Rassegna articoli vari su Renè Guenon
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Sito Web Italiano per la Filosofia-RENé GUéNON
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Giuseppe Cognetti, L'arca perduta. Tradizione e critica del moderno in René Guénon
A. Pontecorboli Editore, Firenze, 1996, pp. 294.
di Paolo Scroccaro
Il saggio del prof. G. Cognetti, docente di Storia della filosofia moderna presso l'Università di Siena, merita una particolare attenzione per motivi che cercheremo di precisare in modo sintetico. In via preliminare, occorre riconoscere che il testo si distingue per un'accurata documentazione che riguarda l'itinerario di Guénon ed i rapporti intercorsi con vari ambienti spirituali e culturali: un ricco apparato di note completa la documentazione e propone interessanti raffronti. In aggiunta, il libro si presenta equilibrato e costruttivo, rispetto ad altri apparentemente simili.
Negli ultimi anni, infatti, si sono moltiplicati gli scritti dedicati al pensiero di R. Guénon, chiaro indizio della importanza giustamente riconosciuta ad uno dei più lucidi metafisici dell'età contemporanea: solo la manualistica liceale ed universitaria continua ad ignorare colpevolmente il grande pensatore francese, nel mentre accoglie volentieri pseudofilosofi di basso profilo, il cui principale merito è di aver occupato qualche cattedra universitaria.
Quasi tutti gli scritti più recenti su Guénon presentano caratteristiche che possiamo semplificare come segue:
1) alcuni, pur riconoscendo più o meno i meriti di Guénon, tentano poi di individuare alcune lacunosità nel suo pensiero (soprattutto sul piano dell'erudizione filosofica), quasi sempre con lo scopo di vantare una presunta superiorità della metafisica cattolica o di qualche altra tendenza "tradizionalista": ci risulta che tali critiche siano per lo più carenti di penetrazione intellettuale e di forza argomentativa, anche perché condotte secondo punti di vista più o meno ristretti ed interessati, ben al di sotto quindi dello spirito di apertura che qualifica la pura metafisica (di qui certe cadute di stile e il cedimento a logiche "concorrenziali" del tutto fuori posto). Se sarà il caso ci soffermeremo in altra occasione sulla supponenza di queste "critiche".
2) Altri invece risultano impegnati in una meticolosissima e puntigliosa difesa ad oltranza dell'"ortodossia" guénoniana perfino nei dettagli più marginali: è un atteggiamento che si può comprendere solo di fronte alla superficialità di certi rilievi che sono stati mossi in più occasioni e non sempre in buona fede.
Ciò considerato, ci permettiamo la seguente riflessione: quello che più importa, fuor di polemica, è collocare Guénon all'interno dello spirito universalistico della metafisica della non-dualità: il che vale, ovviamente, anche per qualsiasi altro esponente della sophia perennis, senza pretendere di appiattire le infinite possibilità insite nella metafisica stessa, riducendole alla prospettiva di un particolare autore, per quanto sia meritoria la sua opera (a volte, si ricava questa impressione di fronte a certi atteggiamenti unilaterali: in tale contesto, accade che perfino certe valutazioni non vincolanti e certe preferenze terminologiche di Guénon vengano contrapposte a quelle altrui, ingenerando polemiche sterili e noiose).
Ebbene, il libro di G. Cognetti sembra rispondere a quell'esigenza di apertura e di equilibrio cui sopra abbiamo accennato, sottraendo il pensiero guénoniano ai rischi delle chiusure settarie e d'altro lato alle accuse ingiustificate cui abbiamo fatto allusione. In questo modo, tale pensiero viene valorizzato in quanto punto di riferimento, assieme ad altri autori anche contemporanei (v. Raphael, F. Schuon, H. Nasr, Aurobindo, A. K. Coomaraswamy...) non per una "chiesuola ortodossa" (usiamo l'espressione spregiativa di un critico di Guénon), ma per tutti quelli che, sia pur con diversi livelli di consapevolezza, aspirano ad un livello superiore di civiltà e si collocano in posizione critica rispetto all'Occidente "civilizzatore" ed ai suoi pseudomiti iperproduttivistici ed antimetafisici.
