Agli industriali dell’intrattenimento e dell’editoria non interessa ragionare sul mondo che cambia: vogliono semplicemente mantenere quello che avevano prima e possibilmente ogni volta accumulare qualcosa in più. Sono in altre parole persone con le quali, con buone probabilità, non sarà possibile discutere di niente. E non si tratta di un problema inedito: sono così da almeno 50 anni.
Non ho voglia di soffermarmi sulle decisioni prese oggi a Bruxelles. Sono questioni tecniche e difficili per tutti. Sono, per quanto mi riguarda, se proprio dovessi fare una sintesi, decisioni stupide (perché non porteranno a niente di concreto) e potenzialmente pericolose per tutti noi. Ma lascio ad altri la disamina.
Il teatrino di questi giorni, rispetto alle precedenti messe in scena dei vecchi lobbisti del copyright, ha previsto la comparsa di nuovi nemici (le piattaforme cattive americane, Facebook e Google, gli unici per capirci che oggi hanno i soldi, quelli che non pagano le tasse). Costoro hanno sostituito gli utenti cattivi, i pirati di Napster o quei pericolosi terroristi che duplicavano le canzoni su cassetta uccidendo i posti di lavoro, e hanno aggiunto un minimo di credibilità ad una battaglia che, nel caso odierno, è stata banalmente lo scontro fra due lobby diverse. Con la politica nel mezzo a fare la figura del tonto (non finto, un tonto vero), quello che non capisce e che si fida (di questo o di quello, a seconda).
La notizia rilevante oggi per me non è tanto che tutto si ripete (tutto si ripete, immagino lo sappiate) ma che nella lunga discussione centellinata in questi mesi, fatta di diatribe sui social, comunicati stampa, interviste piene di bugie, associazioni di creativi senza creativi nate improvvisamente coi soldi dell’industria, azioni dimostrative e campagne sul web, da tutta questa confusione, insomma, quello che oggi esce con le ossa rottissime è il giornalismo italiano, la sua credibilità, la sua capacità di raccontare i fatti ed esporre le diverse posizioni. Hanno dato il peggio di sé i maggiori quotidiani italiani in questi giorni parlando di copyright, lo hanno fatto senza imbarazzi, evidentemente considerando i propri lettori poco più che polli di allevamento. Appena è balenata l’ipotesi – anche remotissima – che una nuova miracolosa norma europea potesse risollevare i conti economici dell’editoria in crisi hanno percorso senza indugi e con convinzione la strada di un’ampia prostituzione di sé.
Ho seguito per vent’anni, per mia curiosità, i ragionamenti, il modesto interesse per le sorti della società, le tecniche più o meno ricattatorie dell’industria dei media alle prese con i propri interessi; ho osservato per molto tempo l’insipienza della politica pronta ogni volta a farsi dettare l’agenda dal lobbista di turno, spessissimo senza nemmeno darsi la pena di comprendere cosa poi si andava recitando in pubblico, ogni volta in nome del supremo interesse dei cittadini, ma dai giornalisti, francamente, una cosa del genere non me l’aspettavo. I giornalisti non sono e non dovrebbero essere i loro editori.
Sono tempi di grande crisi, me ne rendo conto e me ne dispiaccio, ma la figura che hanno fatto i media italiani in questi giorni nel loro appoggio supino e interessato al nuovo regolamento sul copyright che oggi è stato infine approvato, fa davvero male al cuore ed è l’unica cosa che trovo rilevante in questo momento.
https://www.ilpost.it/massimomantell...-al-copyright/





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