell’importanza della vita di Gesù: mentre Gesù, lungi da difendersi dinanzi ai suoi giudici ed i suoi boia, giunse a causare il suo supplizio - respingendo così qualsiasi nozione di colpa -, fu il cristianesimo che impose quest’idea di colpa che Nietzsche critica più di tutte perché è la causa del risentimento dei mediocri e dell’asservimento degli uomini.
    Il 3 gennaio 1889, Davide Fino, l’affittuario di Nietzsche a Torino, lo sottrae da un assembramento causato da quest’ultimo: si è infatti precipitato singhiozzando al collo di un vecchio cavallo al tiro di un fiacre. Questa scena della crisi finale del filosofo non è del tutto inedita, richiamando tratto tratto, un sogno di Raskolnikov, l’eroe di Dostoevskij, di Delitto e castigo, romanzo che Nietzsche aveva letto alcuni anni prima e che lo aveva molto impressionato. Il 10 gennaio, l’ amico Overbeck riportò Nietzsche a Basilea, da dove fu trasferito alla clinica psichiatrica di Iena, che lasciò infine nel marzo del 1890. Nietzsche visse in seguito a Naumburg, con la madre, in un mutismo quasi totale, prima di morire, il 25 agosto 1900, a Weimar.

    Nel 1901, la sorella, Elizabeth Forster-Nietzsche, vedova di un antisemita notorio, pubblicò un ultimo lavoro di Nietzsche, La volontà di potenza. Tuttavia, se l’autore stesso aveva progettato tale pubblicazione, era lungi però dall’ averla completata, e la classificazione degli aforismi fu effettuata dalla sorella, assistita da Gast. Negli anni 1930 la Forster-Nietzsche ricevé la visita di Hitler, cosa che confermò, agli occhi di numerosi commentatori di Nietzsche, il carattere fallace della Volontà di potenza, almeno così come l’opera era stata “assemblata”.
    Al di là della polemica che circonda quest’opera, la questione che si pone è quella della possibilità di “tradurre” Nietzsche, di interpretarlo. Ed è senza dubbio rischioso tentare un commento - che potrebbe passare per un’interpretazione – dell’opera di un pensatore che dichiarava: «La novità della nostra posizione filosofica è una convinzione sconosciuta al pensiero dei secoli precedenti: quella di non possedere la verità».

    Il pensiero nietzscheano
    «Le mie opere, sono me che contengono, con tutto ciò che mi fu ostile». Nietzsche ha avuto la chiarezza di riconoscere il radicamento emozionale di ogni suo pensiero: «A poco a poco hoscoperto che qualsiasi grande filosofia fino ad oggi è stata la confessione del suo autore e costituisce le sue Memorie». Questo approccio autobiografico ed emozionale, recante una sorta di “ideologia di posizione” coincidente col vissuto biografico del filosofo medesimo, raccorda il filosofare di Nietzsche a quello di un Rousseau o di un Montaigne, mentre lo allontana inesorabilmente dalla impassibile e “oggettiva” procedura filosofica di un Kant o di uno Hegel, dove il dato biografico è totalmente assente, e, dove, sembra che il pensiero pensi se stesso, in absentiam del pensatore medesimo.

    Rifiuto del linguaggio filosofico
    Rifiutando per principio di assoggettare il verbo ispirato dall’istinto, il pensiero di Nietzsche, con la sua discontinuità, la sua dinamica ambivalente e contraddittoria non obbediente ad alcuna irreggimentazione della “ragione” fino ad allora praticata ed accettata, si pone in rottura profonda con tutta la tradizione dialettica, sistematica e deduttiva, che caratterizza il pensiero occidentale da Platone (e da Socrate) in avanti. Nietzsche utilizza l’aforisma e il discorso frammentario, rifiutando il saggio sistematico e il periodare concatenato, tentando così di restituire alla parola viva e alla filosofia che essa bandisce il suo carattere incantatorio, profetico o enigmatico: sono i greci presocratici e i tragici, eccetto Euripide, i riferimenti espliciti rivendicati da Nietzsche. Secondo lui, la “malattia dell’occidente” comincia con Socrate, l’uomo della teoria, che volle servirsi della ragione come di un filo di Arianna per guidare l’uomo nel labirinto della realtà. Nel rifiuto di Socrate (come più avanti di Cristo) c’è la denuncia di uno dei pilastri della cultura occidentale, quello che fonda la via regia della filosofia, cui tutto il filosofare in Occidente si richiama.
    Nietzsche inverte l’architettura classica del pensiero sistematico fondato sui principi d’identità e di non contraddizione, sottoponendola ad un trattamento formale, barocco, proliferante, “simbolico” e “poetico” che rompe l’unità semantica dei concetti. Rifiuta il carattere semplificatore e univoco della lingua che rende uguale la differente e irriducibile molteplicità del reale: la lingua filosofica tradizionale gli sembra particolarmente insufficiente per l’emanazione dei fulgori poetici espressivi di una vita interna vulcanica, eruttiva ed emozionale. Per lui, il concetto ha qualcosa di carcerario, che solidifica il vivente, sempre unico invece, singolare.

    Contro il platonismo
    L’universale astratto è giudicato illusorio da Nietzsche. È per questo che fa la confessione inaspettata e rivelatrice della sua condotta filosofica, che è quel che in effetti è: soprattutto un dibattito con sé e non un dialogo con gli altri, o una indicazione pedagogica secondo il modello dei grandi i classici: «Non si mira solamente a essere compresi quando si scrive, ma molto di più sicuramente a non esserlo. Non è per nulla un’obiezione sufficiente contro un libro, se una persona qualunque lo giudica incomprensibile». C’è il segno di un esoterismo, di un orfismo aristocratico (ripreso ampiamente dal nostro Cacciari e da molti nicciani operaisti tanto per restare nei termini della nostra tradizione filosofica appena archiviata, ma che ci ha torturati per tutti gli anni '70-'90) in questa rivendicazione del diritto alla soggettività radicale, che va di pari passo con la lotta intrapresa contro le lingue livellatrici e “volgari” destinate al “popolo”, come quel platonismo plebeo - morale di schiavi fondata sull’ odio della vita ed il risentimento - che fu per lui il Cristianesimo.

    Dalla trascendenza alla genealogia dei valori
    Da Parmenide in poi, la ricerca della verità nella filosofia occidentale si fonda sulla distinzione tra l’Essere, “che solo è”, e il fenomeno, l’aspetto esterno cui non si dà dignità di verità. Il principio essenziale del pensiero greco è di essere un'ontologia metafisica, ossia una ricerca della conoscenza dell’Essere in quanto Essere, che è considerato come un’unità trascendente rispetto alla realtà sensibile e molteplice della natura (phùsis). Nietzsche contesta anche la validità del concetto di verità, e chiama “retro-mondo” questa realtà stabile, identica a sé, eterna, impassibile, che ignora il cambiamento, la lotta, il dolore e la morte, tutto ciò che caratterizza precipuamente la condizione umana ed il suo carico d’angoscia.

    L'illusione del " retro-mondo "
    L’illusione occidentale si cristallizza nella nozione di sostanza, che induce a un dualismo che implica “l’antinomia dei valori”, del bene e del male, del bello e del brutto, del vero e del falso. Nietzsche rileva questa concezione tanto nell’idea platonica che nell’ ousía (“sostanza”) di Aristotele, nella res cartesiana, nella sostanza spinoziana o nella “cosa in sé” kantiana. L’uomo, afferma Nietzsche, proietta il suo desiderio di verità fuori di sé costruendo il retro-mondo ideale, doppione illusorio della realtà sensibile. Quest’illusione si accentua con il fatto che la sostanza, identificata col bene e col divino, è considerata come la base dei valori morali.
    Questo ideale concepito come trascendenza, come verità e morale, sposta il centro dell’esistenza umana e svaluta la vita sensibile senza mai esaminarne i titoli di legittimità.

