

Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)




Bielorussia: Lukashenko rieletto presidente. I diritti sociali in primis.
Bielorussia: Lukashenko rieletto presidente. I diritti sociali in primis.
Il 19 dicembre 2010 si sono svolte in Bielorussia le elezioni presidenziali, con la riconferma di Aleksandr Lukashenko alla guida del paese. Lukashenko, ex-direttore di una fattoria collettiva socialista ai tempi dell’URSS, è salito al potere nel 1994 come antagonista del candidato borghese Shushkevich che aveva privatizzato i beni pubblici seguendo l’esempio di Boris Eltsin nella Russia post-sovietica gettando sul lastrico milioni di cittadini. Lukashenko ha adottato al contrario una politica che ha impedito agli speculatori del capitalismo europeo ed americano di accaparrarsi le risorse del paese, ha ri-nazionalizzato le aziende dei settori strategici dell’economia e ha ricostituito alcuni spazi di gestione operaia sui posti di lavoro, dando tutta una serie di prerogative ai sindacati, che sotto la guida di Leonid Kozik hanno voltato le spalle alla Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) di tendenza social-liberale, per aderire invece alla storica Federazione Sindacale Mondiale (FSM) fondata dai comunisti nel 1945. Sul fronte internazionale, poi, la Bielorussia è oggi un partner strategico di tutti i paesi anti-imperialisti, come la Cina, l’Iran e i paesi in transizione al socialismo latinoamericani come il Venezuela di Chavez e la Bolivia di Morales. Il governo rivoluzionario di Cuba ha addirittura insignito il presidente Lukashenko di una medaglia al valore per i suoi meriti nella difesa di un modello di sviluppo sociale basato sulla sovranità e l’indipendenza e a favore di un mondo multipolare.
Il ruolo dei comunisti bielorussi
Lukashenko è candidato indipendente, così come formalmente senza partito sono la maggioranza dei deputati in parlamento che lo sostengono. L’unica realtà organizzata che ha sostenuto la candidatura presidenziale era il Partito Comunista di Belarus (KPB), organizzazione marxista-leninista che non solo dispone di un gruppo parlamentare all’assemblea nazionale della repubblica ex-sovietica ma addirittura di una rappresentanza nel gabinetto governativo di Lukashenko, di cui è organico alleato. La posizione dei comunisti – spiega Igor Karpenko, primo Segretario del comitato cittadino di Minsk del KPB – è dettata dal fatto che, sotto la presidenza di Lukashenko, la Bielorussia è stata in grado di far fronte alla crisi economica, garantendo uno sviluppo sostenibile e moderno del paese, di mantenere legalità contro le organizzazioni mafiose, preservare l’unità della nazione difendendola dalle minacce dell’imperialismo USA (ricordiamo che Bush aveva tentato di organizzare una “rivoluzione colorata” ai danni di Lukashenko (diffamato come “ultimo dittatore d’Europa”) e, soprattutto di prevenire una grande disparità nella distribuzione del reddito. L’esponente comunista, che ha messo in guardia dal tentativo di alcune forze liberali e nazionaliste di “gettare il paese nella tempesta”, ha inoltre affermato che la politica del governo è “indirizzata al rafforzamento del modello di sviluppo sociale ed economico bielorusso, che ha permesso il miglioramento del livello di vita della popolazione”. Al fianco di Lukashenko vi era anche l’organizzazione giovanile di massa del paese, l’Unione della Gioventù Repubblicana, imponente organizzazione con cellule in tutte le scuole del paese ed erede del “Komsomol”, il nome che aveva la Gioventù Comunista ai tempi del socialismo.
La sinistra alleata della …destra
La sinistra in Bielorussia, escludendo il Partito Comunista Bielorusso che non a caso non fa alleanze in questo senso, non gode affatto di sostegno fra le classi popolari, bensì quasi esclusivamente fra gli intellettuali di estrazione borghese: al di là dei socialdemocratici che considerano il governo di Lukashenko troppo poco … “liberale”; si trova all’opposizione, in un’alleanza a cinque con la destra economica, conservatrice e ultra-nazioanlista di stampo fascista, anche l’ex-Partito dei Comunisti Bielorussi, guidato dal segretario Kalyakin, che il 25 ottobre 2009 – come riportava con grande enfasi due giorni più tardi da una mai neutrale “Radio Free Europe” – ha modificato il proprio nome assumendo quello di “Partito della Sinistra (Mondo equo)” pur mantenendo la falce e il martello nel simbolo. Il partito di Kalyakin viene inspiegabilmente riconoscono come proprio partner da partiti europei come la LINKE tedesca e alcuni settori di Rifondazione Comunista in Italia. Inspiegabilmente, perché “Mondo equo” non ha proprio le caratteristiche per essere definito di sinistra: il suo leader infatti, oltre ad essere un “ultras” dell’europeismo, è noto per essere stato ospite nel febbraio 2007 delle due camere del parlamento statunitense, alle quali ha chiesto di influenzare le dinamiche politiche interne al suo paese: insomma ci mancava poco che chiedesse l’intervento contro il suo stesso Paese, al fine di esportare (sic!) la “democrazia”.


ottimo grande lukashenko
Dannato Barone Rosso.


da Trudovaja Rossija, numero 232
Âïåð¸ä, Áåëîðóññèÿ! (Áîðèñ ÃÓÍÜÊÎ) - "Òðóäîâàÿ Ðîññèÿ"
Avanti, Bielorussia!
Boris Gunko
Dopo la pubblicazione di un intervento di Aleksey Prigarin (“Nuove resistenti”, numero 123, Il dibattito tra i marxisti russi sull), proseguiamo nella rassegna di contributi al dibattito in corso tra i marxisti russi e della CSI sull’esperienza della Bielorussia, che sta per affrontare la scadenza delle elezioni presidenziali.
L’articolo che proponiamo (caratterizzato, a nostro avviso, da una visione eccessivamente schematica e semplificata del processo di transizione al socialismo, che sembra non fare del tutto i conti con le tremende difficoltà derivanti dagli attuali scenari dell’ex URSS e dalla cruda realtà dei rapporti di forza mondiali) è apparso nel giornale del Partito Comunista Operaio Russo – Partito Russo dei Comunisti (PCOR – PRC), la più importante organizzazione comunista russa (dopo il PCFR), anch’essa rappresentata nel parlamento della Federazione Russa.
Anche in questo intervento, al di là delle critiche avanzate, emerge comunque la determinazione a difendere con fermezza la Bielorussia e il suo presidente dai pesanti ricatti e dalle minacce di aggressione dell’imperialismo americano ed europeo. Una posizione ampiamente condivisa da quasi tutti i settori della sinistra dell’ex URSS.
M.G.
Dal momento della mia ultima visita in Bielorussia erano trascorsi già più di dieci anni, e molte volte avevo provato il desiderio di ritornarvi. Tanto più che sempre più frequentemente capitava di sentire che in Bielorussia non si era seguito l’esempio del capitalismo di rapina della Russia, che quasi si era in presenza del potere sovietico e del socialismo. Ecco perché, quando è stato reso noto che il presidente A.G. Lukashenko aveva invitato i giornalisti russi, e in particolare il rappresentante della nostra “Trudovaja Rossija” (Russia Lavoratrice), a visitare la Bielorussia, non ho mancato di approfittare di questa possibilità.
Non è certo cosa semplice scegliere dalla mole delle impressioni ricavate nel corso di questo eccezionale viaggio. Ma, dal momento che è necessario limitare la scelta, cercherò di fare riferimento alle questioni che più mi stanno a cuore: come si presenta la Bielorussia sul piano sociale, economico e politico, in che direzione si sta muovendo e che cosa ci si può attendere nel prossimo futuro?
La Bielorussia conserva il ricordo dell’epopea titanica del popolo sovietico. Molti segnali lo testimoniano. La conservazione di tutti i monumenti dell’epoca sovietica; la “Linea di Stalin” sotto Minsk; il fatto che il Giorno dell’Indipendenza della Bielorussia – il 3 giugno – non rappresenti un’assurdità, come in Russia, ma segni l’anniversario della liberazione di Minsk dall’occupazione nazi-fascista; e ancora, a differenza della Russia, l’inviolabilità della grande festa dell’Ottobre.
Se la paragoniamo alla Russia e agli altri paesi della CSI, la Bielorussia risulta più avanti per quanto riguarda molti indicatori economici e sociali, e per qualcuno di essi anche rispetto ad alcuni dei paesi altamente sviluppati dell’Occidente. Questo successo è stato conseguito, poiché si è consapevolmente rifiutato di procedere alla privatizzazione totale dagli effetti catastrofici e alla meccanica adozione delle ricette occidentali, e si è prestata particolare attenzione al mantenimento e allo sviluppo delle imprese d’avanguardia del settore dell’economia reale. La conseguenza di tale strategia nel periodo dal 1996 al 2005 è rappresentata dalla crescita media annua del 6,9% del Prodotto Interno Lordo, dall’aumento di 2,47 volte del volume della produzione industriale, di 2,74 volte della produzione dei prodotti destinati al consumo, di 1,23 volte della produzione agricola.
