Vista la recente svolta "giustizialista", mi pare doveroso raccontarvi una storia:
"Negli anni venti del secolo scorso, la Capitale italiana fu sconvolta da una serie di brutali omicidi ai danni di piccole bambine. Tutti i romani rimasero traumatizzati dalla ferocia di quei delitti e si creò un'atmosfera di panico.
La polizia brancolava nel buio, fu addirittura messa una taglia che condusse molte persone ad accusare degli innocenti. La situazione stava degenerando, con la popolazione infuriata che assolutamente voleva vedere in faccia quel mostro terribile.
Ormai era chiaro che bisognava a tutti i costi trovare il colpevole, furono approfondite ed intensificate le indagini che fino a quel momento non avevano portato a nulla, il nome del "Mostro di Roma" doveva venire alla luce. Lo stesso Mussolini scalpitava affinché si trovasse il colpevole: ne andava della credibilità dello Stato.
Inaspettatamente, il 9 maggio del 1927, i principali giornali uscirono con la notizia che tutti aspettavano da tempo con questi titoli: "L'osceno martoriatore di bambine è stato arrestato. Il cuore generoso del popolo esulta per la cattura del turpe assassino, per il Mostro di Roma è la fine".
Si arrivò al nome di Gino Girolimoni, perché l'uomo fu descritto come uno che aveva l'abitudine di guardare le bambine e di donar loro delle caramelle. Anche un suo ex commilitone confermò questo vizio di spiarle (questa testimonianza in seguito si rivelò falsa, dovuta al fatto che tra i due c'era stato dell'astio).
Nei giorni a seguire la pubblica accusa disse:
"Le incessanti, laboriose indagini per la scoperta dell'autore degli assassini di Armanda Leonardi e di altre bambine, condotte silenziosamente, ma tenacemente, sotto la personale direzione del questore di Roma, sono state coronate da pieno successo. Dopo una lunga serie di appostamenti ed osservazioni, l'assassino, raggiunto da un cumulo di prove, che appaiono irrefragabili, è stato identificato ed arrestato. Egli è il mediatore Gino Girolimoni, nato a Roma il 1° ottobre del 1889, dove ha vari appartamenti; precedentemente, ha dimorato nei distretti di Borgo e di Ponte, vale a dire nella zona dei delitti. Vero tipo di degenerato, durante il periodo, durante il quale è stato sottoposto a costanti pedinamenti, si è potuto accertare che ha un'abilità davvero eccezionale nell'eclissarsi, dopo tentativi di adescamento, ricorrendo anche a travestimenti, come risulta da numerose fotografie, trovate in uno dei suoi appartamenti. Procedutosi al suo arresto, l'assassino, sottoposto a stringenti interrogatori, ha mostrato il più ributtante cinismo, negando sempre, e rivelando quell'audacia e quella scaltrezza che aveva già dimostrato nei suoi orribili delitti; ma, contro di lui stanno le prove schiaccianti raccolte, e particolarmente gli atti di ricognizione eseguiti con le numerose persone che lo avevano precedentemente veduto e che lo hanno riconosciuto, senza possibilità d'equivoco e d'inganno".
Ancor prima che iniziasse il processo, Girolimoni fu colpevolizzato dalla stampa e dalla popolazione, anche da parte del Vaticano che aveva aiutato la polizia nelle indagini.
L'8 marzo del 1928, dopo numerose false testimonianze, le prove a carico di Girolimoni persero progressivamente di consistenza, tanto che il tribunale lo assolse con formula piena per non aver commesso i fatti.
Questi delitti sembravano dover rimanere insoluti, quando il commissario Giuseppe Dosi, nonostante non fosse spalleggiato da nessuno, iniziò ad interessarsene personalmente, investigando in tutt'altra direzione, convinto che il vero assassino fosse un altro, perché secondo lui Girolimoni era solamente il classico capro espiatorio.
