Aggiorno l'elenco degli ultimi viaggi del Faraone:
Russia
Turchia
Libia
Serbia
Emirati Arabi
Bielorussia
sulla Bielorussia guardo se trovo qualcosa io


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E direi che il processo e' stato bloccato: l'occidente liberalcapitalista e' in caduta libera, mentre l'economia bielorussa "protetta" dal suo sistema semi-socialista non solo non ha accusato pesantemente il contraccolpo della crisi mondiale ma anzi il PIL e' in crescita anche se questa e' ridimensionata rispetto al 7-8% di due anni fa.


sito del faraone
The official internet-portal of the President of the Republic of Belarus/Main page
breve biografia
Biographical profile of the President
http://www.russiajournal.com/archive.../Apr.17-08.pdf
intervista
http://www.circolopraga.com/index.ph...ent&Itemid=350
per il resto non c'è molto
voglio provare con altavista che spesso trovo roba migliore


Nel nr. 1/2006 della Rivista Eurasia c'è il Discorso al vertice ONU (15 settembre 2005) di Lukašenko.


Sembra che l'unico libro disponibile in lingua occidentale su Lukasenko sia questo:
è l'unico "dittatore" su cui non hanno niente da scrivere?


Silvio, sei un genio.
Lunga vita al Presidente.
Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.