Se questo è l'atteggiamento di fondo promosso dal testo di Cognetti, passiamo ora ad un rapido esame, per forza molto selettivo, di alcuni contenuti specifici che ci sembrano particolarmente significativi.
1) L'autore rileva (giustamente) che Guénon non ha valorizzato adeguatamente importanti correnti tradizionali dell'Occidente, riferendosi in particolare alla Grecia antica (v. alcuni Presocratici ed il Platonismo).
2) La critica guénoniana alla modernità viene opportunamente inserita in un quadro molto ampio, che include riferimenti a vari altri autori, tra cui: K. Hubner (Verità del mito, Critica della ragione scientifica), F. Capra (il Tao della fisica, L'universo come dimora), J. Biés (Passeports pour des temps nouveaux), R. Alleau (La scienza dei simboli), G. Vallin (La perspective metaphysique), S. Weil, H. Corbin....
3) Vengono denunciati i tentativi di piegare il pensiero di Guénon alle esigenze di ideologie politiche di destra (per la sinistra il problema neanche si pone, poiché essa rigetta Guénon pregiudizialmente, senza nemmeno conoscerlo). La metafisica della non-dualità, per la sua stessa natura, non può che esser al di sopra delle particolari ideologie politiche che contrassegnano la modernità: nella loro reciproca ristrettezza, esse non possono contenere l'illimitatezza della metafisica, i cui contenuti travalicano alquanto la pochezza delle opposte correnti politiche odierne. Una riflessione analoga si può svolgere a proposito dei tentativi di stravolgere il significato di alcuni simboli tradizionali, in funzione di ideologie moderne (v. swastika e nazismo).
4) Seguendo Guénon, viene evidenziato come il "sistema chiuso" sia tipico della scienza moderna e delle filosofie razionalistiche (v, Cartesio, Kant, Hegel, Comte...), non della Metafisica pura, che è universale (con questo termine bisogna intendere "apertura universale", e non "pretesa totalizzante", come spesso si sente dire): il "sistema chiuso" pone inevitabilmente in essere esclusioni e restrizioni di varia natura, anche nelle società democratiche: si pensi, dice l'autore esemplificando, all'attuale imposizione di un modello terapeutico unilaterale nel campo della medicina, volto ad escludere qualsiasi altro approccio curativo. Lo spirito universalistico della metafisica, invece, spinge a trascendere ovunque i riduzionismi imprigionanti imposti dai "sistemi chiusi".
5) Non si tratta di combattere contro un particolare punto di vista (per es. il punto di vista della scienza newtoniana): si tratta invece di riconoscere la legittimità di diverse prospettive conoscitive, le quali possono avere un angolo visuale più o meno ristretto, ma valido in un settore particolare. La gerarchia tra le diverse prospettive dipenderà perciò dall'ampiezza maggiore o minore dello angolo visuale. Ci sembra che da questa impostazione autenticamente "metafisica" e "non-dualistica" si possano ricavare innumerevoli applicazioni per innumerevoli problemi anche attuali.
6) Nelle società occidentali ed occidentalizzate, certi particolari punti di vista sono stati assolutizzati ed altri sono stati emarginati o annientati (sempre nella logica del "sistema chiuso"). Per esempio, gli idoli del razionalismo scientista e del progresso materiale ad ogni costo, sono serviti per combattere tutti quelli (popoli interi o minoranze dissidenti, secondo i casi) che non si adattavano alla mentalità economicistica, iperconsumistica ed utilitaristica prevalente in Occidente da un certo punto in poi. Tale violenza modernizzatrice ha procurato inquietudine esistenziale, disastri ecologici, darwinismo sociale, diseguaglianze crescenti, disoccupazione, alienazione, sradicamento, sperequazione delle risorse su scala internazionale... Le ideologie moderne, dall'estrema destra all'estrema sinistra, sono incapaci di arginare tale degrado ed anzi ne partecipano in qualche misura (i loro conflitti infatti restano all'interno dello spirito della modernità e nulla più).
7) Solo il riapparire di una superiore spiritualità, metafisicamente ispirata, potrà svolgere una effettiva funzione risanatrice: e ciò in correlazione ad una disgregazione dei "sistemi chiusi" fabbricati nel corso degli ultimi secoli a livello filosofico, religioso, sociale, politico, economico etc.: è però auspicabile che le crepe dovute a tale disgregarsi lascino filtrare non le influenze tenebrose e malefiche dei bassifondi dello psichismo (come oggi ancora accade), bensì le "influenze superiori" della "sophia perennis", le cui dottrine Guénon, assieme ad altri, ha contribuito a ravvivare.