Sono state realizzate misure serie sul terreno della difesa sociale della popolazione. Tra i paesi della CSI, la Bielorussia occupa il primo posto nella capacità di acquisto del salario medio mensile e della pensione media mensile. In Bielorussia si è registrato il livello più basso di disoccupazione tra i paesi della CSI, 1,6% ( in Russia 2,1%, in Ucraina 2,8%, in Moldova 6,3% e nei paesi contigui alla Bielorussia, in Lituania 10%, in Lettonia 11,4% e in Polonia 20%). In Bielorussia c’è la più alta disponibilità abitativa tra tutti i paesi della CSI (23 metri quadrati per abitante) ed anche i tempi più veloci di messa in funzione di nuovi appartamenti.
Il sistema statale di assistenza sanitaria è basato sul finanziamento di bilancio e sulla assicurazione delle prestazioni mediche a tutti gli strati della popolazione. Nel 2005 gli stanziamenti per l’assistenza sanitaria costituiscono il 5% del bilancio, una somma superiore a quella di tutti gli altri paesi della CSI (in Russia, l’1%). Tra i paesi della CSI la Bielorussia è la prima nell’aspettativa di vita: 69 anni. Sebbene in Bielorussia la mortalità superi la natalità, a differenza della Russia tale tendenza sta subendo un arresto, e già si è raggiunto, nell’ambito della CSI, il più basso livello di mortalità infantile: 69 su 10.000 nati (116 in Russia, 95 in Ucraina). Nel 2005, gli stanziamenti di bilancio destinati all’istruzione rappresentano il 25,9%, vale a dire il 6,34% del PIL, una quota superiore non solo a quella di tutti i paesi della CSI, ma anche di paesi come USA, Gran Bretagna, Germania e molti altri.
Dalla realizzazione del Programma Statale di sviluppo 2006-2010 ci si attende una crescita del PIL del 50% in presenza di una riduzione delle spese energetiche del 30%. Alla base della crescita economica sta il sostegno statale alle produzioni di qualità, destinate all’esportazione e competitive. Già oggi la quota di produzione di macchinari di qualità rappresenta il 24%, di gran lunga superiore rispetto a quella di tutti i paesi della CSI. In virtù della realizzazione del Programma di approvvigionamento alimentare, nella crescita della produzione nel settore agricolo la Bielorussia è ai primi posti nel mondo.
Sorge una domanda: prendendo in considerazione i successi economico-sociali della Bielorussia, si può ritenere che, in questo caso, abbiamo a che fare con il socialismo o, almeno, con un orientamento socialista?. A nostro avviso no. E non solo perché i successi della Bielorussia vengono valutati sullo sfondo del crollo totale dell’economia della Russia e di altri paesi, dove è avvenuta la restaurazione del capitalismo. La pienezza del socialismo oppure la presenza di un orientamento socialista sono definiti non solo dagli indicatori macroeconomici (per cui, paradossalmente, si dovrebbe considerare gli USA il primo paese socialista). L’attributo fondamentale del socialismo è la proprietà sociale sui mezzi di produzione che opera attraverso la dittatura del proletariato, e la cui gestione si realizza sulla base di piani statali fondati scientificamente e nell’interesse della massima soddisfazione delle esigenze materiali e culturali di tutta la società (e non del profitto di determinati produttori).
Cosa abbiamo allora in Bielorussia? Nel documento ufficiale “BELARUS 2005. Situazione e prospettive dello sviluppo economico-sociale” i concetti di “capitalismo” e “socialismo” non vengono neppure menzionati. In ogni caso, il contenuto di questo documento evidenzia che nel paese è stato avviato un processo di approfondimento del capitalismo, che si differenzia da quello russo esclusivamente per i tempi meno accelerati e più cauti. “Il paese ha scelto un cammino evolutivo di sviluppo”, leggiamo. Ma in che direzione? Lo chiarisce questa frase: “Lo Stato svolge un ruolo attivo nella formazione di rapporti di mercato…”. Ciò non ricorda forse Gorbaciov, che a lungo ha utilizzato il termine “rapporti di mercato” per mascherare il concetto di “capitalismo”? Leggiamo ancora: “Dalla misura in cui verranno create istituzioni di mercato, deriverà una graduale e conseguente limitazione della partecipazione diretta dello stato ai processi economici”. Il discorso riguarda il graduale scivolamento verso il capitalismo. Uno scivolamento già in atto. Oggi il 60% della produzione industriale si realizza in imprese di proprietà privata e mista.
Naturalmente, si cerca di convincere del fatto che “la privatizzazione …non persegue scopi politici e ideologici, ma innanzitutto economici: l’attrazione di investimenti strategici, la modernizzazione e l’elevazione della capacità competitiva della produzione, la crescita dei redditi reali dei lavoratori dipendenti”. E’ evidente, però, che la privatizzazione, privando i lavoratori dei mezzi di produzione creati dal loro lavoro, persegue chiaramente scopi politici, rappresentati dalla consegna del potere reale alla classe della borghesia. Nel documento citato si afferma che il modello dell’economia bielorussa permette di combinare “l’efficienza economica con un elevato livello di difesa sociale dei cittadini”. Eccola l’ “efficienza”. Proprio quello da cui ci si dovrebbe difendere!
Nonostante la relativa morbidezza della capitalizzazione e l’aspirazione della maggioranza delle persone a conservare un punto di vista socialista, è in atto un’offensiva dell’ideologia borghese. Incontro un membro del Partito Comunista Bielorusso, funzionario dell’amministrazione presidenziale e gli sento dire che non esiste né il capitalismo né il socialismo, non ci sono mai stati e neppure ci saranno, ma può esistere solo una vita brutta e una vita buona! Gli chiedo: da cosa dipende se la vita è “brutta” o meno? Risponde: dal fatto che il padrone sia buono o cattivo.
Ecco il più semplice degli esempi. Lukashenko è indiscutibilmente un buon dirigente e un uomo onesto. Alla conferenza-stampa ha affermato: “Abbiamo 10 milioni di abitanti, ma oggi ce ne occorrerebbero 30 (manca la manodopera! – nota dell’autore), e potremmo sostentarne anche 70”. Ma se manca la manodopera, perché allora nel paese ci sono quasi 86 mila persone che non sono in grado di nutrirsi? La ragione è evidente: il capitalismo, la cui natura è basata sulla caccia al profitto derivante dalla proprietà privata. Nessun presidente potrà mai cambiare tale natura.
Ancora un esempio. Nel corso della conferenza-stampa Lukashenko ha affermato che in Bielorussia è stata assunta la decisione che prevede che un dirigente di azienda non debba percepire uno stipendio superiore di 4 volte a quello medio. Sembrerebbe un’ottima decisione, dal momento che il dirigente, per ottenere un aumento per sé, dovrebbe preoccuparsi di ottenere anche la crescita del salario degli operai. Ma, in realtà, la maggior parte delle aziende ha le caratteristiche di società per azioni, dove la fonte del reddito per i dirigenti è rappresentata non dallo stipendio, ma dal possesso della maggior parte del pacchetto azionario. In presenza di tale situazione non è certo necessario preoccuparsi della giustizia sociale.
Per qualche ragione la domanda, da me rivolta a Lukashenko, e la sua risposta non sono state pubblicate nel sito dell’amministrazione presidenziale e, di conseguenza, non sono apparse nelle pagine dei giornali. Per questo la ripropongo.
“Compagno presidente! La stragrande maggioranza dei cittadini in Russia e Bielorussia vuole la riunificazione dei nostri popoli fratelli. Inoltre, se in presenza della riunificazione verrà conservato il sistema presidenziale, la maggioranza del popolo La appoggerà. La ragione è evidente: la Bielorussia più di tutte le altre repubbliche ha mantenuto i valori materiali, sociali, morali, acquisiti nell’era sovietica. La gente vuole la riunificazione dei nostri paesi anche perché vede in questo un passo nella direzione della ricostruzione dell’URSS. Perché solo questo potrà impedire la Terza guerra mondiale, verso la quale l’imperialismo sta trascinando il pianeta.
C’è ancora un problema, persino più serio. Oggi in Russia si sta preparando un vero e proprio atto vandalico sulla Piazza Rossa. Vogliono liquidare il Mausoleo di V.I, Lenin e il Memoriale con le tombe di molti dei migliori uomini della nostra Patria. Ma questo non è solo vandalismo. E’ la testimonianza, è la dimostrazione che la Russia ha accettato senza discutere la “democrazia” americana e che non ha intenzione di battersi per la propria dignità, al contrario di quanto oggi fanno Cuba, Venezuela e Bielorussia.
Cosa pensa riguardo a tali problemi, e non Le sembra che non potranno essere completamente risolti fino a quando non ci libereremo nel mondo dal male della proprietà privata?”.
Nella risposta del presidente non è stato difficile individuare le contraddizioni del processo in corso in Bielorussia. Occorre notare che, a tal riguardo, sono in contraddizione tra loro anche le posizioni dei due partiti comunisti della Bielorussia. Uno di essi appoggia la politica di Lukashenko, affermando in particolare che il socialismo può basarsi sull’economia di mercato. E’ chiaro che tale posizione non permette di considerarlo un partito comunista. L’altro partito, invece, respinge la politica di Lukashenko, accusandolo, per così dire, di tutti i mali possibili e immaginabili.