    Volontà di potenza e volontà di decadenza
    Tutto ciò che esiste è, in fondo, volontà di potenza, che è l’essenza del mondo, della vita: dell’Essere “il fatto più elementare”. Lungi dal sottoscrivere l’assunto di Schopenhauer che esiste un volere universale costituente l’in sé delle cose, Nietzsche ribadisce che non sussiste sostanzialità della volontà, né dietro i fenomeni né dietro l’Io. La volontà, come la coscienza e il pensiero, è l’eco lontana di una lotta già disputata in profondità, al livello “notturno” degli impulsi. Volere, altro non è che sentire il trionfo di una forza che si è aperta un cammino a nostra insaputa, e l’illusione suprema consiste nel prendere questa sensazione per un libero intendimento.
    Nel suo significato più ampio, la volontà di potenza disciplina il mondo organico (impulsi, istinti, necessità - si legga in questa nozione un apporto del biologismo scientista, ottocentesco, darwiniano, che vede radicato in ogni essere vivente il suo desiderio di conservazione e riproduzione -, ma anche il mondo psicologico e morale (desideri, motivazioni, ideali), e perfino il mondo inorganico, nella misura in cui «la vita è soltanto un caso particolare della volontà di potenza».
    Ogni forza partecipa dunque della stessa essenza: «È la stessa forza che si spande nella creazione artistica e nell’atto sessuale; c’è soltanto una sola forza». Essa esige insaziabilmente la sua soddisfazione. Volere, è volere la sua crescita. L’imperativo interno alla volontà di potenza, è essere “di più”: è un imperativo che lascia la scelta soltanto tra il fatto di superarsi all’infinito o quello di declinare. Se qualsiasi potenza è infatti superpotenza, il volere può tentare di nascondersi a sé stesso ed alla legge della sua crescita: c’è allora la volontà decadente che rifiuta «di ammettere le condizioni fondamentali della vita» e che sceglie la volontà del nulla. L’ideale ascetico ne è un esempio estremo.
    Ci sono dunque due tipi di forze o di vita: la forza attiva e la forza reattiva, la vita ascendente e la vita decadente. L’uomo potente è colui che assume in sé il compito di affrontare i suoi impulsi, di governarli acquisendone il controllo, invece di respingerli in atteggiamenti di denegazione difensiva.

    Il nichilismo
    Nietzsche designa per “nichilismo europeo” la logica interna alla cultura occidentale in virtù della quale i valori che vi regnavano dai tempi di Platone sono al momento vacillanti. È dunque soprattutto sotto la forma dell’abbandono dei vecchi valori che il nichilismo assale l’uomo e la cultura occidentali, e che conduce alla débâcle di qualsiasi senso. Questa scossa del senso (morale, religioso, metafisico) si traduce nel “grande disgusto” dell’uomo per sé stesso e per tutto. Nulla vale più, dunque tutto si equivale: il vero, il falso, il bene, il male. Quest’agonia del senso finisce con anestetizzare ogni inquietudine, che si trasforma in una soddisfazione mediocre: non cercando più il senso, l’uomo piomba nella pigrizia intellettuale e morale. Così, questo nichilismo contro il quale si batte Nietzsche è rifiuto dell’uomo, di ciò che potrebbe essere, di ciò che potrebbe diventare.

    “Dio è morto”
    “Dio è morto”(formula eminentemente cristiana, che appare in una cantata di Bach): queste parole pronunciate da Zarathustra e riprese nella Gaia scienza, riassumono questo crollo di tutti i valori. Nietzsche non accorda alcun credito neppure alle morali sostitutive che pretendono di prendere il posto dei valori defunti, sia la morale kantiana, che sollecita un altro mondo, o gli ideali laici: fede nel progresso, religione della felicità per tutti, o il socialismo, mistica della cultura e dell’uomo. Ma Nietzsche non si rallegra di questa morte di Dio: e non l’ annuncia, perché questa terribile nuova è ancora ignota a tutti, e ritiene che ciò che verrà, a seguito di questa morte di Dio, sarà terribile. Nietzsche privilegia una visione del divenire segnata dall’innocenza ludica dell’infanzia e dall’intuizione di una eternità segretamente immanente nell’istante, visione che sfuggirebbe all’idea che tutto ciò che passa merita di passare, che tutto è vanità. Del resto, il divenire non è soltanto un flusso che scorre dal passato verso il futuro. Paradossalmente, c’è un Essere del divenire: la sua permanenza promana da ciò che non cessa di ritornare su di sé, che forma il grande cerchio dell’eterno ritorno dell’uguale.

    Eterno Ritorno e destino
    Nietzsche celebra questo eterno ritorno, che abolisce le distinzioni inutili del bene e del male, sotto il nome di amor fati (“amore del destino”), che consolida paradossalmente la libertà quando questa si vede indotta ad aderire ad una necessità irrazionale: «Io stesso sono il fatum, e fin dall’ eternità sono io che determino l’esistenza». Questa giubilazione dell’Io che comporta la dissoluzione dell’ Io personale nell’affermazione dell’ego fatum segna la morte definitiva del patrimonio così duramente conquistato dall’Europa attraverso i secoli, quello della personalizzazione, della dichiarazione del valore assoluto di ogni individualità. «In fondo, tutti i nomi della storia, sono Io» scrive a Burckhardt, sottolineando con ciò il carattere intercambiabile delle identità indefinitamente mascherate. Ma questa perdita dell’Io, centro fittizio o reale che garantiva la lingua, significa la coincidenza dell’Io con la totalità della storia: è la negazione dell’Io e della storia, il ritorno al caos primordiale, a quel “quid” impersonale animato da tensioni e da opposizioni, e privo di struttura per il fatto che il molteplice si è sbarazzato della sola volontà che avrebbe potuto organizzarlo.
    L’Io di Nietzsche, esploso, nascosto sotto la maschera di Dionysos, non può più parlare a suo nome: il suo mutismo dopo la crisi del 1889 è forse il castigo che vuole infliggere alla lingua onde liberarsi dal senso comune, ivi compreso quello riflessivo (filosofico), ed esorcizzare la tragedia interiore che fu sua ma alla quale egli non si sottrasse, fino a perdervi definitivamente il senno. Questo mutismo rende forse così ancora più complessa la ricezione di un’opera di colui che scriveva, il 4 gennaio 1889 al suo amico Brandès: «Dopo che tu mi hai scoperto, non è stato difficile trovarmi: adesso la cosa difficile da farsi è quella di perdermi: il Crocifisso».



    Friedrich Nietzsche -  Vita e opere - La Frusta

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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche

