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  1. #21
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    "[...] sono crollati e crollano [...] tutti i popoli che dimenticano di avere un'anima. Ci stiamo suicidando, cari miei. Ci stiamo uccidendo col cancro morale, con la mancanza di moralità, con l'assenza di spiritualità. [...] Ecco perché l'Europa è diventata Eurabia e l'America rischia di diventarlo. Ed ecco perché, segnati in fronte dal marchio di cui parlo ne «L'Apocalisse», il marchio della schiavitù e della vergogna, molti occidentali finiranno inginocchiati sul tappetino a pregare cinque volte al giorno il nuovo padrone cioè Allah"

    (Oriana Fallaci, «Noi Cannibali e i Figli di Medea», in «Corriere della Sera», 3.6.2005).

    "[...] l'Occidente è [...] malato. Malato del cancro morale e intellettuale di cui parlo nella mia Trilogia. E sa qual è il particolare più miserevole? È che ad alimentare quel cancro sono proprio coloro i quali si definiscono progressisti, illuminati, liberali, uomini e donne di sinistra"

    (Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).

    "tre punti che considero cruciali. Punto numero uno. [...] l'immigrazione [...] il Cavallo di Troia che ha penetrato l'Occidente e trasformato l'Europa in ciò che chiamo Eurabia. [...]. Punto numero due. Non credo nella fandonia del cosiddetto pluriculturalismo. [...] E ancor meno credo nella falsità chiamata Integrazione. [...] gli immigrati mussulmani materializzano così bene l'avvertimento che nel 1974 ci rivolse all'ONU il loro leader algerino Boumedienne. «Presto irromperemo nell'emisfero Nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori coi nostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria. [...]. Punto numero tre. Soprattutto non credo alla frode dell'Islam Moderato. [...] E continuerò a ripetere: «Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato la guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere»"

    (Oriana Fallaci, Discorso in occasione della consegna dell'Annie Taylor Award, «Un tuffo sulle cascate del Niagara», in «Il Foglio», 3.12.2005)


    carlomartello

  2. #22
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    " [...] l'attuale invasione dell'Europa non è che un altro aspetto di quell'espansionismo. Più subdolo, però. Più infido. Perché a caratterizzarlo stavolta non sono i Kara Mustafa [...] O meglio: non sono solo i Bin Laden [...] i terroristi che saltano in aria coi grattacieli o gli autobus. Sono anche gli immigrati che s'installano a casa nostra, che senza alcun rispetto per le nostre leggi ci impongono le loro idee. Le loro usanze, il loro Dio ..."

    (Oriana Fallaci, La forza della ragione)

    "Un nemico, inoltre, che in nome dell' umanitarismo e dell' asilo politico (ma quale asilo politico, quali motivi politici?) accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di Accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l' Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». [...] Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l' Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento."

    (Oriana Fallaci, Il nemico che trattiamo da amico, Corriere della Sera 15 settembre 2006)


    carlomartello
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  3. #23
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    Questo per dire che O.F. è stata una scrittrice ammiccante, pur se disorganica, resta il contributo decisivo che la sua verve guerriera ha apportato alla scorrettezza politica italiana, scorrettezza che tanto ci piace e di cui andiamo fieri.
    Tra l'altro non è che il citato Scruton invece sia proprio un "anti-occidentalista".

    carlomartello
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  4. #24
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    Tra l'altro chiamava il Borghy quel "vivace leghista". repapelle:

    carlomartello

  5. #25
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Tra l'altro chiamava il Borghy quel "vivace leghista". repapelle:

    carlomartello
    Dimenticavamo la difesa degli storici revisionisti, che a qualcuno non dovrebbe dispiacere.

    carlomartello

  6. #26
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio
    A me sembra che passi di palo in frrasca. Prima dici una cosa, poi quando viene smentito ne dici un'altra che non c'entra niente.