Certo, non bisogna dimenticare che Lukashenko è arrivato alla guida del paese solo nel 1994, quando la Bielorussia, come la Russia, si trovava in una situazione di sconquasso dell’economia e dell’assetto sociale, e che proprio grazie a Lukashenko si è riusciti a non cadere nel baratro, e in seguito a riportare il paese a un livello d’avanguardia. Non bisogna dimenticare che ciò è stato fatto e continua ad essere fatto in un paese, che non dispone di proprie risorse energetiche e che deve sostenere l’assedio di un vicino reazionario, quale l’imperialismo mondiale, che non nasconde la sua rabbia per i tentativi della Bielorussia di costruire il proprio futuro in piena autonomia.
Lukashenko, nei limiti del possibile, utilizza strumenti caratteristici dell’Unione Sovietica. Ad esempio, si svolgono regolarmente Congressi Popolari, che riuniscono fino a 3 mila delegati dei collettivi di lavoro, delle organizzazioni sociali e dei partiti, dove si decidono gli orientamenti di fondo per il successivo piano quinquennale. In molti settori è conservata la pianificazione. La politica verso le minoranze nazionali in un paese, in cui abitano i rappresentanti di oltre 140 nazionalità, ha un carattere prettamente internazionalista. Nel paese assistenza sanitaria ed istruzione sono di fatto gratuite. Non è stata chiusa una sola istituzione culturale. Per alcuni aspetti la situazione in Bielorussia è addirittura migliore di quella dell’URSS. Ad esempio, nell’esercito non esiste il “nonnismo” (un’autentica piaga nell’esercito russo, nota del traduttore) e, per questa ragione, non si fugge dal servizio militare, ma vi si entra…per concorso!
In una parola, nell’attuale situazione, anche osservandola dal punto di vista di un marxista ortodosso, è difficile attuare una politica più progressista ed ottenere migliori risultati di quelli realizzati da Lukashenko. Allo stesso tempo, è chiaro che tale situazione non è destinata a durare nel tempo. La borghesia bielorussa, nelle condizioni di un seppur ammorbidito capitalismo, cercherà di rafforzare le proprie posizioni e, con l’aiuto dell’Occidente, di realizzare un colpo di Stato. Tale situazione si è già verificata in Georgia e in Ucraina. La stessa cosa era successa in precedenza con l’URSS. Per questo prima o poiin Bielorussia occorrerà scegliere: il passaggio violento al capitalismo selvaggio con la distruzione di tutto ciò che è stato realizzato, oppure uno strappo verso il socialismo.
A questo punto sorge una domanda: è possibile che Lukashenko si metta alla testa di questo processo in senso socialista? Noi affermiamo che è possibile. E’ un uomo che fino ad ora non si è dichiarato marxista, ma che dimostra onestà irreprensibile e amore per la Patria. Condizioni particolari potrebbero indurlo a scegliere la strada giusta, a diventare un rivoluzionario e persino un marxista. La storia conosce molti di questi casi. E’ successo con Fidel Castro e con Hugo Chavez e, in Russia, in una certa misura, con Lev Rokhin (popolarissimo esponente di rilievo delle forze armate, vicino ai comunisti, prematuramente scomparso, in circostanze ancora da chiarire, nota del traduttore). Vogliamo credere che Lukashenko non si limiterà ad essere un dirigente democratico progressista e che il suo popolo lo sosterrà con ancora maggiore entusiasmo di quello dimostrato fino ad ora.
Naturalmente, tutto sarebbe estremamente più semplice se il primo passo in avanti lo facesse la Russia. Ma oggi è la storia stessa ad incitare: Avanti, Bielorussia!
Traduzione dal russo a cura di Mauro Gemma


Resistenze.org - sito di controinformazione del C.C.D.P. - Via Reggio 14 - Torino - popoli resistenti - bielorussia - 05-04-06
fonte “Sovetskaja Rossija”
da Rebelión
Il fenomeno bielorusso
Roy Medvedev*
16 marzo 2006
Tradotto dal russo in spagnolo per Rebelion da Josafat S. Comin e Andrés Urruti
*Roy Medvedev, eminente storico marxista russo, è noto in Occidente soprattutto per le posizioni critiche assunte negli anni ’70 nei confronti della dirigenza del PCUS, dal quale fu espulso per aver firmato insieme ai fisici Sakharov e Turchin il cosiddetto Manifesto dei tre scienziati e per aver partecipato alla formazione del Comitato sovietico per i diritti dell’uomo.
Studioso in particolare del periodo staliniano, Medvedev è autore di diverse opere, alcune delle quali sono state pubblicate anche in Italia. Ricordiamo in particolare Lo stalinismo (1972), Ascesa e caduta di Lysenko (1971) e La Rivoluzione d’ottobre era ineluttabile? (1976).
All’indomani del golpe eltsiniano del 1991 fu tra i primi ad opporsi alla restaurazione capitalistica, dando vita ad un piccolo partito di orientamento marxista. Oggi è tornato alla sua attività di studioso, pur continuando ad aderire alle battaglie della sinistra russa.
La versione originale del saggio che proponiamo è apparsa pochi giorni prima delle elezioni presidenziali in Bielorussia in Sovetskaja Rossija giornale molto vicino alle posizioni del Partito Comunista della Federazione Russa.
La critica occidentale alla Bielorussia
Come è risaputo, i politici occidentali e la stampa occidentale non risparmiano i mezzi per screditare e criticare la situazione attuale della Bielorussia. Durante il suo incontro a Vilnius (Lituania) con un gruppo di attivisti dell’opposizione bielorussa, Condoleeza Rice ha in pratica incitato apertamente a rovesciare Aleksander Lukashenko “l’ultimo dittatore in Europa”. Già al momento della presa di possesso dell’incarico di Segretaria di Stato degli USA, dichiarò che considerava la Bielorussia come “baluardo della tirannia in Europa”. Il giornalista statunitense Peter Savodnik ha descritto la Bielorussia come un “regime surrealista di stampo stalinista, che si regge unicamente sulla paura, la fame e il culto della personalità. Lukashenko ha già distrutto tutto il settore privato dell’economia. Il popolo vegeta in mezzo alla povertà e alla mancanza di denaro, dal momento che persino l’erogazione di salari e pensioni dipende dalla volontà del presidente”. L’unico modo per ottenere la democrazia in Bielorussia – secondo Savodnik – passa attraverso il rovesciamento di Lukashenko. “Per ottenerlo bisognerà ricorrere a tutto: aiutare economicamente l’opposizione, creare difficoltà agli investimenti nel paese, fare tutto ciò che è necessario, fino a non escludere la fornitura di armi alla resistenza. L’Europa Occidentale pensa di non poter spingere i bielorussi all’uso della forza per ottenere la democrazia. Ma se si vuole veramente aiutare la rivoluzione bielorussa a raggiungere ciò che è già stato realizzato in Serbia, Georgia e Ucraina, l’Unione Europea dovrebbe cominciare a togliersi i guanti di pelle” (Wall Street Journal. 11/02/05. “Slate”. USA 16/02/05).
I politici europei e specialmente gli economisti e gli uomini d’affari europei sono più prudenti nelle loro valutazioni in merito alla Repubblica Belarus, uno stato pacifico e tranquillo nel cuore dell’Europa che dà buoni guadagni nello scambio commerciale con l’Europa Occidentale. Solo nello scorso 2005, l’Olanda ha incrementato l’acquisto di articoli di fabbricazione bielorussa di 3,3 volte e la Francia di 3,8. Anche gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni dalla Bielorussia del 50% ( “Moskovskie Novosti” 25/11-1/12/2005).
Il Fondo Monetario Internazionale nel raffronto delle sue tabelle degli indici di sviluppo ha constatato con una certa sorpresa, che già nel 2005 il volume del PIL pro-capite della Bielorussia praticamente era il doppio di quello ucraino e superava di un 15-20% quello del Kazakhstan e della Russia. Il FMI sa perfettamente che gli investimenti stranieri e i crediti dei centri finanziari internazionali non sono alla portata della Bielorussia. Come sono possibili allora questi ritmi di crescita che sembrano contraddire tutte le leggi dell’economia?
Nell’estate del 2005 il FMI ha pubblicato un rapporto speciale: “La crescita economica bielorussa, un miracolo o no?”. L’inchiesta mostrava come l’economia bielorussa si sia sviluppata con sufficiente successo negli ultimi 10 anni e come, secondo molti indicatori, superi i livelli non solo dei paesi della CSI, ma anche di Polonia, Lituania, Ungheria, Bulgaria, Romania e altri paesi dell’Europa Orientale. Naturalmente gli esperti del FMI non hanno potuto spiegare i motivi di questa rapida crescita. Non hanno potuto menzionare fattori quali la ferma, stabile e competente direzione dell’ “ultimo dittatore d’Europa” oppure il recupero in Bielorussia dei principi sovietici dell’economia pianificata.
Per molti anni, sia i media occidentali che quelli russi , hanno cercato di imporre l’immagine di una Bielorussia arretrata, indigente, misera, con un popolo dimenticato e passivo.
