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Discussione: Padre Gheddo

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    Piero Gheddo: La missione è annuncio di Cristo, non generica filantropia

    di Piero Gheddo

    La crisi della missione è un segno della crisi di fede: queste parole di Giovanni Paolo II sono fatte proprie dal sacerdote missionario giornalista p. Piero Gheddo. Nel suo ultimo libro offre il suo contributo a capire i problemi della Chiesa italiana e quelli di molte riviste missionarie, arrotolate su questioni sociali, politiche, ideologiche e poco attente al bisogno di annuncio cristiano che avvolge i popoli.

    Roma (AsiaNews) – “Ho tanta fiducia”: questa è l’ultimissima fatica di p. Piero Gheddo, il libro in cui con l’aiuto del giornalista Roberto Beretta, il sacerdote del Pime “più famoso d’Italia” rispende a 80 domande su politica, missione, globalizzazione, povertà, Chiesa, società, in uno sguardo a 360 gradi sul mondo, che fa emergere la fede e la cultura del missionario 80enne, che ha viaggiato a tutte le latitudini e ha vissuto il giornalismo come la sua missione.

    Padre Piero Gheddo, che è stato direttore della rivista “Mondo e missione” e “IM” per decenni, è anche il fondatore di AsiaNews: già nell’86 egli aveva compreso l’importanza di questo continente per la missione della Chiesa e per la comunità mondiale e ha lanciato il bollettino da cui è nata poi (nel 2003), il sito AsiaNews.it.

    Fra le tante gustose domande e sapienti risposte, presentiamo qui la domanda in cui si parla proprio dell’evangelizzazione attraverso i media, o meglio del fallimento di molti media cattolici nel presentare a tutto tondo la missione cristiana, che è annuncio, testimonianza, carità, martirio. Troppo spesso, dice p. Gheddo, le riviste missionarie si soffermano ai problemi sociali, politici, economici dei popoli, senza presentare alcun interesse per il Vangelo. Ma questa messa della fede sotto tono è il risultato di una carenza di fede nella stessa comunità cristiana, una specie di relativismo religioso che svuota il cristianesimo dall’interno. (BC)




    Una volta esisteva l’animazione missionaria, le giornate e le riviste missionarie, le Pontificie opere missionarie, gli istituti missionari. Oggi della “missione alle genti” si parla sempre meno. Come mai?


    La crisi della missione alle genti testimonia la crisi di fede nella Chiesa del nostro tempo. Nella “Redemptoris Missio” Giovanni Paolo II ha scritto (n. 2) che “la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo… Questo è un fatto che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata un segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi della fede”. E aggiunge: “La fede si rafforza donandola!”.

    “Soltanto nella fede si comprende e si fonda la missione” (n. 4); e ancora: “La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi” (n. 11). Perché il Papa congiunge così strettamente la missione alle genti con la fede in Cristo? Perché, secondo la logica umana, andare ad annunziare Cristo a popoli lontani che hanno già una loro religione, con tutte le urgenze ed emergenze che abbiamo oggi in Italia e nella Chiesa italiana, è pura pazzia! E allora, si discute e si trovano mille motivi per dire che occorre fare scelte più logiche, più attuali, che non mandare missionari e missionarie a disturbare popoli i cui governi magari non ci vogliono: “Hanno già loro vescovi, preti e suore, noi cosa andiamo a fare?”; “E’ assurdo andare a testimoniare la fede ad altri popoli, quando la stiamo perdendo in Italia”; “Anche le religioni non cristiane hanno i loro valori, perché andare ad annunziare Gesù Cristo, quando si salvano anche se sono buoni buddhisti, buoni musulmani, buoni indù?”; “Milioni di non cristiani vengono a lavorare in Italia. Incominciamo a preoccuparci di loro!”; “Oggi è il momento di unire tutte le forze religiose per combattere contro la guerra, le ingiustizie a livello mondiale, per realizzare la solidarietà fra Nord e Sud del mondo. Che senso ha ancora la missione alle genti?”.

    Ecco alcune delle domande che mi fanno, in ambienti ecclesiali, quando parlo in diocesi e parrocchie sul tema missionario e che, appunto, dimostrano la crisi della missione ad gentes e quindi anche la crisi di fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e del mondo.

