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Discussione: Antonio Simon Mossa

  1. #21
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Venerdì 26 Gennaio 1973


    Gli effetti negativi del tipo di autonomia concesso nel '47 alla Sardegna dai costituenti nazionali, che non tennero conto delle caratteristiche speciali dell'isola e del significato profondo e permanente della questione sarda » (che era stata - ed è - anche questione etnica e culturale, conservazione e difesa della « nazione sarda » quale fu sentita dagli spiriti migliori e dal popolo nei secoli dell'oppressione feudale, liberal-risorgimentale e fascista), si sentono e si scontano oggi, a distanza di 25 anni dalla promulgazione dello Statuto sardo, c. d.. « speciale ». Uno Statuto che, in realtà, è «normale», anzi più «normale» degli Statuti normali» delle Regioni ordinarie, da poco costituite e già funzionanti con poteri maggiori e più adeguati ai tempi di quelli - infimi - contenuti nella «Carta» sarda (13).

    Tutto ciò, come è noto, è il risultato di una continua e studiata degradazione dell'autonomia sarda. Assoggettata ad un duro colpo « restaurativo » negli anni del centrismo, con un grosso corpo di norme di attuazione emanato dal governo nazionale intorno al 1950, e con gli effetti restrittivi delle leggi statali di intervento straordinario nel campo economico e sociale in materie di attribuzione regionale, promulgate più o meno nello stesso tempo e clima politico; presa di mira dall'occhiuto e rigoroso controllo della Corte costituzionale che la sottopone a una serie di vincoli e di decisioni sostitutive nelle potestà legislative e amministrative intorno al 1955, con le prime leggi di riforma dovute all'indirizzo moderato di centrosinistra (14), in questi ultimi tempi l'autonomia sarda è stata ed è umiliata da un costante atteggiamento e da una serie continuata di atti del governo centrale che denunziano un costume di ripulsa sistematica dell'iniziativa del legislatore regionale, palese attraverso tutto un seguirsi di osservazioni cavillose, bizantine e di rinvii formalistici di ottusi burocrati, di tradizione « napoleonica ».

    Di fronte a un contegno così provocatorio dell'organo statuale rispetto alla Regione sarda (ma è da presumere che il comportamento non vari nei confronti di altre Regioni, speciali o meno) e ricordando l'essenza profonda della rivendicazione «sardista» prima e dopo la Costituzione, si capisce la collera di Simon Mossa e la sua disperata risoluzione che .non resti ormai altra via per l’autonomia dei Sardi che quella della « rivoluzione » resistenza passiva e non obbedienza civile (ossia non violenza) o la ragione estrema dell'insurrezione (violenza armata).

    Sono echi delle intenzioni o di atti di alcuni momenti radicali del « terzo mondo europeo i quali, però, non trovano nell'isola nelle condizioni presenti, una qualche pratica realizzazione, pena la perdita totale dell'autonomia e della libertà già tanto condizionate e ridotte dalla costrizione progressiva legalistica e burocratica dell'apparato centralistico dello Stato Italiano. Ipotesi pericolosa, quella « rivoluzionaria », in un momento in cui, come quello presente, forze politiche e partitiche di destra moderate amoreggiano per restituire alla Nazione e alle Regioni governi forti, di tipo presidenziale o di blocco d'ordine, magari esterni come è avvenuto altrove.

    Piuttosto un'azione costante imperniata sull'alleanza organica della Regione sarda con le altre regioni speciali nonché con quelle ordinarie e in particolare con le meridionali,se non potrà condurre a costituire, come qualcuno ha scritto, una «Confederazione delle Regioni meridionali » o anche una « Costituente meridionale popolare », potrà portare, con la forza di una concorde contestazione e di una comune decisa azione politica, a far maturare il momento federalistico, rimasto a status prefederale, attraverso la revisione della Costituzione repubblicana, per le vie democratiche. Quel che non fu possibile nel 1947, mancando l'operatività politica delle Regioni, è attuabile oggi che le Regioni - con la spinta delle forze autenticamente autonomistiche e popolari - sono in grado di assumere iniziative per procurare a se stesse - e all'assetto dello Stato Italiano - un salto di qualità, nella libertà e nello sviluppo sociale, rispetto alle condizioni di oggi consentite da una Costituzione la quale, per più versi ha fatto il suo tempo, per le circostanze storico-politiche mutate e per il premere sempre più forte, più convinto e largo delle urgenze popolari che rivendicano potere e sovranità alle periferie.

    Una « rivoluzione » sarda francamente, lo non la vedo. Non abbiamo nell'isola esempi tradizionali di capi militari, come ha avuto la Corsica in Paoli e Napoleone.

    Qualcuno penserà ad Amsicora, ma questi fu un sardo a « metà », largamente corrotto dallo « stranièro » cartaginese: un sardo-punico, borghese e capitalista ante litteram. Angioy, il suscitatore, con la borghesia del tempo, dei « móti » insurrezionali antipiemontesi e antifeudali del 1795, fu un -capo « dimidiatus » né ebbe pasta di completo, «rivoluzionario»: non seppe realizzare la saldatura, « giacobina », tra gli interessi della borghesia urbana appena intrisa dello spirito della « rivoluzione liberale », con quelli delle masse popolari delle campagne sarde, attestate a posizioni e istanze preborghesi di godimento « comunistico » di beni, contrari al principio «rivoluzionario» borghese della « proprietà perfetta », A Parigi gli epigoni della rivoluzione francese gli preferirono Azuni « uomo di codici.» e di ordine.

    Durante l'ultima guerra, pur verificandosi le, condizioni obiettive, la Sardegna non espresse una dirigenza armata, capace di cacciare il tedesco (straniero e invasore); né attivò, pur non mancando le ragioni delle lotte tra partiti democratici - specie il « sardista » - e fascismo nel primo momento di questa « tale » politica e morale, la resistenza e la guerra di liberazione anti-fascista. E ciò contribuì anche a togliere mordente e cipiglio nelle richieste al governo nazionale dello Statuto speciale, accettato con, ossequio e soddisfazione da « moderati », naturalmente non da tutti.

    La Sardegna non potrà, mai raggiungere l'autonomia integrale da sola, come non lo potrà, da sola, nessun’altra piccola comunità etnica del « terzo mondo europeo». Lo potrà, invece in un blocco di solidarietà e di alleanza terzomondista, dopo il passaggio del suo assetto costituzionale attuale nella nuova condizione federale dello Stato repubblicano Italiano che consentirà all’isola di provare a misurarsi nell'effettivo esercizio dell'autogoverno, della autonomia politica integrale. Poi, fatta questa prova di parziale ma autentica sovranità nell'ambito dello Stato italiano, considerato che tale condizione gli permetterà di restare « sarda » pur essendo « italiana », o meno, la Sardegna potrà scegliere per integrazione o per indipendenza.

    Ma optare per quest'ultima, senza una prova d'appello (italiana), rimanendo i sardi, se stessi, cioè « comunità etnica e culturale sarda », non è nemmeno utopia, perché l'utopia contiene in sé la logica pratica del domani sia pure lontano. E' il cadere nelle braccia di atri padroni, continuare nella tradizione secolare dell'asservimento agli « stranieri » e ai tanti conquistatori del mare.

    E' qui il dissenso mio con l’ultimo Simon Mossa, quello di qualche mese prima della morte, perché, ancora nel1965, Fidel scriveva di una « Sardegna libera ed autonoma, integrata in una maggiore comunità come quella italiana»; e aggiungeva «che i sardisti sanno che la democrazia esiste ed è solennemente affermata dalla costituzione e dallo stato sardo. E nell'ambito della democrazia essi operano ».

    Ma forse. prima di morire, forse per non morire, Simon Mossa si è voluto caricare di tutta la « violenza » della ribellione a un fatto – quello della morte – che Egli, chissà, identificava con la morte di tutto il popolo sardo, della sua etnia, della sua cultura , della sua lingua, del suo patrimonio morale, delle stesse sue caratteristiche fisiche.

    Si caricava di tutte « le componenti della rivolta contro la perdita della vita - che era la vita di un sardo - l'essere sardo, prima di tutto, poi l’essere di un lembo di Sardegna con una minoranza etnica, dispersa, quella catalana della sua Alghero e, da ultimo e forse non senza scompiaciuta coscienza delle origini familiari, la tradizione «ribellistica» dei suoi antenati.

    Specie, tra questi, di quel cavalier Domenico Simon, membro dello Stamento militare, che, nel 1794, aveva concorso alla cacciata dei piemontesi sensibilizzando accortamente l’opposizione delle Corti contro lo «straniero » d'occasione.

    Scrive di lui il Manno, con il suo ornato linguaggio da «integrato torinese»: «sopra all'aver ingegno acuto il ragionamento ordinato e facile, la composizione, avea tale dottrina delle leggi e costumanze antiche della Sardegna che egli era divenuto il dottore politico della assemblea»... «insinuatosi finalmente nel loro animo avea modo di volgerli ai suoi divisamenti »... « La maniera stessa del vivere del Simon consigliavagli un po' di quella autorità diogenica che si dà alle volte al disprezzo delle costumanze sociali. Onde era veramente un duro negozio il dissentire da un uomo così forte, il quale misurando sempre l'avvenire con quello che era stato, facessi argomento di qualunque opposizione per penetrare, dirò così, sempre più addentro nei recessi della sua politica archeologica ».

    Chi, meglio di me, ha conosciuto Antonio Simon Mossa, potrà forse riconoscere in Lui qualche aspetto del « temperamento » di quel suo notevole antenato; e spiegare, con la continuità e l'ereditarietà di certi «geni» etnici, ispirazioni e ragioni della vita e dell’attività politica e culturale di « Fidel », e il suo amore sconfinato per la sua terra.