Da: Recensione: Cognetti, L'arca perduta
Piero Di Vona, René Guénon contro l'Occidente
Il Cerchio, Rimini 1998, pagg. 122, lire 25.000.
di Walter Catalano
da «Diorama Letterario», n. 215, giugno 1998.
«L'avversione per la metafisica è uno degli aspetti fondamentali che definiscono la filosofia contemporanea. Questo suo aspetto è l'immagine oscura ed il riflesso negativo, nei quali si rispecchiano le aspirazioni profonde del pensiero contemporaneo, e la sua radicale incapacità di soddisfarle. In quest'avversione si annida la dimenticanza di ciò che sia e sia stata quella scienza che si chiama ontologia».
Queste sono le premesse da cui Piero Di Vona parte per il suo secondo libro dedicato ai delicati rapporti di opposizione e di affinità che il pensiero di René Guénon intrattiene con la tradizione dell'ontologia occidentale, tanto gloriosa quanto poco conosciuta e studiata. Se in René Guénon e la metafisica (Sear, 1987), di cui ci siamo già occupati su queste pagine, Di Vona tracciava un'analisi precisa e circostanziata delle relazioni e dei debiti contratti dalle complesse concezioni guenoniane nei confronti della tradizione filosofica occidentale, soprattutto moderna, in questo suo secondo lavoro lo studioso ripercorre, in modo più sintetico e divulgativo, un analogo itinerario.
Lontano dalla dedizione e dal rispetto reverenziale a lui tributato da sodali e seguaci -patriarca del tradizionalismo, autorità indiscussa e indiscutibile che pontifica dall'alto del suo ipse dixit- Guénon assume per Di Vona sembianze assai meno ieratiche: la sua ammissione tra i filosofi «è un fatto recentissimo, che lui non avrebbe gradito e non tutti i competenti sono disposti ad accettare». Come filosofo dunque, Guénon si riduce a depositario di un paradigma, di una possibile interpretazione del mondo, ma non dell'unica, dell'assoluta verità; come filosofo, Guénon è passibile di critiche e confutazioni.
La visione guenoniana della metafisica occidentale non è sostenuta, secondo Di Vona, da una conoscenza sufficientemente approfondita dell'ontologia, essendosi egli accontentato «di quella conoscenza dell'ontologia che poteva essergli offerta dalla cultura del nostro tempo» e non avendo «potuto o voluto approfondire e correggere le sue conoscenze per la sua avversione a frequentare le biblioteche pubbliche». Per verificare la fondatezza dell'accusa di Guénon contro l'ontologia occidentale -accusa secondo cui questa si limiterebbe allo studio dell'essere, studio per di più unicamente teorico e pertanto incapace di produrre una «realizzazione metafisica», e da cui deriverebbe la susseguente, globale critica di Guénon alla civiltà occidentale:
«ha una fondamentale importanza comprendere e stabilire con quanta ampiezza e con quale profondità questo scrittore francese conoscesse l'ontologia occidentale nelle sue dottrine teoriche. Solamente questa indagine può permettere di stabilire con certezza se le idee che Guénon pretende siano superiori e di maggiore dignità speculativa e metafisica rispetto al concetto di ente dell'ontologia occidentale, meritino davvero tanta considerazione e trascendano il concetto di ente, come Guénon sostiene. Tali idee, che Guénon ritiene proprie delle metafisiche orientali, sono quelle della non dualità, dell'infinito, della possibilità universale, del non essere e del cosiddetto zero metafisico».
Come ha sempre fatto anche nei suoi studi precedenti, Di Vona puntualizza scrupolosamente il suo fermo rifiuto «di trattare e di discutere della realizzazione metafisica e dell'iniziazione. [...] Noi sappiamo di essere un semplice studioso, e non vogliamo negare per questo e per principio che all'uomo possano aprirsi certe possibilità, cui in modo tanto frequente quanto inopportuno si riferiscono i cultori di discipline magiche e di dottrine dette esoteriche. Ma proprio per questo riteniamo che su certi argomenti sia di rigore un riserbo assoluto».