Queste erano le condizioni del Paese nel 2006. Solita trama.
da Ìàòåðèê
22 febbraio 2006, KM.RU
L’Occidente prepara ricatti e provocazioni contro Lukashenko
Intervista ad Aleksandr Fadeev, dell’Istituto dei Paesi della CSI
a cura di Vasilij Vankov
(…) Nella misura in cui si avvicina la data delle elezioni presidenziali in Bielorussia (19 marzo) si delineano con maggiore precisione i dettagli della strategia, che è stata elaborata dai leader occidentali allo scopo di determinare gli esiti della consultazione. E’ chiaro che, di fronte all’evidenza della debolezza e della marginalità dell’opposizione bielorussa che le impediscono di accedere al potere con strumenti legali, i politici dei paesi dell’UE e degli USA hanno deciso di allestire scenari in cui sia possibile estromettere con la forza il potere legittimo esercitato dall’attuale dirigenza della repubblica, nel caso in cui Aleksandr Lukashenko venga confermato nel nuovo mandato. Come ha dichiarato il presidente del paese, nel corso di una recente riunione dedicata ai problemi della sicurezza nazionale, nel periodo elettorale gli organi di difesa dell’ordine pubblico saranno chiamati ad operare in una situazione certo non semplice. “Sapete quali pressioni vengono esercitate sulla Belarus: dallo scoperto ricatto ai tentativi di interferenza negli affari interni da parte dell’Occidente”.
Le caratteristiche della pressione esterna allo scopo di influire sull’esito delle elezioni presidenziali nella Repubblica di Belarus vengono descritte in un’intervista esclusiva a KM.RU dell’incaricato alle questioni della Bielorussia dell’Istituto dei Paesi della CSI Aleksandr Fadeev.
D. A suo avviso, quanto sono fondate le preoccupazioni di Lukashenko?
A. Fadeev. Purtroppo, corrispondono in pieno alla realtà. E ciò è stato confermato anche dalla commissione degli osservatori dei paesi della CSI, che oggi, alla vigilia delle elezioni, lavora in Bielorussia. Nel suo rapporto sulla situazione della campagna elettorale nel paese, la commissione ha avuto modo di far notare come tale fattore, cioè il tentativo di esercitare pressione per condizionare le elezioni presidenziali, eserciti un ruolo rilevante. E ciò preoccupa gli osservatori dei paesi della Comunità. Le forze esterne interessate descrivono intenzionalmente la Bielorussia come un “paese canaglia” dominato da un regime dittatoriale, dove vengono violati i principi democratici. Ciò è necessario per esercitare una continua pressione sulla dirigenza del paese. In particolare, mediante l’utilizzo del diritto internazionale, che permette tali interferenze nel caso in cui alla guida dello stato si trovi un dittatore. Questo è il marchio d’infamia con cui ormai da molto tempo si cerca di bollare Lukashenko. Tale situazione non è certo solo di oggi. Già nel 1999 il potere statale bielorusso fu dichiarato illegittimo dall’Occidente. A quel tempo si dovevano svolgere le elezioni presidenziali sulla base della nuova Costituzione. Ma esse non si tennero, in quanto nel paese si svolse un referendum, in cui il popolo della Bielorussia assunse la decisione di calcolare il mandato presidenziale dal 1996. Così le elezioni vennero rimandate di due anni. Come si vede, i tentativi occidentali di delegittimare Lukashenko non sono recenti. Ma in questo momento l’alleanza occidentale, evidentemente, ha deciso di andare oltre. Già ora le elezioni presidenziali vengono considerate falsificate, sebbene nessuna scheda elettorale sia stata ancora depositata nell’urna. Dal mio punto di vista, la campagna elettorale procede invece in modo assolutamente democratico. I rappresentanti dell’opposizione hanno potuto raccogliere tranquillamente le firme per la presentazione delle candidature. Esponenti dell’opposizione sono oggi in corsa per la presidenza. E insieme a Lukashenko il 17 febbraio hanno partecipato alla cerimonia solenne, in cui sono state formalizzate le candidature. Ora ci troviamo nella fase culminante della campagna elettorale. A tutti i candidati è stato concesso uno spazio televisivo. Così che non è assolutamente possibile parlare di discriminazione alcuna. Ritengo che l’Occidente abbia tutte le intenzioni di allestire uno scenario di destabilizzazione della situazione politica interna in Bielorussia, per favorire la rimozione del capo dello stato legalmente eletto. Ciò non è consentito da alcuna norma democratica e di diritto internazionale. Si tratta di una sfacciata interferenza negli affari interni di un paese sovrano.