    È questa passione disinteressata e convinta per la Sardegna, vista nella sofferenza del mondo, che rende accetto il suo insegnamento anche a molti Sardi, i quali, come me, non militano nel partito che egli aveva cercato di vitalizzare ed adeguare ai tempi nuovi, fuori dalle angustie localistiche, dandogli un respiro universale; e, tuttavia, sono ugualmente « sardisti », per radici culturali e per umore etnico, senza però farsi della propria terra un oggetto di parte.

    È poiché la « parte » non unisce, ma divide coloro che pure possono avere - ed hanno in molte cose – sentimenti comuni sull'oggetto amato, forse un ritorno ad un «movimento» sardista, magari promosso con un « Manifesto degli intellettuali sardi », (e quando dico intellettuali parlo di tutti quelli che hanno intelletto della Sardegna, dei suoi caratteri, dei suoi problemi e delle sue prospettive), sarebbe capace di rinnovare la gloriosa stagione che vide i Sardi quasi tutti insieme, operare per il « rifiorimento » della loro piccola «Nazione».


    Giovanni Lilliu


    (III) Fine

    •   Alt 

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  2. #22
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 21 Marzo 1973

    In memoria di Antonio Simon Mossa

    Ribelle ad ogni soggezione



    …La nota è piuttosto parsimoniosa e non so se degna di pubblicazione. La vecchiaia obbliga alla sintesi e le sfuggono i particolari. Io ho guardato, ho ripensato a ciò che ferveva nell'anima di Antonio Simon Mossa; e credo sia il meglio che resta di Lui, l'amore disinteressato alla terra natia, il desiderio ardente di vederla padrona dei suoi destini. - (A. M.)


    Ho avuto pochi e per giunta fugaci incontri con Antonio Simon Mossa. Mi sono bastati, tanto era chiara e marcata la sua personalità, per conoscerne il carattere rigido e quasi duro e i pensieri che lo animavano.

    Sapevo e seguivo la sua attività professionale: se male non ricordo Egli fu l'autore del progetto per la ricostruzione della Chiesa della Solitudine a Nuoro, prima che vi fosse trasportata la salma di Grazia Deledda, in collaborazione col compianto Giovanni Ciusa Romagna.

    Anche come architetto fu alieno dal seguire schemi e mode perché condannava ogni tradizionalismo e sapeva esprimere idee originali e nuovi orientamenti, discutibili finché si vuole ma propri e sinceri e schietti, frutto di studi e di convincimenti.

    Attento osservatore della realtà isolana e conoscitore delle secolari traversie del Popolo Sardo, punteggiate di dure privazioni, di delusioni, di disperate rassegnazioni, sposò l'Idea e il senso del Sardismo ma non per aderire a un movimento o a un partito che a Lui procurasse benefizi o vane glorie, cui era estraneo, ma con la visione e direi con la speranza che la assunzione di responsabilità, più che autonomistiche, indipendenti , facesse maturare nel Popolo Sardo la coscienza non solo dei propri diritti ma anche dei doveri nuovi nascenti dalla necessità di dare alla autonomia effettivi contenuti di consapevole sforzo comune, per le migliori sorti della nostra terra.

    Fisso a questo disegno e credendo in una palingenesi che rinnovasse il volto dell'Isola ed elevasse a grande dignità il tenore di vita del Popolo Sardo, Egli non temette d'essere accusato dì propositi di separatismo: la separazione che era nei suoi pensieri era nella rottura con un passato di sofferenze e di mortificazioni che aveva condannato - né gli effetti sono tuttora scomparsi - il Popolo Sardo al « si salvi chi può », cioè al più gretto ed oscuro individualismo, avverso ad ogni progresso della comunità.

    Scrisse Egli testualmente: « Quando un popolo non ha i poteri di autogovernarsi e decidere il suo avvenire esso perde non soltanto la libertà collettiva e comunitaria ma anche quella individuale ».

    Codesti intenti e concetti manifestò tenacemente con scritti, incisivi e spesso polemici, che firmava «Fidel», con palese allusione ad un metodo di azione che non aborriva perché sapeva quel che voleva e lo voleva con fermezza e decisione, non da venditore di fumo ma da responsabile uomo d'azione, da buon sardo soprattutto, anelante a vincere la depressione e lo scoraggiamento.

    La realtà, per vero non lieta, del piccolo mondo sardo dimostrava e, ahinoi, dimostra che la crescita autonomistica è lenta, ha sempre ai piedi le catene del passato nella mentalità arcaica resistente, nelle difficoltà solo in parte superate, nei mali vecchi e nuovi che ritardano il cammino per e nuove strutture.

    Questa stessa realtà, di cui siamo tutti più o meno responsabili, dimostra anche che troppo pochi, fra i nuovi figli del poeta nuorese, secondarono o secondano « il sogno di vita nuova» che alimentò l'ardore patriottico di Antonio Simon Mossa, di Emilio Lussu, di Camillo Bellieni, di Luigi Oggiano e di altri disinteressati alfieri della rinascita sarda.

    Ma ciò non toglie a quel «sogno» la luce e il calore e l'affetto filiale di cui era soffuso e che sopravvivono, se non a inseguire chimerici disegni, almeno ad esortare e convincere che per far maturare e fecondare l'autonomia occorre che prima maturino gli spiriti, le coscienze, la volontà di operare concordemente ed efficacemente.

    Questa era la speranza e la fede di Antonio Simon Mossa.

    Ricordandolo, dobbiamo volere che Egli non si sia illuso.


    Antonio Monni

  3. #23
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 24 Gennaio 1973

    Gli intellettuali sardi e Antonio Simon Mossa.

    Alla ricerca della identità



    S'è voluto scrivere tanto su Antonio Simon Mossa, dopo la sua scomparsa. E tutto questo scrivere forse va oltre lo stesso personaggio. Una parte degli intellettuali sardi, attraverso la commemorazione di Simon Mossa, tenta di darsi una « identità », di trovarsi una collocazione, un ruolo nella realtà della Sardegna contemporanea. E' un tentativo significativo, anche se ristretto nell'ambito degli « addetti ai lavori », anche se incapace di avere riflessi rilevanti, per il modo in cui viene condotto, in ambienti popolari o soltanto di ceto medio. Quanto tutti scriviamo, poiché utilizziamo la lingua e il linguaggio dei colonizzatori e gli schemi metropolitani, non può, purtroppo, avere riflessi tra le masse popolari. E d'altro canto, il ceto medio culturale che segue i giornali sembra aver largamente acquisito la virtù tutta italiana di disprezzare i discorsi significativi perché provenienti da minoranze quasi sempre eretiche, e preferisce scaldarsi con quel po' di potere che i canali della clientela gli mettono a disposizione, fornendogli la prospettiva della possibile conquista dei modi di vita e del reddito del colonizzatori.

    Separatismo ma non troppo

    Gli intellettuali sardi che cercano di conquistare una loro « identità » non possono che risentire dell'ambito limitato in cui sono costretti a muoversi e ne rimangono condizionati. Quando si trovano di fronte al problema limite della definizione della Sardegna nel mondo contemporaneo, pur essendo portati a sopravvalutare la cultura delle masse popolari, trascurando spesso di vederne le cristallizzazioni provocate dai dominatori, rimangono in genere dentro la formula «separatismo ma non troppo» e corrono così il rischio di instaurare nuovi rapporti di subordinazione riducendo l'identità ad un fatto parziale, « curioso », abbastanza folcloristico. Li spaventa, certo, il fatto che all'autodeterminazione della Sardegna non si possa giungere nei termini consolatori di un processo meramente giuridico, referendum, modificazione dello Statuto speciale autonomistico e simili; mentre non riescono ad identificare strutture di transizione che diano affidamento contro le manipolazioni cui i dominatori possono sottoporle.

    Allora viene il dubbio se serva a qualcosa, oggi, scrivere ancora su Antonio Simon Mossa, se non si corra il rischio di sollecitare una qualche "moda", o di fornire altri materiali per ulteriori mistificazioni o, peggio, per nuove provocazioni. Se ne può scrivere, però, per dispetto: per dire che si potranno distorcere e manipolare tante cose, si potranno anche creare parchi e riserve, si potrà pure continuare a ricondurre la democrazia a mera quantità, ma qualche nucleo di resistenza che lotti contro il genocidio potrà rimanere e creare fastidi, sia in ambiti culturali, sia negli ambiti più ampi delle masse popolari, dove le resistenze e i rifiuti hanno una lunga sedimentazione storica.

    Da quando non si parlava della Corsica o se ne parlava come di una terra del tutto tranquilla e “pacificata”, senza banditismo e senza proteste, per non dire una terra etnicamente morta, consumata? Ed oggi il movimento regionalista corso, formatosi nella emigrazione metropolitana, sembra aver ripreso voce, stampa libri e giornali e, tornato nell'Isola, sperimenta le sue prime azioni di massa. Ecco: agli amici sardisti che mi chiedono una testimonianza su Simon Mossa posso dire che i compagni corsicani di Antonio sono forse più vivi di noi, meno presi dalla paura, più coerenti di noi sia nelle elaborazioni teoriche che nelle determinazioni pratiche. Il libro Main basse sur une ile (ed. La Gadenet) del Fronte regionalista corso, così distante dalle nostre manie ideologizzanti, così ricco di dati economici, ma anche di sentimenti, è un esempio da tener presente. Troviamo in esso inoltre delle cose che Simon Mossa ci diceva e ci mandava ciclostilate; e molte ne troviamo nel volume La cuestion vasca, edito alla macchia dall'E.T.A., il movimento di liberazione dei Paesi Baschi. Due libri di concezione marxista, ma privi della paura del Corano.

