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Discussione: + Gothic +

  1. #61
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    SADNESS IS REBELLION

  2. #62
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  3. #63
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  4. #64
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    Nei primi anni Ottanta Dino Ignani ha iniziato a fotografare i giovani che animavano la nuova vita notturna della capitale e, in particolare, i locali e gli appuntamenti legati all’universo dark. In Italia il termine dark è stato utilizzato per identificare uno stile riconducibile a varie tendenze musicali e della moda di quegli anni: dal post-punk, al new romantic, al gothic vero proprio. Nei video-bar, nelle discoteche e in altri spazi che all’epoca proponevano serate dark (Olimpo, Supersonic, Angelo Azzurro, Blue Bar, X-Club, Venice, Black Out, Uonna Club, Piper, Cinema Espero), Ignani invitava i presenti a farsi ritrarre, predisponendo un set ad hoc: cavalletto, ombrello da studio, lampada da 1000 watt e un fondale il più possibile neutro. Lo shooting prevedeva che a ciascun soggetto fosse dedicato un unico scatto, ma ad alcuni habitué di quelle serate capitò di essere ritratti in più occasioni. Dietro una rappresentazione standardizzata e apparentemente distaccata di quel mondo si nasconde infatti l’esigenza del fotografo di cogliere le specificità individuali e la trama creativa dei nuovi stili di vita. Ignani si dedica a registrare e a valorizzare i minimi dettagli e i segni distintivi del popolo dark: il trucco, gli accessori e le acconciature sono i grandi protagonisti delle immagini e sono gli stessi elementi che successivamente, come spesso accade con le avanguardie, saranno riassorbiti dal mondo della moda. Pur utilizzando occasionalmente anche la pellicola a colori, Ignani ha scelto poi il bianco e nero come forma compiuta del suo progetto. Il risultato è un corpus di circa cinquecento immagini, una parte delle quali venne pubblicata su Rockstar e altre riviste specializzate, ed esposta per la prima volta nel 1986. Roberto D’Agostino, presentandole in quell’occasione, scriveva: “I ritratti di Dino Ignani sono la materializzazione di una ricerca inquieta di identità immediata, di seduzione, di comunicazione. Queste facce ci guardano e dicono: Vedi! Ho un’immagine, dunque sono, esisto”.


    https://www.stsenzatitolo.com/st/por...ark-portraits/



    Roma negli anni Ottanta era bellissima. Quale riflusso. Quale edonismo. Se fu ritorno al privato dopo i giorni neri del piombo e delle piazze buie, ce ne accorgemmo appena, troppo impegnati a inventare la nuova geografia della città. Un migrare, scialare dal Supersonic al Titan, dal Piper al Black Out, dall'Executive all'Espero, dall'X Club all'Uonna. Un'intera generazione si riprendeva la città. Avevamo voglia di ballare fino all'alba, fare musica, avevamo voglia di cantare. Eravamo un esercito di sognatori senza più divise, solo "chiodi" in pelle o paletò da dandy, o frac sdruciti, o parka che arrivavano dritti da Londra.

    A ognuno la sua tribù, e le tribù che si mescolavano, e le grandi band che iniziavano a tornare anche nell'ultimo avamposto dell'impero. Cominciaro i Talking Heads, tour di Remain in Light, davanti a un Palaeur stracolmo e sgomento e felice che in contemporanea con l'America viveva in prima persona note, ritmi, modi che stavano per cambiare il baricentro della musica. C'eravamo. C'eravamo quando l'Estate Romana di Renato Nicolini portò il cinema nelle strade, e il reggae lungo il fiume, e i Devo a Castel Sant'Angelo e l'arte nelle periferie. In contemporanea s'accendevano decibel, poesia e canne.

    Eravamo affamati, nulla era mai abbastanza. Mai abbastanza le notti e i giorni. E che capelli meravigliosi avevamo: creste, o ciuffi con la brillantina, toupet mastodontici, cascate di ricci, tagli tecnici, colori incandescenti. Eravamo bellissimi noi, finalmente coi tacchi e gli anfibi, e le Creeper e certi stivaletti borchiati, impossibili. Da ogni cantina arrivavano svisate, botte da orbi, chitarre che fischiavano, batterie pistate come zampogne.