Per poter svolgere la sua analisi partendo da basi solide e corrette, Di Vona nel primo capitolo del libro riassume, in modo rapido ma preciso, i concetti fondamentali, la definizione e la storia dell'ontologia occidentale. Ignorata dai filosofi antichi e dai teologi medioevali e inventata solo nel secolo XVII, la parola ontologia è il nome moderno di una scienza antica che risale al IV libro della Metafisica di Aristotele in cui si teorizza di «una scienza dell'ente in quanto ente e delle proprietà che spettano ad esso per se stesso». In paragrafi brevi ed incisivi, Di Vona ripercorre gli elementi basilari della disciplina: il significato della parola ente, la dottrina dei concetti trascendenti, le teorie sull'univocità e sull'analogia dell'ente, ecc. Alla fine del capitolo, anche il lettore meno edotto in materia ha sufficientemente chiari i termini del problema e può sostenere il confronto con gli argomenti e le confutazioni di e contro Guénon.
Il secondo capitolo è infatti dedicato interamente alla critica rivolta da Guénon all'ontologia occidentale, critica che «è rimasta immutata ed uniforme durante tutto il corso della sua vita intellettuale». Per il tradizionalista di Blois, l'Antichità ed il Medioevo possedettero in una certa misura quella metafisica vera che il pensiero moderno avrebbe irrimediabilmente perduto, ma gli Occidentali confusero sempre filosofia e metafisica, ed i Medievali subordinarono indebitamente quest'ultima alla teologia. Inoltre, per metafisica in Occidente si è sempre inteso essenzialmente ontologia, cioè dottrina dell'essere, senza mai considerare ciò che «sta oltre e al di là dell'essere». Per Guénon l'essere è solo «la prima affermazione e la prima determinazione». L'uso della parola essere per indicare anche ciò che trascende l'essere -necessità causata dai limiti dello stesso linguaggio umano- ha un significato unicamente «analogico e simbolico». Per «stati molteplici dell'essere», Guénon intende dunque una moltitudine di ordine completamente diverso dalla «molteplicità soltanto aritmetica, numerica e quantitativa». I debiti espliciti verso la dottrina della multitudo trascendens di S. Tommaso d'Aquino, del resto mai nascosti da Guénon, si uniscono alle critiche contro gli Scolastici (la riduzione della metafisica ad ontologia) ed alle polemiche contro il neo-tomismo, «tentativo di adattamento del Tomismo non privo di gravi concessioni alle idee moderne anche presso coloro che si proclamano volentieri antimoderni» (il colpo è vibrato in particolare contro Maritain).
Il terzo capitolo esamina in dettaglio le concezioni metafisiche di Guénon: prima fra tutte che il principio supremo di tutte le cose, inesprimibile ed incomunicabile ma non inconoscibile, non è l'essere. Seguendo il Vedanta non dualista secondo la dottrina di Samkara, Guénon fa sua la formula «Brahma è la Verità, la Conoscenza, l'Infinito». Per Di Vona «del Vedanta egli diede un'interpretazione personalistica che certo andava incontro alle molte correnti personalistiche del presente e del passato secolo». Ma, chiarisce Di Vona, «mettersi dalla parte della metafisica per Guénon significa porsi al di là dello spirito e della materia [...] al di là di ogni dualismo e di ogni monismo», assumere la dottrina della non dualità (adwaita vada).
«Questa non riduce più un termine di una contrapposizione all'altro, ma considera i due termini contrapposti nell'unità di un principio comune ed universale che li contiene entrambi, non più come opposti, ma come complementari».
Oltre al Vedanta, Di Vona identifica un altro antecedente di questa idea fondamentale: «molto più modestamente questa dottrina non è che l'interpretazione data della dialettica hegeliana da parte di un filosofo francese contemporaneo a Guénon: Octave Hamelin». Un «legame inconfessato», quello con la dialettica hegeliana, cui Di Vona riconduce anche l'idea guenoniana di infinito:
«la negazione di ogni determinazione equivale all'affermazione assoluta e totale, dichiara Guénon, riprendendo tacitamente pensieri ben moderni e comunemente noti di Spinoza e di Hegel, senza che ci sia bisogno di risalire più indietro fino allo Pseudo Dionigi ed al Neoplatonismo».