    Dobbiamo confessare di non aver saputo dare subito il peso che meritavano alle cose che Simon Mossa diceva e scriveva sulle etnie, ossia sui nuovi modi di intendere la nazionalità e sul modo in cui deve essere intesa oggi, fuori dei miti ottocenteschi, la nazionalità sarda. E così quel suo correre ad animare certe tradizioni popolari, i giochi floreali algheresi o le gare poetiche logudoresi, ci sembrava soltanto una mania estetizzante, uni malinteso gusto dei folclore, quando
    era invece uno sforzo per tentare di non far inaridire le radici culturali intime della nostra sfiorita nazionalità.

    Certe idee sono andate avanti

    Anche in campo marxista, quanto Antonio diceva sulle etnie non trovava troppo ascolto. Ad alcuni interessavano di più i suoi atteggiamenti all'interno del partito sardo, potati anche dei presupposti federalisti, in vista di concrete alleanze. Ad altri sembrava che con le etnie si finisse al seguito dei re di Prussia, si andasse a lavorare per una borghesia sarda che si immaginava separatista, mentre di fatto era soltanto mediatrice di interessi nordisti e perciò profondamente italiana. In realtà si reagiva, anche in ambiti di sinistra che avrebbero dovuto tenere in considerazione le eresie, con un atteggiamento di matrice culturale strettamente italiana. Si aveva paura a riaffrontare, anche in sede di elaborazione teorica, il problema delle nazionalità Si attendeva ancora una volta la mediazione della editoria della Penisola per affrontare un argomento che altrove, a sinistra, si andava di nuovo discutendo, dal Gemingbao a Zëri i Popullit, a Nicolae Ceausescu, alla rivista Partisans di Maspero

    Soltanto pochi moicani sottrattisi alla ideologia della riserva sono andati, in questi ultimi anni, approfondendo il problema di cui Simon Mossa si occupava: i gruppi città-campagna, alcune comunità cristiane, qualche impenitente psiuppino e cani sciolti, qua e là. Si facevano mandare materiali dall’estero, dai gruppi di minoranza etnica di altri paesi, li discutevano, cercavano di cavarne indicazioni e si muovevano nella Sardegna più interna alla ricerca di verifiche, alla raccolta degli umori popolari, alla interpretazione dei dati economici e culturali più rilevanti della penetrazione neocolonialista. E dovevano muoversi, questi gruppi sardi, su un terreno infido, costellato di provocazioni, sotto le infondate delazioni maturate all'ombra di lontani tralicci.

    Ora, che cosa è rimasto delle indicazioni di Antonio Simon Mossa e della azione di questi gruppi? Non si può, certo, fare un bilancio preciso. Ma si può dire che certe idee sono andate avanti; e sono andate avanti anche depurandosi, per i rischi che comportava professarle, di quel tanto di "moda " che attorno ad esse doveva inizialmente prosperare. C'è un nucleo di resistenza, piccolo quanto si vuole, ma con precise diramazioni nella cultura popolare. Di contro, è vero, l'ideologia della riserva si è rafforzata. I rumori che ci giungono dalla Corsica ci suggeriscono di fare di tutto perché le resistenze non si spengano E' il modo migliore per ricordare, fuori della ipocrisia del necrologio, Antonio Simon Mossa.


    Antonello Satta

  4. #24
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 27 Giugno 1973

    IL SARDISMO DI ANTONIO SIMON MOSSA

    I problemi attuali dell’autonomia

    I

    Nel luglio del 1926, rispondendo alla domanda, contenuta nel noto « questionario » di A. Gramsci, se la compressione esercitata dal regime fascista avesse reso più acuto il problema regionalistico e portato a « porre la questione dell'autonomia sii un terreno più radicale di rivendicazioni a tipo nazionale », E. Lussu scriveva: « ... il Partito Sardo d'Azione non ha sentito alcuna necessità di spostare i termini della lotta politica. Essi rimangono immutati e dallo stesso fascismo messi in più chiaro rilievo. Non rivendicazione a tipo nazionale. Ma ha fortemente accentuato l'esasperazione autonomista. Noi ci siamo accorti da parecchio di essere una nazione fallita, ma il numero degli abitatiti (neppure un milione) lega indissolubilmente l'Isola ai destini d'Italia. Questa è una premessa insuperabile, di fronte alla quale ci fermeremo anche se fossimo accesi: come i nazionalisti di Catalogna. Ma la concezione autonomista, nelle presenti contingenze politiche, è portata al suo più alto grado». E concludeva: «Il federalismo è indubbiamente la forma statale rispondente alle nostre aspirazioni: tutte le altre sono forme subordinale cui ci costringe la reale situazione politica nazionale ».

    Il carteggio Gramsci-Lussu

    Come si ricorderà, il breve carteggio Gramsci-Lussu concludeva un periodo di circa due anni, dalla primavera del '24 a quella del '26, durante il quale il Partito Sardo d'Azione, liberato dalla sua destra, nazionalista ed agraria, passata al fascismo, accentuò il suo carattere di partito contadino e popolare, fino a definirsi proletario in uno dei discorsi di Bellieni nella campagna elettorale politica del '24 (cui i comunisti non parteciparono in Sardegna), e Il Partito Comunista, sotto la direzione di Gramsci, compì un serio sforzo per tradurre in termini pratici l'obiettivo dell'alleanza tra operai e contadini, soprattutto nel Mezzogiorno, guardando al Partito Sardo come ad un partito contadino e popolare e accogliendo nel proprio programma le rivendicazioni della autonomia sarda. Né la tenacia con cui Gramsci perseguiva l'accostamento tra il Partito Sardo e il Partito Comunista d'Italia venne scalfita dal fatto che l'anno prima, nel settembre del '25, il tentativo di stabilire un dialogo tra comunisti, Internazionale Contadina Rossa e sardisti era fallito al Congresso di Macomer del PSd'A, non essendo Grieco, delegato dell'Internazionale Rossa, riuscito a giungere a quel Congresso e a leggere, dalla tribuna, il discorso che aveva preparato e l'appello dell'Internazionale.

    Ciò spiega l'insistenza di Gramsci nel riprendere, con Lussu, il discorso in quell'estate del '26, già dominata dall'ombra delle carceri e del confino fascisti. E nella sua risposta, Lussu darà anche una spiegazione del perché il Partito Sardo a quell'appello, che veniva da Mosca, non rispose né allora né dopo. « Un'alleanza con i comunisti - egli scriveva – non compresa dalle masse e non voluta dai capi, frantumerebbe il partito ».

    Se ci siamo riferiti a questo episodio del lontano 1926, non è per ricordare che il Partito Comunista fu autonomista, con Gramsci, fin da quegli anni o che il Partito Sardo non divenne separatista neppure in quegli anni, ma per sottolineare, semmai, quel che vi era di comune, al di là di inevitabili e non secondarie differenze, nella posizione dei due dirigenti, nel voler, cioè, entrambi portare la concezione autonomista « al suo più alto grado». «In regime autonomista - scriveva Lussu - lo sfruttamento capitalista e statale è solo possibile in forme ben limitate: poiché un auto-governo sorretto prevalentemente da masse rurali e operaie non può svolgere un’azione politica contraria ai propri interessi . ... ».

    Autonomismo non separatismo

    L'esperienza del regime autonomista, attuata a partire dal 1949, avrebbe dimostrato, appunto, che l'autonomia è forma concreta di libertà, che erano e sono possibili gradi diversi di tale libertà, quindi dell'autonomia, e che essi dipendono dai contenuti sociali e di classe dell'autonomia e che la sua forma più alta, di autogoverno sorretto « prevalentemente da masse rurali ed operaie », deve, ancora, trovare la propria realizzazione.

    L'attività di Antonio Simon Mossa nel Partito Sardo d'Azione, nell'arco di un periodo di oltre 25 anni, dalla caduta del fascismo fino alla scomparsa recente, si muove complessivamente su una linea caratterizzata da un autonomismo radicale e socialmente avanzato, federalista nel senso da Lussu richiamato, libertario e antifascista, aperto a ricerche unitarie, al contatto, al dialogo con le altre forze popolari dell'Isola. I suo federalismo, nutrito anche dalle suggestioni universalistiche provenienti da altri movimenti autonomistici, nazionali o seminazionali, come quelli di Catalogna o d'Irlanda, non è separatismo, anche se il concetto dell'autonomia vi si tende e vi si esaspera, raggiungendo toni di frequente assai radicali nella denuncia delle condizioni dell'Isola. Ma, in modo particolare, è negli anni tra il '66 e il '68 che la sua azione all'interno del Partito Sardo divenne più incisiva e il suo contributo determinante a spingere il partito dalla collaborazione di governo con la Democrazia Cristina all’opposizione e alla ricerca di punti di contatto e di azione comune con il movimento operaio.

    La profonda crisi politica e di orientamenti ideologici, apertasi in Sardegna in quegli anni, sulla questione dell'autonomia e della sua validità, come strumento di autogoverno delle masse popolari e di emancipazione economica e sociale, è lungi dall'essersi chiusa, né possiamo prevedere come lo sarà. Ma gran parte dei problemi che oggi si agitano hanno le loro radici in quegli anni e in quelle lotte di popolo che continuano e si sviluppano, anche se in forme spesso complicate, nel presente.