    Friedrich Nietzsche

    Della categoria degli scrittori seri, Friedrich Wilhelm Nietzsche è tuttora il più letto. Il superbo desiderio da lui espresso un giorno in una lettera contro Brandes : « un paio di lettori, di cui si nutra stima, altrimenti nessun lettore », non si è adempito. Si moltiplicano le edizioni delle sue opere e si moltiplicano gli scritti che trattano di lui. Una schiera di solerti discepoli, in massima parte letterati e artisti, seguono il suo nome. Le sue teorie si trasformano in articoli di fede, che vengono fraintesi e compromettono Nietzsche. È manifesta l'influenza del suo stile sui rappresentanti del « moderno » nella nostra letteratura. Si cerca di imitar lui, che né è imitabile, né è da imitare. E la no stra epoca ne ha fatto il filosofo di moda solo perchè non lo ha compreso.
    A volerlo lodare, si urta contro il suo sentimento: « Io tesi l'orecchio a l'eco ed ascoltai soltanto lodi », dice in nome suo il « deluso ». Ma col volerlo confutare ci si accosta troppo tardi a lui. Egli accenna a se stesso, quando dice, nel Viandante e la sua ombra (Afor. 249) : « Questo pensatore non ha bisogno di nessuno che lo confuti : a ciò basta lui stesso ». E poi, quando si ha da fare con una personalità, non la si confuta; si cerca di intenderla.
    Un principio direttivo dell' estetica moderna antepone all'opera la personalità dell'artista. Ciò dieci è comunicato dall'artista e su cui riposa la sua vera azione, non è soltanto — o non è in prima linea — l'obietto dell'opera sua, ma è bensì egli stesso nell'opera sua, il suo modo di concepire l'oggetto, la sua disposizione di animo, la sua gioia di creare. Opera e persona sono divenute tutt' uno in ogni creazione puramente artistica. Questo principio può venire applicato anche alle creazioni del pensiero filosofico, se queste, per la origine loro, sono affini a opere d'arte, e precisamente può venire applicato ai pensieri contenuti negli scritti di Nietzsche.
    Nietzscheè il più personale dei pensatori. Egli ha attinto alla sua personalissima esperienza l'affermazione , che ogni filosofia è stata finora « l' autoconfessione del suo autore ed una specie di mémoires involontarie, e che « nei filosofi non esiste assolutamente nulla di impersonale». Milli ipsi scripsi !— per me medesimo lo scrissi — esclama egli riferendosi a ciascuna delle sue opere. « I miei scritti parlano esclusivamente delle mie vittorie, — è detto nel proemio al secondo volume di Cose umane, troppo amane — «io vi sono dentro con tutto ciò che mi fu ostile, ego ipsissimus, anzi addirittura, se è lecita un'espressione più audace, ego ipsissimum ». E perciò i suoi libri non debbono nemmeno essere i « soliti libri »; essi sono cose vissute, i libri « più vissuti »,.... pensieri sotto forma di cose vissute.
    Questo carattere affatto personale dei suoi scritti esige addirittura che li si apprezzi dal punto di vista estetico-artistico. Quel che attira anzitutto l'attenzione non è il vedere se quel che essi contengono sia vero , ma bensì il vedere che uomo essi ci rivelino e come egli parli da essi. Noi gustiamo la forma, che, flessibilmente e pienamente, si adatta ai pensieri— e che pensieri esotici, strani ! — il ritmo della dizione movimentata, il suono della parola scritta per l'orecchio. Ma sarebbe tuttavia — usiamo una espressione del Nietzsche — dar segno di « disgregazione degli istinti », se noi, segnatamente trovandoci di fronte ad un artista, che è anche un pensatore, volessimo, per il godimento estetico della forma, perdere di vista l'interesse alla materia o, ciò che qui sarebbe lo stesso, alla verità delle sue teorie.
    Per rendere giustizia a Nietzsche, non bisogna misurarlo con idee che egli stesso combatte. La misura con cui giudicarlo si deve ricavare dalle sue stesse opere; bisogna vincerlo, quando questo sia necessario , sul suo proprio campo e con le sue proprie armi. Il condannare le sue idee dal punto di vista delle norme e dei concetti della morale attuale e la cosa più facile di questo mondo, ma è anche la più superflua. Un « inventore di nuovi valori » non deve essere apprezzato alla stregua dei valori antichi, e sì sa anche senza bisogno di prova, che l' « immoralista», il quale considera la morale dominante solo come una specie di morale biologicamente e storicamente condizionata, non può sussistere dinanzi ad essa. La questione consiste piuttosto nel vedere, se la « morale » può sussistere dinanzi a lui ed ai suoi attacchi, e sussistere in tutto quello che essa afferma, nella sua qualità di emanazione, universalmente valida, della ragione stessa.
    Già nelle sue tendenze fondamentali Nietzsche è « uno che lotta contro il suo tempo ». Egli è aristocratico e radicale.... « radicalismo aristocratico, il giudizio più assennato, che finora io abbia letto sul mio conto ». Con tutta la sua concezione della vita egli rappresenta l'individualismo; il Rinascimento è la sua età dell'oro. L'epoca segue il collettivismo, e poi sui compiti sociali dimentica talora di pensare al valore fondamentale dell'individuo. E forse il destino di Nietzschefu proprio quello di mostrare efficacemente alla nostra epoca i pericoli che scaturiscono dal voler ciecamente attribuire a tutti lo stesso valore e dal voler rendere tutti eguali, pericoli che minacciano di rimpicciolire il tipo uomo.