Ma vediamo quali sono le impressioni su Minsk del giornalista russo Andrei Bogdanovich, che in passato aveva scritto in modo poco lusinghiero sulla situazione in Bielorussia. “I viaggiatori provenienti da Mosca sono ricevuti nel nuovo edificio della stazione, di cristallo e metallo, con risplendenti scale mobili e ascensori. La città sorprende per la sua pulizia. Le ampie vie sono perfettamente pulite, non ci sono barriere pubblicitarie e neppure brutte insegne al neon. Minsk infonde l’impressione di una città sovietica da modello, con ampie strade, con pochissime ostruzioni, con un predominio del trasporto pubblico, con un asfalto eccellente, con strisce verniciate di recente e con edifici residenziali molto curati, come se fossero stati appena ristrutturati. Man mano che ci avviciniamo alla periferia vediamo più blocchi di abitazioni di vari piani, di nuova costruzione. A volte incontriamo quartieri interi, dove solo cinque anni fa c’erano campi e poderi incolti. In città la metropolitana continua ad ampliare le sue linee a gran velocità, e si costruiscono nuove strutture sociali. Dopo il Palazzo del Ghiaccio, è stato costruito un nuovo centro sportivo, è ora si sta terminando la costruzione di una nuova Biblioteca Nazionale. In generale, le sensazioni che lascia Minsk sono molto gradevoli. Lo stesso possiamo dire dell’insieme del paese. Poca gente lo sa fuori dalle frontiere del paese, ma la Bielorussia possiede una delle economie che più stanno crescendo in Europa. Nel 2004 il PIL è cresciuto dell’11%. Nel 2005 si spera che sia dell’8,5% e per il 2006, le previsioni parlano di un 8%”.
Bogdanovich conclude dicendo: “si, l’economia bielorussa cresce a ritmi serrati, nonostante l’attiva intromissione dello stato. Non c’è alcun miracolo. La crescita del ruolo del capitale privato nella vita economica del paese è inevitabile”. (“Export”, 12-18/12/2005).
Questa conclusione non sembra avere una logica, dal momento che l’economia bielorussa cresce da 10 anni consecutivamente, e la ragionevole intromissione dello stato rappresenta uno dei fattori importanti del suo successo. Non a caso Vladimir Putin si è felicitato nel gennaio di quest’anno con il presidente Alexander Lukashenko per i successi economici bielorussi.
La Bielorussia avanza
In quanto parte dell’Unione Sovietica, la Bielorussia si considerava una delle repubbliche più sviluppate in campo economico, occupando il secondo posto dopo la Federazione Russa in quanto a livello del PIL pro-capite e agli indici del livello di vita. Il terzo posto era occupato dall’Ucraina, che seguiva da vicino Russia e Bielorussia. Il Kazakhstan era incluso tra le repubbliche che ricevevano sussidi e di solito occupava il sesto o settimo posto nelle tabelle che riflettevano il livello di sviluppo dell’economia. (“Questioni di economia” n°4-6, 1992). Questo rapporto è variato già nel 2000, continuando a farlo negli anni seguenti. In cinque anni (2001-2005) il prodotto interno lordo della Bielorussia è aumentato del 42%. Negli ultimi 10 anni il PIL della Bielorussia è raddoppiato. (“Republica”. Minsk. 24/12/2005). Per i suoi livelli di PIL pro-capite, la Bielorussia occupa il primo posto nella CSI, il che è stato riconosciuto anche dagli esperti del FMI.
Secondo dati dei centri di analisi del FMI e tenendo conto della parità della capacità di acquisto delle divise nazionali nel 2001, il PIL pro-capite è cresciuto nel 2000-2003:
In Ucraina………da 4’75 a 5’85 mila dollari;
In Russia.………da 6’75 a 7’75 mila dollari;
In Kazakhstan….da 6 a 7’8 mila dollari;
In Bielorussia….da 7’25 a 8’7 mila dollari.
(“Economia mondiale e relazioni internazionali”. N°2, 2004)
Nei due anni seguenti la Russia ha incrementato il proprio PIL del 13,8%, l’Ucraina del 14,3%, il Kazakhstan del 19,2%, la Bielorussia del 20,2% (“Principali indici macroeconomici dei paesi della Comunità degli Stati Indipendenti”, M., 2005)
La Bielorussia guida la CSI per quanto concerne le produzioni tecnologiche nell’insieme dell’economia, in primo luogo nel settore automobilistico e della fabbricazione di macchinari. La Bielorussia è anche in testa alle statistiche pro-capite quanto a fabbricazione di televisori, frigoriferi, tessuti e calzature. Supera di 3 volte la Russia e l’Ucraina nella produzione di carne e di 7 volte il Kazakhstan. Nei prodotti caseari, formaggio e latte, la Bielorussia supera di 2-3 volte Ucraina e Russia e occupa il primo posto nella produzione pro-capite di zucchero, patate, frutta e uova. E’ superata solo dal Kazakhstan nella produzione di grano e da Ucraina, Russia e Kazakhstan in quella di oli vegetali. La Bielorussia costruisce 2,5 – 3 volte più metri quadrati abitativi ogni 10 mila abitanti, dell’Ucraina e del Kazakhstan e 15-20% più della Russia. (“Comunità degli Stati Indipendenti”, M., 2004).
Potremmo continuare con questi raffronti citando molti altri indici di produzione industriale e agricola.
La Bielorussia è la prima nella CSI per i tempi di crescita del commercio estero. La bilancia commerciale nel 2005 si avvicinava ai 30 mila milioni di dollari, con un avanzo positivo di 700 milioni. Per un paese di 10 milioni di abitanti, dipendente per l’energia, è un risultato molto buono.
La Bielorussia lotta per aprirsi un varco nei mercati. Mantiene relazioni commerciali con quasi 70 paesi e migliora costantemente il livello e la qualità dei suoi prodotti. La struttura del suo commercio estero corrisponde a quella di un paese europeo industrialmente sviluppato: la sua produzione è quella dell’industria di trasformazione non quella di un produttore di materie prime. La Bielorussia è uno dei leader mondiali nella produzione di trattori e di camion. Il 36% del totale delle esportazioni della Bielorussia è indirizzato verso la Russia. Sono anche cresciute molto le esportazioni verso la Cina. Meno di un terzo delle esportazioni è rappresentato da concimi minerali e derivati del petrolio. In entrambi i casi, si tratta di prodotti elaborati e non di materie prime, grezze.
L’opposizione a Lukashenko ha scritto e scrive molto circa il basso livello di vita in Bielorussia. Ma i raffronti non vengono fatti con Ucraina e Russia, e neppure con le vicine Polonia, Lituania e Lettonia, ma direttamente con la Germania. Questi raffronti non reggono. Dobbiamo paragonare la Bielorussia del 2005 con quella del 1990, o con le attuali Ucraina e Russia. Così per esempio, la pensione media in Bielorussia ammonta a 104 dollari, la più alta della CSI se calcoliamo in dollari e ancora di più se teniamo conto della capacità d’acquisto, in virtù dei prezzi più che accessibili per i prodotti di prima necessità.
In Bielorussia, al giorno d’oggi abbiamo la migliore struttura di approvvigionamento alimentare della CSI e il “paniere della spesa” più conveniente, tanto per l’infanzia quanto per la terza età. Si hanno inoltre le migliori condizioni di accesso alla casa della CSI. Certamente l’aspettativa di vita dei bielorussi è scesa dai 71 anni del 1990 ai 69 del 2005. In Russia, troviamo un’aspettativa di vita alla nascita più bassa, 65 anni. Il salario medio in Bielorussia è di 250 dollari al mese, che rappresenta 80 dollari in più dell’Ucraina e 30 meno della Russia. Il bilancio russo non è oggi certo carente di entrate. In Bielorussia, però non registriamo le differenze salariali o di reddito che si registrano in Russia, sia tra le regioni, che nei settori della produzione. Il salario medio nel settore statale è di 225 dollari al mese (“Republica”. Minsk. 24/12/2005)
Naturalmente tali cifre sono molto modeste in rapporto alla Germania e alla Francia. Certo qui è più importante concentrare l’attenzione sulla dinamica della crescita. Raddoppiato in 10 anni (1996-2005) il proprio PIL, la Bielorussia si propone come obiettivo di triplicarlo per il 2010. Non esiste una simile dinamica né in Europa né nella CSI.
Logicamente l’opposizione bielorussa conosce tutte queste cifre, sebbene le spieghi a modo suo. Uno dei leader dell’opposizione, Aleksander Lebedko ha scritto recentemente nel principale giornale di opposizione della repubblica: “Dove sta il senso della vita? Nella verità. E la verità è questa. Nei suoi 11 anni di governo, Lukashenko ha creato un sistema basato sull’inganno e sulla paura. Un sistema che non è efficiente. Che funziona solo con la frusta del carrettiere. Che non dipende dalla gente che vive nelle regioni. E’ qualcosa che il dirigente bielorusso e i suoi sostenitori sono stati obbligati a riconoscere pubblicamente” (“Narodnaya volia” n° 226, 24/10/2005).
Il modello bielorusso
Negli anni 1992-1993 in Bielorussia non fu applicata alcuna “terapia shock”. Il potere era debole e diviso, ma la direzione dell’economia non era esercitata da una squadra di consiglieri stranieri, ma dall’ultimo governo sovietico, capeggiato da Viacheslav Kebich. Questo governo cercò di portare a compimento alcune prudenti riforme. Alla fine del 1993 furono privatizzate nel paese alcune centinaia di piccole e medie imprese.