L'essere per Guénon, in quanto principio della manifestazione, prima determinazione, non può coincidere con l'infinito: «Egli fa rientrare nell'Essere solamente le possibilità di manifestazione considerate nell'attualità del loro manifestarsi. Fuori dall'Essere c'è tutto il resto. Ma questo resto è ciò che più conta». L'essere dunque «non può essere manifestato ed è in se stesso immanifestato», «L'Essere è il Non-essere affermato».
Da qui ci proiettiamo al quarto capitolo conclusivo, in cui Di Vona, confutando molti argomenti guenoniani, prende le difese dell'ontologia. Uno dei principali punti deboli delle vedute che Guénon «adorna di un preteso linguaggio taoista», secondo Di Vona, è il concetto che l'essere sia in se stesso immanifestato: questo equivarrebbe a dire «che l'essere non può mai essere constatato e constatabile in nessuna esperienza possibile. Ora, che l'essere, quello che è notissimo ad ogni mente e che è più manifesto di ogni altra cosa, sia immanifestato nel suo principio, e per di più non sia nemmeno infinito, è un'affermazione ben strana e singolare». Evidenziando altri aspetti non troppo solidi delle dottrine sull'essere di Guénon, Di Vona giunge ad affermare:
«Sia che le confusioni che abbiamo illustrato fossero inconsapevoli, sia che fossero volute, è certo che Guénon aveva un'idea molto vaga ed imprecisa di che cosa fosse veramente la trascendenza dell'ente, e delle sue proprietà trascendentali: questa idea non gli permetteva veramente di comprendere la profonda dottrina scolastica della trascendenza del concetto di ente».
Anche riguardo al senso «analogico e simbolico», attribuito da Guénon alla parola essere, quando questa è usata per designare anche l'immanifestato, questa «analogia» è molto lontana dalle complesse teorie sull'analogia dell'ente dibattute dai teorici dell'ontologia.
L'analogia per Guénon
«va compresa sempre in senso inverso [...] nel senso di un detto della Tabula Smaragdina, capitale testo della tradizione alchemica occidentale. Questo testo dice che ciò che in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto. L'idea che ebbe Guénon dell'analogia ci riporta per questa via all'uso che si faceva nell'occultismo del suo tempo di certi testi presi dall'alchimia».
Quello che Guénon chiama non-Essere, zero metafisico, possibilità universale,
«non ci presenta che una tra le tante varianti di processo neoplatonico, che appartengono anche alla cultura del nostro tempo, con l'aggravante che quella di Guénon appare ripresa dall'occultismo contemporaneo. Basta ricordarsi dell'Enciclopedia di Hegel e di certi sistemi neohegeliani per ritrovare il terreno ottocentesco, sul quale, insieme con altre, è sbocciata la teoria guenoniana del processo metafisico».
Di Vona conclude la sua brillante trattazione affermando che non sia tanto l'ontologia occidentale ad essere parziale ed incompleta, quanto la visione che ne ebbe Guénon: visione perfettamente univoca con quella attinta
«dalla cultura media del suo tempo e dei filosofi del suo tempo. [...] Questa non è certo una colpa di Guénon, ma della cultura moderna e contemporanea [...] l'aver lasciato che la scienza dell'ontologia [...] per un malinteso senso di modernità sia rimasta dimenticata e sepolta per i secoli posteriori al Settecento».
Non resta altro, a questo punto, che augurarci, per amore del dibattito e del confronto delle idee, che qualche esponente dell'«ortodossia guenoniana», qualche tradizionalista toccato nel vivo, raccolga garbatamente la sfida intellettuale di Di Vona e, con altrettanta competenza e chiarezza, prenda le difese di Guénon confutando sullo stesso terreno le argomentazioni del filosofo napoletano. Sarebbe una querelle appassionante.
Da: Recensione: Di Vona, Guénon contro l'Occidente
Piero Di Vona, René Guénon e la metafisica
Sear, Borzano 1997, pagg. 300, lire 38.000.
di Walter Catalano
da «Diorama Letterario», n. 214, maggio 1998.