    E' difficile, ed è probabilmente poco utile immaginare come sarebbero andate le cose se il Partito Sardo avesse scelto, dopo le prime elezioni regionali del 1949, la via dell'opposizione e avesse spostato tutto il peso della propria influenza, che era notevole nelle campagne e di qualche rilievo anche nelle città, da Cagliari a Sassari, a Nuoro alla stessa Carbonia, sulla via della costruzione di un movimento di massa popolare, unitario, autonomistico nel senso in cui Bellieni, Gramsci, Lussu avevano inteso, negli anni tra il '24 e il '26, l'autonomia. Quel che possiamo dire è che alla scelta del '49, quando si trattò di dare corpo alle speranze, alle aspirazioni diffuse, il Partito
    Sardo giunse dopo aver subito una grave scissione a sinistra, con la formazione, sotto la guida di Lussu, del Partito Sardo d'Azione Socialista, poi confluito nel Partito Socialista e dopo aver perduto parte della sua base operaia e bracciantile, naturalmente orientatasi verso il Partito Comunista, che proprio in quegli anni veniva compiendo, attraverso un'opera di diffuso proselitismo, la sua prima trasformazione in Sardegna, in partito di massa.

    Ne derivò il prevalere, all'interno del Partito Sardo, di una certa tendenza moderata e di polemica diffidenza nei confronti dei partiti operai, di accentuazione delle spinte isolazioniste e della contrapposizione al movimento operaio di classe nazionale, di ripiegamento anche su posizioni « minoritarie » e moralistiche: fu questo il terreno in cui, in un'atmosfera dominata, nel paese, dalla rottura dell'unità popolare antifascista, si pervenne alla collaborazione, nel primo governo della Regione, tra sardisti e democratici cristiani. Il risultato fu che, lungi dal diventate una forma di autogoverno « sorretto prevalentemente da masse rurali e operaie», così come E. Lussu lo aveva configurato, il regime autonomistico divenne una forma di potere clientelare della proprietà terriera sarda, prevalentemente assenteistica; alleata, ma in posizione subalterna, con il capitale forestiero minerario, elettrico, caseario, etc.

    A grado a grado, l’influenza reale del Partito Sardo nel governo di un'autonomia che veniva perdendo contatto con le masse e che progressivamente il sabotaggio dei poteri centrali riduceva nelle sue facoltà legislative, venne diminuendo: a metà degli anni '50, con la Giunta Brotzu, la Democrazia Cristiana poteva appoggiarsi ormai direttamente ai monarchici e indirettamente ai fascisti e il Partito Sardo era sospinto all'opposizione. Tornò al governo, dopo la caduta della
    giunta clerico-fascista, quando la rivendicazione dell'attuazione del Piano di Rinascita, previsto dallo Statuto, cominciò a prendere corpo in un vasto movimento popolare che doveva approdare,
    nel ’62 alla legge 588.

    Uno schieramento unitario e popolare

    E' nel corso di quel movimento, nei contatti e nei confronti che esso rese possibile, che cominciarono a coagularsi, nel Partito Sardo d'Azione, tendenze e spinte verso la formazione di uno schieramento autonomistico unitario e popolare, comprensivo cioè delle forze operaie di classe e dei partiti che ne erano l'espressione, quello socialista e quello comunista. Il gruppo sassarese di Antonio Simon Mossa era già allora sulla linea di quelle tendenze. Ad alimentare il processo unitario concorrevano molti fatti nuovi. Anzitutto l'esperienza del primo decennio autonomistico. Tormentato dalla ripresa del brigantaggio nelle zone interne, esso si concluse con l'inizio del più imponente e drammatico ciclo migratorio della storia sarda. Se l'autonomia si era tradotta in un potere prevalentemente burocratico e clientelare, sottomesso nell'essenziale ai ceti agrari e al capitale fondiario, svuotato di ogni incisiva facoltà dalla continue impugnative del governo e da una giurisprudenza fortemente limitativa della Corte Costituzionale, la ricostruzione economica e i primi impulsi di sviluppo, fuori di un quadro di profonde riforme quali la Costituzione aveva delineato, in primo luogo la riforma regionalistica, apparivano destinati a riprodurre, a livelli più alti di reddito e di consumi, gli antichi divari e rapporti di sviluppo-arretratezza con il nord del paese e, comunque, a bloccare ogni possibilità di sviluppo autonomo ed organico delle regioni meridionali e della Sardegna.

    Entrò in crisi una determinata concezione della autonomia, quella che, avesse radici nell'originaria ideologia sturziana dei cattolici o nel sardismo liberalistico e neo-capitalistico di una parte dei quadri intellettuali del Partito Sardo, si esprimeva nella fiducia che l'autonomia, uno strumento di correzione e di integrazione delle politiche nazionali, fosse in grado dì liberare e incentivare energie imprenditrici e capitalistiche locali, sia nell’industria e nei servizi sia nelle campagne, senza necessità di mettere in questione la struttura monopolistica nazionale dei rapporti di sfruttamento e di subordinazione di cui sia il Mezzogiorno, sia la Sardegna in esso, erano vittime.

    La sinistra del P.S.d'A.


    La coscienza del carattere negativo e involutivo di quella esperienza dette luogo al movimento unitario per il Piano di Rinascita ed a sensibili mutamenti di idee di gruppi dirigenti nel Partito cattolico, al rafforzamento delle correnti di sinistra del Partito Sardo d'Azione. I comunisti e i socialisti ne trassero stimolo a guardare agli sviluppi della loro lotta meno in termini di propaganda di principi e di organizzazione e più in termini dì costruzione di uno schieramento autonomistico unitario, capace di dare contenuti socialmente nuovi e più avanzati alla lotta autonomistica della Sardegna.

    Umberto Cardia


    (I. Segue)

  5. #25
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Giovedì 28 Giugno 1973

    IL SARDISMO DI ANTONIO SIMON MOSSA

    I problemi attuali dell’autonomia


    La Legge 588, anche se nel voto finale nei due rami del Parlamento ci fu differenziazione di posizioni, era stata, nella sostanza, conquista unitaria. Essa apriva una nuova pagina alla lotta delle forze autonomistiche sarde, in quanto le rendeva responsabili della elaborazione e dell'attuazione di un piano organico di rinascita, alla cui base stavano due istituti nuovi: il programma di intervento delle Partecipazioni Statali e l'obbligo di trasformazione in agricoltura, secondo direttive e piani zonali elaborati dal potere regionale, con esproprio degli inadempienti.

    E' abbastanza noto che il gruppo dirigente sardo del PCI, in quel periodo e poi successivamente, fino ad oggi, si espresse nel senso di individuare nel Partito Sardo d'Azione una componente centrale e insostituibile dello schieramento autonomistico, popolare ed unitario, cui sarebbe spettato il compito di riscattare l'autonomia dal suo avvilimento, dando ad essa una base di massa e contenuti sociali avariati. Quel che le sinistre operaie evocavano era un sardismo che tagliasse i ponti con la conservazione e con i ceti moderati, capace, quindi, di fornire il quadro e l'ispirazione generali di un movimento politico e di massa degli operai , dei contadini, dei ceti medi rurali ed urbani, degli intellettuali, deciso a fare i conti, all'interno, con i residui feudali e con lo sfruttamento monopolistico, all'esterno con gli organi centrali del potere statale e con le strutture nazionali di quello sfruttamento.

    Occorreva, per la realizzazione di questo disegno, una "tensione ideale e politica assai evoluta, una generalizzazione delle lotte operaie e popolari, un afflato autonomistico nuovo, che ricercasse le proprie radici non nelle sterili suggestioni del separatismo ma nel collegamento con le correnti progressive della storia isolana e nazionale e con le forze sociali e politiche avanzate e rinnovatrici della Sardegna, del paese, del mondo intiero. Gramsci e Bellieni, ma anche talune venature popolari della tradizione cattolica, venivano assunti come punti di riferimento per tale mobilitazione. Non erano gli operai della Pertusola usciti vittoriosi dall'occupazione dei pozzi levando in alto la bandiera regionale col simbolo sardista dei quattro mori? Di contro a questo possibile sbocco stava, però, il ripiegamento dei democristiani e dei socialisti, sulla scala nazionale, verso una coalizione, definita di centro-sinistra, che aveva come obiettivo l’isolamento, l'indebolimento e la marginalizzazione dei comunisti.

    La coalizione tardò ad allignare in Sardegna e quando passò, dopo il '65, era cosa già, nel suo spirito di divisione, morta. E tuttavia al suo influsso negativo, prima di tutto sulle correnti progressive ed avanzate, interne al centro-sinistra medesimo, si deve se l'opera di unificazione a sinistra delle forze autonomistiche ha incontrato e incontra tanti ostacoli e se l'impegno di attuazione della 588, nella parte normativa più avanzata e nella generale ispirazione riformatrice, fu deviato, distorto, tradito. Ancora una volta, come se l'esperienza non fosse già stata compiuta nel primo decennio, prevalsero le forze che indicavano nella espansione capitalistica, esaltata dal breve ciclo di ascesa, la via per risolvere i problemi della Sardegna. Il Piano fu elaboralo come supporto di quella espansione e della penetrazione in poli ristretti del capitale monopolistico forestiero: la normativa riformatrice fu messa in un canto.

    I risultati, anche quelli che si presentavano sotto la specie di impianti industriali nuovi, non tardarono ad apparire, come in realtà erano, fallimentari. Questa volta, però, la critica investiva non gli aspetti « antichi » e tradizionali dello sfruttamento monopolistico, ma quelli « moderni», e nuovi della tecnologia avanzata. Politicamente, il primo riflesso di questa nuova e più profonda delusione fu l’uscita del Partito Sardo d’Azione dalla malferma coalizione di centro – sinistra. E' un fatto oggettivo che la prima rottura di quel sistema, così negativo per la Sardegna, avvenne sul terreno del Sardismo. Che i gruppi più avanzati e conseguenti del Partito Sardo, e il gruppo sassarese di Antonio Simon Mosso era tra questi, passassero ad una opposizione sempre più radicale e cercassero di estendere e approfondire i collegamenti col movimento operaio, era un segno del vasto malcontento popolare che cominciava a fermentare e che ebbe il suo primo sbocco nei forti movimenti popolari che, nella primavera dei '66, scossero i comuni del Nuorese e si collegarono, successivamente, con tendenza a dilatarsi in tutta l'Isola, con le lotte operaie di diverse zone e, in primo luogo, dei bacini minerari.