    Mah... :gratgrat:
    Ho sempre sostenuto che la democrazia non è esportabile, e che in oriente e medioriente sono molto più civili rispetto a noi. Mentre la Fallaci sosteneve una nostra pseudosuperiorità nostra e della nostra demoggrazzzia...:sofico:
    Me ne fregio !
    E.Petrolini

    Non mi dite che sono incoerente,perchè lo so già.

  7. #27
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    Roger Scruton ci spiega perché i neocon hanno sbagliato

    di Leonardo Tirabassi
    27 Luglio 2007


    Dal maggio 2003 fino alla metà del 2006, il focus della politica dell’amministrazione Bush era rappresentato dallo sviluppo della democrazia. E’ in questa luce che vanno letti il succedersi delle trasformazioni istituzionali: a metà 2004 viene resa la sovranità al popolo irakeno, nel gennaio 2005 si tengono le elezioni dell’Assemblea Nazionale provvisoria, nell’ottobre 2005 si ha l’approvazione della Costituzione per via referendaria e nel dicembre 2005 ecco le elezioni di una nuova Assemblea Nazionale. Tutti elementi sovrastimati nella possibilità di ridurre la violenza settaria attraverso la creazione di istituzioni inclusive ed equilibrate. Scelta pericolosa, perché per vivere una democrazia ha bisogno di presupposti forti. Innanzitutto, vi deve essere un’entità che si chiama “stato” e questa è data solo se è in grado di detenere il monopolio della violenza, o qualche cosa che vi assomiglia, cioè se dimostri la capacità di garantire l’ordine costituito, di offrire la risorsa fondamentale al suo popolo: la sicurezza. In secondo luogo, si devono presentare, se non tutte quasi, quelle precondizioni che hanno reso viva l’idea procedurale liberale di democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini in quanto appartenenti ad uno stesso territorio e non più visti come sudditi; come deve essere qualcosa di reale la concezione del contratto sociale, la relazione giuridica fondante i rapporti tra stato e individuo e capace di rafforzare un clima di fiducia nel paese. E dulcis in fundo, se vi è, una effettiva separazione tra religione e stato.

    Tutti elementi che la recente discussione riaperta dalla Chiesa cattolica, da Ratzinger a Scola, ha messo in risalto, ma anche la filosofia inglese contemporanea non è da meno. Robert Scruton apre l’ultima sua già famosa opera - il “Manifesto dei conservatori” - con un saggio intitolato “Conservare le nazioni”. Ebbene vi si può leggere, nel solco della tradizione del pensiero liberale anglosassone iniziata da Burke, una critica feroce a qualsiasi operazione di ingegneria sociale. Infatti che cosa altro non è l’idea che si possa intraprendere una costruzione dal nulla di nuove istituzioni se non un’opera ispirata da un’idea di razionalità assoluta e onnipotente? Se il pensiero liberale illuminista ha dettato per anni le linee della lotta al sottosviluppo attraverso trasferimento di montagne di soldi con esiti incredibili - da noi basta il ricordo della Cassa per il Mezzogiorno - perché adesso il pensiero neocon vuole rimpiazzare quel fallimento con un'altra operazione calata dall’alto, certo di segno diverso, ma pur sempre fondata sul mito della ragione?