Nella premessa al suo libro del 1993 Evola, Guénon, De Giorgio (Sear), Piero Di Vona licenziava quella sua monumentale e fondamentale opera come una valida introduzione ad una ricerca sulla metafisica di Guénon che lo studioso napoletano si accingeva ad intraprendere. Questa «impresa doverosa ed utile», finalmente ultimata e pubblicata ancora dalla Sear, rende ora disponibile al lettore italiano il corpus più completo e approfondito mai scritto nella nostra lingua sul pensiero del maestro francese del Tradizionalismo.
Di Vona, avendo già percorso gran parte dei possibili itinerari guenoniani nel suo primo lavoro, si concentra in questa sua seconda fatica sugli aspetti più ardui, astratti ed ostici delle idee di Guénon riguardanti la metafisica pura: trascura di proposito le pur rilevanti dottrine appartenenti alle tradizioni metafisiche indiane o cinesi -ritenendole di esclusiva pertinenza dell'orientalista- e, in qualità di esperto di ontologia occidentale, sviluppa con metodo ineccepibile le sue analisi in nome di questa scienza. Al lettore completamente sguarnito sull'argomento -non certo d'immediata accessibilità nonostante l'ammirevole chiarezza espositiva dell'autore- e poco a suo agio con le citazioni in lingua originale (soprattutto dal latino, francese e tedesco), si consiglia anche, in funzione propedeutica o alternativa, un altro recente e meno ponderoso volume di Di Vona, René Guénon contro l'Occidente (Il Cerchio, 1998), trattazione più semplice e sintetica delle stesse problematiche, di cui ci occuperemo presto dettagliatamente su queste pagine.
Una delimitazione metodologica del campo d'indagine così scrupolosa come quella cui abbiamo appena accennato, permette all'autore, una volta eliminate tutte le opere di Guénon in cui la metafisica non occupa il centro dell'attenzione e quelle (La Grande Triade e L'Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta) in cui i riferimenti sono eminentemente orientali, di prendere in considerazione solo Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Il Simbolismo della Croce, Gli Stati molteplici dell'Essere, ed alcuni capitoli di un testo meno famoso e meno letto, I Principi del Calcolo infinitesimale.
Il pregio maggiore dello studio di Piero Di Vona è, crediamo, quello di collocare -con elementi a sostegno più che solidi e di carattere non sentimentale o aneddotico, ma esclusivamente filosofico- il pensiero di Guénon nel pieno contesto della sua epoca. Al riparo dalle «chiesuole» (l'espressione è di Di Vona) dei numerosi custodi dell'«ortodossia guenoniana», e da certe pretese dello stesso Guénon, le idee del grande tradizionalista, senza nulla perdere del loro innegabile valore, discendono dall'empireo della sapienza rivelata o della primordiale visione dei cosmogonici rishi, per andare a inquadrarsi pienamente entro gli orizzonti del dibattito filosofico anche e soprattutto moderno.
La stessa concezione primaria di Guénon, l'idea stessa di metafisica, da lui intesa in senso etimologico come «ciò che è oltre la fisica» (fisica come l'insieme delle scienze della natura, alla maniera degli antichi, non come scienza particolare della natura, alla maniera dei moderni) ed in quanto tale «al di là dell'esperienza», non è per Di Vona «diversa da quella di Kant, e, ben lungi dall'essere tradizionale, non risale oltre il XVIII secolo». Così anche l'importante teoria guenoniana che moltiplica i punti di vista secondo le forme del sapere, rimanderebbe alla definizione kantiana di trascendentale nell'Introduzione alla Critica della Ragion Pura. A differenza di Kant e di Hegel, però, per i quali l'uomo non ha intelletto intuitivo e la sola intuizione umana è quella sensibile, per Guénon, la facoltà strumento della metafisica sarebbe l'«intuizione intellettuale», cioè l'«intelletto puro» di Aristotele e la buddhi degli indù.