    Il superamento, nel Consiglio regionale, dei limiti della coalizione di centro-sinistra, con lo schieramento formatosi intorno all'ordine del giorno-voto che chiedeva al Parlamento, in sede di approvazione del Piano nazionale, di assentire ad una riforma radicale del Piano di rinascita, basata sullo sviluppo industriale ad asse pubblico (Partecipazioni Statali) e sulla liquidazione della rendita fondiaria assenteista (piani zonali e obbligo di trasformazione con esproprio degli inadempienti), era il riflesso politico di una lotta operala e popolare che mobilitava masse sempre più larghe del Popolo Sardo.

    Credo che oggi possa vedersi meglio che quella piattaforma, respinta dalla maggioranza di centro-sinistra in Parlamento, ha rappresentato e tuttora rappresenta l'embrione di un programma di azione autonomistica cui ci si riferisce e si continuerà a riferirsi ogni qualvolta l'unità autonomistica è spinta in avanti e compie progressi. Di quella piattaforma il problema delle « zone interne » è parte centrale e integrante (si ricordi, a questo proposito, la positiva esperienza dell'Associazione regionale pastori e allevatori sardi): noti, quindi, elemento di una alternativa settoriale subordinata al quadro di uno sviluppo monopolistico per poli, come da talune parti si è tentato e si tenta di fare, allo scopo di spezzare una unitarietà e organicità di visione regionale, che deve restare il contrassegno essenziale della piattaforma su cui costruire e sviluppare l'unità delle forze autonomistiche e popolari, il moderno blocco « sardista », cui spetta, in una prospettiva non lontana, il governo della regione.

    Quanto è avvenuto, in Sardegna, dopo la prima fase di avvio di quella lotta, conclusa con la caduta della giunta che sembrava volesse recepire le spinte fondamentali, non è che lo sviluppo di un confronto, sempre più serrato, intorno al tema del superamento del centro-sinistra, cioè della divisione delle forze autonomistiche e popolari e della formazione, qualunque possa esserne l'articolazione interna, di un blocco « storico » nuovo dell'autonomia che si lasci dietro le spalle quella divisione.

    Credo che si debba riconoscere il contributo portato da Antonio Simon Mossa e dal gruppo sardista sassarese, nel quadro delle forze più progredite del Partito Sardo d'Azione, allo sviluppo di questo processo. Sul terreno sociale Simon Mossa si era schierato apertamente per ha liquidazione della rendita assenteista e del feudalesimo nelle campagne, per una riforma agraria basata stilla trasformazione, sull'esproprio, su larghe demanializzazioni dei pascoli naturali non riducibili ad azienda tradizionale e collettiva.

    Questa posizione fu fatta propria da tutto il Partito Sardo d'Azione e costò ad esso una nuova scissione, a destra, dei gruppi agrari più conservatori. Su questo terreno ci furono, negli anni più recenti, convergenze significative tra sardisti e Alleanza dei contadini e pastori: Simon Mossa fu anzi relatore ad uno dei convegni unitari dell'Alleanza. Ma quello che della personalità di Antonio Simon Mossa è stato l'elemento più caratteristico è la coscienza, fortemente radicata, del carattere storicamente fondato della questione sarda. Di una «nazione fallita» Lussu ha parlato spesso e sempre con una sorta di amarezza. Ma il concetto stesso dì «fallimento storico» si rovescia, se l'autonomia è vista non come un livello degradato di una riaffermazione nazionale e statale negata dai processi storici reali; ma come la realizzazione vera del processo storico attraverso cui è passata la antica « nazione », come un pulito d'approdo che ancora è obiettivo d'azione e di lotta: una forma specifica di libertà che concorra alla costruzione di una Italia nuova, democratica e avanzata, a quello Stato delle Regioni ordinarie e speciali che la Costituzione delinea, invenzione storica della Resistenza di cui anche noi siamo parte.

    Mi sembra di poter affermare che il radicalismo libertario e sardista di Simon Mossa non fu mai separatismo ma accentuazione, nel senso sopra delineato, del carattere profondo della rivendicazione autonomista, di una autonomia resa «popolare» dall'ascesa al governo della regione delle classi e dei ceti che storicamente espressero e sempre più conservarono, lungo secoli di resistenza e di lotta, l'essenziale patrimonio di quella rivendicazione. Che era poi i modo di mantenersi genericamente fedele all'ispirazione angioina o alla coscienza dell'autonomia sgorgata dalle sofferenze e dallo slancio elette masse contadine emerso dalla carneficina della prima guerra mondiale e riflessa, seppur in modi differenti, nella ideologia socialista o «proletaria» di un Lussu o di un Bellieni e nell'insegnamento marxista e comunista di Gramsci.

    Resta agli amici di Antonio Simon Mossa, dentro e fuori il Partito Sardo d'Azione, meditare su quel contributo e continuarne, nelle condizioni specifiche odierne della lotta, l'elemento essenziale che consiste nella ricerca, appunto, dell'unità di tutte le forze autonomistiche, per portare l'autonomia «al suo più alto grado», ad tiri autogoverno delle masse operaie, contadine, di ceto medio che renda impossibile - come Lussu nel '25 voleva - lo sfruttamento capitalista e l'oppressione dello stato centralizzato.


    Umberto Cardia


    (II - Fine)

  6. #26
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 24 Gennaio 1973

    Simon Mossa e la questione sarda




    In «Sardegna libera» dell'aprile 1971, Anton Simon Mossa scriveva: « Se noi non chiariamo una volta per tute, di fronte ai popolo sardo, la nostra posizione rivoluzionaria, le nostre istanze sociali (in termini concreti e precisi), la nostra volontà di lottare con tutti i mezzi per la liberazione della Sardegna dal giogo coloniale, e non in termini genericamente classisti, ma in termini più ampi di azione popolare, con una decisa tendenza verso l'ecumenismo, e con la scelta della via più consona e rispondente al momento storico, che può essere quella della resistenza passiva e della non-obbedienza civile (cioè non-violenza), come quella estrema della lotta armata (insurrezione); so noi dunque non rendiamo chiare e lampanti le nostre posizioni, ciò significa che noi siamo stanchi, che la missione di rigenerazione e riscatto del popolo sardo proposta dal reduci del 1919 non avrebbe più ragione di essere, e saremmo noi stessi - che vogliamo essere nucleo di azione rivoluzionaria condannati insieme con tutto il popolo sardo, all'eterna schiavitù politica ed economica ».

    « Noi vogliamo dire ai sardi, a tutti quei sardi che ancora non si sono venduti all'oppressore, che soffrono in patria o all'estero per non rinunciare alla loro dignità e alla loro condizione di uomini liberi, vogliamo dire a tutti costoro che abbiamo il coraggio e la volontà di batterci per la liberazione della Sardegna, per l'indipendenza politica ed economica del popolo sardo, per l'abolizione dell'ultimo e più brutale regime coloniale d'Europa ».

    Continuando: « Ma sino a che non daremo un contenuto socialmente avanzato a questa lotta, sino a che non chiariremo a tutte lettere quali dovranno essere le condizioni della nostra società futura, sino a che non definiremo con decisione i precisi termini di una pianificazione realistica e - allo stesso tempo - avveniristica, nessuno dei sardi potrà darci ascolto, né' potrà credere alla nostra sincerità. In quanto noi continueremmo ad esprimerci in un linguaggio che per loro sarà incomprensibile, in quanto modellato su quello dell'oppressore: un linguaggio privo di chiarezza e ricco di demagogico paternalismo: quello stesso linguaggio di una classe di oppressori che niente altro trovano che servire le ideologie e i mezzi di governo di importazione ».

    « Abbiamo sufficienti forze morali per difenderci da questo pericolo sempre incombente. Non dobbiamo confonderci con coloro che servendo fedelmente gli oppressori si sono trasformati in « kapò ». Dobbiamo razionalizzare e rendere comprensibile al popolo sardo, oggi fuorviato dal funzionarismo dei partiti coloniali quella intuizione di libertà che lo agita ».

    « Quella libertà si chiama indipendenza politica ed economica e giustizia sociale: libertà che significa che i sardi debbono essere prima di tutto padroni della loro terra; arbitri dei loro destini. Ma dovranno acquisire una profonda fiducia. in se stessi. Dovranno intendere che la redenzione sociale non potrà mai essere importata di là dal mare come una qualunque merce di scambio. Ma dovranno essere essi stessi ed essi soli gli autori di quest'opera di riscatto. Altrimenti dovranno rinunciare ad essere uomini, ad essere popolo libero, e restare per sempre schiavi ».

    Credo che Anton Simon Mossa avrebbe fatto bene a chiedere di esporre e far registrare agli atti ufficiali della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna le opinioni, ben riassunte, mi pare, nei passi sopra citati, sulla «Questione sarda» che lui e i suoi compagni di fede, più numerosi forse di quanto si creda, da anni sostenevano.

    Sarebbe stata una testimonianza importante e utile, una prova significativa del punto estremo, la rivendicazione dell'indipendenza dell'Isola, cui può condurre il rapporto che il Governo piemontese e lo Stato italiano hanno istituito con il popolo sardo.