La legge permise la libertà totale di commercio a prezzi di mercato, sebbene leggi come queste non provocassero l’entusiasmo tra la popolazione, dal momento che alla fine del 1992 i prezzi dei principali articoli di consumo avevano subito un aumento di 11 volte. Mentre la produzione si era ridotta nel 1992 di un 26% e nel 1993 di un altro 11%. (P.G. Chigrinov, “Storia di Belarus”, Minsk. 2004). Ciò dimostrava la drastica caduta del potere d’acquisto e del livello di vita della popolazione. Centinaia di migliaia di persone della fino allora prospera Bielorussia andarono ad ingrossare le liste dei disoccupati.
La mancanza di controllo e la crisi dominavano. All’inizio del 1994 fecero la loro apparizione 2.500 fattorie private. Però il loro peso specifico sul totale della produzione del settore agrario rappresentava appena l’1%. L’opposizione liberale esigeva la liquidazione di tutti i kolkhos e i sovkhos, sebbene nelle campagne bielorusse fossero pochi quelli che appoggiavano tali richieste. In Bielorussia non esistevano neppure proposte serie di privatizzazione delle grandi imprese industriali. Come si sa, in una Bielorussia relativamente povera di risorse naturali, negli anni sovietici si erano sviluppati con grande successo molti settori dell’industria di trasformazione, in primo luogo la costruzione di macchinari. Molti economisti soprannominavano la Bielorussia “l’officina di assemblaggio dell’URSS”. Decine di sue imprese per la produzione di macchinari, così come per la produzione di televisori, frigoriferi, elettrodomestici, attrezzature mediche, completavano il ciclo tecnologico che iniziava in Russia o Ucraina. L’economia bielorussa per l’80% era formata da imprese dell’ultimo ciclo, dipendenti per i materiali e con sbocchi in mercati del mercato generale dell’Unione (“L’economia mondiale e le relazioni internazionali”). Ciò presupponeva l’esistenza di una grande percentuale di lavoro altamente qualificato e ben retribuito e una parte importante del valore del prodotto creato. La maggioranza di queste imprese era dipendente dall’Unione, e non poteva essere privatizzata senza che venisse alterato lo sviluppo naturale della produzione. Evidentemente, la sparizione dell’URSS aveva distrutto il funzionamento normale dell’industria bielorussa.
Molte fabbriche non furono solo costrette a tagliare la produzione. Dovettero anche trattenerla. I magazzini erano pieni. Non c’erano nuove commesse, né fornitura di pezzi, di materie prime e neppure di energia. In Bielorussia non era molto forte il desiderio di acquisire l’indipendenza rispetto alla Russia, come nelle repubbliche baltiche, disposte a qualsiasi sacrificio per l’indipendenza. Inoltre i nazionalisti radicali bielorussi avevano poca influenza, non disponevano di un programma economico. Le loro preoccupazioni principali si concentravano attorno al problema della lingua. Nella maggior parte disprezzavano il loro popolo, che secondo loro aveva dimenticato il proprio idioma e i simboli degli antenati.
In tale congiuntura, la vittoria di Lukashenko nelle prime elezioni presidenziali fu qualcosa di logico. In seguito si è dato avvio ad una nuova politica economica, basata sul pragmatismo, sul senso comune e sul recupero dei legami economici e di cooperazione con la Russia. In Bielorussia è stata reinstaurata l’economia pianificata di tipo sovietico, con compiti prefissati in un arco da uno a cinque anni.
Il primo piano quinquennale sviluppato sotto la direzione di Lukashenko, “Principali direttrici dello sviluppo socio-economico della Repubblica Belarus per gli anni 1996-2000”, fu approvato a Minsk dall’Assemblea Popolare Bielorussa e venne convertito in legge.
Alla fine dell’anno 2005 più dell’80% degli attività, nelle città e nelle campagne di Bielorussia, facevano riferimento alla proprietà statale e cooperativa. Non esistono oligarchi, e non sono presenti grandi corporazioni private. Però le imprese bielorusse, i kolkhos e i sovkhos, funzionano, in generale, meglio che nell’epoca sovietica, poiché oggi devono competere nel mercato russo e mondiale. Nell’economia bielorussa sono mantenute, in sostanza, le forme di organizzazione economica (di direzione amministrativa) sovietiche, e lo stato sostiene anche molte imprese deficitarie. Ma in Bielorussia non c’è un partito unico dirigente, bensì un gruppo di partiti che appoggia il presidente, e un altro gruppo di partiti che forma l’opposizione. La Bielorussia non persegue lo status di paese con economia di mercato, ma costruisce una società di giustizia sociale, impiegando relazioni di mercato, che si correggono secondo le necessità. Così, per esempio, in Bielorussia si sostiene, mediante sussidi, il mantenimento di prezzi bassi per i prodotti di prima necessità, i servizi abitativi sociali e i trasporti pubblici. Aleksandr Lukashenko ha dato in molte occasioni una chiara definizione del modello bielorusso: “L’essenza del modello socio-economico di sviluppo del nostro stato “, ha detto Lukashenko in una conferenza stampa, il 23 novembre 2005, “consiste nel creare uno stato per il popolo. Costruiamo uno stato orientato al sociale. Non abbiamo percorso la strada della distruzione, ed abbiamo anche rinunciato alla parola “riforma”, che ha intimorito le nostre genti, in Russia come in Bielorussia. Noi non parliamo di riforma, ma di perfezionamento. Non percorriamo la precedente strada della distruzione. Partiamo da quello che abbiamo, mettiamo in piedi ciò che veramente vale la pena, e iniziamo a perfezionare tutto questo. E fondamentalmente ci appoggiamo alle fondamenta che sono state create in Unione Sovietica, qui, in questa terra, ed innalziamo un edificio economico normale, che oggi ci fa conseguire il risultato definito. Costruiamo un modello che tiene conto, prima di tutto, dell’essere umano. E unicamente in questo si trova la base della forza del presidente e del nostro stato, nel fatto che mai perderemo di vista gli interessi del cittadino (“Republica”, 25/11/2005).
L’opposizione ad A. Lukashenko critica in modo risoluto queste modalità di costruzione del socialismo di mercato su basi sovietiche (“Narodnaya volia”, 5/01/2005). E’ certo comunque, che nessuno dei leader dell’opposizione è stato capace, fino a questo momento, di proporre alcun altra strategia economica o una concezione socio-politica diversa.
Bielorussia e Russia
La repubblica di Bielorussia è il socio e amico più importante della Federazione Russa nella CSI e in Europa. Ai confini tra Russia e Bielorussia non ci sono posti di blocco e controlli di frontiera. I cittadini della Russia possono andare e lavorare in Bielorussia senza visti né permessi, e i cittadini della Bielorussia possono fare la stessa cosa in Russia. Nei nostri paesi esiste un unico spazio di difesa rispetto all’ovest, che mantiene e sviluppa l’infrastruttura sovietica. I nostri paesi hanno un sistema comune di organizzazione e di distribuzione dell’area di difesa e della produzione di tecnologia militare. La lingua russa è, insieme al bielorusso, idioma ufficiale in Bielorussia. La Bielorussia non è mai stata una colonia della Russia, e il popolo bielorusso non ha quei complessi antirussi, che hanno cercato di instillargli i nazionalisti radicali, dichiarando “decadente” il proprio popolo. Il più vicino alla realtà è stato proprio A. Lukashenko, quando ha affermato, con una battuta, che “i bielorussi sono russi, ma con un marchio di qualità”. Tra Russia e Bielorussia non ci sono mai stati, nel corso della storia, inimicizia e conflitti, e proprio questo, ha determinato la scelta finale dell’elite bielorussa nel suo orientamento verso la Russia dopo la dissoluzione dell’URSS. Come ha scritto recentemente A. Lukashenko, “il popolo bielorusso ha analizzato serenamente la situazione e ha fatto la sua scelta, nel senso che ha voluto dimostrare la propria incorruttibile lealtà alla fraternità slava. L’adozione di un orientamento verso la Russia, aperto e consapevole, è stato un passo molto responsabile. Era la mia posizione di principio, perché credo fermamente nella forza creatrice dell’unità dei nostri popoli” (“Nash Sovremennik” N° 12, 2005).
In Russia e Bielorussia esiste un modesto, ma comune, Stato federato, con un parlamento congiunto, un consiglio dei ministri, un Consiglio superiore di stato e un bilancio che nel 2006 ammontava a 3.000 milioni di rubli (ndt: circa 100 milioni di euro). Più di mille funzionari, diretti da Pavel Borodin, lavorano a Minsk nel Segretariato esecutivo di questo Stato federato, che presto dovrà stabilire il suo Atto costitutivo. Proseguono i preparativi per l’introduzione di una divisa comune per i due paesi, sulla base del rublo russo. Naturalmente, esistono anche problemi. E’ facile verificare che quasi tutte le principali iniziative di integrazione negli ultimi 10 anni sono partite non dalla Russia, ma dalla Bielorussia. Su molte delle iniziative economiche e politiche della Bielorussia cala il silenzio o si tergiversa, non solo in una parte significativa della stampa russa, ma anche nelle informative che arrivano al presidente della Russia. E’ risultato strano ascoltare le parole di V.V. Putin circa al fatto che tutta l’economia della Bielorussia corrisponde a un 3% di quella della Russia, come pure alcune conclusioni derivanti da queste sbagliate comparazioni.