    Scruton, ad un certo punto, presenta tre modelli di organizzazione sociale: quella dello stato democratico nazionale retto da un patriottismo fondato sul sentimento di appartenenza che si regge su sentimenti di fiducia e lega gli individui ad un territorio, e quindi ad una comunità, poi rinforzata da processi legali, da cui hanno origine le altre istituzioni sociali come il mercato. Ad essa si contrappone la” comunità tribale”, fortemente gerarchizzata in cui il sentimento di appartenenza tra individui non procede tra eguali, ma da suddito a capo e quindi esclude la cittadinanza agli estranei (il nazismo è stato un tentativo per forza di cose violento, perché cercava di imporsi ad una società formata in altro modo e che ha cercato di cancellare l’idea democratica di nazionalismo sostituendolo con una forma tribale: da qui lo sterminio degli altri, dagli ebrei ai rom fino agli slavi). Anche la “comunità di credo” opera, pur distinguendosi dalla precedente, per sentimenti di appartenenza non universali perché religiosi: gli individui appartengono alla stessa comunità se condividono la stessa fede. Spesso gli ultimi due criteri convivono, ma possono entrare in conflitto perché l’amore per la famiglia allargata e l’ubbidienza alla religione possono divergere appena le comunità si ingrandiscono. “Tale conflitto - sono parole di Scruton - è stato una delle forze motrici della storia islamica e se ne ha evidenza in tutto il Medio Oriente, dove le comunità di credo sono scaturite da religioni monoteistiche, ma si sono modellate secondo l’appartenenza tribale”. Lo stato nazionale non è definito da un’appartenenza al clan o dalla religione ma alla patria, cioè a un territorio; è per questo motivo che la nazione contempla la tolleranza della diversità. Non siamo davanti allora ad uno “scontro di civiltà” tra Occidente e Islam, ma ad “un conflitto tra due forme di appartenenza, quella nazionale che tollera la differenza e quella religiosa che la esecra”.

    Da questi tre modelli discende un criterio diverso di rappresentanza - basti pensare che nelle comunità tribali non vi è sopravvivenza al di fuori del gruppo - con l’ovvia conclusione che l’applicazione della democrazia rappresentativa, dalla creazione di quei presupposti sostanziali fino agli esiti formali e procedurali, a società tribali e di credo non sarebbe un processo semplice nemmeno in situazione di pace, figuriamoci in un periodo di guerre civili. Se l’obiettivo è la conquista delle menti e dei cuori, non è solo una manciata di elezioni, come dimostra anche il caso di Gaza, che poteva risolvere il problema. Huntington delinea tre possibili soluzioni da parte di una società premoderna per confrontarsi con la modernità:

    • il rifiuto tout court dei cambiamenti chiudendosi in un isolamento assoluto,


    • la scelta di una modernizzazione selvaggia che distrugga i legami tradizionali sostituendoli con quelli formali occidentali


    • e, in ultimo, una via riformista conservatrice che si confronta con l’odierno con un punto di vista interno cercando di adattarlo alla propria storia e tradizione.

    Affinché quest’ultima opzione si realizzi è necessario che si realizzino alcune condizioni: la prima è che le elite nella loro maggioranza siano convinte della bontà della democrazia, la seconda che la popolazione voglia accettare un cambiamento della propria identità e, terzo, che la comunità internazionale, a partire dagli stati confinanti, vogliano accettare la nuova ridefinizione di quello stato. E’ questo il caso dell’Iraq? O non siamo invece davanti ad una situazione in cui avvengono contemporaneamente anche quei conflitti, fino alla minaccia di guerra civile, dettati dall’appartenenza a religioni, per giunta diverse, e a clan? E, inoltre, non vi è, oltre alla lotta al terrorismo, anche uno scontro tra due idee diverse di stato, una laica inclusiva ed una religiosa esclusiva? Non sempre la storia è maestra, ma qualche cosa insegna. In primo luogo, la prudenza e la fuga dalla retorica referenziale.

    Roger Scruton ci spiega perché i neocon hanno sbagliato | l'Occidentale


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 27-09-10 alle 14:19

  8. #28
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente

    Europa e islam: le due identità smarrite

    La minaccia terroristica ha fatto esplodere il conflitto tra Occidente e mondo musulmano. Ma le ragioni dello scontro sono più profonde. Sono dentro l’una e l’altra civiltà. In un libro controcorrente, un filosofo inglese spiega come e perché

    di Sandro Magister





    ROMA – È uscito da pochi giorni in Italia un libro su Occidente e islam, sul primo più ancora che sul secondo, che è una lettura d’obbligo anche per i diplomatici vaticani. È stampato da Vita & Pensiero, l’editrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ne è autore Roger Scruton, filosofo e saggista inglese, già professore al Birkbeck College di Londra e alla Boston University. Il titolo originale è "The West and the Rest". La versione italiana, "L’Occidente e gli altri", è apparsa nella collana di geopolitica dell’Alta Scuola di Economia e di Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica diretta da Vittorio E. Parsi, che è anche editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", ed esperto di fiducia del cardinale Camillo Ruini.