D. In base a quello che dice, ci si dovrebbe aspettare che, in caso di vittoria elettorale di Lukashenko, immediatamente dopo i rappresentanti delle potenze occidentali dichiarino illegittimi i risultati?
A. Fadeev. Non c’alcun dubbio. Tutto induce a pensarlo. Washington e Bruxelles sicuramente dichiareranno le elezioni illegittime. Essi affermeranno che i risultati sono sicuramente frutto di una falsificazione, ecc. Indipendentemente dal fatto che le elezioni si svolgano o meno in modo democratico.
D. Quali paesi si impegneranno maggiormente nel corso delle elezioni e quali strumenti verranno utilizzati?
A. Fadeev. In primo luogo gli USA e i paesi dell’UE. A tal fine verrà utilizzata la pressione diplomatica con l’aiuto di istituzioni internazionali quali il Consiglio d’Europa, l’APCE, l’OSCE (di cui fanno parte anche paesi non europei). Un ruolo attivo nell’esercizio delle pressioni viene svolto dagli organi statali delle “grandi potenze”, in particolare il Congresso USA (che ancora l’8 marzo scorso, con un solo voto contrario, si è pronunciato per il rovesciamento dell’ “ultima tirannia d’Europa”, nota del traduttore) e ogni tipo di comitato e commissione presso i parlamenti di questi paesi. Nell’immediato futuro l’UE creerà un fondo che, secondo l’attuale proposta, dovrebbe essere destinato alla “lotta contro i regimi dittatoriali”. E dal momento che si è dichiarato che in Europa esiste un solo regime dittatoriale (in Bielorussia), non è difficile immaginare dove verranno principalmente dirottati i mezzi. Oggi esiste il problema di come definire tale fondo, che potrebbe senza ombra di dubbio essere chiamato “AntiLukashenko”. I soldi, si capisce, verranno destinati alla destabilizzazione della situazione politica interna della repubblica. Questi fondi sono necessari, poiché l’opposizione in Bielorussia è praticamente tutta orientata su posizioni filo-occidentali. E senza la sponsorizzazione da parte delle strutture politiche dell’Occidente, queste forze marginali, che non godono di alcun significativo appoggio nella società bielorussa, non possono sopravvivere. Sono di dimensioni estremamente ridotte, e per condurre una campagna contro Lukashenko (strumenti elettronici, attività editoriale, ecc.) hanno bisogno di investire mezzi colossali. A tale scopo emittenti radiofoniche sono già in funzione direttamente dai territori della Lituania e della Polonia. Per questa ragione, l’opposizione bielorussa continua a far appello all’uso della forza da parte dell’Occidente ed è pronta a sostenerlo. Però, tale variante di sviluppo degli avvenimenti non corrisponde innanzitutto alle norme del diritto internazionale. E ciò che è essenziale, non verrà permessa dalla Russia. Il nostro Ministero degli esteri ha già messo in conto questa possibilità, lanciando un ammonimento a tutte le forze perché non interferiscano in qualunque forma nella vita politica della repubblica.
D. Quali sono i candidati maggiormente appoggiati dall’Occidente?
A. Fadeev. Naturalmente, Aleksandr Milinkevic. Egli è presentato da un’odiosa struttura nazionalista, nota come “Fronte popolare bielorusso”. E’appoggiato anche dal Partito dei verdi, un organismo francamente microscopico. Le due ali del “fronte” sono sempre state filo-occidentali e non lo hanno mai nascosto. Milinkevic è appoggiato dall’ala guidata da Valentin Vecerko, un personaggio che ha cambiato il suo cognome in uno più “nazionale” – Vinciuk Vjacerka. Non occorre farsi illusioni. Il fatto che Milinkevic frequenti tutte le capitali occidentali la dice lunga sui suoi orientamenti politici. Egli è stato anche a Mosca, ma qui nessuno dei politici più in vista ha voluto incontrarlo, a parte chi ha perso in modo clamoroso le elezioni parlamentari (Nemtzov, tra i leader dell’Unione delle forze di destra, la principale formazione ultraliberista e filo-occidentale, nota del traduttore). Per quanto concerne Aleksandr Kozulin, leader del partito social-democratico “Gramada” ed ex rettore dell’università statale bielorussa, egli rappresenta, come si dice in Bielorussia, un “politico dilettante”. Non ha neppure ancora formulato un proprio programma politico, in cui siano precisati valori di fondo e principi strategici. E’ un oppositore politico oltremodo oscillante.
Traduzione dal russo di Mauro Gemma