Una relazione interessante e del tutto inusitata, colta da Di Vona, è quella che contrappone la concezione della metafisica in Guénon e in Heidegger. In un saggio di Sentieri interrotti (Il detto di Nietzsche 'Dio è morto'), Heidegger nega «la capacità della metafisica di comprendere la sua essenza, rispetto alla quale essa resta sempre indietro. [...] Se la metafisica concepisse la sua essenza la concepirebbe metafisicamente. Questa incapacità della metafisica fonda il mistero dell'essere in cui questo si nasconde». Per Guénon invece, la metafisica è assolutamente illimitata e «non può studiarsi che metafisicamente». Questa «negazione heideggeriana, nella sua precisa contrapposizione all'asserzione di Guénon, e compresa nella sua unità con quest'ultima, è ben significativa della maniera in cui la metafisica venne avvicinata e pensata nella prima metà del nostro secolo».
Proprio a questo riguardo si può citare un altro accostamento assai significativo, quello con il filosofo francese più conosciuto all'epoca di Guénon, più volte da questo bersagliato polemicamente: Henri Bergson. Di Vona ci dimostra come le analogie tra i due pensatori siano forse più forti delle divergenze. Non a caso, si potrebbe osservare permettendoci uno sconfinamento dal territorio filosofico a quello dell'aneddotica, entrambi gli autori provenivano da un milieu simile, che non disdegnava frequentazioni con certo occultismo fin de siecle : Guénon fu in gioventù vescovo della Chiesa Gnostica derivata dall'Ordine Cabbalistico della Rosa+Croce, fondato a Parigi da Stanislas De Guaita, Josephin Péladan, Papus ed altre eminenze degli ambienti Simbolisti e Decadenti; la sorella di Bergson sposò MacGregor Mathers, per molti anni leader del celebre Hermetic Order of the Golden Dawn, corrispettivo londinese degli stessi ambienti. Erano entrambi innegabilmente figli del loro tempo.
In Introduzione alla metafisica (1903), Bergson oppone la metafisica alle scienze positive della natura, contrappone la conoscenza assoluta (inesprimibile e basata sull'identificazione soggetto/oggetto) alla conoscenza analitica e simbolica, sin qui in perfetta sintonia con le tesi di Guénon, se si esclude il concetto di simbolo, che Guénon considera la via d'accesso all'inesprimibile e superiore al linguaggio e alla ragione discorsiva. Ne L'Evoluzione creatrice, Bergson distingue fra l'intuizione sensibile e l'intuizione «superintellettuale» e «ultraintellettuale», presa di possesso dello spirito «da parte di se stesso», vi sono quindi «due intuizioni di ordine differente»; questo smentisce le accuse di Guénon per cui l'intuizione di Bergson sarebbe sensibile, vitale, infrarazionale. Anche il già citato concetto guenoniano di conoscenza come insieme di punti di vista è quasi identico nei due pensatori: Bergson lo riconduce alle monadi di Leibniz e Guénon ai darshana indù. In ultimo, per Bergson la filosofia è «sforzo per superare la condizione umana» tramite le immagini della durata che inducono l'intuizione; per Guénon, in modo analogo, i simboli conducono alla realizzazione metafisica.
Altro aspetto importante analizzato da Di Vona è quello riguardante la distinzione, basilare in Guénon, tra infinito ed indefinito (il primo «infinito metafisico» e vero infinito; il secondo «infinito matematico», quindi indefinito, semplice estensione del finito). Nella formulazione matematica di questo rapporto, la concezione deriva, con un debito per altro ampiamente riconosciuto da Guénon stesso, dalle idee di Matgioi («Occhio del Sole»), pseudonimo di Albert de Pouvourville (1861-1940), ufficiale francese che nel Tonchino ricevette l'iniziazione taoista e scrisse due libri che ebbero notevole influenza ai suoi tempi, La via metafisica e La via razionale (tradotto in italiano come La via taoista, edito come il precedente da Basaia). Questo collegamento «esoterico» e «orientale», non impedisce a tali concezioni di essere perfettamente congruenti «con quelle che erano state elaborate dal pensiero moderno», anche per l'uso simbolico, comune sia a Matgioi che a Guénon, delle matematiche e della geometria moderne: «[...] l'idea non era diversa, bensì fondata nella cultura filosofica francese del loro tempo». Da Cartesio a Spinoza a Leibniz, il problema trova sviluppi che giungono fino a Hegel («L'infinito, l'affermazione come negazione della negazione»), confermando come i punti essenziali della metafisica guenoniana, le «idee di infinito, di Possibilità universale e di affermazione assoluta e totale, sono assai comuni nel pensiero occidentale moderno, e, così come sono state espresse dal nostro autore, niente affatto indù».