    Già le primissime righe del libro vanno contro i canoni del politicamente corretto:

    "La famosa tesi di Samuel Huntington secondo la quale alla guerra fredda sarebbe seguito uno scontro di civiltà ha più credibilità oggi di quanta ne avesse nel 1993, quando fu avanzata per la prima volta".

    Ma molto più ricco di sorprese è il seguito. Se la libertà di cui si fa vanto la civiltà occidentale comprende anche il rifiuto di sé – e Scruton riserva a questa pervasiva cultura del rifiuto uno dei suoi capitoli più fiammeggianti – allora "si tratta di una civiltà volta alla sua stessa distruzione". Viceversa l’islam si definisce non in termini di libertà ma di sottomissione: e anche questa sottomissione è autodistruttiva. È prigioniera di un testo sacro, il Corano, che finché continua a esser letto al di fuori del tempo e della storia fa di ogni musulmano uno sradicato. Nella prefazione all’edizione italiana del volume, Khaled Fouad Allam – acuto intellettuale della diaspora musulmana, algerino con cittadinanza in Italia – convalida in pieno questa condizione di smarrimento di sé, dell’islam nella modernità.

    E non è tutto. A giudizio di Scruton, ciò che rende ancora più esplosivo lo scontro tra le due civiltà è l’avanzata della globalizzazione. Essa diffonde nelle nazioni musulmane immagini, prodotti e figure delle democrazie occidentali secolarizzate, sia in quanto hanno di attrattivo e vincente, per ricchezza e potere tecnologico, sia in quanto hanno di vacillante e morente, sul terreno della cultura e dell’identità collettiva. E così, scrive Scruton:

    "lo spettacolo della libertà e della ricchezza occidentali, che si accompagna al declino dell’Occidente e allo sgretolarsi delle sue fedi, provoca necessariamente, in chi invidia il primo e disprezza i secondi, un cocente desiderio di punire".

    L’analisi di Scruton ha passaggi di grande acume. Tali sono ad esempio le pagine – qui riprodotte in parte, più sotto – sull’invasione dei modelli architettonici dell’Europa del Novecento nelle città nordafricane e mediorientali: con effetti distruttivi non solo dell’urbanistica, ma della cultura e della stessa visione politica e religiosa.

    Altri passaggi folgoranti del libro sono quelli che criticano la tendenza a dar vita a legislazioni transanazionali, a corti penali internazionali, alla stessa Unione Europea come superstato, in realtà nuova "mano invisibile dell’imperialismo" ed "espressione politica della cultura del rifiuto". A giudizio di Scruton solo la giurisdizione territoriale e le fedeltà nazionali possono fondare una cittadinanza condivisa e ospitale, anche per il musulmano. In Occidente sono gli Stati Uniti a tener ferma questa consapevolezza:

    "Il trionfo dell’America è stato di persuadere ondate di immigrati a rinunziare a tutti i legami conflittuali e a identificarsi con quel paese, quella terra, quel grande esperimento di insediamento, e a partecipare alla sua difesa comune".

    Il cristianesimo è indicato da Scruton come elemento essenziale di questa cittadinanza capace di dare identità all’Occidente e di accomunare l’Occidente e gli altri, pur nella diversità delle fedi. Esso "dice al cristiano di guardare l’altro non come una minaccia ma come un invito all’accoglienza".