    Nel 2002 un lettore scrive ad una importante rivista missionaria italiana: "Ogni tanto vi leggo e mi chiedo: perché la chiamate 'rivista missionaria'? L'impressione netta che si ricava dai vostri articoli è che la salvezza non viene da Gesù Cristo (quante volte è nominato?), né che l'annunzio del Vangelo è il primo compito dei missionari, ma che la salvezza è un problema sociale, politico ed economico. Senza dire che, in una rivista di cristiani, è auspicabile una minore parzialità: perché tirare sempre in ballo Berlusconi, anche quando c'entra come i cavoli a merenda? Volendo essere una rivista missionaria, date ai lettori la consapevolezza che il mondo cambia e il male è vinto, anzitutto e realmente, con la conversione dell'uomo al Vangelo. Non inculcate (certo senza intenzione) lo spirito di lotta tra ricchi e poveri, che innesca la spirale dell'odio, da cui vengono tutti i mali. Cristo ci libera dal peccato e chi ne è libero fa le opere della giustizia. Don Emilio Colombo, Buscate (Mi)".

    Ho sentito l'impulso di telefonare al parroco di Buscate per complimentarmi con lui: ha centrato in poche righe quello che oggi è il dramma di parte della stampa missionaria e non della minore. Leggendo certe riviste "missionarie" penso anch'io: dov'è finito Gesù Cristo? Dov'è finita la Chiesa, il cui compito primario è di annunziare Cristo ai popoli? Che immagine diamo della nostra "vocazione missionaria"?

    La stampa missionaria deve trasmettere ai lettori la coscienza che la fede è il più grande dono che Dio ci ha fatto e dobbiamo testimoniarlo e comunicarlo agli altri; deve far riscoprire Cristo come unico Salvatore dell'uomo, suscitare l'amore a Cristo e la passione di portarlo a tutti i popoli. Se non comunica questi sentimenti e si dedica ad altri compiti, può realizzare buone azioni sociali, culturali, politiche, sindacali, ma non è più "stampa missionaria". O no? Oggi la Chiesa rischia, a volte, di apparire come un'agenzia umanitaria, una specie di Croce Rossa Internazionale di pronto intervento per i casi più urgenti. Enzo Bianchi, ragionando su questo tema, scrive: "La pastorale dominante oggi nelle parrocchie è quella che porta i nomi del volontariato, dell'impegno, dell'attivismo, in cui cioè un cristiano passa praticamente il suo tempo di vita ecclesiale in opere filantropiche, impegnato nell'organizzazione della carità. Tutto questo trasforma la Chiesa in un'istituzione filantropica tra le altre, che non è più in grado di pronunziare quella parola di salvezza..."[1].

    Madre Teresa diceva che "la più grande disgrazia del popolo indiano è di non conoscere Gesù Cristo". Il dono più grande che possiamo fare ai popoli è il Vangelo: come missionari ne siamo convinti, ma poi, nelle riviste missionarie, questo non risulta più evidente, si dà per scontato, non se ne parla mai o quasi mai. Nel Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 1979, Giovanni Paolo II scriveva: “L’attività missionaria si presenta come lo strumento più idoneo ed efficace per risolvere non pochi dei mali del mondo contemporaneo, ingiustizia, oppressione, emarginazione, sfruttamento, solitudine”. Quando diciamo che Cristo salva gli uomini, in genere noi pensiamo subito alla vita eterna. Sì, è vero, salva nella vita eterna, ma salva anche in questa vita, sia i singoli uomini che le famiglie e le comunità umane. In una parola, il cristiano autentico (non quello solo di facciata) ha nella vita una marcia in più. Le comunità cristiane, a parità di condizioni, si sviluppano più e meglio di quelle non cristiane (l’ho sentito ripetere molte volte nelle missioni), non per qualche miracolistico intervento della Provvidenza, ma appunto perché hanno assorbito l’esempio di Cristo, “uomo per gli altri”, quindi sono più portate all’impegno nel lavoro, al perdono, all’onestà naturale, all’amore verso tutti, alla solidarietà, alla coscienza dei loro diritti e doveri.u<ndo diciamo che Gesù Cristo salva, in genere noi pensiamonsubito alla vita eterna.