Dosi si rende ben conto che le descrizioni fatte da molti testimoni sono decisamente diverse dall'aspetto reale dell'uomo che ingiustamente è stato accusato e, con molta pazienza, arriva ad identificare il vero mostro, attraverso una miriade di interrogatori e di identikit. Alla fine, tutte le informazioni apprese portano ad un solo nome: Ralph Lyonel Brydges, prete anglicano con precedenti penali per aver compiuto molestie sulle bambine.
Il commissario Dosi si concentra sulla vita del reverendo, mostra la foto ai testimoni che affermarono di averlo visto aggirasi nei luoghi dei delitti. Altri testimoni confermarono che l'uomo che aveva comprato le caramelle ad una delle vittime non parlava correttamente l'italiano.
Interrogando anche la servitù della famiglia Brydges, il detective scoprì che l'uomo a volte si tingeva i capelli e i baffi biondi: questo suo camuffarsi aveva causato le diverse testimonianze, non solo sull'aspetto, ma anche sull'età del ricercato, che nel periodo dei delitti era di ben 68 anni.
Quando Dosi andò dai suoi superiori per formulare il capo d'accusa nei confronti del prete trovò inspiegabilmente le porte chiuse.
Senza demordere, il commissario riuscì ad incontrare Brydges nel porto di Genova, il 13 aprile del 1928, mentre si trovava su una nave pronto a fuggire. Dosi lo accusò di aver ucciso le bambine di Roma, perquisì la sua cuccetta trovando altre prove inconfutabili della sua colpevolezza: scoprì degli appunti con riferimento ai luoghi dei delitti, ma soprattutto trovò dei fazzoletti identici a quelli trovati attorno a collo delle vittime.
Brydges venne portato dalla polizia a Roma per essere interrogato e fu rinchiuso in un istituto psichiatrico per tre mesi, dove il risultato finale della perizia giudicò l'imputato "capace dei delitti a lui addebitati".
Incredibilmente il reverendo venne rilasciato ugualmente, perché il governo italiano non volle scontrarsi con la Chiesa Anglicana ed il Vaticano, che fecero incessanti pressioni per la sua liberazione immediata, così Brydges lasciò l'Italia per andare a Toronto (Canada).
I superiori di Dosi, per evitare altri dissapori con la Chiesa, lo trasferirono ad Assisi, con l'intimazione di dimenticarsi di quel caso. Ma l'ostinazione e l'ossessione di Dosi per la verità furono presto punite in maniera peggiore: arrestato e recluso nel carcere di Regina Coeli, fu internato per diciassette mesi in un manicomio criminale. Liberato nel 1940, fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del Fascismo, diventando anche questore e membro dell'Interpol.
All'inizio degli anni settanta, Dosi scrisse un libro con la ricostruzione dell'intera vicenda: se oggi conosciamo il vero nome del Mostro di Roma lo dobbiamo esclusivamente alla sue indagini meticolose, visto che la giustizia si era lasciata intimidire dalla forza della Chiesa.
Il 20 novembre del 1961, abbandonato da tutti e in assoluta povertà, si spense Gino Girolimoni che, anche dopo essere stato assolto, si era portato dietro per quasi 40 anni l'etichetta di Mostro.
Al suo funerale, nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, c'era solo una persona, Giuseppe Dosi."
Ora... quando il prossimo nostalgico fascista vi parla di quanto Mussolini fece ordine e sicurezza... raccontategli questa storia, di come quel bastardo di Mussolini preferì condannare un innocente alla pubblica gogna pur di vedere l'opinione pubblica sanata... di come lasciò andare un mostro pedofilo di merda che aveva violentato brutalmente e ucciso innumerevoli bambine piccolissime... per non alzare un polverone sulla chiesa anche qui (che sicuramente sarebbe accaduto poichè avevano da nascondere molto).
Raccontategli come un uomo che cercava giustizia e verità fu incarcerato per questo.
Oggi a roma si usa ancora il modo di dire "ma che sei Girolimoni?" verso coloro che apprezzano le ragazze molto più giovani di loro.
E tanti ancora credono sia lui il vero mostro.
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