in Îôèöèàëüíûé ñàéò ÊÏÐÔ
Il popolo ha appoggiato Lukashenko
di Oleg Stepanenko
“Pravda”
20 ottobre 2004
Persino i più attivi sostenitori del presidente bielorusso non si aspettavano che il voto a suo favore sarebbe stato così massiccio. A votare si è recato l’89,7% degli elettori. Per il diritto di Lukashenko a partecipare come candidato per un terzo mandato alle elezioni presidenziali del 2006, si sono espressi più di 5,4 milioni di elettori, il 77,3% degli aventi diritto al voto. Sono stati poi eletti 107 dei 110 deputati dell’Assemblea nazionale.
Questi sono i risultati ufficiosi elaborati dalla Commissione elettorale centrale. Essi testimoniano dell’indiscutibile e convincente vittoria di Aleksandr Lukashenko. Per ora, è difficile valutarne appieno il significato. Il problema non era rappresentato solo dal suo diritto di partecipare alle elezioni presidenziali. In misura non meno rilevante era in gioco la fiducia che il popolo nutre nei confronti della sua politica e della sua persona, investita della carica di capo di stato.
Il significato di tale vittoria appare tanto più significativo, se si tengono in considerazione le condizioni in cui essa è stata ottenuta. In primo luogo, abbiamo assistito a massicce pressioni da parte dell’Occidente sulla Bielorussia, allo scopo di ottenere un cambiamento della sua politica, anche attraverso la rimozione dello stesso Lukashenko. Dal momento dell’indizione delle elezioni parlamentari, le pressioni si sono accentuate, e non appena si è appreso che, insieme alle elezioni si sarebbe svolto anche il referendum, esse si sono trasformate in attacco aperto. Alle minacce lanciate dal dipartimento di stato USA si sono aggiunte, letteralmente a comando, anche quelle del Consiglio d’Europa e del Parlamento Europeo, che, nella sostanza, pretendevano di cambiare il referendum. Il congresso USA approvava il famigerato “Atto sulla democrazia in Bielorussia”, che prevedeva sanzioni politiche ed economiche contro la repubblica e lo stanziamento di altri 40 milioni di dollari a sostegno dell’opposizione anti-Lukashenko.
Perché è stato scatenato questo attacco senza precedenti? Davvero e sul serio, come vanno affermando gli autori dei minacciosi documenti, a causa dell’ “illegittimità” del referendum? Ma esso si è svolto in piena armonia con il dettato costituzionale della Bielorussia. E poi il referendum è diventato norma di vita in molti paesi occidentali. In Svizzera, ad esempio, se ne svolge praticamente uno all’anno. Perché in Svizzera ciò dovrebbe essere consentito, mentre in Bielorussia no? In realtà, gli USA e le strutture europee adottano, nei confronti della Bielorussia, la politica dei “due pesi e due misure”. Se adottassero lo stesso approccio con altri paesi, la maggioranza di questi verrebbe esclusa dall’OSCE.
Gli strateghi occidentali, insieme all’opposizione bielorussa da essi imbeccata e ai russi che la pensano come loro, hanno accusato Lukashenko di “voler prolungare i suoi strapoteri”. E sebbene tale accusa non abbia alcun fondamento – al referendum si trattava di decidere se concedergli il diritto di competere con altri su un piano di parità in elezioni ordinarie – essa è stata ripetuta anche dagli schermi televisivi russi.
Tutto questo fariseismo ha provocato l’allontanamento dal popolo. Come pure gli inganni a cui è ricorsa l’opposizione. Soprattutto a proposito della politica economico-sociale della repubblica. “Economia antidiluviana…Un vicolo cieco…Parco giurassico…La Bielorussia è sprofondata in un buco economico”: sono alcune delle espressioni usate dagli osservatori russi “più moderni” e dai politici americani, che hanno accusato la gestione di Lukashenko di avere provocato “risultati catastrofici”.
In realtà, le cose sono andate esattamente al contrario. Nel corso della presidenza di Lukashenko, dal 1995 al 2003, il prodotto interno lordo è cresciuto del 59,3%. Nello stesso periodo, in Russia è aumentato del 27,7%, in Ucraina dell’11,4% e in Moldavia del 7,3%. In generale, dal momento in cui la Bielorussia “è sprofondata in un buco economico”, i ritmi di crescita del PIL sono stati superiori a quelli dei paesi citati, rispettivamente 2,1 , 5,2 e 8,1 volte. Nei principali indicatori economici, la Bielorussia ha preceduto tutti i paesi della regione baltica e dell’Europa Orientale. I ritmi di crescita del PIL sono stati superiori da 1,7 a 8,2 volte rispetto a quelli di Polonia, Ungheria, Cechia, Bulgaria e Romania.
Per dirla tutta, è tale crescita dell’economia ad aver rappresentato una delle carte vincenti. Che è stata utilizzata appieno da Aleksandr Lukashenko. Egli ha visitato decine di aziende, cooperative, fattorie statali e i resoconti di tali visite hanno rappresentato il migliore materiale di propaganda. L’opposizione democratica ha tuonato: Lukashenko utilizza le risorse amministrative. Ma qualcuno dei commentatori ha obiettato, non senza ironia: Eltsin (che si è pronunciato apertamente contro il referendum bielorusso) non disponeva certo di queste “risorse”, o meglio di basi economico-sociali. Non poteva pensare a un terzo mandato, visto che non è stato in grado di concludere nemmeno il secondo.
Ma la Bielorussia non ha migliorato solo gli indici macroeconomici. Il salario medio ha raggiunto i 190 dollari al mese. Per volume di edilizia abitativa, destinata a migliaia di abitanti, la repubblica ha superato tutti i paesi della CSI e la maggior parte di quelli dell’Europa Orientale. Prima dei vicini, essa è uscita dalla crisi ed ha accresciuto la produzione nell’agricoltura. Più di altri paesi, ha destinato finanziamenti alla scienza, alla cultura, all’assistenza sanitaria…
E cosa proponeva l’opposizione bielorussa? La copia esatta delle ricette, in base a cui è stata distrutta l’economia nello spazio postsovietico. E prima di tutto, la privatizzazione massiccia e “la rimozione dello stato dalla sfera economica”. Questa opposizione ha appoggiato con calore la cinica affermazione di Boris Nemtsov (uno dei leader dell’ultraliberista “Unione delle forze di destra” russa, nota del traduttore) accorso nella repubblica “in soccorso” di coloro che si stanno battendo contro l’attuale corso politico: “Si aprirebbe un’era felice per la Bielorussia, se qualcuno la comprasse”. Anche l’ambasciatore USA a Minsk, in sostanza, sostiene la medesima posizione. Parlando a proposito della politica americana di investimenti in Bielorussia, ha affermato: “Se si controlla un’azienda, in cui si è investito, il rischio è minore, in caso contrario, è maggiore”. Sebbene espresso diplomaticamente, il senso appare questo: cerchiamo di ottenere la svendita dell’economia della repubblica. E proprio il fatto che Lukashenko non abbia svenduto la Bielorussia né all’Occidente, né agli oligarchi russi, rappresenta una delle ragioni fondamentali del sostegno che gli ha manifestato il popolo.
Un certo ruolo è stato esercitato anche da un altro fattore. Nelle ultime elezioni presidenziali, nel 2001, nella repubblica aveva lavorato un gruppo di osservatori dell’OSCE. Non occorre aggiungere nulla, sul grado della loro obiettività e sulla regolarità del loro operare, a quanto si ricava dalle fonti della torbida opposizione “democratica”, le quali attestano che essi si sono immediatamente dileguati, cominciando a lavorare nell’ombra.
Questa volta, però, sufficientemente istruiti dall’esperienza del passato, i bielorussi hanno invitato osservatori indipendenti da 50 stati, ed anche da strutture e organizzazioni internazionali, come la CSI e l’Assemblea parlamentare dell’Unione di Bielorussia e Russia. E tutti – gli osservatori provenivano da Austria, Inghilterra, Polonia, Slovacchia, USA, ecc. – hanno concluso che le elezioni e il referendum si sono svolti nel rispetto delle norme democratiche.
Traduzione dal russo di Mauro Gemma