    Paolo VI scrive ("Evangelii Nuntiandi", 32): "Molti cristiani, anche generosi e sensibili alle questioni drammatiche che racchiude il problema della liberazione, volendo impegnare la Chiesa nello sforzo di liberazione, hanno spesso la tentazione di ridurre la sua missione alle dimensioni di un progetto semplicemente temporale; la salvezza di cui essa è messaggera, e sacramento, a un benessere materiale; la sua attività, trascurando ogni preoccupazione spirituale e religiosa, a iniziative di ordine politico o sociale. Ma se così fosse, la Chiesa perderebbe il suo significato fondamentale. Il suo messaggio di liberazione non avrebbe più alcuna originalità e finirebbe per essere accaparrato e manipolato da sistemi ideologici e da partiti politici".

    Mi chiedo: perché gli istituti missionari e i loro organismi unitari (Cimi, Fesmi, Suam, Emi, ecc.) non si interrogano su questo problema, che rischia di far perdere al nostro popolo l'immagine autentica del missionario e della sua vocazione? Ci lamentiamo della scarsità di vocazioni missionarie: ma che immagine diamo di noi stessi e dei nostri istituti ai giovani? E' pensabile che un giovane doni tutta la sua vita alla missione, entri in un istituto missionario, maschile o femminile, per un motivo diverso che da un profondo amore a Gesù Cristo? E allora, dove, nelle nostre riviste, proclamiamo e testimoniamo che la fede e l'amore e l'imitazione di Cristo sono l'unica chiave di salvezza per l'umanità?

    [1] Enzo Bianchi, "Ricominciare nell'anima, nella Chiesa, nel mondo", a cura di Marco Guzzi, Marietti 1991, pag. 50.

    ITALIA Piero Gheddo: Piero Gheddo: La missione è annuncio di Cristo, non generica filantropia - Asia News


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    Bengala “tomba dell’uomo bianco”: i frutti della missione

    di Piero Gheddo

    L’evangelizzazione nel Bengala orientale ad opera dei missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere dura da 155 anni. La Chiesa del Bangladesh attuale è viva, a contatto con tribali e musulmani, fra povertà e sovrappopolazione. L’ultima fatica di p. Piero Gheddo.


    Roma (AsiaNews) - Il Bangladesh è il secondo paese islamico dopo l’Indonesia: 150 milioni di abitanti su un territorio esteso meno di metà dell’Italia, senza risorse naturali e tormentato da inondazioni, cicloni, terremoti. Un paese islamico tollerante, senza molti segni di persecuzione anti-cristiana, anzi l’unico che ammette i missionari stranieri, anche perché si dedicano all’evangelizzazione dei tribali animisti (il 3% del totale).

    La giovane Chiesa del Bangladesh, molto viva, è stata iniziata nel 1500 dai portoghesi, ma fondata nel 1855 dai missionari del Pime e dai missionari americani della Santa Croce, come racconto in modo documentato con fonti d’Archivio. Un secolo e mezzo di storia, con molti esempi di morti premature (molti morivano a 26-30 anni!), grandi fatiche, rinunzie e sofferenze per il Vangelo. “Non siamo eroi, ma ci manca poco” diceva un missionario nel 1930 ad una commissione del governo inglese che visitava le campagne del Bengala e definiva i missionari “tutti eroi”. La loro storia avventurosa inizia nel Bengala, definito dei colonizzatori inglesi “La tomba dell’uomo bianco”. I primi quattro missionari scrivono: “Noi siamo come pigmei che debbono trasportare delle montagne”.

    Indù e musulmani erano insensibili all’annunzio del Vangelo, la missione va agli aborigeni, i primitivi delle foreste (santal, oraon, munda, pahari), portandovi la scuola, l’assistenza sanitaria, l’agricoltura moderna, alfabetizza lingue non scritte, compie ricerche etnologiche. Soprattutto porta la pace fra le varie etnie e tribù. Fra questi popoli considerati “selvaggi” nasce la Chiesa. E’ la prima fase storica della missione: occupare tutto il territorio e fondare le comunità cristiane unendole in parrocchie e diocesi.

    Quando l’India diventa indipendente (1947) nascono due stati, uno indù (India) e uno musulmano (Pakistan e poi Bangladesh). Si sviluppa la seconda fase della missione: dare alla Chiesa locale solide strutture e proprio personale dirigente. Nel primo secolo di missione, dal lavoro del Pime sono nate sei diocesi, tre in India (Krishnagar, Jalpaigury e Dumka-Malda) e tre in Bangladesh (Dinajpur, Khulna e Rajshahi), oggi con vescovi locali.