La popolazione della Bielorussia corrisponderebbe a un 7% della popolazione della Russia, ma l’economia della Bielorussia corrisponde all’8% dell’economia della Russia. Nell’insieme dell’economia della CSI, nel 2003, la Russia apportava il 61,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL) della Comunità, e la Bielorussia il 4,8%. Nel mondo esistono già molti sistemi di integrazione, ma Russia e Bielorussia devono trovare la propria variante di Unione, che tenga conto della nostra storia e delle nostre realtà. La Bielorussia deve raggiungere l’integrazione, conservando la propria sovranità nazionale e statale, è questa è una posizione comprensibile e ragionevole. Le nostre economie sono totalmente compatibili, ma l’economia della Russia, al giorno d’oggi, include sufficienti elementi irrazionali, che giustificano la cautela della Bielorussia.
I problemi della democrazia in Bielorussia
I problemi della democrazia in Bielorussia possono essere esaminati sotto distinti angoli di visuale, che, pertanto, portano alla descrizione di quadri molto differenti, nella loro maggior parte, molto soggettivi. Ma la stessa cosa potrebbe essere detta per ogni paese occidentale, con “esemplari”, a detta di molti, regimi democratici. Sarebbe meglio parlare delle istituzioni reali del potere e dei fatti. E’ assolutamente evidente che il presidente della Bielorussia possiede, in accordo con la Costituzione del paese, enormi poteri, molto maggiori di quelli del presidente della Francia, degli USA o della Russia. Il presidente bielorusso coordina e dirige l’attività di tutti i poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario. I decreti del presidente della Bielorussia sono considerati leggi provvisorie. Il parlamento bicamerale bielorusso è, in larga misura, un organo rappresentativo e tecnico, più che politico. Non è una tribuna per dichiarazioni politiche e lotte dei partiti, che esistono in quantità in Bielorussia, ma che non sono grandi, in quanto ad influenza, e non sono in grado di costituire un’alternativa di potere.
E’ chiaro che, messo a confronto con l’ordine sovietico in Bielorussia, non solo ai tempi di Brezhnev, ma anche a quelli di Gorbaciov, la Bielorussia attuale è un regime democratico molto più avanzato. Qui è limitata, ma non proibita la stampa dell’opposizione, e neppure sono oscurate le emittenti occidentali. E’ possibile professare qualsiasi religione o aderire a qualsiasi dottrina filosofica.
Aleksandr Lukashenko è arrivato al potere nel 1994, in seguito ad elezioni pienamente democratiche. Senza appoggiarsi a nessun partito, e senza avere alcun sostegno finanziario solido, ha vinto le elezioni grazie, in primo luogo, al suo eccezionale talento oratorio, all’intelligenza naturale, alla forte volontà e all’onestà, qualità di cui tutti allora poterono convincersi. In quelle condizioni di malgoverno e di disordine, senza poter contare su una forte equipe professionale, sconfisse concorrenti molto più potenti di lui in vari contesti, ottenendo l’81% dei voti nel secondo turno. Il suo programma principale si condensava nella frase: “Non sto né con quelli di destra, né con quelli di sinistra; sto con il popolo”. Questo tema è ancora quello dominante nel programma elettorale del 2006.
Sarebbe strano e assurdo dare la colpa della debolezza della società civile in Bielorussia ad Aleksandr Lukashenko, e non all’opposizione bielorussa. Esattamente come nel 1991, oggi, troppi leader ambiziosi e gruppi politici dell’opposizione si prendono a spintoni, ostacolandosi l’un l’altro in uno scenario politico molto piccolo. In Russia, Vladimir Zhirinovsky e Aman Tuleyev si presentarono alle elezioni presidenziali contro Eltsin, gia nel 1991, e Ghennadij Zjuganov, dal 1996. In Bielorussia non esistono figure simili. Qui, all’opposizione di “prima linea”, si sostituì, a metà degli anni ’90, l’opposizione di “seconda linea”, e, fino all’anno 2001, quella di “terza linea”. Una simile rapida successione di persone e gruppi ha confuso anche i patrocinatori e i consiglieri occidentali, che hanno richiesto, sebbene solo in occasione delle elezioni del 2006, l’unione di tutti i movimenti oppositori, “dagli anarchici ai monarchici”, e la presentazione, per fronteggiare Lukashenko, di un candidato unico. A questa proposta si sono associati anche i liberal-democratici, i nazionalisti e i comunisti del Partito dei Comunisti di Bielorussia. I più “ortodossi” comunisti del Partito Comunista di Bielorussia, al contrario, hanno appoggiato il governo.
Il Congresso unificato delle forze democratiche si è costituito a Minsk, il 2 ottobre 2005, nel Palazzo della Cultura della fabbrica di automobili di Minsk. Si sono riuniti più di 800 delegati di 8 o 9 partiti. Tra i 70 invitati stranieri si trovavano l’ex presidente della Polonia, Lech Walesa, e quello della Repubblica Ceca, Vaclav Havel. Dei democratici russi (così vengono abitualmente definiti in Russia, gli esponenti della destra ultraliberista e filo-occidentale, nota del traduttore),sono arrivati a Minsk I. Kakhamada, B. Nemtsov e N. Belij. Si sono svolti due turni di votazione. Alla seconda votazione ha vinto Aleksandr Milinkievich, professore di 58 anni, fisico di professione, della città di Grodno. Il fino allora poco conosciuto politico di provincia, era stato, in passato, attivista del Fronte Popolare di Bielorussia, ma non dei più radicali. Nel febbraio 2006 è stata avviata un’attiva campagna elettorale, dentro e fuori i confini della Bielorussia. I risultati di questa campagna politica li conosceremo il prossimo 19 marzo. Le elezioni presidenziali in Bielorussia si celebreranno una settimana prima delle elezioni per la Rada Suprema (parlamento nazionale) dell’Ucraina. Saranno due avvenimenti molto importanti, non solo per questi due paesi, ma per tutta l’Europa.
Particolarità del panorama elettorale bielorusso
Per i leader dell’opposizione bielorussa sarà molto difficile condurre la lotta con Lukashenko in qualsiasi ambito o “campo di battaglia” elettorale, ragion per cui stanno già affermando che il loro obiettivo principale è quello, come nei Giochi Olimpici, non di vincere, ma di partecipare. Nessuno dei leader oppositori prepara tende o cucine da campo per un “maidan” bielorusso (dopo le elezioni, gli sponsor imperialisti dell’opposizione hanno in ogni caso spinto a fare anche questo, mandando allo sbaraglio poche centinaia di manifestanti, tra cui molti provocatori stranieri. La provocazione c’è stata comunque, malgrado le previsioni di Medvedev, che probabilmente non metteva in conto un simile livello di avventurismo, nota del traduttore). Persino i giornali dell’opposizione e i gruppi di indagine sociologica, mobilitati nella vicina Lituania, avvertono: “Lukashenko riceverà nelle elezioni dal 55% al 60% dei voti, ma ci dichiarerà una cifra del 75-80%”. E’ esattamente la stessa cosa che ha detto Aleksandr Milinkievich in un’intervista alla televisione russa.
Su che tesi costruire la campagna? A questo proposito, persino gli osservatori occidentali hanno difficoltà a dare consigli. In Ucraina, nell’autunno del 2004, il principale tema per Juschenko e Timoshenko era la corruzione. Ma il regime bielorusso non è corrotto, e la popolazione del paese lo sa. Qui non c’è un potere debole, e neppure ricchi oligarchi. E’ difficile accusare Lukashenko di sottomissione a Mosca o di rinuncia alla sovranità bielorussa. Anzi, sono i politici russi che alcuni dei loro colleghi bielorussi tentano di spaventare con la tesi della supposta eccessiva influenza che Lukashenko e il KGB bielorusso starebbero acquisendo a Mosca e in Russia.
E’ anche molto difficile criticare la politica socio-economica di Lukashenko, poiché i suoi successi sono evidenti. I proclami secondo cui l’attuale regime bielorusso non starebbe costruendo nulla e vivrebbe “delle rendite sovietiche” e della ricchezza accumulata ai tempi dell’URSS, sono ben poco convincenti. La Bielorussia ha costruito molto da sola negli ultimi 5 anni, ha rinnovato i propri impianti e la propria tecnologia. Il famoso scienziato e figura pubblica bielorussa, Ghennadij Grushevoy, uno degli organizzatori dell’azione per i “Bambini di Chernobyl”, simpatizza totalmente per l’opposizione, ma la mette in guardia dal farsi illusioni: “L’elettorato – dice – vota non per il sistema politico che ha creato Lukashenko e neppure per il suo modello economico, vota per la sua politica sociale. Se noi ora gli diciamo che bisogna distruggere tutto questo sistema sociale (dovremmo dimostrare che rappresenta una forma di corruzione primitiva del popolo), non troveremo sostegno. Non riceveremo nulla, tranne che il disprezzo, dall’elettorato”. (A. Feduta. “Lukashenko. Biografia politica”, M. 2005).