    Lo scritto che ho citato nelle sue parti più significative contiene i motivi dell'ispirazione ideale della battaglia Simon Mossa e, insieme, le, ragioni che hanno impedito di tradurre l'agitazione di idee in azione politica efficace e che gli hanno dato l'impronta di una grande velleità.

    Nel ricordare l'opera sua, io, che condividevo nella sostanza la diagnosi della condizione della Sardegna, molto simile a quella di una colonia, ma che ritenevo e ritengo non giuste, contraddittorie e sterili le conseguenze che ne traeva, desidero per un momento pormi « all'interno » della sua concezione e del suo movimento per tentare di individuare le cause del suo isolamento, della mancata incidenza e della scarsa influenza nella lotta politica in Sardegna.

    La prima causa mi pare essere la scarsa attenzione che Anton Simon Mossa dimostrava di aver dato al dibattito, alla battaglia ideale e politica che da molti decenni si era svolta in Italia sulla « Questione meridionale» quale frutto amaro della storia d'Italia, approdo del compromesso di classe realizzato con la « diplomatizzazione » del moto risorgimentale realizzato dal Cavour. Quel compromesso, fondato sull'alleanza tra gli industriali del nord e i ceti più retrivi dei Meridione, aveva ottenuto che al posto della « unificazione » vi fosse stata la « occupazione » del Meridione e delle Isole da parte della classe dirigente sabauda, occupazione che la Sardegna aveva subito prima di ogni altra regione d'Italia con la fusione del 1848.

    Certo, nel quadro generale del programma meridionale la Sardegna occupa un posto particolare e si distingue per alcune caratteristiche peculiari; isolare, però, la questione sarda da quella più generale del Meridione può dar luogo a un grave errore di premessa che fatalmente conduce a conclusioni del tutto sbagliate.

    Anche Antonio Gramsci, ve ne sono numerose testimonianze, era giunto giovane studente a Torino animato da un rancore così aspro contro lo Stato italiano da farlo sentire cittadino di una « nazione » diversa e da far risuonare nelle sue parole del primo periodo a Torino gli accenti di un indipendentista. Ben presto però, l'applicazione creativa dell'analisi marxista e leninista alla situazione storica e di quel momento in Italia condusse Gramsci a comprendere la funzione che il blocco storico del Risorgimento aveva avuto nella colonizzazione del Meridione e delle Isole e la funzione liberatrice che un diverso antagonista blocco storico poteva e doveva avere nel nostro paese: da lì il famoso scritto di Gramsci sulla questione meridionale e i suoi ulteriori approfondimenti.

    Mi pare evidente che Anton Simon Mossa avesse trascurato questa importante conquista del pensiero di Gramsci che diventò patrimonio di un grande movimento liberatore.

    La seconda causa che mi pare possa spiegare i limiti di efficacia e di conquista di Anton Simon Mossa è rilevabile nelle parti dello scritto citato, che presentano tutti i partiti e i movimenti nazionali come estranei o nemici della causa della Sardegna: una tale concezione non poteva che condurre ad un isolamento effettivo e a respingere, spesso attaccandole violentemente, proprio le forze motrici di un moto di liberazione dell'intero Meridione e della Sardegna.

    Non voler comprendere che gli alleati naturali delle masse popolari sarde, prima ancora che i Curdi o i Lapponi, sono gli operai, i contadini e grandi masse di lavoratori del nord e del Meridione d'Italia, significava di fatto condannarsi all'isolamento giungendo addirittura a vedere nemici laddove erano invece le più grandi forze risolutrici della questione sarda e di quella meridionale.

    La conferma di questo dissenso mio e di molti « sardisti », nell’accezione più ampia del termine, non ha mai significato una diminuzione della stima e del rispetto sinceri per un uomo coerente, animato da una grande passione, intensamente impegnato nella denuncia dei torti storici e attuali subiti dal popolo sardo e nella difesa dei suoi diritti fondamentali. Credo d'altronde che il continuare a polemizzare oggi con Anton Simon Mossa sia segno indubbio del desiderio di considerarlo ancora vivo e degno, pur nella conferma del dissenso, della stima che non pochi ignavi e indifferenti uomini politici sardi non possono meritare.

    Ci chiamava « un'orchestra » (« gli amici dell'orchestra comunista ») e forse si sentiva un solista, pago di saper fare risuonare le note più alte; era forse un profeta ma rinunciava ad essere armato delle armi del nostro tempo, che non sono fatte di acciaio ma di unità e di lotta concreta, capace di conquistare, con la forza di un grande schieramento, le tappe che non si possono saltare per giungere alla liberazione della Sardegna che non si può ottenere senza liberare insieme l'intera nazione dagli antichi e nuovi ceppi che la incatenano.


    Ignazio Pirastu

  7. #27
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 17 Novembre 1973



    TESTIMONIANZE SU INCONTRI CON ANTONIO SIMON MOSSA.

    Il genocidio dei sardi


    Non lo conoscevo personalmente fino a quando non si inscrisse al Partito Sardo d'Azione. Divenne ben presto, per la sua profonda preparazione politica e per la sua radicata fede autonomistica, animatore ed esponente di primo piano del sardismo sassarese. Negli anni della giovinezza formativa e della prima maturità avevamo percorso vie diverse, in luoghi ed ambienti diversi. Facilmente ritrovai in lui quella tal geniale scanzonatura sassarese, a me ben nota degli anni trascorsi in Sassari agli studi secondari ed all'inizio di quelli universitari, felicemente accoppiata al rigore della preparazione scientifica.

    E conoscersi ed intendersi fu facile.

    Nei primi incontri parlavamo soprattutto dì autonomia regionale. Dell'autonomia sarda, nata mutilata e già in decadimento a causa della malizia dei governi e parlamenti nazionali e della insipienza di quelli regionali. Ma il difetto sostanziale stava per Antonio Simon Mossa nella base dello Statuto Sardo e consisteva nel mancato riconoscimento del fatto che la Sardegna costituisce una «unità o comunità etnica» ben distinta dalle altre componenti dello Stato Italiano. Se la nuova democrazia italiana avesse ciò riconosciuto, abbandonando finalmente la plurisecolare politica colonialista ed accentratrice, non sarebbe mancato alla Sardegna il riconoscimento della sua fetta di «vera e propria sovranità, sia pure con limitazioni indispensabili sul piano internazionale derivanti dall'appartenenza allo Stato Italiano; ma col diritto, garantito internazionalmente di governarsi da sè» L'autonomia della Sardegna era, quindi, da rifare « ab imis fundamentis ».

    Questi concetti egli espose compiutamente in più convegni e segnatamente nel « Convegno di studi dottrinari sardisti » tenutosi in Bosa nel luglio del 1967.

    Meno di due mesi dopo lo rividi e mi domandò a bruciapelo: « Hai letto l'articolo "Sardismo o degradazione morale" di Fidel in « La Nuova Sardegna » di venerdì 11 agosto? Lo trovi eccessivo? (“Fidel” era uno degli pseudonimi giornalistici di Antonio Simon Mossa; e nell'articolo in questione si diceva, fra l'altro: « Oggi troppi sardi si lasciano comprare e si applicano con spietata, brutale complicità all'opera di "genocidio" che si sta attuando»).

    - Certo che l'ho trovato eccessivo - gli risposi, e ne fu contrariato. Si rasserenò e fece quasi un balzo di gioia quando gli dissi che avevo trovato eccessivo il titolo ed il passo dell'articolo sopra riportato perché i sardi che «si lasciano comprare» non sono poi tanti rispetto alla massa della popolazione ed, in ogni caso, non sono più numerosi degli utili idioti della « pseudo-classe dirigente» sarda che in tutti i tempi del nostro doloroso passato si sono fatti comprare dai forestieri calati in Sardegna in veste di governanti o di uomini d'affari.

    Replicò con la foga che gli era consueta nel sostenere le tesi della bontà delle quali era convinto, che aveva deliberatamente parlato di «genocidio» perché è errore il credere che si commetta genocidio soltanto distruggendo fisicamente un popolo. Vi sono molti altri modi per distruggere un popolo: assoggettarlo a schiavitù ed a regime coloniale; assimilarlo per mezzo dell'integrazione. Questo ultimo è il più moderno, forse il più subdolo perché incomincia con l'intorpidimento delle coscienze; ma il punto di arrivo è lo stesso: l'uccisione della coscienza comunitaria di un popolo e la distruzione della sua personalità. E con qual profitto per il popolo assimilato? L'assimilatore è il popolo più forte; l'assimilato il più debole. Ad integrazione avvenuta, l’assimilato si ritrova bensì integrato nel nuovo sistema politico-economico, ma nella condizione di proletario ad occupazione precaria. La sorte delle centinaia di miglia dei nostri emigrati ce ne offre la prova ogni giorno.

    Altra volta il discorso cadde sulla lingua sarda; argomento sul quale riluceva immediatamente l'eccezionale competenza di Antonio Simon Mossa, poliglotta. « Hai mai meditato su ciò che significa l'esclusione della nostra lingua-madre dalle materie di insegnamento nelle scuole pubbliche ed il divieto di farne uso negli "atti" ufficiali? Ci regalano insegnanti di un Italiano spesso approssimativo e zeppo di provincialismo e noi non abbiamo il diritto di esprimerci adeguatamente nella nostra lingua! Ci hanno privato del primordiale e più autenticamente « autonomista » strumento di comunicazione fra gli uomini! ».

    Quanto tu dici - replicai timidamente - è sicuramente vero, ma mi pare che, restando nel campo delle materie di insegnamento, possiamo lamentare a maggior ragione la totale esclusione dell'insegnamento della storia della Sardegna. I retorici luoghi comuni del valore dei sardi nelle guerre combattute a profitto altrui, e basta! Mai una parola sulle invasioni e sulla disperata resistenza del popolo sardo, né sui baratti internazionali che della Sardegna han fatto merce di scambio.