    Negli ultimi trent’anni il Bangladesh sta rapidamente cambiando: nasce l’industria tessile con gli investimenti stranieri, una rivoluzione economica e sociale che ha causato l’immigrazione giovanile di massa verso le città e in particolare la capitale Dacca, passata da un milione di abitanti nel 1980 ai 12 milioni di oggi! Incomincia la terza fase della missione, quella attuale: dalle campagne e foreste alle città, per impedire che i giovani cristiani perdano i contatti con le comunità di battezzati. Ma la Chiesa locale, pur con un buon numero di preti e suore, non ha ancora né il personale, né i mezzi e nemmeno lo spirito missionario per iniziare la missione fra i non cristiani nei difficili ambienti cittadini. I vescovi chiedono aiuto ai missionari.

    In Bangladesh sta rapidamente cambiando la cultura popolare, che tende ad imitare le mode dell’Occidente. La Chiesa rischia di perdere molte famiglie cristiane anche perché nella capitale, 25 anni fa, c’erano solo tre parrocchie. Dal 1985 ad oggi, il Pime ha fondato a Dacca tre parrocchie (Mohammadpur, Mirpur e Kewachola) e ne sta fondando altre due (Utholi e EPZ), con costi anche economici esorbitanti per l’acquisto dei terreni. Ma la Provvidenza aiuta sempre. Oggi a Dacca ci sono dieci parrocchie con altre in costruzione, 80.000 cattolici e 12 milioni di abitanti. A Dacca i missionari del Pime lavorano anche fra i ragazzi di strada nelle baraccopoli e hanno iniziato gli incontri ecumenici con i protestanti e il dialogo inter-religioso con musulmani, indù e buddhisti.

    In Bangladesh i cattolici sono solo 400.000 su 150 milioni di abitanti, i cristiani un milione. Il Pime è presente in quattro diocesi: Dinajpur, Rajshahi, Dacca e Chittagong. Sono poco meno di quaranta, aiutati da cinque sacerdoti “Fidei Donum” di due diocesi colombiane (Sonsòn-Rio Negro e Santa Fé de Antioquia), da alcuni volontari laici dell’ALP (Associazione Laici Pime) e dalla congregazione “Missionarie dell’Immacolata”, nata dal Pime nel 1936 a Milano.

    GHEDDO P., “Missione Bengala - I 155 anni del Pime in India e Bangladesh”, Emi 2010, pagg. 510, più 32 pagine di documentazione fotografica, Euro 20,00.

    BANGLADESH Bengala “tomba dell’uomo bianco”: i frutti della missione - Asia News


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    Padre Gheddo: la sfida dell’islam è prima di tutto culturale e religiosa

    Dell’Occidente ammirano lo sviluppo tecnologico e scientifico, ma lo vedono “vuoto” di anima. Anche nei Paesi moderati le madrasse insegnano la lotta all’Occidente ed espongono i ritratti dei “martiri dell’islam”. La sfida non può essere affrontata solo con mezzi giuridici, militari, politici e diplomatici.


    Roma (AsiaNews) – E’ culturale e religiosa, prima ancora che economica e politica la sfida che l’islam ha lanciato all’Occidente. “Ci ammirano per la tecnologia, l’economia, lo sviluppo e ci temono per la forza militare. Ma vedono nell’Occidente, e soprattutto nell’Europa, aridità, mancanza di figli, aborti, suicidi, matrimoni gay, insomma decadenza e loro hanno il compito di venire a dare un’anima allo sviluppo occidentale”. E’ quanto sostiene padre Piero Gheddo, missionario del PIME, nel suo “La sfida dell’Islam all’Occidente” (Ed. San Paolo, euro 9), frutto di una conoscenza maturata in più di 40 anni di viaggi.

    “Quando si parla di sfida dell’islam – dice ad AsiaNews - si parla soprattutto di petrolio, di economia, di politica, di terrorismo. Tutto vero, però non è solo questo: la sfida è prima di tutto culturale e religiosa. Gli islamici sono popoli profondamente religiosi, anche se a volte in modo formalistico, come noi, peraltro, che vengono a contatto con noi, popoli che non hanno più Dio nel loro orizzonte. Così, da un lato ci ricattano col terrorismo, il petrolio, la demografia, per cui, ad esempio, si parla di invasione dell’Europa: in Germania i 7 milioni di turchi rappresentano il 10% della popolazione. Dall’altro lato, la sfida è religiosa: sono convinti di venire a dare un’anima al nostro sviluppo. Tutto ciò ci deve spingere a riflettere, invece quando si parla delle sfide islamiche si cercano risposte in interventi giuridici, militari, diplomatici, di blocchi economici”.