    È Nietzsche un filosofo ? Ma che importanza abbia questa domanda, l'ha detto Nietzsche medesimo. — Nessuna importanza, se per filosofia s'intende soltanto una scienza come tutte le altre, una scienza speciale alquanto meno speciale. La massima importanza,, e qui sta il punto, se s'intende per filosofia l'arte di condursi nella vita, la dottrina della sapienza, che sola assegna fini alla vita, e se si considera il filosofo per quel che Nietzsche lo ha già dichiarato nello scritto su Schopenhauer, cioè come « il legislatore della misura, del valore e del peso delle cose ». Un filosofo, in questo secondo senso, non ha bisogno di un « sistema »,.... Socrate non ne ha nessuno. Egli influisce piuttosto mediante l' unità della sua vita spirituale, mediante il suo animo e la potenza della sua personalità. Né dalle massime sparse del Nietzsche è possibile « costruire un sistema ». A prima vista pare che non vi sia affatto unità tra i periodi delle sue opere, tra le opere di un periodo e tra le parti di un'opera. E se, osservando più attentamente , si scoprono legami sempre più numerosi, che conducono dalle opere più antiche a quelle più recenti, se nei pensieri anteriori si possono scoprire germi di quelli posteriori, tuttavia l'unità che così si dà a conoscere, ben lungi dall'essere obiettiva o sistematica, è piuttosto personale. Nella coerenza, con cui le idee si affermano e si sviluppano attraverso tutti i contrasti della concezione, si rispecchia la coerente evoluzione della singolarissima personalità del pensatore stesso. Occorre perciò caratterizzare questa personalità prima di vagliare il valore filosofico delle opere: la parte biografica acquista la precedenza su quella sistematica.
    Noi non domandiamo se Nietzsche sia troppo appassionato per essere un filosofo. Tutte le grandi cose, e fra esse sono anche le grandi filosofie, scaturiscono dal cuore e da una grande passione. Domandiamo semplicemente : è Nietzsche sano abbastanza per essere un filosofo ? Infatti anche la salute, e nessuno lo seppe meglio di lui, ci vuole per la filosofia. Già la risposta, che la sua autobiografia (e come tale io intendo l'esposizione che egli fa di se stesso nelle sue opere e nelle prefazioni alle sue opere) dà a questa domanda, non è da trascurare.
    Chi si vanta di avere ucciso Dio è uno spirito supremamente religioso. Nietzsche avvampa di febbre di creazione. Affermare è il suo spasimo più ardente. Trionfa nel negatore dell'ideale mistico la fede più sovrumanamente profetica. Quella catena lucida di aforismi, di oracoli, di sentenze eh'è la filosofia di Nietzsche avvince gli spiriti più tormentati di oggi. «Nietzsche» scrive Gabriel Brunet nella breve e acuta prefazione al Saint Janvier, (Paris, Stock, 1923) « est le plus grand poète d'idées depuis Pascal ». Esser poeta significa oggi intuire il proprio destino.
    È intuizione mirabile la filosofia di Nietzsche. Nessuno come il creatore dell'eterno ritorno ha misurato così esattamente il ritmo della nostra esistenza. Che vale la ricerca di un Fouillée di una antinomia tra l'impotenza radicale dell'essere e il desiderio radicale di potenza eh'è l'essenza della vita? Il realista forsennato affamato d'ideale che aspetti derisori alla Nordau hanno sommariamente giustiziato, oggi risorge quale proclamatore di una necessità di lotta, di coscienza, d'intelligenza. La vita non indeterminata universalità per Nietzsche, « acutissimo demolitore » si, come scrive il Beonio Brocchieri nella sua recentissima monografia, ma anche alto e forte creatore, assurge per la potenza poetica nietzscheana, a simbolo religioso. Come si crea il valore simbolico? Quale forza presiede al nostro mistero vitale? L'uccisore di Dio, profeta del riso e del fuoco, come può affidare alla cecità fervida del divenire assoluto, al non essere eterno, la nostra coscienza dolorante, la nostra delusa intelligenza? V'è, dunque, in Nietzsche lo spasimo dubitoso di un Pascal insieme con la chiarezza crudele di un Leopardi? Nietzsche è vittima di una nobile ricchezza contraddittoria come vorrebbe lo Schuré?
    Chiarifichiamo il nucleo nietzscheano che anima il creatore e la sua tragedia : la profezia dell 'eterno ritorno.
    Nell'eterno ritorno l'essere che negandosi è divenuto, foggiando a sé stesso la necessità di uno stile ebro di vita, di un ritmo di grandezza e di morte che suscita sinfonie di piacere e di gioia, può affermare sé stesso come creatore di esperienza e di coscienza. L'attimo che ricorre infinite volte acquista il potere dell'eterno; la vita che sfugge a sé stessa infaticabilmente diventa l'espressione dolorosa della fatalità. L'amor fati cui assurge il contemplatore dell'eterno ritorno infonde nell'uomo il senso della propria necessità. Questa nostra pallida fuga di povere e futili circostanze di moto che non avrebbe altro senso, dopo la morte di Dio,- che di pietosa disperazione per il -terribile gioco dell'universo, si colora, nella luce dell' eterno ritorno, di anima, di legge, di percezione ritmica. Leopardi esprime, ironista prodigioso, la coscienza di vanità del dolore universale; Nietzsche, invece, tragico poeta della necessità superumana, celebra nell'eterno ritorno il proprio sacro e tremendo destino. L'intelligenza del nulla del cantore di Arimane diventa nel filosofo della Volontà di Potenza l'intelligenza della fatalità. Nietzsche è il creatore della religione della vita. L'essere si distrugge per divenire; divenuto si ricrea. In fondo, a ben considerare, la morte di Dio è cupa espressione di logicità limpida. Non esiste creatività senza tormento logico. Anche questo sappiamo da Nietzsche. Rivivendo infinite volte qual frutto ne ricaviamo? L'uso dello stile del dolore, sempre più acuto, sempre più rigido, sempre più atto a penetrare nel vivo di un'umanità che si perfeziona nello spasimo. Noi ci redimiamo, mediante una volontà più insigne di potenza, dalla tragedia umana che non comporta catastrofe. E vieppiù, per il dolore sofferto e per la sofferta creazione di volontà, desideriamo, in durezza che non perdona, una vita più ardua.
    Nietzsche è superamento di superamento. Non so davvero come lo Schuré possa parlare di sepolcro marmoreo. Nietzsche non ha sepolcro. E la vita. Ma è anche il mistero. Come si svolge? Del genio di Hegel chiarissimo, e dell'oscuro genio di Schopenhauer e di Fichte, nessun riverbero percuote il solitario di Zarathustra?
    Nietzsche ha intuito un errore creatore. La profondità dell'intuizione è tale che leggendo Nietzsche siamo in sicurezza di verità. Ma anche Fichte, Schopenhauer, Hegel, Kant si affermano potenti dominatori nel vasto paesaggio nietzscheano, tutto vertigini, ghiacci, e vulcani.
    Di quali segreti rapporti è costituita la Volontà di potenza? Il suo stile lebendig, o atto a tradursi in energia, il suo ritmo di mistero, che così forte batte nel duro e schietto tedesco di Nietzsche, su cui il Ròmer ha saputo fermarsi recentemente, da quale sorgente attinge la virginea necessità?
    Perchè è in Nietzsche così precipitosa l'espressione filosofica? Ciò vale, è ovvio, analizzare la Volontà di potenza.
    Nietzsche, lo scavatore di tombe a un mondo in agonia, come è apparso al De Roberty, è, insieme, un Redentore inebriante. È nietzscheana, ho detto più volte, la contraddizione? Nietzsche nega la verità perchè la verità non esiste, e vive per essa. Vuole creare, e riconosce la creatività dell'errore; odia la morale, e aborre la metafisica moralistica, e ne crea una ultramoralistica ; inveisce contro l'utilità, e foggia l'estetica dell'utile. Contraddittoria è, e non può essere altrimenti, la stessa volontà di potenza che non ha un soggetto, come il divenire non ha un essere. Contraddittoria non significa in questo caso che reale. Nessun termine astratto nel saggiatore di infinite a-strazioni : una sintesi di scorcio soccorre sempre chi combatte la scheletrica universalità del geometrismo filosofico. Nella rete d'oro creata da quella « tète ardente qui trans figure », come scrive esattamente il De Roberty, lo spirito di Nietzsche sa cantare. Che cosa? Che il non-vero è la condizione della vita.
    Nietzsche sa, come Stirner avviluppato in formule hegeliane non potrebbe, impersonare il proprio pensiero .- Nietzsche, creandosi personaggio drammatico di sé stesso, traduce nella realtà della vita una contraddizione. Cioè? La volontà di potenza diviene. E gioia acuta di acuta sofferenza che si fa uomo, scrive Nietzsche.
    C'è dunque, una cosa in se come radice di verità, non-verità per Nietzsche, sottilmente crudele col suo pensiero, in questo aspro combattitore della teoretica kantiana?
    L'idea hegeliana lascia tracce di sé nel divenire assoluto di Nietzsche? Per rispondere, poiché Nietzsche non è rettilineo se non apparentemente, e l'acutissimo Flemming lo sa, bisogna rispettare quella ironischen Widerstand, che significa nella no¬stra lingua divina contraddizione, vellutata di malignità. L'idea di Hegel diviene, come diviene la volontà di potenza. Ma questa diviene e ritorna. Che cosa ritorna? Ritorna il non essere, l'irrazionale, il caos. Perchè ritorna? Nessun perchè in Nietzsche, creatore d'immortalità durissimo e freddissimo, verso sé stesso, così caldo e così tenero di affetti; nessun perchè che menoma la tragedia umana e universale. Il movimento dialettico si traduce in atto di fede. Perspicuo fu, a questo riguardo, l'Orestano.
    Nietzsche che nega l'io, in senso fichtiano, e lo adora, si ricollega al Fichte? Come?