    Ma, allo stesso tempo, il cristianesimo impone di difendere chi è aggredito. Perché la predicazione di Gesù è predicazione di pace, non però pacifista:

    "L’idea di perdono, simboleggiata dalla Croce, distingue l’eredità cristiana da quella musulmana. Una lettura corretta del messaggio cristiano fa del perdono dei nemici un elemento centrale della dottrina. Cristo ci ordina persino, quando siamo aggrediti, di porgere l’altra guancia. Ma […] egli ci pone di fronte un ideale personale, non un progetto politico. Se sono aggredito e porgo l’altra guancia, allora incarno la virtù cristiana della mansuetudine. Ma se mi è stato dato in custodia un bambino che viene aggredito, e porgo l’altra guancia del bambino, divengo complice della violenza. Questo è il modo in cui un cristiano dovrebbe comprendere il diritto alla difesa, ed è come esso è inteso dalle teorie medievali della guerra giusta. Il diritto alla difesa nasce dalle obbligazioni nei confronti degli altri. Sei obbligato a proteggere coloro il cui destino è sotto la tua custodia. Un leader politico che porge non la sua guancia ma la nostra, si rende partecipe della successiva aggressione. Perseguendo l’aggressore, anche in maniera violenta, il politico serve la causa della pace e anche quella del perdono, del quale la giustizia è lo strumento".

    Pagina dopo pagina, Scruton mette a nudo grandezze e miserie dell’Occidente di oggi, a tu per tu con la sfida islamica. Con argomentazioni spesso controcorrente. Eccone qui di seguito un assaggio, relativo all’impatto dell’architettura razionalista europea sulle tradizionali città musulmane:


    La città perduta. Da Le Corbusier alle Twin Towers

    di Roger Scruton



    Il lettore del Corano è colpito dal radicale cambiamento di tono delle rivelazioni dopo che il Profeta e i suoi seguaci furono costretti all’esilio a Medina. [...] Essi erano al-muhajirun, coloro che emigrano e vivono in hijrah, in esilio, e l’esperienza dell’esilio è invocata ripetutamente nella rinascita islamica dei nostri tempi: ad esempio dal gruppo britannico legato ad al-Qaeda e chiamato, appunto, al-Muhajirun. Il tono delle sure di Medina si accompagna a un’intensa nostalgia, e non deve sorprendere che l’idea del pellegrinaggio verso una lontana dimora fosse così radicata nella mente di Maometto, fino a diventare uno dei cinque pilastri che costituiscono i doveri principali del musulmano. [...]

    Questo aspetto contribuisce a spiegare come la visione coranica della società sia del tutto aliena da qualunque idea di giurisdizione territoriale o di fedeltà nazionale. Secondo l’impostazione del Corano il luogo in cui siamo non è il luogo a cui apparteniamo, dal momento che il luogo a cui apparteniamo è nelle mani sbagliate: [...] Questo tipo di approccio favorisce una nozione di diritto inteso come rapporto tra ciascun uomo e Dio, senza alcun riferimento particolare al territorio, alla sovranità o all’obbedienza terrena. [...] I luoghi sacri sono altrove, sono luoghi compresi nell’ordine divino delle cose. [...] Ciò riveste un grande significato nell’attuale conflitto su Gerusalemme, che per il musulmano simboleggia un luogo a parte, proprio come lo è La Mecca, che a malapena appartiene alla geografia del mondo attuale ma esiste nella regione numinosa degli imperativi divini. Da cui il nome arabo di Gerusalemme: al-Quds ovvero la Santa. [...]

    Ne consegue che lo stile di vita sotto l’egida della shari’a è essenzialmente di stampo domestico, senza alcun carattere pubblico o cerimoniale, eccezion fatta per quanto riguarda la pratica del culto da parte della comunità. La moschea e la sua scuola, la madrasa, unitamente al suq o bazar, sono gli unici spazi autenticamente pubblici nelle tradizionali città musulmane. La strada non è altro che un sentiero tracciato in mezzo ad abitazioni private, che la costeggiano e la attraversano in un insieme disordinato di cortili interni. La città musulmana è una creazione della shari’a: un alveare di spazi privati costruito cella su cella. Al di sopra dei suoi tetti i minareti guardano a Dio come mani protese, risuonando della voce del muezzin che chiama il fedele alla preghiera.