    Ma perché lei vede una sfida in questo giudizio sull’Occidente da parte dei Paesi islamici?

    “Il risveglio islamico, che ha meno di un secolo, si è dato come meta, in buona parte dei musulmani, di istaurare il Califfato nei Paesi islamici e di conquistare il mondo. La decadenza umana prima ancora che morale dell’Occidente, suggerisce il compito. L’Occidente ormai non sa cosa vuole. Crollate le grandi ideologie che l’Occidente aveva inventato per sostituire Dio, è rimasto il vuoto. E loro vogliono riempirlo”

    Lei parla di Paesi islamici come di una unità, ma in realtà ci sono tanti islam e profonde divisioni.

    “Sono più di 40 anni che giro nei Paesi islamici, li ho visitati praticamente tutti, a parte quelli del Caucaso e pochissimi altri. Mi ha impressionato che pur essendoci molti islam: sciiti, sunniti, sufi, moderati, fautori della sharia, sono tutti uniti in questa lotta contro l’Occidente. A spingerli è soprattutto quella che chiamano l’immoralità dell’Occidente, reclamizzata dai giornali e insegnata nelle scuole. Libri di testo e insegnanti insistono che l’Occidente è forte militarmente ed economicamente, ma è vuoto. E’ un giudizio cambiato nel tempo. I nostri missionari in Bangladesh, ad esempio, raccontano che negli anni ’40, quando sono arrivati, c’era ammirazione, paura, magari antipatia, ma non odio, si viaggiava tranquillamente. Poi forse il petrolio, forse Israele, ma è venuto l’odio. Bin Laden non è nato per caso”.

    Ma molti Paesi islamici condannano Al Qaeda e il terrorismo.

    “Anche nei Paesi moderati, le scuole islamiche, le madrasse, insegnano il Corano, ma soprattutto la lotta all’Occidente. Da lì, i migliori, magari poveri, vengono mandati alle scuole di formazione dei guerrieri dell’islam. Per noi saranno terroristi, ma le loro immagini sono nelle scuole, sono ‘i martiri dell’islam’. Non si dice mai quanto tutto questo abbia creato una mentalità profondamente antioccidentale nei popoli islamici, terreno maturo per il moltiplicarsi del terrorismo. Per anni Saddam Hussein e Gheddafi hanno versato 20/25mila dollari alle famiglie dei kamikaze. Sono convinto che ora altri continuano a farlo. Perché il terrorismo è parte della lotta contro l’occidente”.

    Se questo è il quadro, cosa dovrebbe fare l’Occidente?

    “L’Occidente dovrebbe capire qual è la sfida. E finora non lo fa: affronta il terrorismo con mezzi militari, economici, politici, giuridici, diplomatici e non pensa mai alla crisi della nostra società, che è immorale, invivibile. Non si dice mai: dobbiamo cambiare. Dobbiamo ritornare a Gesù, renderci conto che l’immoralità è una questione centrale. Non dico che dovrebbe comandare la Chiesa, per carità, ma essa è un fattore di sviluppo. La nostra cultura è fondata sul cristianesimo. Montanelli mi diceva: ‘sono un cattolico non credente e non praticante’ e quando gli chiedevo: come fa?, rispondeva col suo: ‘perché non possiamo non dirci cristiani’. Tolto il cristianesimo dall’anima dell’Europa, non restano che i ruderi di Atene e di Roma. L’idea di uguaglianza tra gli uomini e tra uomo e donna, la distinzione tra Chiesa e Stato, le scuole e gli ospedali, il rispetto per le persone: è tutto nel cristianesimo ed è ciò che ci distingue dall’islam. E anche all’islam manca Gesù Cristo. Manca per esempio il senso del perdono. In Indonesia, a Sumatra, ci sono numerose etnie. Sono tutti musulmani, ma ogni tanto c’è una guerra intertribale. Per fermarla, il governo manda un comitato di pacificazione. E’ composto da cinque persone autorevoli e tra loro almeno due sono cristiane (di solito un cattolico e un protestante). Ho chiesto il perché di questa scelta, in un Paese musulmano. ‘Perché voi avete il senso del perdono, del mettere pace’, mi hanno risposto al Ministero degli interni. ‘Per noi musulmani la vendetta è sacra’. Per questo, quando un cristiano parla di pace è credibile, un musulmano no”.