    Al che Antonio Simon Mossa rispose raggiante: « Ecco il “genocidio” che sembrava tu volessi mettere in dubbio! >.

    Su questa battuta ci lasciammo quel giorno, considerando quanto difficile fosse risalire la china nella quale la Sardegna andava precipitando. Ma Antonio Simon Mossa non si arrendeva facilmente di fronte alle difficoltà. Queste sue idee continuò a propugnare vigorosamente nelle assise di partito, in pubblici convegni e sulla stampa. Era, per altro, consapevole della debolezza delle singole comunità etniche di fronte al prepotere degli « stati nazionali » ed era, perciò, convinto che il problema può risolversi soltanto sul piano internazionale, facendo leva sulla Carta delle Nazioni Unite e sulla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.

    Conosceva tutte le comunità etniche d'Europa ed altre che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Ne aveva visitato molte, stringendo rapporti con i più qualificati esponenti di esse e studiandone i problemi, significativamente coincidenti con quelli della Sardegna. Perciò, egli propugnava l'intesa con le dette comunità ad fine dì svolgere un'azione comune capace di proporre le loro istanze nelle assise comunitarie internazionali e vincere le resistenze degli stati nazionali al riconoscimento della libertà politico-economica alla quale aspirano per diritto naturale.

    Azione di lungo respiro, come è facile vedere, alla quale è mancato, purtroppo prematuramente il suo vessillifero sardo e sardista, Antonio Simon Mossa, alla cui memoria si rivolgono, reverenti, queste mie povere note.


    Piero Soggiu

  8. #28
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Martedì 18 Dicembre 1973

    RICORDO DI ANTONIO SIMON MOSSA

    Un insegnamento per il futuro


    Mi sono trovato, nel luglio del '73, a Sassari in qualità di commissario per gli esami di maturità tecnica. Anch'io ho le mie debolezze, le mie passioni. Sapevo che a Sassari avrei trovato l'amico Giampiero Marras. Ecco una buona occasione, pensai, per parlare, per discutere di sardismo e delle sue possibili prospettive. Oggi non è facile trovare uomini di fede nell'Isola, ma Giampiero Marras, quello sì, è un uomo di fede. E così, stare Sassari lontano dalla famiglia (io ho anche questa debolezza: amo molto la mia famiglia), per un mese, nel torrido mese di luglio, non era più un sacrificio così fastidioso, perché mitigato dal dolce ed appassionato discorrere sulla Sardegna, sui suoi problemi e sulle sue possibili, anche se lontane, speranze. E così è stato. Ma nelle nostre lunghe discussioni di tanto in tento il discorso convergeva sul compianto amico Antonio Simon Mossa. Giampiero, era evidente - oltre che noto - si sentiva un suo discepolo. Difendevamo tesi diverse ma non inconciliabili. Io ero su posizioni meridionaliste e federaliste, lui difendeva le tesi del suo Maestro.

    Nessuno sentiva i nostri ragionamenti, mentre passeggiavamo su e giù in piazza d'Italia. Eravamo come Don Chisciotte e Sancio Pancia. Ma non è forse vero che anche Antonio Simon Mossa, in fondo, era anche lui un Don Chisciotte, cioè un uomo diverso che il popolo oggi condanna e che domani esalterà? Il cammino dei popoli è tracciato da questi Don Chisciotte, come Simon Mossa, ripeto, e Gramsci, Bellieni e Dorso e tanti altri. E Gesù, detto il Cristo.

    ***


    Ma Giampiero, il « discepolo » di Simon Mossa, non è soltanto un uomo di grande passione ma è anche imprevedibile. Un giorno mi disse: « Domani, vogliamo andare a visitare Camillo Bellieni? E' tornato a Sassari ». Per um momento rimasi come interdetto. Vi pare poco visitare Camillo Bellieni? Passarono rapidamente nella mia mente gli avvenimenti politici del primo dopoguerra, quando i sardi erano sardisti ed i contadini ed i pastori di tutto il Meridione, sotto la guida dei combattenti, tentarono di reagire contro il blocco colonialista industriale-operaio del Nord, crapulone e parassitario. Camillo Bellieni fu uno dei più grandi protagonisti di quel luminoso momento storico. Non mi sembrava quindi vero vedere, ascoltare Camillo Bellieni!

    Il giorno dopo, puntuali, alle 18, andammo a trovarlo. Ci ricevette cordialmente, in giardino. Bellieni era seduto su una poltroncina di vimini e si godeva, in solitudine, il fresco. Vicino a lui, su uguali poltroncine ci sedemmo noi. Ci invitò a parlare, a porre sul tappeto il problema che ci appassionava. Chiedemmo se ritenesse attuali le tesi di Dorso stilla costituzione di un Partito Meridionale d'Azione. Bellieni incominciò a parlare; io tenevo tese le orecchie, i miei occhi lo fissavano come due canne di fucile. Bellieni era amico di Dorso ed era d'accordo coli lui, ma il movimento combattentistico si muoveva in altra direzione - cioè voleva costituire un partito nazionale contadino - e Bellieni, per ragioni di principio, assecondava i combattenti. Ci ricordò anche le esplorazioni di Titino Melis, di non molti anni fa, in direzione della costituzione, appunto, di un movimento meridionalista.

    «Il Partito Sardo d'Azione, ci ha detto Bellieni, è come un albero selvatico, si può seccare il tronco ma non le radici e l'albero rinasce». Le radici profonde e sempre vive di quest'albero derivano dall'essere la Sardegna non una regione ma una nazione, anche se attualmente proibita. E qui il discorso, per associazione di idee, non poteva cadere che su Simon Mossa, « l'indipendentista ». Bellieni parlava di Simon Mossa, in atteggiamento assorto e triste; anche per lui l'immatura
    scomparsa di Simon è stata una grave perdita per l'Isola.

    ***


    Durante il ritorno in città (abbiamo incontrato Bellieni in una casa di campagna, che è un'oasi di pace e di serenità), l'imprevedibile « Zampa » mi dice: « Tu devi scrivere un articolo su Simon Mossa ». Altra mia grande sorpresa, e questa volta spiacevole, cioè preoccupante. Mi sentivo quasi colpevole perché mi sembrava di aver carpito immeritatamente la fiducia di Giampiero, ma soprattutto sentivo la mia impotenza, in quel momento, come se mi avessero assegnato un compito assai superiore alle mie modeste possibilità. Dovevo rifiutare: ma sarebbe stato giusto?

    Onestamente devo dire che solo in parte sono d'accordo con le tesi di Simon Mossa. E' questo, credo, il modo migliore, da parte mia, di onorare il grande amico scomparso. Ma le vie del Signore sono infinite. Indipendentisti, autonomisti, meridionalisti tutti lottano, lottiamo per vie parallele e nella stessa direzione.

    Ho visto e sentito poche volte Simon Mossa. Nei congressi, nei convegni di partito Simon Mossa appariva come d'improvviso, parlava rapidamente e rapidamente si eclissava. Sembrava avesse fretta, come di chi ha molti impegni. Parlava come uno che avesse autorità e questo senso di autorità gli derivava dalle sue profonde convinzioni, dalla sua grande passione. Si aveva l'impressione di trovarci di fronte ad un uomo fuori del tempo, che sprofondasse le proprie radici nella storia millenaria della Sardegna ed i cui rami si proiettassero nel futuro. Ascoltavamo Simon Mossa con un senso quasi religioso, ma finito il discorso, anche noi, come il giovane della parabola a cui venne chiesto di dare tutto ai poveri, scuotevamo la testa.

    Simon Mossa non appartiene né al presente né al passato, ma al futuro. Il tempo, che è galantuomo, renderà giustizia a Simon. Titino Melis afferma che l'Europa di domani sarà l'Europa delle regioni e non delle nazioni e dà, quindi, ragione a Simon Mossa. De Gaulle sosteneva che l'Europa di domani sarebbe stata l'Europa delle patrie e non dei mercanti e delle - aggiungiamo noi - oligarchie operaie. E la Sardegna non è solo una regione ma è anche una patria. Anche De Gaulle, in fondo, dava ragione a Simon Mossa, e tutti i colonialisti dei mondo non potranno mai mutare il corso della storia.

    Centocinquant'anni fa gli indiani (pellirosse) erano otto milioni. di anime felici, nelle loro praterie; oggi, per opera dell'uomo bianco - i visi pallidi - sono ridotti a circa un decimo. Ci sarebbe veramente da seppellirci tutti vivi se gli imperialisti americani riuscissero a distruggere ciò che Dio ha creato. Simon Mossa ci ha insegnato a scoprire e ad amare tutti i popoli oppressi del mondo. Il popolo sardo è uno di questi.

    Ma l'insegnamento di Simon Mossa è anche un inno insuperabile alla libertà, alla speranza, alla vita, perché un popolo è libero, è vivo nella misura in cui scopre se stesso, difende il suo essere, riconosce la propria nazionalità. Simon Mossa, con la sua carica di intelligenza, di volontà, di passione, « quella passione che può nascere soltanto quando ci si trova in presenza di una grande ingiustizia », per dirla con Dorso, ha contribuito non poco a rendere molti di noi più liberi, più vivi e più intransigenti nella lotta patriottica per la nostra terra.

    Ma come arrivare, in pratica, alla liberazione dell'Isola dagli oppressori nordici? Qui nascono, forse le divergenze. Possiamo ignorare, e qui cito Gramsci, che «la borghesia settentrionale ha soggiogato l'Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento»? Ma da qui discende limpido il pensiero di Dorso sulla esigenza dell'unità nella lotta contro il nemico comune di tutti i meridionali « magari attraverso una federazione di partiti regionali, che riflettano nell'unità dell'azione meridionalista la diversità delle singole situazioni locali, senza mutilazioni arbitrarie o compressioni dannose ».