    L'io in Fichte è condizione di suprema realtà. Come tale, cioè come condizione di certezza assoluta, o di autocoscienza, o di autocreazione (selbstschopfung) l'io è formato di chiari e oscuri psicologici che variano di valore a seconda delle funzioni attive dell'io, e creano, nella loro totalità, un senso di problema dell'essere eh'è in Fichte il fondamento della coscienza e della scienza, dell'intuizione e immaginazione, e della ragione. L'io è, in fondo, ridotto a un'espressione quasi simbolica del proprio valore, una grandezza imponderabile come l'X ch'è il segreto imponderabile di ogni atto dell'io. È un'X determinata da un accavallarsi di tormentosi problemi che formano insieme un problema unico e dominante : è un'attività riposante, come scrisse il Fichte stesso, una contraddizione in termini, ad eliminazione, per l'intendimento di simile contraddizione, di quel potere razionale eh'è l'unico mezzo fichtiano di valorizzazione dell'immaginazione o intuizione creativa, espressione dell'io che vuole autocrearsi o redimersi dall'incubo del proprio problema. L'io è per Fichte, dunque, l'auto-problema.
    In Federico Nietzsche l'auto-problema si può dire assurga a legge di vita e di moralità. Bisogna sempre cercarsi, sempre complicarsi, sempre sfuggire a ogni soluzione statica di sé stessi, sempre icsizzarsi, perchè la contraddizione immanente che acutamente scoprì nel Nietzsche il De Roberty, non si risolva. Nietzsche, tuttavia, nelle sue audacie, supera lo stesso Fichte. L''auto-problema non è un'espressione di ve¬rità assoluta per Nietzsche : esso è figlio delle nostre attitudini categorizzatrici che necessariamente ci illudono; esso è un mezzo per muoverci. Esiste verità per Nietzsche? Nietzsche non è uno scetticista, nonostante gli atteggiamenti scettici del suo pensiero, prima e dopo Zarathustra, studiati, tra gli altri dal Lachmann nel suo Protagoras Nietzsche und Stirner (Berlin, Simion, 1914); comunque dello scetticismo palpita l'anima secreta qua e là in Nietzsche. L'antinomista di vita e ragione sa che per vivere è necessario l'impulso irrazionale.
    La domanda è necessaria per Nietzsche, ma resti domanda.
    Per cui, della stessa negazione dello Schopenhauer, che cosa resta mai in Nietzsche? Se restasse la violenta negazione di negazione, o l'affermazione, nuda e intera, Nietzsche ci riuscirebbe incomprensibile. In realtà, la volontà di potenza sembra un saggio del wille schopenhaueriano. Quel wille che si rinnega può vivere ? Dunque il wille di Schopenhauer è falso rispetto alla vita. Ma la vita è verità? Sì, è la verità della universale falsità: è la distruzione creatrice. « Alles ist wahr? Nichts ist war. » La volontà nietzscheana, tutta gioia creativa, furore d'azione, alacrità vibrante, febbre distruttrice, si esprime nel superarsi, nell'andar oltre, nel drammatizzarsi nella storia, lasciando tracce del proprio io. Si potrebbe dire ciò, nonché dinamico, anche hegeliano nel senso ch'esso è la formula del divenire di Hegel tradotta in termini individualistici e caratterizzata dalla tragedia di un uomo tutto intento a quel mirabile portento educativo eh'è l' autocreazione, di cui è orgogliosamente pazzo il Fichte. Ciò vale dare a sè stesso non un carattere di fissità divina, proprio dell'assolutismo che da Dio, quale oggi non s'intende, traeva la pietrificazione della volontà, ma sì quel carattere di autodominio che, assoggettando l'io a sé stesso, lo plasma al sogno mutevole di una realtà paurosamente incerta e inesorabile. Il più tragico degli ammonimenti di Nietzsche : Vivi in pericolo, si riallaccia al wer den hegeliano, drammatizzazione dell'X fichtiana.
    Ma qui siamo, senza volerlo, in piena morale nietzscheana. Qual valore attribuiremo alla morale dell'immoralista?
    Rispondere significa risalire alla metafisica eh'è il punto di partenza del pensiero di Nietzsche.
    La volontà di potenza, espressione metafisica che tanti rapporti contrae col wille, col wer den, coll' x, come si è visto, si traduce in desiderio dell'eterno ritorno, espressione improntata di volontarismo nietzscheano. La metafisica si chiarifica nella morale; la morale sanziona la metafisica. L'una e l'altra, legate, come sono, e il Flemming ha saputo dimostrarlo, alla teoria della conoscenza, illustrano l'irresistibile essenza del divenire di un mondo senza fine e senza principio, senza legge e senza scopo, in cui l'uomo, giusta il monito spinoziano, tantum juris habet, quantum potentia valet, cioè, per una necessaria libertà insita nella volontà, si accinge ad autolegiferarsi (sichselbst-gesetztgeben), o a creare i valori propri. Questi valori, data l'instabilità del mondo e dell'uomo, hanno il valore della necessità di dominio, negazione di tutti i valori morali. Vere e proprie cose viventi i valori di Nietzsche sono adattabili alle circostanze molteplici e illogiche della vita. Tutto muta, divenendo; ma, divenendo, tutto ritorna a sé stesso. L'uomo si ritrova nel corso dei suoi millenni. Egli, anzi, ha gioito de! divenire per scoprire le proprie necessità. La vita è tremendo dolore. Ciò basta, per chi si è educato alla lotta alla tristezza, all'orgoglio, al sacrificio, per procurare un desiderio spasmodico di vita. E più s'impara a vivere, più la febbre di vita o di sofferenza o di eroismo aumenta. L'eterno ritorno di Nietzsche è la traduzione morale e storica della metafìsica e istintiva volontà di potenza, come si è detto, appunto perchè la volontà vuole esercitarsi nell'orgoglio del martirio.
    Di simili ardimenti è capace la morale di un immoralista che scrive : Dio è morto. Regna la necessità plumbea. Sintomatica è, come si sa, la domanda di Nietzsche : Se ci fosse un Dio, come potrei sopportare di non esserlo? Dunque non esiste Dio. Meglio non si poteva rendere in forma drammatica, ed è la sua forma, l'istintiva volontà di potenza. Questa, eliminando le varie categorie, il bene e il male, affermando la vita, la natura, si realizza nella necessità dello sviluppo. Kraft, wille, trieb, wirken sono per Nietzsche quasi sinonimi di energia creativa, metafìsicamente Wille zur Macht. Questa agirebbe deterministicamenfe se non ci fossero di mezzo i rapporti tra causa ed effetto, categorie, nel pensiero nietzscheano.
    Nietzsche, individualista teoretico ed etico appare sempre più tormentato dal problema metafisico. Contro il fato che domina cieco nella natura amorale, in cui la guerra è il motivo sovrano, e con la guerra, la vita, e, con la vita, la virtù, o saggia difesa personale. Nietzsche oppone la conoscenza lucida e ferma del nostro doloroso destino : amor fati. La volontà è chiusa nel fato. Il rapporto tra le subconscie individualità, realtà metafìsiche, e la splendida evoluzione della volontà creatrice, studiato dal Flemming, illustra acutamente il nucleo metafisico-psicologico di quel contraddittorio selbst-kenner, selbst-henker eh'è il Nietzsche. La cui glorificazione simbolica appare nel Superuomo che all'eterno ritorno può affacciarsi santamente come Colui che in sé ha risolto il problema del valore. Acuto è, indubbiamente, nella sua monografia, N.s Zukunfts-menscheit, das Wertpro-blem und die Rangordnungside, (Berlin, Simion, 1916), non ostante certe violenze, il Meyer.
    Per finire, che rappresenta per noi l'autore di Zarathustra?
    Antimetafisico, immoralista, nel senso che morale e metafisica sono limiti da superarsi, Nietzsche ha saputo e sa rappresentare, come nessuno prima di lui, la necessità irresistibile e inafferrabile del problema. L'aver negato la verità dell'essere, del pensiero, dello spirito, dell'idea, dell'io, e, per rettilineità logica, della verità stessa, non foss'altro come espressione linguistica, comprova in Nietzsche la potenza dell'azione diretta di chi deve, con le proprie forze, distruggendo, istituire la verità in atto in luogo della presunta e categorica verità in astratto. Nietzsche, genio logico e critico, e genio fantastico e drammatico, insieme, come avviene nei sommi, sa trasfondere del proprio palpitante entusiasmo le rigide nudità universali ch'Egli riscalda col soffio lirico, sia pure, di una domanda o castamente inquieta, o beffardamente umoristica. Non si potrebbe determinare, non v'è, una linea di confine tra Nietzsche lirico e Nietzsche umorista del proprio problema. Sua caratteristica di scrittore, come hanno notato il Romer e il Meyer, è la sincerità; sua caratteristica di pensatore è una stranissima forma di umorismo logico, che converrebbe studiare profondamente, limpido indizio di passione violenta di fede alla Pascal e di sottigliezza crudele di dubbio alla Leopardi.. Umoristica appare la stessa concezione del mondo, della vita, della storia, dell'umanità; pure, nel venire di quel vaporoso gioco di essenze, più nette si stagliano le ardue intransigenze di linee maestre con cui si avventano la volontà di potenza, il superuomo, l'eterno ritorno. Qui l'agitazione lirica si fissa nel problema critico. Ma il fissarsi non esclude il movimento che nel problema assume forma di domanda. Tutto è criticamente vivo in Nietzsche autocriticista potentissimo che sa negarsi, in cui la vita, divenuta problema, è afferrata e lanciata lontano, rincorsa e torturata. La complessità e la valenza del genio nietzscheano sono estreme : sorvolato dal Barzellotti, penetrato dal Borgese e dal De Roberty, cincischiato dal geniale Fouillée, analizzato dall'Orestano e dal Lichtenberger, lineato dal Faure, dallo Schuré, studiato dal Castiglioni, dal Romer, dal Lachmann, dal Meyer, dal Brandes, avviluppato da una nube di articoli di giornali e di riviste che lo rendono impenetrabile come Iside, Nietzsche si rivela quale un simbolo di realtà, più che una realtà, una profezia più che un carme, un grido più che una persona. Così voleva il suo spirito fulmineo. Perchè rimpicciolirlo con aggettivi, con un aggettivo? Nietzsche si svolge in noi, con noi, per noi : oggi Nietzsche è Istinto dei tempi. È altruista? È egoista? Sono inezie per un critico di Nietzsche che sappia sollevarsi fino a lui. Nietzsche è la voce che sa rivelarci.
    Il problema contemporaneo è, in parte, di questo « héros de la connaissance, qui acceptale martyre... » come scrive il Brunet ; e questo nostro martirio chi sarebbe in grado di definirlo?