    ISLAM Padre Gheddo: la sfida dell’islam è prima di tutto culturale e religiosa - Asia News


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    «L'Europa sarà islamica». J'accuse di Gheddo, decano dei missionari italiani




    Roma. “I musulmani saranno maggioranza in Europa”. Le parole choc di Piero Gheddo, decano dei missionari italiani e fondatore di Asia News, non sono passate inosservate al Daily Telegraph e al Daily Mail, due fra i massimi quotidiani britannici, che hanno lanciato le sue parole. Forse perché Papa Benedetto XVI si appresta a visitare il Regno Unito, dove il dibattito su democrazia e islamismo è rovente. Forse perché di questo si parla da molti giorni in Germania, a seguito della pubblicazione del controverso libro del banchiere dell’Spd Thilo Sarrazin. O forse perché non si leggeva da tempo una simile denuncia, senza infingimenti, da parte di un alto rappresentante vaticano. “La sfida va presa seriamente”, ha detto Gheddo a proposito del collasso demografico europeo e del vuoto riempito dall’islam. “I giornali o i programmi televisivi non parlano mai di questo. Prima o poi l’islam conquisterà la maggioranza in Europa”. Lo scorso gennaio era stato il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga, a dire che i musulmani sono pronti a riempire il vuoto europeo. “I musulmani hanno molte ragioni per indirizzarsi qui”, ha detto Vlk. “Ne hanno anche una religiosa, portare i valori spirituali della fede in Dio all’ambiente pagano dell’Europa, al suo stile vita senza Dio. La vita sarà islamizzata”. Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”. Le proiezioni sembrano confermare la fosca profezia di Gheddo. Nelle quattro più grandi città dei Paesi Bassi – Amsterdam, Rotterdam, l’Aia e Utrecht – il nome Mohammed è il più diffuso tra i nuovi nati. All’Aia, variazioni dei nomi del Profeta sono al primo, al secondo e al quinto posto. Le ultime stime demografiche del Pew Forum dicono che nel 2050, un quinto degli europei sarà musulmano. Il venti per cento. Due persone su dieci. Non a caso di “bomba demografica a orologeria che sta trasformando il nostro continente” ha parlato proprio il quotidiano britannico Daily Telegraph, pubblicando i dati emersi dagli studi più aggiornati. Anche nella capitale belga Bruxelles, e nemmeno da poco, al primo posto nella classifica dei nomi più diffusi tra i neonati c’è proprio Mohammed. Si calcola che, se la popolazione europea di fede musulmana è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni, analogo raddoppio sarà registrato entro il 2015. E di lì, a salire, fino ad arrivare a quel 20 per cento globale. In città come la francese Marsiglia e l’olandese Rotterdam la percentuale islamica è già ora del venticinque per cento, del venti nella svedese Malmö, del quindici a Bruxelles e del dieci a Londra, Parigi e Copenaghen. E ancora: in Austria, cattolica al novanta per cento nel Ventesimo secolo, l’islam sarà la religione maggioritaria nel 2050 nella popolazione giovanile. Per usare le parole irriverenti di Mark Steyn, l’intellettuale canadese di “America Alone”, se l’uomo europeo avesse quattro zampe e passasse le sue giornate sugli alberi sarebbe già finito nella lista delle specie in via d’estinzione.

    http://www.tracce.it/detail.asp?c=1&p=1&id=17481


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    Predefinito Rif: Padre Gheddo



    La sfida dell'Islam all'Occidente
    In Italia si conosce in modo troppo superficiale il mondo islamico. Il libro di padre Gheddo nasce da questa semplice constatazione e presenta in modo comprensibile ed esauriente gli aspetti religiosi e sociali, politici e culturali dell'islam. Mezzo secolo di studi e di viaggi in quasi tutti i paesi islamici hanno permesso a padre Gheddo di produrre una sintesi del pensiero e del modo di agire dei musulmani e di come noi occidentali dobbiamo rispondere a una sfida che non è solo politica o militare, ma anche religiosa.