Ma come dimostrare che la politica sociale di Lukashenko è una forma di corruzione del popolo, e non un sincero desiderio di aiutare la gente a preoccuparsi del miglioramento della sua vita? Di fatto, la politica sociale di Lukashenko deriva in modo naturale dalla sua ideologia, che è oggi l’ideologia dello stato bielorusso. L’ideologia statale bielorussa non si basa sui dogmi del marxismo-leninismo, ma neppure respinge le idee e i principi del socialismo, in quanto società di giustizia sociale. In tutte le strutture del potere della Bielorussia ci sono sezioni di lavoro ideologico, e nell’amministrazione del presidente esiste una direzione dell’ideologia. A. Lukashenko ha esposto la sua essenza nella forma più concisa nel suo messaggio ai cittadini in occasione della festa dell’Ottobre. “La storia lo testimonia in modo convincente: la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il cui principale obiettivo era la costruzione di una società di giustizia sociale, libera dalla disuguaglianza e dall’oppressione, era dotata di un’enorme forza creatrice. L’energia dell’Ottobre ha ispirato la vittoria nella Grande Guerra Patriottica, la conquista del cosmo, le realizzazioni del lavoro del popolo sovietico, fatti riconosciuti in tutto il mondo. La rivoluzione d’Ottobre ha cambiato il destino della Bielorussia, ha dato un potente impulso alla rinascita sociale e spirituale del nostro popolo. I bielorussi hanno ottenuto il loro stato, hanno creato un’industria ad alta tecnologia, un’agricoltura moderna, una cultura e una scienza d’avanguardia. La repubblica di Bielorussia è uno stato sovrano che gode di stima e di prestigio nella comunità internazionale. I tratti distintivi della Bielorussia moderna sono la stabilità politica ed economica, la concordia civile e la preoccupazione per la gente. Il nostro paese marcia in modo deciso sulla strada dello sviluppo scelta dal popolo, alla cui base si trovano gli ideali di pace, libertà, uguaglianza e giustizia dell’Ottobre” (“Sovietskaya Belorussija”, 6/11/2005).
Le elezioni in Bielorussia saranno osservate con la massima attenzione, non in Occidente, né in Russia, ma piuttosto nella vicina Ucraina. Facendo una comparazione tra i prezzi dei prodotti alimentari nelle città di Ucraina e Bielorussia, dove sono due volte più convenienti, e, inoltre, dove i salari e le pensioni sono più alti, un giornalista ucraino ha esclamato: “Noi non abbiamo mai avuto questi prezzi! No, e sarebbe necessario chiedere ad Aleksandr Lukashenko, dopo la fine del suo mandato presidenziale, di lavorare un paio d’anni da noi a beneficio dei pensionati! Ci libereremmo immediatamente dal peso del nostro consiglio dei ministri. Con che cosa ci può consolare il potere? Forse solo con parole vuote sul fatto che in Ucraina c’è democrazia e in Bielorussia no? E con quale metro valutare e soppesare questa nostra democrazia o la “scelta europea”? Cos’è più importante per una persona comune: una famiglia ben nutrita o dare soddisfazione ai “guardiani della democrazia” di Washington e dell’UE? E, in generale, chi è un patriota del suo paese? Colui che mette ordine, dà lavoro e pane ai suoi cittadini, o colui che parla di “onore e nazione”, senza rendersi conto di come gli oligarchi e i loro “compagni di lotta” saccheggiano il paese? E allora guardate come i bielorussi non hanno subito la nostra sorte. Non hanno oligarchi. E neppure milionari. In cambio hanno di che e con che comprare” (“2000”, Kiev, 16/12/2005). Questo articolo, scritto dalla città ucraina di Zhitomir, è stato pubblicato in uno dei migliori settimanali ucraini “2000”, nella sezione “Libertà di espressione”.
Certamente, la democrazia è un bene molto prezioso, e bisogna lottare per difenderla, ma non come intendono molti politici a Kiev o a Tbilisi. Nella seconda metà del marzo 2006 sapremo cosa pensano in merito i popoli ucraino e bielorusso.
Traduzione di Mauro Gemma
da: Roy Medvedev sul fenomeno bielorusso
"Sono Socialista, perchè mi appare incomprensibile che si mostri cura e la più alta
considerazione verso la macchina, mentre il più nobile rappresentante del lavoro , l'uomo stesso, viene abbandonato"
Adolf Hitler




ESCLUSIVA – Lukashenko accusa: teppisti in piazza
ESCLUSIVA – Lukashenko accusa: teppisti in piazza | euronews, mondo
Le elezioni in Bielorussia che hanno portato alla rielezione di Alexander Lukashenko hanno suscitato le proteste di migliaia di oppositori scesi in piazza per contestare il risultato delle urne. Le forze speciali hanno effettuato centinaia di arresti e fermato anche alcuni candidati dell’opposizione.
Il capo dello Stato da Minsk ha risposto alle nostre domande:
Euronews: “Signor Lukashenko ha notizie sullo stato di salute del candidato alla presidenza Vladimir Nekliaev che risulta tra le persone ferite domenica sera? Dove si trova in questo momento? Le immagini di Nekliaev con il volto tumefatto hanno fatto il giro del mondo. Non sono esattamente le immagini che un paese moderno ama dare di se stesso. Intende fare qualcosa per cambiare la percezione che il mondo ha del suo paese?”
Lukashenko: “Sa, io non vivo in una Bielorussia virtuale. Questo è il primo punto che vorrei chiarire. Poi la devo correggere: le elezioni non si sono concluse con quanto lei sta evocando. Tutto cio’ è avvenuto diopo il voto. Per quanto riguarda lo stato di salute dell’ex candidato alle presidenziali abbiamo un sistema sanitario avanzato, non certo inferiore a quello francese. I medici si occupano dello stato di salute di tutti i cittadini, ex candidati compresi. Io non sono un medico e non posso esprimermi al riguardo. Hanno organizzato dei tumulti strumentalizzando anche minorenni e teppisti. Credo che sarebbe doveroso che lei veda anche queste immagini e non solo quelle del candidato con un occhio gonfio. Immagino poi che lei abbia letto le dichiarazioni rilasciate dal direttore della campagna elettorale del candidato che non tirano assolutamente in ballo la polizia. Sono loro affari interni, che se la vedano tra di loro”
Euronews: “I fermati sono centinaia. Molti di questi sono stati picchiati. Sette candidati alle presidenziali sono stati arrestati. Non crede che la reazione delle forze dell’ordine sia stata sproporzionata? Perchè è successo questo? Ha paura dell’opposizione?”
Lukashenko: “Guardi io non ho nessun timore delle organizzazioni europee. L’unica preoccupazione che ho è quella di assicurare la pace e la sicurezza del popolo bielorusso di cui sono il presidente. Tutto quello che è successo ieri è registrato, le immagini sono in mano ai giornalisti stranieri anche di Euronews. Se avete un minimo di onestà intellettuale mostrate quanto sta succedendo. Ci sono stati dei tumulti e gli organizzatori e i partecipanti di questi tumulti dovranno rispondere di quanto accaduto. Lo faranno, glielo posso assicurare. Non davanti a me, io non ne ho bisogno e non sono certo assetato di vendetta. Risponderanno davanti alla giustizia che rappresenta il popolo bielorusso. Se fosse accaduto in Francia risponderebbero alla legge francese. Ma le devo dire che a differenza di quanto accaduto in passato in Francia noi non abbiamo fatto uso di gas lacrimogeni nè di cannoni ad acqua viste anche le temperature attuali. Siamo ancora lontani dal vostro modello di democrazia”
Euronews: “Puo’ spiegarci la sua versione su quanto accaduto? Quei manifestanti hanno violato la legge?”
Lukashenko: “Non soltanto hanno violato la legge. Si sono riuniti sulla piazza centrale della capitale, bloccando la circolazione e marciando verso la sede del governo. Hanno saccheggiato l’edificio, rotto i vetri. Chieda a Euronews di rivedere le immagini..Chieda ai suoi colleghi di fornirle i filmati dell’assalto alla sede del governo, E’ questo il punto. La polizia è stata costretta ad intervenire ed ha fermato chi si trovava li’ compresi gli organizzatori della protesta. L’inchiesta che abbiamo aperto non riguarda tutti i candidati dell’opposizione ma 2 o 3 di loro. Se Euronews è una televisione onesta, io la guardo spesso, mostri anche le immagini di quello che questa gente ha combinato.”
Euronews: “La repressione delle manifestazioni di protesta e i dubbi sulla correttezza dello spoglio delle schede elettorali sono le cause che hanno convinto gli osservatori internazionali a ritenere il voto non conforme ai criteri di libertà e democrazia. Questo non la amareggia?”
Lukashenko: “Lei non si esprime in modo corretto. Il rapporto redatto dalla missione degli osservatori internazionali rappresenta un importante passo avanti rispetto a quello preparato subito dopo il voto del 2006. E’ un passo avanti colossale. Mi creda. Su queste basi potremo costruire un’autentica collaborazione con l’Europa. Chi vuole analizzare la situazione in Bielorussia in modo imparziale puo’ farlo. Ecco perchè non sono affatto amareggiato come lei pensa.
In secondo luogo va chiarito che ad organizzare le elezioni siamo stati noi e non l’OSCE. Abbiamo invitato tutti gli osservatori che desideravano venire. Sono venuti ed hanno visto senza problemi quelloche c’era da vedere. Non sono preoccupato: anzi sono persuaso che tutti i problemi che abbiamo con voi – con la Francia e con l’Unione Europea – potranno risolversi da qui a breve. Vi chiedo solo di essere obiettivi. Per quanto riguarda gli avvenimenti che si sono svolti in Bielorussia non c‘è stato il giusto grado di obiettività.”
Euronews: “Il presidente russo si è felicitato con lei per la vittoria ottenuta?”