    Il nemico da battere non è l'Italia ma il Nord d'Italia e per battere il Nord è necessaria l'unità del Sud, diversamente noi non facciamo politica ma ideologia. Anche se l'idea dell’indipendenza dell’Isola è sempre stata, e sarà sempre una delle componenti vitali del sardismo, non vi è alcun dubbio che il PSd'A ha sempre perseguito l'idea meno radicale, ma forse più realistica – almeno per i nostri tempi - dell'autonomia statuale dell'Isola nell'ambito della Repubblica federale italiana. Simon Mossa ondeggiava tra l'indipendenza e l'autonomia statuale dell'Isola, non diversamente, credo, da G. M. Angioy. Comunque, certamente, non disdegnava «una vera e propria autonomia statuale, cioè l'indipendenza politica ed economica, che non presuppone certo il distacco da un Paese quale l'Italia, ma l'unione federale con la stessa, secondo la coerente dottrina sardista che nessuno può smentire ».

    Ma la situazione della Sardegna si fa sempre più drammatica. In questo dopoguerra gli emigrati sardi hanno raggiunto il numero di cinquecentomila, dei quali quindicimila sono diventati pazzi per le condizioni inumane in cui sono costretti a vivere. Si tratta di un vero e proprio genocidio. Nel Meridione il fenomeno si ripete- ed in misura non minore. Che fare? Bisogna sgominare l'attuale classe politica sarda e meridionale, che altro non è che una banda di servi sciocchi, asservita e succube dei partiti nazionali ed in definitiva del blocco colonialista industriale-operaio del Nord. Ma per fare questo, ripeto, è necessaria l'unità dei meridionali.

    Il problema delle alleanze è un problema decisivo ed il nostro partito deve risolverlo e subito. L'idea dell'unità dei meridionali, cioè di tutte le regioni oppresse d'Italia, non è un'idea pacifica ma esplosiva e ci dà anche il vantaggio di far fare il primo passo falso al Nord. Noi meridionali per liberarci dalla dittatura economica, politica e culturale dei Nord abbiamo bisogno soltanto della nostra unità.


    Azeglio Murru

  9. #29
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    Due testimonianze contenute nel numero unico dell’aprile 1972 di SARDEGNA LIBERA, mensile diretto da Giampiero Marras.



    SARDEGNA LIBERA
    NUMERO UNICO L.200

    MENSILE DI FORMAZIONE POLITICA
    E DI PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA


    Aprile 1972


    UN SOGNATORE E UN CREDENTE

    Di Anselmo Contu

    Quando il partito dei combattenti sardi divenne il Partito Sardo d'Azione, Antonio Simon Mossa aveva soltanto quattro anni. Muoveva i primi passi nella vita come il Sardismo iniziava la sua lotta per la liberazione della Sardegna: ma, divenuto adulto e uomo maturo, nel 1961, aderendo al Partito Sardo, si ricongiungeva idealmente a quel primo tempo e ai primi uomini espressi dalla nuova coscienza popolare e libertaria della Sardegna.

    Primo tempo nel quale la lotta era librata fra sogno e realtà mentre le masse isolane facilmente prendevano coscienza del duro ma splendido cammino che sembrava dovesse condurle in breve tempo alla liberazione dal clientelismo politico sardo-continentale e alla conquista di una nuova dimensione democratica, di una rinnovata coscienza dì popolo sardo, che avrebbe spazzato via le ingiustizie antiche, gli oblii e gli sfruttamenti perpetuatisi nei secoli dall'invasione cartaginese all'occupazione piemontese.

    Un popolo, senza alcuna ideologia, infeudato ai nobili che tutto facevano fuorché educarlo, di colpo trovò la sua idea e la sua lotta, senza alcuna pregiudiziale classista, sulla scia delle rivendicazioni radicali portate dai combattenti sardi dalle trincee tanto lontane dalla loro terra e dal loro cuore.

    Questi combattenti espressero dirigenti temperati dalle cento battaglie combattute più per orgoglio di popolo che per convinzione patriottarda ed erano espressione di una nuova cultura che rivendicava in ogni campo la scoperta e la rivalutazione di tutto ciò che era sardo dalla lingua alla storia lungo una profonda tradizione che mantenne originale e incorrotta questa nostra gente malgrado le dominazioni che dovette subire nell'arco della sua storia dolorosa.

    Questi giovani dirigenti erano figli di pastori e di contadini, venivano dai paesi più dimenticati dell'Isola, o dal ceto medio urbano e inventarono il sardismo, una dottrina e una prassi saldamente radicata nella dolorosa umanità sarda, ma aperta a intese con tutti i sofferenti delle regioni meridionali del Continente, in un grande disegno federalista di un nuovo stato italiano.

    Al tempo stesso questo sardismo cercava intese con movimenti dì liberazione similari, in Corsica col gruppo che faceva capo alla rivista "A Muvra", in Spagna coi baschi, in Irlanda con i Sim Feiu i quali vinsero la loro guerra nel 1922, quando il Partito Sardo incominciava la sua per l'autonomia regionale.

    Poi venne malauguratamente il fascismo a stroncare questo movimento generoso e generale, che avea pervaso in profondo tutta l'Isola e tutti i sardi, che vissero allora una tragica vigilia di guerra civile.

    A questo sardismo della prima ora, fremente di entusiasmi travolgenti, fervido di concrete aspirazioni fra suggestivi sogni di immediate radicali conquiste, si rifà Antonio Simon Mossa con la sua incoercibile fede nella liberazione di tutte le minoranze etniche, che egli conosceva e studiava, e fra le quali schierava in prima linea la Sardegna e i Sardi.

    Io, lo ricordo sempre presente alle riunioni del Consiglio Regionale del Partito da me presieduto: lo ricordo con quel bel viso di fanciullo su un corpo di adulto, con le sue carte sotto il braccio, sempre attento ma come assorto in pensieri e visioni lontane.

    Penso che gli dessero fastidio le piccole ma necessarie cose di cui è fatta la vita dei partiti moderni e forse lo addoloravano i dissensi senza contenuto ideale che spesso dividono irreparabilmente i credenti nella stessa fede. Egli era sempre al di sopra del volgare e del profitto: inseguiva un suo magnifico sogno alimentato da una fede sardista duramente intransigente.

    Io che non sempre ho condiviso questa sua mistica sardista, me lo trovavo sempre amico, sempre premuroso, sempre vicino, sempre infaticabile combattente, pieno di fermezza e di fede.

    Si, egli non aveva occhi per vedere i mille intrighi, le mille gelosie, persino le concrete difficoltà che la Sardegna di oggi offre a chi vuole veramente salvarla disinteressatamente e per puro amore.

    Si rifugiava nell'intimo della sua coscienza onesta, nella contemplazione della bellezza della sua fede e andava avanti sicuro e fiero come un cavaliere d'altri tempi.

    Così fino a morire!

    Anselmo Contu




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  10. #30
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    SARDEGNA LIBERA
    NUMERO UNICO L.200

    MENSILE DI FORMAZIONE POLITICA
    E DI PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA


    Aprile 1972



    UN COMBATTENTE DEL SARDISMO
    DI IDEE RIVOLUZIONARIE

    Di Giangiorgio Casu


    Avevo molta stima di Antonio Simon Mossa. Mi pareva che avesse in comune con me molti elementi del suo carattere che creavano tra noi due un certo grado di parentela spirituale. Lui aveva il dono di esaltarli questi elementi, al punto di suscitare in me un senso di ammirazione e di rispetto, direi quasi subordinato.

    Era Sardista nel senso più puro, e esasperato del significato: generoso fino al fanatismo, disponeva di tutto sé stesso per dare ai Sardi la possibilità di emanciparsi, come si era emancipato lui.

    Il complesso di inferiorità che ha sempre costituito la tara fondamentale del carattere dei Sardi, costituiva per lui il mordente principale per promuovere e sviluppare un'azione rivoluzionaria di rinnovamento estesa a tutti i livelli.

    Coraggioso, ardito: idealista fattivo, accompagnava l'idea all'azione.

    Una volta, discorrendo con lui, me lo raffigurai in grigioverde, con le mostrine della "Sassari", nel momento che precedeva un assalto. Muto, deciso, temerario, ardente in attesa dello scatto. Ero certo che sarebbe stato fra i migliori esponenti della nostra gente nelle battaglie.

    Perché in battaglia era sempre.

    Era da tempo colpito da un morbo mortale, e lo sapeva. Ma la sicurezza della morte non lo spaventava, non ne diminuiva l'ardore di combattere. Come chi sa affrontare la battaglia con dedizione, che è coraggio ed ardimento. Se la vita non è battaglia, non è vita: è semplice, vegetazione senz'anima. In ogni battaglia la probabilità della morte accompagna l'azione come un evento ordinario. Gli eroi pur non disprezzando la vita; non temono la morte: si familiarizza con essa.

    Così lo conoscevo: e lo ammiravo. Ed è questo lato della sua vita che, io, solo guardavo. Perché esso creava il substrato per ogni azione che svolgeva: nel campo tecnico, nel campo artistico, nel campo culturale, nella vita civile.

    Era un autentico rivoluzionario, e come tale vagheggiava una rivoluzione sardista nella Isola, che consentisse ai Sardi di diventare arbitri ed artefici del loro destino.

    La Sardegna ha bisogno sempre più, di uomini della sua tempra per affrancarsi. Peccato che sia morto così presto!


    Giangiorgio Casu



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