    Friedrich Nietzsche

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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche

    Breve introduzione al pensiero di Nietzsche


    Il Problema della vita

    Per nessuno come per Nietzsche dare una forma al proprio pensiero significa scoprire il significato della propria vita e del proprio destino. Ma ciò in un senso molto più profondo dell'analoga esigenza che viene posta dal romanticismo. In Nietzsche trionfa il problema della della personalità. Solo se riusciamo a scoprire il mistero della nostra persona ci sarà possibile penetrare in una regione in cui il fondamento esistenziale della vita si lasci avvicinare e rilevare dall'uomo, senza che per questo l'uomo abbia la possibilità e il diritto di determinare una chiara comprensione di quella regione in cui, per grazia della decisione di affrontare il mistero che cela in sè, è potuto penetrare.



    Il primo periodo

    La prima fase del pensiero di Nietzsche è caratterizzata dagli studi filologici e dalla passione per il mondo greco, dall'influenza della riflessione di Schopenhauer e dalla sconfinata ammirazione per l'opera di Wagner: La nascita della tragedia riunisce tali influssi per generare una nuova visione della civiltà greca.

    Secondo Nietzsche lo spirito greco delle origini è dominato dall'impulso dionisiaco, cioè dal sentimento della fondamentale caoticità dell'essere: è il trionfo di Dioniso, dio dell'ebbrezza, dell'orgia e della passione, che trova la sua migliore espressione nella musica. L'impulso apollineo, che corrisponde all'immagine tradizionale della classicità quale serena e limpida armonia di forme, è per il filosofo solo la reazione di una sensibilità morbosa e decadente dell'irrazionalità e dell'eccesso dell'esistenza: sua espressione più compiuta è la scultura. I due impulsi si compongono nella tragedia di Eschilo e di Sofocle. Già Euripide, però, discepolo ideale di Socrate, annuncia la morte della tragedia. Socrate è la figura simbolica di una visione del mondo razionalistica e ottimistica, della filosofia della scissione di soggetto e oggetto, del primato dell'intelletto sull'istinto e sulla passione e del disprezzo per la libera e innocente creatività dionisiaca. Con Socrate si impone all'uomo l'ideale della scienza e della mediocrità, di una vita solo teorica: prevale il sentimento di sicurezza, dato dalla pretesa esistenza di un vero ordinamento dei mondo. Nelle Considerazioni inattuali Nietzsche accosta nella polemica Socrate a Strauss, Feuerbach e Comte: l'idea di un mondo che si svolge secondo un ordine oggettivo e conoscibile, ma non modificabile, rende insensata l'azione storica. L'uomo, sommerso dalla propria coscienza storiografica, è incapace di creare nuova storia: lo stoicismo è solo un altro aspetto del razionalismo, ispirato dalla fede riposta nella scienza dal positivismo. A tali segni di decadenza dell'uomo Nietzsche contrappone il ritorno alla cultura dionisiaca e la rinascita dello spirito tedesco, preannunciati nella filosofia di Schopenhauer e nella musica di Wagner.

    Il secondo periodo

    In umano troppo umano inaugura la seconda fase del pensiero di Nietzsche, in cui il filosofo attua una radicale critica della cultura, in particolare della metafisica e della religione cristiana. La polemica antiscientifica e antipositivistica si attenua in vista di un riavvicinamento al sapere scientifico, concepito ora come disinteressato e libero da preoccupazioni metafisiche. Contemporaneamente il filosofo abbandona l'estetismo e la cieca ammirazione per Wagner (il Parsifal viene ora definito il culmine della decadenza europea), per esaltare la musica "mediterranea" di Rossini e Bizet. Egli matura inoltre la decisione di lasciare gli studi filologici "dotti e insipidi". Progetta pertanto di costruire una chimica delle idee e dei sentimenti morali che mostri come ogni produzione spirituale abbia una base materiale: tutte le verità sono storicamente situabili e l'evidenza di una proposizione non è segno della sua verità, ma dei fatto che essa corrisponde meglio di altre ai condizionamenti psicologici e sociali.

    Il terzo periodo

    La terza fase si apre con Così parlò Zarathustra: l'opera, di difficile interpretazione, è una requisitoria contro l'ideale della mediocrità e le varie forme di morale della rinuncia, fra cui Nietzsche annovera adesso anche la filosofia di Schopenhauer, causa il suo pessimismo e il suo rassegnato ascetismo.

    Il cristianesimo, in particolare, è caratterizzato dallo spirito di risentimento dei deboli verso i più forti, da una morale di schiavi che nega tutto ciò che è differente da sé. Alla morale della rinuncia Nietzsche contrappone l'aristocratica morale della totale affermazione di sé, dell'accettazione di tutto ciò che è terrestre e corporeo, della trasmutazione di tutti i valori: è la morte di Dio, la fine di ogni trascendenza, religione o metafisica, delle verità immutabili e dei sistemi di valori assoluti (nichilismo nietzschiano). Le nuove virtù, la fierezza, la gioia, la salute, l'amore, l'inimicizia, la guerra, l'amoralismo della politica di potenza e il senso di pienezza dell'arte.

    Il superuomo (o oltreuomo) è l'uomo totalmente indipendente dai valori tradizionali, l'uomo che si pone al di là del bene e del male: l'uomo superiore accetta con gioia la vita come è, e segue volontariamente la via che gli uomini del gregge hanno seguito ciecamente. In un mondo dominato dal caso e dall'irrazionalità, la sola necessità è quella della volontà che vuole riaffermare se stessa; il superuomo ha saputo identificare la propria volontà con quella del mondo, accettare la nonna terrestre che lo regge: egli è volontà di potenza incarnata. Le dottrine del superuomo e della volontà di potenza trovano il loro senso più compiuto in relazione al tema dell'eterno ritorno. Contro la tradizione giudaico-cristiana che attribuisce al tempo una direzione lineare e una struttura articolata in passato, presente e futuro, Nietzsche nega l'esistenza di un fine del corso storico che trascenda i singoli momenti. Significati e direzioni sono solo prospettive interne al gioco di forze della volontà di potenza: ogni momento, e ciascuna esistenza in ogni attimo, ha tutto il suo senso in sé. Il superuomo, grazie all'amor fati, all'accettazione gioiosa della vita così come è - nel passato, nel presente e nell'eternità - deve costruire un'esistenza in cui ogni momento abbia tutto intero il suo senso: l'eterno presente della vita.

    Critica alla suddivisione del pensiero nietzscheano:

    Personalmente non trovo corretta questa "suddivisione" del pensiero nietzscheano, come già fatto notare dal professor Giorgio Penzo (invito al pensiero di Nietzsche ed. MURSIA pag. 44 1990) "... in ogni opera di Nietzsche si può cogliere l'unità del suo filosofare. Ed è proprio il problema dell'unità chi ci porta a non essere d'accordo su quella suddivisione delle opere di Nietzsche in tre periodi, che viene per lo più condivisa nell'ambito della letteratura nietzscheana" e ancora : "A nostro avviso, questa distinzione non rispetta l'unità del filosofare nietzscheano, che è appunto presente non solo in ogni scritto, ma pure in ogni pagina ed anzi in ogni aforisma".

    Dunque possiamo continuare dicendo che, per un primo approccio a Nietzsche e per comodità, dividiamo il suo pensiero in tre periodi mentre approfondendo le sue opere, leggendole e sviscerandole vi troviamo un filo conduttore continuo.