Lukashenko: “Lei sa che ho passato metà giornata in conferenza stampa. Dopo ho guardato i messaggi inviatimi. ho ricevuto le congratulazioni del presidente kazako Nazarbarev, del presidente venezuelano Chavez e di altri capi di stato. Ma poi sono dovuto tornare davanti ai giornalisti. Non appena avro’ tempo leggero’ la corrispondenza e sapro’ senz’altro informarla meglio”
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Un punto di vista diverso su Lukashenko
Un punto di vista diverso su Lukashenko
di Fosco Giannini* e Mauro Gemma**
su l'Ernesto Online del 28/12/2010
Proponiamo ai nostri lettori questo articolo che "Liberazione" non ha ritenuto opportuno pubblicare
* Direzione nazionale PRC
** Segreteria provinciale PRC Torino
Caro direttore, cari compagni/e, cari lettori e lettrici, in questo articolo vi è un punto di vista diverso da quello espresso giorni fa da Liberazione, ma siamo convinti che tale punto di vista sarà sopportato, ai fini del dibattito, dal nostro quotidiano.
Il punto è questo: lo scorso 21 dicembre, su Liberazione, abbiamo letto con stupore un articolo di Massimo Alviti sulle elezioni presidenziali in Bielorussia, articolo che riprende, senza porsi il minimo dubbio, la versione fornita dall’apparato mediatico dominante e riassume tutti i luoghi comuni di quella propaganda che si propone di demonizzare la figura dell'attuale capo dello Stato bielorusso, Aleksandr Lukashenko. E' un articolo che abbiamo trovato non rispondente in nulla alla realtà dei fatti e qualche parola va spesa allora su quella che, senza esagerazione, può essere definita una resistenza antimperialista avviata dal leader bielorusso.
Chi è, dunque, Lukashenko, considerato dal potere economico e militare nordamericano come uno dei più fastidiosi ostacoli ai processi di mondializzazione e normalizzazione capitalistica; definito da Bush come l’ “ultimo dittatore d’Europa” e misurato a volte con gli stessi metri delle più reazionarie e guerrafondaie aree imperialiste USA anche da settori della “sinistra alternativa” ?
Lukashenko, innanzitutto, fu uno dei pochi, coraggiosi, parlamentari del Soviet a pronunciarsi, nel dicembre 1991, contro la dissoluzione dell’URSS, divenendo poi popolarissimo per il rigore nella lotta contro la corruzione che dilagò nel nuovo regime post sovietico. Ciò gli permise di sbaragliare, nelle elezioni presidenziali del 1994, nelle quali ottenne l’81,7% dei voti, il suo avversario, il primo ministro Viaceslau Kiebic, nazionalista e fautore di un rapido avvicinamento alla NATO.
Il nuovo presidente indicò sin da allora quello che sarebbe stato il proprio obiettivo strategico, perseguito poi con coerenza e ribadito nella sua ultima conferenza stampa: la ricomposizione dell’unità politica ed economica almeno delle repubbliche europee dell’ex Unione Sovietica, fino alla creazione di uno Stato unitario delle repubbliche dell’ex URSS, a cominciare dalla Russia.
Lukashenko, che ha collocato il proprio Paese, con un ruolo da protagonista, all’interno del grande movimento dei non allineati, sviluppando rapporti privilegiati con paesi come Cuba e il Venezuela, non si è limitato a pronunciarsi apertamente contro il processo di allargamento della NATO ad Est, ma ha denunciato con grande forza e risonanza internazionale il carattere aggressivo di tale alleanza, i suoi tentativi di prevaricare la volontà dei popoli e degli stati che non intendono assoggettarsi al nuovo ordine mondiale e l’intenzione, non mascherata, di attentare all’integrità territoriale non solo della Bielorussia, ma della stessa Federazione Russa.
Nel 1995 e 1996, un vero e proprio plebiscito ha ratificato alcuni quesiti referendari da Lukashenko proposti, nei quali venivano fissati i capisaldi programmatici della nuova amministrazione.
L’80% dei bielorussi si pronunciava allora positivamente sulle richieste di unione economica con la Russia e di ripristino dei simboli sovietici e rivoluzionari.
Il presidente bielorusso, nonostante i ripetuti tentativi (scientemente ed ostinatamente organizzati) di precostituire scenari simili a quelli che hanno caratterizzato il successo delle “rivoluzioni colorate” in altre repubbliche ex sovietiche, attraverso violenti disordini provocati da gruppi di destra lautamente finanziati anche dalle istituzioni governative americane, è stato ripetutamente rieletto alla presidenza della Repubblica, a furor di popolo, in consultazioni di cui solo la malafede dei suoi denigratori ha potuto contestare la legittimità. I disordini successivi all'ultima consultazione elettorale, provocati da poche centinaia di persone che inalberavano anche le bandiere dei gruppi fascisti bielorussi che collaborarono con l'aggressione hitleriana, hanno seguito lo stesso copione e ci dispiace che il compagno Alviti non se ne sia accorto- spingendosi anche oltre il quadro fornito dalle agenzie - con le sue critiche all'Occidente (che nei confronti della Bielorussia attua una politica di vero e proprio “cordone sanitario”), reo – per Alviti – di avere avanzato nei confronti di Lukashenko solo critiche e richieste “timide e formali”. Ma cosa si augura Alviti: che carri armati con la benzina americana avanzino su Minsk?
Occorre informarsi delle vere ragioni di questa ostilità imperialista verso la Bielorussia. Ragioni che risiedono nella determinazione con cui Lukashenko ha rifiutato di genuflettersi ai diktat che gli sono giunti quotidianamente dall'Occidente. Unico tra i leader dell'Europa Orientale emersa dalla fine del “socialismo reale”, sin dall’inizio del suo mandato, Lukashenko si è imposto di mantenere sotto il controllo dello Stato le risorse strategiche ereditate dall’URSS, cercando allo stesso tempo di rilanciare e rafforzare gli storici legami con il mercato dei paesi eredi dell’Unione Sovietica, tradizionale sbocco delle produzioni bielorusse.
Tale politica, che gode dell'appoggio del Partito Comunista di Bielorussia (KPB), che partecipa all’amministrazione del Paese con una propria rappresentanza parlamentare, ha permesso di contenere i costi sociali derivanti dal crollo economico successivo alle ricette di liberalizzazione e privatizzazione applicate nel resto dello spazio post-sovietico, e in particolare nelle vicine Russia e Ucraina.
La posizione dei comunisti bielorussi è stata illustrata in una dichiarazione rilasciata, prima delle ultime elezioni, alle agenzie di stampa da Igor Karpenko, dirigente del KPB.
Ha affermato Karpenko che il partito comunista ha assunto la decisione di appoggiare Lukashenko partendo dalla convinzione che, con la sua presidenza, la Bielorussia è stata in grado “di far fronte alla crisi economica, garantendo uno sviluppo sostenibile e moderno del Paese, di rafforzare la sua capacità di difesa, di mantenere legalità e unità del Paese e, soprattutto, di evitare la disparità nella distribuzione del reddito”.
L'esponente comunista, mettendo in guardia dal tentativo di alcune forze liberali e ultra-nazionaliste di “gettare il Paese nella tempesta”, ha invitato tutti i bielorussi ad appoggiare Lukashenko e la sua politica “indirizzata al rafforzamento del modello di sviluppo sociale ed economico bielorusso, che ha permesso il miglioramento del livello di vita della popolazione”. “Le posizioni del Partito Comunista di Belarus sono simili a quelle dell'attuale governo, sia per quanto riguarda la politica interna che quella internazionale, che mira a proteggere gli interessi dell'assoluta maggioranza del nostro popolo”, ha aggiunto Karpenko.
Del resto, se solo si avesse la volontà di approfondire l'argomento, si noterebbe che anche diversi degli osservatori più ostili all’esperienza bielorussa sono costretti a riconoscere che la Bielorussia non ha mai conosciuto gli stessi livelli di degradazione dei servizi sociali, sanitari, educativi, di previdenza raggiunti nei paesi emersi dalla scomparsa dell’URSS e del “sistema socialista” dei paesi dell’Europa dell’Est.
Ed è’ sicuramente un dato di fatto che della devastazione prodotta dal modello adottato dai paesi ex sovietici vicini ed anche dei drammatici costi sociali dell’esperimento attuato, è cosciente la grande maggioranza della popolazione bielorussa, in misura ben più rilevante di quanto si sia indotti a credere in Europa occidentale. E questa è la base materiale sulla quale può poggiare la politica non subordinata agli Usa del governo di Minsk; è la base per far fronte alla massiccia pressione propagandistica che viene esercitata dall’Occidente, pressione respinta nonostante i milioni di dollari che vengono “donati” alle forze di opposizione.


Bielorussia: Ue pensa a sospensione visto Lukashenko
Bielorussia: Ue pensa a sospensione visto Lukashenko - Swisscom
L'Unione europea sta studiando sanzioni contro il regime bielorusso per le accuse di brogli e gli arresti di candidati che hanno fatto seguito alle presidenziali del 19 dicembre scorso.
Tra le sanzioni previste, secondo quanto si è appreso da fonti comunitarie, c'è anche quella di sospendere il visto per lo stesso presidente Aleksandr Lukashenko, al quale il visto per l'Ue era già stato ritirato nel 2008.
Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)