Quello che avviene in giro per il mondo, agitazioni apparentemente scollegate le une dalle altre, proteste, sommosse a seguito di crisi impopolari, rivelano, ad un'analisi attenta, un denominatore comune: una parte della società si sta decisamente rompendo i coglioni e spinge per un cambiamento.
In Islanda, in Francia, in Italia, la gente protesta. Intere nazioni come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina, Iran sono in marcia per sganciarsi dalla globalizzazione economico-politica per perseguire un'ideale di indipendenza autentica e libertà. Spesso le rivendicazini di queste fasce sociali, di queste nazioni in lotta si rivolgono non tanto contro i piccoli potentati locali e regionali ma contro le istituzioni sovranazionali e le correnti di pensiero che detengono in ultima battuta le briglie del mondo: l'Organizzazione Mondiale del Commercio, il Fondo Monetario Internazionale, le banche centrali, il sionismo, il capitalismo e il libero mercato.
Dire che venti di rivoluzione stanno spirando in giro per il mondo sarebbe comunque un'esagerazione. Il più delle volte le proteste, anche le battaglie più accanite condotte dai gruppi sociali maggiormente colpiti dalla crisi (che poi crisi non è, ma solo la naturale essenza del capitalismo) non sono dettate da una reale e sentita presa di coscienza del problema ma solo dalla sofferenza contingente dell'operaio, dell'agricoltore, dell'impiegato pubblico, del cooperatore. Naturalmente da qualche parte, per arrivare a una rivoluzione, bisogna pur cominciare e la diffusione a macchia di leopardo di sempre più frequenti espressioni di insofferenza è la condizione necessaria alla creazione di una lotta organica.
Necessaria ma non sufficiente. Resta un ostacolo da rimuovere e la scarsa percezione di questo ostacolo rischia a mio avviso di disperdere le energie popolari in battaglie contestuali e monotematiche che andrebbero invece raggruppate sotto un unico ombrello. E questo ostacolo, seminato in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale con la folle aggressione del nazionalsocialismo e del fascismo alla Russia sovietica e definitivamente maturato dopo l'occupazione americana, è lo steccato ideologico, la falsa contrapposizione tra estremismi che non esistono se non nella percezione di chi li vive.
Se da un lato le lotte di interi paesi contro la globalizzazione hanno fornito alle loro popolazioni una maggiore consapevolezza della partita che si sta giocando, lo stesso non si può dire delle battaglie condotte da singole frange sociali all'interno di paesi che invece stanno ancora al gioco del capitalismo e del mercato. In concreto, venezuelani, cubani, iraniani hanno certamente maggior consapevolezza di cosa contrapponga i loro paesi al resto del mondo "globale" di quanto non ne abbiano gli operai di Pomigliano d'Arco, gli statali francesi, gli indebitati islandesi, i silurati polacchi dellla Fiat. Questi ultimi gruppi infatti stanno conducendo una lotta all'interno della nazione e non una lotta di nazione contro il resto del mondo.

Il passo che i rivoluzionandi d'Europa devono fare per trasformare le proprie lotte particolari non è tanto quello di lasciare alle spalle ogni retaggio politico che ha fin qui mosso le loro azioni, quanto quello di arricchirlo, di integrarlo con una serie di culture e idee finora respinte dogmaticamente perché considerate controproducenti e che invece sono parte integrante dell'emancipazione popolare dal capitalismo.
Coloro che guardano esclusivamente alla sinistra politica, e che probabilmente sono in maggior numero e dispongono dei migliori mezzi di mobilitazione (sindacati, associazionismo diffuso sul territorio, casse di resistenza, case editrici) devono una volta per tutte cessare di guardare con ostilità all'idea di appartenenza nazionale in primo luogo e comunitaria in seguito, per abbracciare un idea di Nazione decontaminata da immondizia borghese (imperialismo, razzismo) così che la lotta nazionale, unita a quella di classe, faccia da ulteriore strumento contro il capitale.
Chi invece si riconosce di più nelle contestazioni della destra radicale, la minoranza, o comunque la parte con minor capacità di mobilitazione e presenza sul territorio, deve a sua volta ripulire da sporcizia la propria idea di nazionalità e superare ogni utopica idea di collaborazione tra capitale e lavoro, la quale sino ad oggi, quando concretamente applicata, si è tradotta in un fallimentare corporativismo di facciata che ha finito per avvanataggiare decisamente più il capitale che il lavoro. Se fino a vent anni fa la teoria corporativa poteva essere giustificata con la volontà di una maggiore giustizia sociale senza concessioni a una "minaccia comunista", oggi questa scusa non ha ragion d'essere ed è bene che la componente nazionalitaria della sinergia rivoluzionaria che si sta ipotizzando se ne renda conto, cessando immediatamente i flirt con la destra liberale e borghese per studiare più produttivi progetti con parte della sinistra radicale e sindacati.
L'attuale polarizzazione delle lotte che vede la rivendicazione nazionale e quella di classe separate in compartimenti stagni è figlia di un epoca che non c'è più, perché oggi più che mai esse sono la stessa cosa a fronte di una classe dominante che è sempre più transnazionale, e quindi ostile tanto alla classe subalterna quanto alla nazione in cui esercita il proprio dominio.
La coesione tra gruppi di avanguardia creerà il primo magnete destinato, se sarà capace di resistere alle provocazioni e ai tentativi di sabotaggio da parte della borghesia intimidita, ad attirare via via tutte le forze in lotta attualmente frammentate e prive di un'agenda rivoluzionaria di ampio respiro.