    Lo stesso Nietzsche nel periodo in cui scrive la prima parte dello Zarathustra ha un singolare scambio epistolare con Peter Gast. Quando riceve il libro Peter Gast non ci capisce granché; ma in qualche modo lo stile gli risulta famigliare e così esprime la sua perplessità nella forma di un elogio, senza rinunciare a un' insinuazione un po' maligna: "A questo libro di deve augurare la diffusione della Bibbia, il suo prestigio canonico, tutta la sua serie di commenti, sulla quale si fonda in parte il suo prestigio". Nietzsche si lascia adulare - "allora la mia vita non sarebbe fallita?" -, per scoprire in seguito che Gast, con la sua "serie di commenti", ha toccato proprio il punto nevralgico: nonostante i cordiali auguri di un' ampia diffusione, non lo si capisce. LA NUOVA BIBBIA NECESSITA DI SPIEGAZIONI. In tutta fretta l'autore le fornisce, in più di una versione. All'inizio di aprile, Overbeck apprende che all'autore dello Zarathustra è venuto in mente qualcosa di decisivo "leggendo per intero Aurora e La gaia scienza : "E' un fatto che io ho approntato il commento prima del testo". Nei suoi libri non c'è quasi una riga che non possa servire da spiegazione dello Zarathustra. In caso di incomprensione c'è pertanto un solo rimedio: leggere Nietzsche. Cerca di scioccare Malwida suggerendo che con questo libro "ha sfidato tutte le religioni" - è stato un "pezzo di bravura" ed una "follia" al tempo stesso "scrivere il commento prima del testo". A Gast fa sapere - "è curioso" - che si dovrebbe tornare dritto fino a Schopenhauer come educatore per trovare spiegazioni sullo Zarathustra. Dovette aver sospettato adesso, al più tardi, ciò che dichiarò l'anno successivo: il suo libro sacro era "oscuro, inaccessibile e risibile per tutti". Non erano capiti, né lui, né il libro. Aveva regalato all'umanità un libro esteticamente concepito e scritto sotto ispirazione divina - e questa non lo voleva. L'editore ne pubbblicò tre parti e poi disse basta; la quarta se la pubblicò Nietzsche stesso, l'elefantessa, a proprie spese: edizione fuori commercio per gli amici che scuotevano la testa.


    Breve introduzione al pensiero di Nietzsche

  4. #4
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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche

    Il nome di Zarathustra

    Bisogna notare che Nietzsche, a questo nuovo «tipo di uomo», dà il nome di una figura storica. E inserisce lo Zarathustra storico, il fondatore di una religione nell'antica Persia, all'interno di una serie rilevante di personaggi, concepiti come una sorta di personale galleria d'antenati spirituali:

    Il mio orgoglio invece è che «io ho un'origine» perciò non ho bisogno della gloria. Vivo anche in ciò che moveva Zarathustra, Mosé, Maometto, Gesù, Bruto, Spinoza, Mirabeau; così, - sotto molti aspetti - in me per la prima volta si maturano e vengono alla luce embrioni che hanno avuto bisogno di un paio di millenni. (KSA 9, 642; FP 1881-82,433)

    È interessante ricordare che in una prima formulazione dello stesso pensiero (KSA 9,590; FP 1881-82,441), prima che la scrittura diventasse illeggibile, l'unico nome che ricorreva era quello di Zarathustra. Tra i due schizzi si inse-riscono, temporalmente, glosse e appunti che Nietzsche aveva annotato sul suo esemplare dei Saggi del filosofo americano Ralph Waldo Emerson (1802-82). Come si ricava dal commento dell'edizione Montinari, in questo libro si trova più volte sottolineato un passo in cui si parla di Zarathustra e al cui margine Nietzsche ha scritto: «È lui!».
    Il passo sottolineato da Nietzsche è il seguente:

    Perché meriti che lo si descriva quando si leva e si cinge i fian¬chi e s'avvia da qualche altra parte, noi esigiamo da un uomo che sappia profilarsi nel paesaggio grandioso come una colon-na. Le immagini più degne di fede sono quelle dei grandi uo¬mini che sanno imporsi e attrarre su di sé tutti i sensi fin dal loro primo apparire, come accadde al sapiente orientale, inviato a valutare i meriti di Zarathustra o Zoroastro. Quando il sapiente da Yunnah giunse a Balk, così ci narrano i persiani, Gutasp indicò il giorno in cui i mobeds di ogni terra dovevano I riunirsi e fu approntata per il sapiente di Yunnah una sedia d'oro fino. E, al momento debito, il Yezdam da tutti amato, i| profeta Zarathustra, comparve al centro dell'assemblea. Guardandolo in volto il sapiente di Yunnah disse: «Il suo aspetto, il suo incedere, il suo portamento non possono ingannare: da lui non può provenire che la verità». (KSA 14, 279)


    Dal punto di vista contenutistico l'elemento rilevante in questo brano è che la descrizione non concerne la dottrina di Zarathustra: non è questa a impressionare il saggio ospite, bensì il presentarsi del profeta: «il suo primo apparire». Emerson esemplifica, proprio con il racconto persiano, il «tipo di uomo» di cui avvertiva l'«esigenza».
    Le «tracce» delle letture di Nietzsche non forniscono una prova sicura del fatto che sia stato proprio questo brano a spingerlo ad adottare il nome di Zarathustra per il suo progetto. In seguito sarà lui stesso a fornire spiegazioni che - senza alcuna falsa modestia - indicano il posto in cui Nietzsche collocava se stesso e il suo pensiero nella storia mondiale. Stando a ciò che dice un frammento del 1884, utilizzando il nome di Zarathustra Nietzsche concepisce la sua opera come l'inizio di una nuova grandiosa concezione della storia:

    Ho dovuto rendere onore a Zarathustra, un Persiano; i persiani hanno per primi pensato la storia in tutta la sua grandiosità.' Un seguito di sviluppi, a ognuno dei quali presiede un profeti Ogni profeta ha il suo bazar, il suo Regno di mille anni. (KSJ 11,53; FP 1884 VII, II, 44)

    Ma la dichiarazione più ampia in merito al nome Zarathustra è ancora una volta rintracciabile nella straordinaria autopresentazione di Nietzsche, Ecce homo. Rispetto ai passi citati sin qui, si possono notare spostamenti d'accento.
    Si tratta ancor sempre di prospettive storiche generali, ma qui - quasi un baricentro delle riflessioni filosofiche nietz¬schiane degli anni Ottanta - a essere sottolineata è la storia del «porre e rovesciare valori». Nietzsche interpreta il suo Zarathustra come «l'autosuperamento della morale», mentre lo Zarathustra storico è colui che ha posto i valori della morale, e che proprio per ciò, in quanto primo, la sovrasta:

    Nessuno mi ha domandato, e avrebbero dovuto domandar¬melo, che cosa significhi, proprio sulla mia bocca, sulla bocca del primo immoralista, il nome Zarathustra: perché ciò che costituisce l'unicità di quel persiano nella storia è proprio l'opposto. Zarathustra fu il primo a vedere nella lotta tra il bene e il male la vera ruota che spinge le cose - è opera sua la traduzione della morale in termini metafisici, in quanto forza, causa, fine in sé. Ma questa domanda, in fondo, varrebbe già da risposta. Zarathustra ha creato questo errore fatale, la morale: di conseguenza egli deve essere anche il primo a riconoscere quell'errore. [...] La morale che supera se stessa per veracità, i moralisti superano se stessi diventando il loro opposto - me stesso - questo significa il nome di Zarathustra sulla mia bocca. (KSA6,367;EH377es.)

    Questa dichiarazione di Nietzsche sul problema - cronologicamente è l'ultima - apre la questione dell'interpretazione filosofica della denominazione. Il fatto di conoscere il modo in cui lavorava Nietzsche rende in ogni caso assai interessante la ricerca di ulteriori fonti letterarie. Ogni scoperta, infatti, mette in luce impulsi contenutistici sottesi alla stesura di Zarathustra.