Di Vona, che ha dedicato diversi saggi in ambito accademico al pensiero di Spinoza, individua in modo particolare l'influenza di questo filosofo in molte concezioni considerate «tradizionali» dal metafisico francese e trova «difficile dire con quanta sincerità Guénon lo abbia potuto accusare di panteismo, pur servendosi con larghezza delle sue dottrine». Un possibile ponte fra i due pensatori è dato dalla figura eccentrica dell'occultista franco-italiano Stanislas De Guaita che, nel suo libro più noto Il tempio di Satana ben conosciuto in gioventù da Guénon, «vide in Spinoza il detentore dell'alta scienza esprimente la verità sub specie aeternitatis». De Guaita era con Papus, Péladan e Oswald Wirth, fra i fondatori di quel già citato ordine, sedicente Rosa+Croce, che avrebbe avuto sul Tradizionalista un influsso ben più determinante di quanto egli abbia in seguito mai voluto ammettere.
Proprio nella spinoziana contemplazione delle cose sub specie aeternitatis, grado supremo della liberazione secondo il filosofo ebreo, si ritrova l'analogia più forte con l'ideale ultimo di Guénon, la «libertà assoluta» , «al di là dell'Essere» e «senza dualità». «Se per l'uomo c'è un divenire -conclude Di Vona- [...] Questo divenire è un divenire verso gradi sempre maggiori di libertà [...] la liberazione postula e pone la libertà. Come questa metafisica, la cui ultima parola è la libertà, e che è una metafisica della libertà per il fatto stesso di essere una metafisica della liberazione, abbia potuto essere presa per base di una dottrina della razza, e di altre teorie in ogni caso pur sempre limitatrici della libertà, è certo un fatto a suo modo enigmatico».
Nel penultimo, breve capitolo del libro, dedicato all'Iniziazione, Di Vona è ancora più categorico: citando, in qualità di «semplice studioso», il famoso aforisma dal Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein -«Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere»- liquida con rigore estremo tutto quanto si possa dire o scrivere su tali argomenti. «Non ci sono vie di mezzo: o si è e si sa, ed allora si tace, sempre e con chiunque; o non si sa, ed allora si parla perché si è soltanto uno sciocco».
I cenni che abbiamo cercato di dare, necessariamente frammentari e discontinui, possono fornire al lettore un'idea, seppur approssimativa, della complessità e della profondità di questo studio. Ci resta solo da dichiarare in chiusura la nostra adesione ed il nostro sostegno ad opere che svolgano, come quella di Di Vona egregiamente fa, la giovevole funzione di riportare certi autori, al di fuori e al di là dello speculare dualismo che li vede ora intoccabili guru, ora pericolosi «nemici del popolo», nell'ambito proprio al confronto ed all'approfondimento «scientifico» delle idee, nel pieno rispetto delle diverse opinioni e soprattutto nella imparziale obbiettività del giudizio. Crediamo fermamente che, proprio grazie a ricerche e analisi che sappiano esplorare impervi territori tracciando mappe di una «sapienza» non anchilosata e dogmatica, quello che Alain De Benoist definì «il mito incapacitante del Tradizionalismo», possa risolversi in un utile paradigma di riferimento -uno in più fra i molti a disposizione dello studioso- non mito ma modulo e parametro o in certi casi antidoto, non incapacitante ma fecondamente differenziante.
E proprio in questa chiave di lettura che la designa valido strumento pratico, fertile prospettiva critica sulla realtà, Di Vona sembra rendere un conclusivo omaggio all'opera del controverso autore oggetto del suo studio:
«nonostante i limiti che si possono imputare a Guénon, e le critiche che gli si possono rivolgere, le sue opere offrono pur sempre un orientamento e strumenti di difesa per chi -"avendo perduto la fede"- si addentri nella selva di culti che, numerosi e difformi, assediano lo spirito di tanti occidentali del nostro tempo. La lettura di Guénon, nonostante tutto, preserva o mette in guardia da tante pericolose avventure dello spirito che oggidì facilmente si tramutano in veri e propri pericoli per la propria integrità umana».
Da: Recensione: Di Vona, Guénon e la metafisica
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