
Originariamente Scritto da
Florian
Ciao e grazie. Avrei tante cose da dire e non so da dove partire. Io sono nato culturalmente nel '77, figlio di una rivolta ben più profonda di quella del Sessantotto. E' sintomatico che si parli così poco del '77 e si riduca tutto alla damnazio memoriae degli "anni di piombo". La verità è che il '77 aveva sferrato un durissimo attacco al Sistema nel suo carattere coercitivo e fondante, vale a dire il lavoro. Il '77 si era proposto di mettere in discussione il lavoro e per questo aveva partorito un movimento di lotta radicale ben oltre lo schema, già logoro, del destra/sinistra. Era una critica anarchica ad un Sistema di potere per il quale non si vedeva un futuro. "No future", d'altronde, cantavano i Sex Pistols. Quando avevo 10 anni mi accorsi preoccupato della crisi economica e lo schizzare della disoccupazione. Ero piccolo, ma potevo percepire lo spaesamento nei confronti di un decennio che si approssimava con mille incognite. La mia generazione è cresciuta senza miti e senza speranze. Non sarebbe venuto nessun Che Guevara a salvarci, l'unica salvezza era nella fuga. Fuggire dalla realtà e trovare un confortevole riparo nella fantasia. Non a caso si leggevano fumetti, in quegli anni. I nostri genitori avevano poche aspettative sul nostro conto. Ci parcheggiavano in qualche liceo e poi si vedrà. Uno zio o una zia ammanigliato al politico compiacente di turno avrebbe trovato una sistemazione. Una qualsiasi, che non c'era motivo di fare gli schizzinosi. Franata l'idea di comunismo, di redistribuzione della ricchezza, si impose il Mito della libertà d'impresa, che ovviamente avvantaggiava i pochissimi a danno dei moltissimi, anche se prometteva tutto il contrario. I computer sembravano favorire questo mettersi in proprio, parlavano il linguaggio del progresso a chi aveva già successo. Ad ogni modo, in quei dieci anni di vergognose ruberie si è galleggiato. Ognuno nuotava nella pozzanghera che gli era propria, ma per tutti una flebile speranza di cambiamento esisteva ancora. E con essa il pensiero di poter realizzare qualcosa che desse, infine, un senso alla propria vita. Con la caduta del muro di Berlino sembrò che quel momento fosse finalmente arrivato. Grandi speranze e un rinnovato idealismo accompagnarono i nostri giorni a cavallo degli anni novanta. Anche il desiderio di un'etica, il bisogno di un ordine. Saltò il banco e fummo tutti felici. Era la nostra occasione, pensavamo. La politica avrebbe finalmente messo le cose a posto, ci illudevamo. E quasi ci prendemmo una tessera di partito, noi che mai ne avemmo avuto uno. Fu però un attimo, nemmeno il tempo di una campagna elettorale, peraltro minore, delle amministrative. I tempi nuovi si sarebbero dovuti accompagnare a figure nuove, giovani, libertarie e solidali. Gente come i radicali o i verdi, che avevano rilanciato la democrazia coi referendum. E invece arrivò Berlusconi. Arrivò Berlusconi e non si capì più niente. A Napoli si dice: facite ammuina. E l'ammuina durò a lungo, abbastanza da far dimenticare a tutti che esisteva un problema di fondo, che i computers del cazzo avevano alimentato, e riguardava il lavoro. Il lavoro che non c'era più, le famiglie che non c'erano più, le istituzioni non c'erano più e la geografia era diventata un'opinione. Vivevamo in un mondo dove le urla televisive coprivano col loro frastuono il silenzio angosciante e la miseria del vivere quotidiano. Fine dei rapporti umani, fine delle narrazioni collettive. Fine. Il mondo sembrava arrivato ad un punto morto, come un disco rotto che costringe il giradischi a suonare sempre la stessa nota. In che anno siamo? E dove siamo? Cos'è la realtà? Domande sempre più assillanti per chi sperimentava la propria esistenza non più fuori, ma all'interno di sé. Prigionieri di una rappresentazione interiore. Intrappolati in una gabbia tridimensionale come in un inquietante film di fantascienza. I nostri occhi spenti, le labbra che non sorridono più. Persi nel nostro universo virtuale abbiamo imparato la neolingua e a comunicare attraverso like ed emoticons. Ancora una volta, aspettavamo che qualcuno avesse il coraggio di dire la verità e di mettere sul piatto il problema. Quantomeno di fare un dibattito, come si diceva una volta. E invece arrivò Salvini. E nuovamente si fece ammuina. Gli immigrati, l'Europa, il presepe. Non si capì per l'ennesima volta un cazzo perché un cazzo non si doveva capire. La gente non doveva capire che mentre Salvini baciava il crocifisso e ostentava la felpa fascista molto figa, le regioni del nord preparavano l'autonomia economica ai danni del Sud, esigendo il più volgare e schifoso menefreghismo antinazionale che si era mai visto nei cinquant'anni della Repubblica. Con l'avallo dei cristianisti bigotti che sognano nuove inquisizioni e nuove crociate ai danni di chi vorrebbe trovare, maledetto lui, un proprio posto nel mondo. E così ti ritrovi a 52 anni, che non hai fatto e ottenuto nulla, coi genitori che non ci sono più, gli amici che non li vedi più, l'amore che è durato il volgere di un mattino quasi a rammentarti l'aleatorietà e l'illusorietà di tutto il film che ti sei vissuto. Poi dici che ti piglia la depressione... E vorrei vedere che no...