    (Tratto da Così parlò Zarathustra -guida e commento- di Rudiger Schmidt e Cord Spreckelsen edizioni Garzanti)


    Il nome di Zarathustra

  5. #5
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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche

    COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA


    (nel link trovate la prima parte, poi verrete mandati nelle altre parti tramite i link a fondo pagina)
    FRIEDRICH NIETZSCHE COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA - PARTE PRIMA

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    Ultima modifica di Majorana; 25-08-10 alle 06:05

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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche


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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche


  9. #9
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    Predefinito Rif: Friedrich Nietzsche

    Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo.
    Friedrich Nietzsche

    Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi.
    Friedrich Nietzsche

    Che cosa desideriamo noi vedendo la bellezza? Desideriamo di essere belli; crediamo che a ciò vada congiunta molta felicità. Ma questo è un errore.
    Friedrich Nietzsche

    Chi raggiunge il proprio ideale, proprio con ciò lo oltrepassa.
    Friedrich Nietzsche

    Chi sa come nasce una reputazione diffiderà perfino della reputazione di cui gode la virtù.
    Friedrich Nietzsche

    Chi sa di essere profondo, si sforza di esser chiaro. Chi vuole apparire profondo alla folla, si sforza di esser oscuro. Infatti la folla ritiene profondo tutto quel di cui non riesce a vedere il fondo: è tanto timorosa e scende tanto mal volentieri nell'acqua!
    Friedrich Nietzsche

    Chi scrive aforismi non vuole essere letto ma imparato a memoria.
    Friedrich Nietzsche

    Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all'abitudine e quelle meschine alla paura.
    Friedrich Nietzsche

    Ciò che fa l’originalità di un uomo è che egli vede una cosa che tutti gli altri non vedono.
    Friedrich Nietzsche

    Ciò che noi facciamo non viene mai capito, ma soltando lodato o biasimato
    Friedrich Nietzsche

    Ciò che non mi distrugge, mi rende più forte.
    Friedrich Nietzsche

    Da quando ho imparato a camminare mi piace correre.
    Friedrich Nietzsche

    Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.
    Friedrich Nietzsche

    E' mia ambizione dire in dieci frasi quello che altri dicono in interi volumi.
    Friedrich Nietzsche

    É prerogativa della grandezza recare grande felicità con piccoli doni.
    Friedrich Nietzsche

    E' un giusto giudizio dei dotti che gli uomini di tutti i tempi abbiano creduto che cosa sia bene e male, degno di lode e di biasimo. Ma è un pregiudizio dei dotti che noi adesso lo sappiamo meglio di qualsiasi altro tempo.
    Friedrich Nietzsche

    Fino a che continuerai a sentire le stelle ancora come al di sopra di te, ti mancherà lo sguardo dell'uomo che possiede la conoscenza.
    Friedrich Nietzsche

    Grazie alla musica le passioni godono di se stesse.
    Friedrich Nietzsche

    I medici più pericolosi sono quelli che, da attori nati, imitano con perfetta arte di illusione il medico nato.
    Friedrich Nietzsche

    I pensieri sono le ombre delle nostre sensazioni: sempre più oscuri, più vani, più semplici di queste.
    Friedrich Nietzsche

    Il cinismo è la sola forma sotto la quale le anime volgari rasentano l'onestà.
    Friedrich Nietzsche

    Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato.
    Friedrich Nietzsche

    Il miglior scrittore sarà colui che ha vergogna di essere un letterato.
    Friedrich Nietzsche

    Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.
    Friedrich Nietzsche

    Il modo più perfido di nuocere ad una causa è difenderla intenzionalmente con cattive ragioni.
    Friedrich Nietzsche

    Il non parlare mai di sé è un'ipocrisia molto distinta.
    Friedrich Nietzsche

    Il nostro destino esercita la sua influenza su di noi anche quando non ne abbiamo ancora appresa la natura: il nostro futuro detta le leggi del nostro oggi.
    Friedrich Nietzsche

    Il pauroso non sa che cosa significa esser solo: dietro la sua poltrona c'è sempre un nemico.
    Friedrich Nietzsche

    Il sentimento più penoso che ci sia è quello di scoprire che si è sempre presi per qualcosa di superiore a quel che si è.
    Friedrich Nietzsche

    Io sono interamente corpo, e nient'altro; l'anima è soltanto una parola per indicare qualche cosa che riguarda il corpo.
    Friedrich Nietzsche

    L’amore e l’odio non sono ciechi bensì abbagliati dal fuoco che essi stessi apportano.
    Friedrich Nietzsche

    L’ozio è il padre di ogni filosofia. Quindi è la filosofia un vizio?
    Friedrich Nietzsche

    L’uomo è più sensibile al disprezzo degli altri che a quello di se stesso.
    Friedrich Nietzsche

    La decisione cristiana di trovare il mondo brutto e cattivo, ha reso brutto e cattivo il mondo.
    Friedrich Nietzsche

    La donna è stato il secondo errore di Dio.
    Friedrich Nietzsche

    La donna non è capace di amicizia, conosce solo l'amore.
    Friedrich Nietzsche

    La familiarità del superiore irrita, perchè non può essere ricambiata.
    Friedrich Nietzsche

    La nostra vanità è più duramente offesa proprio quando è stato il nostro orgoglio ad essere ferito.
    Friedrich Nietzsche

    La sensualità affretta spesso la crescita dell'amore, così che la radice rimane debole e facile da strappare.
    Friedrich Nietzsche

    La strada per la grandezza passa attraverso il silenzio.
    Friedrich Nietzsche

    La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.
    Friedrich Nietzsche

    L'amore è lo stato in cui l'uomo vede le cose diverse da come sono.
    Friedrich Nietzsche

    L'amore porta alla luce le qualità elevate e nascoste di un amante, ciò che vi è in lui di raro ed eccezionale. Così trae in inganno su ciò che in lui rappresenta la norma
    Friedrich Nietzsche

    L'architettura è una specie di oratoria della potenza per mezzo delle forma.
    Friedrich Nietzsche

    L'asceta fa una necessità della virtù.
    Friedrich Nietzsche

    Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità.
    Friedrich Nietzsche

    Le medesime passioni hanno nell'uomo e nella donna un ritmo diverso: perciò uomo e dona continuano a fraintendersi.
    Friedrich Nietzsche

    L'enorme aspettativa riguardo l'amore sessuale e la vergogna per questa aspettativa rovinano sin dall'inizio alle donne ogni prospettiva.
    Friedrich Nietzsche

    L'essere confutabile non è certo la minore attrattiva di una teoria; proprio per questo attira i cervelli più sottili.
    Friedrich Nietzsche

    L'immortalità si paga cara: bisogna morire diverse volte mentre si è ancora in vita.
    Friedrich Nietzsche

    L'uomo deve essere addestrato alla guerra. La donna al riposo del guerriero. Tutto il resto è stupidità.
    Friedrich Nietzsche

    Madre dell'eccesso non è la gioia, ma la mancanza di gioia.
    Friedrich Nietzsche

    Meglio è non saper niente che saper molte cose a metà.
    Friedrich Nietzsche

    Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui!
    Friedrich Nietzsche

    Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui.
    Friedrich Nietzsche

    Mi dicono che l'uomo ama se stesso. Ahimè, quanto deve essere grande questo amore, quanto disprezzo deve vincere!
    Friedrich Nietzsche

    Nel vero amore è l'anima che abbraccia il corpo.
    Friedrich Nietzsche

    Nella dorata guaina della compassione si nasconde talvolta il pugnale dell'invidia.
    Friedrich Nietzsche

    Nella vendetta e nell'amore la donna è più barbarica dell'uomo.
    Friedrich Nietzsche

    Non attribuiamo particolare valore al possesso di una virtù, finché non ne notiamo la totale mancanza nel nostro avversario.
    Friedrich Nietzsche





    Aforismi & aforismi ::: Gli aforismi di Friedrich Nietzsche

 

 

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