    Libri La sfida dell'Islam all'Occidente. Acquista online. Vendita online


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    Predefinito Rif: Padre Gheddo

    Come rispondere alle sfide di Gheddafi


    Il 31 agosto scorso i giornali italiani portavano in prima pagina la provocazione di Muhammar Gheddafi, ospite del governo italiano per il II° anniversario della firma del Trattato di pace e di collaborazione fra i due paesi. Il capo libico, come tutte le volte che visita un altro paese (persino all’Assemblea generale dell’ONU lo scorso anno), anche questa volta ha lanciato la sua sfida. Prima ha tenuto una lezione sull’islam alle 500 hostess espressamente reclutate da un’agenzia e le ha invitate a convertirsi all’islam, affermando che “in Libia la donna è più libera che in Occidente”; poi ha detto chiaramente che l’Europa è destinata a diventare islamica.

    Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento ad un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Giusto, ma a questo modo si continua a strumentalizzare tutto a fini politici italiani, mentre, come ha detto ad “Avvenire” l’islamologo gesuita egiziano Samir Khalil Samir: “Si tratta di una previsione non certo campata in aria e starei attento a liquidarla come una boutade di poco conto”. La demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei.

    Personalmente penso che fra i capi dei paesi islamici Gheddafi non è certo il peggiore perché nel suo paese, certo da dittatore (quale paese islamico si può definire democratico?), sta facendo cose buone: ha smesso di finanziare il terrorismo, tiene a freno l’islam estremista che ha in casa sua, ha mandato le ragazze all’università e le bambine a scuola, ha aperto le vie per il lavoro femminile, usa il petrolio per fare strade, case, ospedali, estrarre l’acqua dal deserto (tirata su da 800-1000 metri!) e canalizzarla con acquedotti sotterranei per irrigare il nord Libia, ecc.

    Certo è uno sbruffone che viene a dirci di convertirci all’islam, dovunque va dorme sotto una tenda e tante altre trovate (o pagliacciate) folcloristiche; ma non mi pare che questo teatrino di Gheddafi debba impedirci di stringere accordi vantaggi con la Libia, da dove viene circa il 30% della nostra energia elettrica. Per rompere i rapporti con Gheddafi bisognerebbe prima conoscere chi può assicurarci, a prezzi migliori, questa forza motrice che ci permette di andare in auto e accendere la luce nelle nostre case.

    Nessun giornale invece (eccetto “Avvenire”) ha preso in considerazione seriamente come si può rispondere a questa sfida dell’islam, che prima o poi conquisterà la maggioranza in Europa. La sfida va presa sul serio. Certamente da un punto di vista demografico, perché ormai è chiaro a tutti che gli italiani diminuiscono di circa 120-130.000 persone all’anno a causa degli aborti e delle famiglie disastrate; mentre fra i più di 200.000 immigrati legali l’anno in Italia più della metà sono musulmani e le famiglie islamiche hanno un tasso di crescita molto più alto di quello delle nostre famiglie! Di questo sui giornali e nei talk shaw televisivi non si parla mai.

    Ma la risposta va data anzitutto in campo religioso, culturale, identitario. Nel nostro paese (e nell’Europa cristiana) diminuisce la pratica religiosa e dilaga l’indifferentismo; il cristianesimo e la Chiesa vengono osteggiati. Quando c’è qualche notizia negativa sulla Chiesa ci sono giornali che la pubblicano con risalto, a volte anche con accenti di giubilo. La Costituzione europea rischiava di essere approvata pur non nominando le “radici cristiane” della nostra cultura e del nostro sviluppo. Il fatto è che, come popolo, diventiamo sempre più pagani e il vuoto religioso viene inevitabilmente riempito da altre proposte e forze religiose. Se ci consideriamo un paese cristiano, dovremmo ritornare alla pratica della vita cristiana, che risolverebbe anche il problema delle culle vuote.

    Per concludere, la sfida di Gheddafi parte da una visione dell’Europa che hanno i popoli islamici e ripetono spesso i loro giornali. Nel 2004 ho visitato la Malesia e l’arcivescovo della capitale Kuala Lumpur mi mostrava l’editoriale del massimo quotidiano locale in inglese (“The Star – The People’s Paper”) che diceva: “L’Occidente cristiano è ricco, benestante, istruito, democratico, militarmente potente, ma vuoto di ideali e di figli perchè senza Dio. L’islam ha un compito storico: riportare l’Europa a Dio”. Perché di una risposta a questa provocazione, molto diffusa tra i popoli islamici (e che la cultura locale proclama a piena voce) non si parla, non si discute mai?