    Via degli Zingari, via Prenestina, via Pisino, Via Oderisi da Gubbio, Tufello. Come se avessimo sincronizzato tutti gli orologi del mondo e fosse scattata l'ora X, la nostra. Fatece largo. E suonavamo, e cantavamo come matti, da un palco all'altro, da una strada all'altra, da una discoteca all'altra fino a che la notte non diventava un mozzico e l'alba era già lì, tra cornetti, sigarette al mentolo, rutti al rum. Notti di sballo e meraviglia, con i bassi degli amplificatori che spingevano fino nelle ossa, e grandi vomitate, e pogate e baci e abbracci, e i fumetti di Pazienza, e i segni di Tamburini, e Bela Lugosi come colonna sonora in testa. Segni, suoni. La mappa dell'impossibile.

    Ci riprendevamo Roma, Roma nostra. Ci prendevamo l'Italia, su e giù, via dall'insopportabile mondo del buon senso, su treni e auto scassate per vedere gli Skiantos a preparare gli spaghetti su un palco a Bologna, il movimento che si disgregava, mentre noi eravamo già senza futuro e tutti intimamente punk, una sequenza di gioia di vivere e sti cazzi. Alcolici, spigolosi, acido citrico.

    Oi, skin, dark, mods, ska. Tirare calci, prenderne in bocca, scalciare sempre, non mollare mai. In viaggio, in viaggio. Senza una lira, le notti sulle panchine delle stazioni, l'eye liner e il gel in tasca, la cipria che serviva a tutti, maschi e femmine. Eravamo un esercito di sognatori in perenne moto. Di qua, di là: le nostre mirabolanti trasferte al Tenax o alle Cascine per Lou Reed, in viaggio a Reggio Emilia per i Police, a Firenze per i Clash.

    Volumi altissimi e l'adrenalina sempre, come corollario, come virtù, come vita. Correva tutto all'impazzata. Le radio libere, le frequenze cardiache, le passioni. Gli unici a fermare quegli attimi erano i fotografi. Dino Ignani montava set all'ingresso dei club. Aspettava il rituale e ne faceva parte. Occhio curioso ma familiare. Non ci avrebbe raccontato come marziani perché era uno di noi. Le sue immagini dedicate al piccolo e affollato universo dark di Roma, ad esempio, sono carne viva. Sono foto esse stesse dark. Bianchi e neri definitivi a marcare una realtà parallela.

    Nessun sorriso, ma ritratti di lupi e pantere che si inventavano ogni giorno una ragione per restare al mondo, creavano stili sulla propria pelle, senza mediazioni. Personaggi che sembrano uscire dalle canzoni dei Cure, dei Cult, dei Bauhaus, di Nick Cave. Pensieri gotici, sferraglianti. Preghiere scarlatte. Le nostre Siouxsie, i nostri Robert Smith. Donatella, Luisa, Roberto e Clarita - ma anche Diamanda Galas - sono volti che si incrociano, si intersecano, e a loro modo raccontano la storia grande e controversa di una generazione. Geometrie esistenziali che hanno segnato un'epoca, la nostra. E che Dino Ignani ci restituisce in tutta la sua sfolgorante e perversa bellezza.

    (Testo di Daniela Amenta)

    https://www.dagospia.com/rubrica-6/c...-new-68469.htm
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  5. #65
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    Predefinito Re: + Gothic +

    I miei libri sul Goth:




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  6. #66
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    Predefinito Re: + Gothic +

    Una delle mie goth songs preferite in assoluto: Back Door, dei Clan of Xymox.
    Il video qui sotto è molto bello e molto dark, ma non ritrae i componenti della band.




    Clan of Xymox - Back Door
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  7. #67
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    Predefinito Re: + Gothic +

    I miei primi libri (1983/84)

















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  8. #68
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    Predefinito Re: + Gothic +

    Uno dei miei gruppi preferiti del genere
    London after Midnight...2 album fantastici(il terzo non eccelso)
    Tomàs presente

  9. #69
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  10. #70
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    La mia attuale libreria:



    a) letteratura gotica






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