    Piero Gheddo

    ARMAGHEDDO » Come rispondere alle sfide di Gheddafi


    carlomartello

  7. #7
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    Predefinito Rif: Padre Gheddo

    Muslims will become majority in Europe, senior Vatican official warns

    European Christians must have more children or face the prospect of the continent becoming Islamised, a senior Vatican official has said.




    Italian Father Piero Gheddo said that the low birth rate among indigenous Europeans combined with an unprecedented wave of Muslim immigrants with large families could see Europe becoming dominated by Islam in the space of a few generations.

    "The challenge must be taken seriously," said Father Gheddo, of the Vatican's Pontifical Institute for Foreign Missions.

    "Certainly from a demographic point of view, as it is clear to everyone that Italians are decreasing by 120,000 or 130,000 persons a year because of abortion and broken families – while among the more than 200,000 legal immigrants a year in Italy, more than half are Muslims and Muslim families, which have a much higher level of growth."

    He said: "Newspapers and television programmes never speak of this. However, an answer must be given above all in the religious and cultural fields and in the area of identity."

    The priest blamed Christians for failing to live up to their own beliefs and helping to create a "religious vacuum" which was being filled by Islam.

    He predicted that Islam would "sooner rather than later conquer the majority in Europe".

    "The fact is that, as a people, we are becoming ever more pagan and the religious vacuum is inevitably filled by other proposals and religious forces," he said.

    Father Gheddo also said that Christians who lapsed were also making themselves vulnerable to attacks by secularists.

    He said when "religious practice diminishes in Christian Europe and indifference spreads, Christianity and the Church are attacked".

    "If we consider ourselves a Christian country, we should return to the practice of Christian life, which would also solve the problem of empty cradles," he added.

    The comments of Father Gheddo come just months after a Czech cardinal also blamed lapsed Catholics for the Islamisation of Europe.

    On his retirement as Archbishop of Prague earlier this year, Cardinal Miloslav Vlk said Muslims were well placed to fill the spiritual void "created as Europeans systematically empty the Christian content of their lives".

    He said that unless Christians woke up to the threat to their culture they would soon find they no longer have the strength to make their mark on society.

    He called on Christians to respond to the threat of Islamisation by living their own religious faith more observantly.

    While many European Catholic bishops often defend the rights of Muslims to worship publicly others are more keen to protect the Christian heritage of their continent.

    Last year Cardinal Jose Policarpo, the Patriarch of Lisbon, warned Catholic women against marrying Muslims.

    Italian Cardinal Giacomo Biffi has also urged the Italiangovernment to give priority to Catholic migrants over Muslims in order to protect his country's religious identity.

    The Vatican has also opposed Turkey joining the European Union partly because the Muslim country does not share the continent's Christian heritage.

    Muslims will become majority in Europe, senior Vatican official warns - Telegraph


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 11-09-10 alle 01:37

  8. #8
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    Predefinito Rif: Padre Gheddo

    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio


    Piero Gheddo: La missione è annuncio di Cristo, non generica filantropia

    di Piero Gheddo
    [...]


    carlomartello
    ottimo articolo. :giagia:
    Diciamo basta alla sinistra dei colpi di Stato e delle menzogne!

  9. #9
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    Predefinito Rif: Padre Gheddo

    ma se non leggi la Bibbia, come puoi capire quali siano le differenze con il corano ?

  10. #10
    ...
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    Predefinito Rif: Padre Gheddo

    Citazione Originariamente Scritto da DanielGi. Visualizza Messaggio
    ma se non leggi la Bibbia, come puoi capire quali siano le differenze con il corano ?
    Però credo che ad un cattolico dovrebbe importare in maniera secondaria quali siano le differenze con il Corano. L'importante è avere la vera fede.

    Certo, credo sia un merito lo studio, però non è l'unico e in molti casi non è praticabile, soprattutto in determinate fasce di popolazione.
    Ultima modifica di Cuordy; 21-09-10 alle 17:13
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


    "Se commettiamo ingiustizia, Dio ci lascerà senza musica" - Cassiodoro.

 

 
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