    Questa tipologia riveste un’enorme importanza nella psicologia e nella vita politica del mondo islamico. La città musulmana è, in maniera chiarissima, una città per musulmani, un luogo di raccolta in cui gli individui e le loro famiglie vivono fianco a fianco obbedendo a Dio, e dove chi non è musulmano è semplicemente tollerato. La moschea rappresenta il legame con Dio, e i credenti affermano che nessun edificio debba elevarsi al di sopra dei minareti, ovvero cancellare la loro supremazia nel cielo. La vera città è una folla di persone sotto la protezione di Dio, e anche il più bello dei palazzi è una semplice abitazione privata, regolata dai riti famigliari e santificata dalla preghiera.

    L’immagine di questo tipo di città ci è familiare grazie a "Le Mille e una Notte" e alle incisioni e ai disegni dei viaggiatori del XIX secolo. [...] Molti musulmani portano questa immagine nel cuore, e di fronte alla città occidentale, con i suoi spazi aperti e i suoi edifici pubblici, le sue larghe strade, i suoi interni visibili, i suoi grattacieli che sovrastano i pochi edifici religiosi, i suoi grandi palazzi in vetro e leghe metalliche, sono portati a provare stupore e rabbia nei confronti dell’arroganza che sfida Dio e che ha completamente cancellato una vita di pietà religiosa e di preghiera. Non ha un semplice valore aneddotico il fatto che quando Mohammed Atta lasciò il natio Egitto alla volta di Amburgo per continuare i suoi studi in architettura, non fu per studiare le costruzioni moderniste che deturpano le città tedesche, ma per scrivere una tesi sul restauro dell’antica città di Aleppo. [...] Quando lanciò l’attacco contro il World Trade Center, Atta combatteva contro un simbolo di paganesimo economico, estetico e spirituale.

    * * *

    Potrebbe apparire stravagante porre tanta attenzione al ruolo dell’architettura nell’attuale conflitto. Ma dovremmo [...] meditare su cosa è accaduto al volto del Medio Oriente all’impatto con le regole architettoniche occidentali, che hanno un significato simbolico almeno pari a quello della moda e dei costumi. In Occidente, il modernismo architettonico fu introdotto con le fanfare della propaganda globalista dalla Bauhaus e da Le Corbusier, che interpretarono il nuovo stile architettonico sia come simbolo sia come strumento di una rottura radicale con il passato. Tale architettura fu concepita nello spirito del distacco dal luogo, dalla storia e dalla propria dimora. Fu lo "stile internazionale", un gesto contro lo stato-nazione e la patria, un tentativo di ricreare la superficie della terra come un singolo habitat uniforme dal quale le differenze e i confini sarebbero finalmente scomparsi.

    In Occidente, dove le procedure democratiche e le norme legali danno potere al cittadino, l’impatto del modernismo internazionale è stato in parte controllato e limitato. Sebbene il danno sia stato di ingenti proporzioni, molte città mantengono le proprie caratteristiche locali, e i villaggi resistono a questa ondata. La grande eccezione è la Germania, che si è legata al modernismo in architettura come a un simbolo e strumento del proprio autodisconoscimento culturale. [...] Ma altrove in Europa – particolarmente in Italia, Francia e Spagna – si è contrastato lo stile internazionale, le chiese dominano l’orizzonte e le strade sono ancora fiancheggiate da facciate a misura d’uomo. Uno sforzo consapevole è stato fatto per mantenere il carattere sia delle città sia delle regioni, nella consapevolezza che esse definiscono un’esperienza di patria, e che la patria è ciò verso cui la fedeltà del cittadino è in debito. [...]

    In Medio Oriente, invece, laddove la terra è distribuita dai governi e i piani regolatori sono inesistenti o ignorati, il panorama e la veduta delle città sono stati deturpati fino a diventare irriconoscibili. È stato Le Corbusier a indicare la strada. Non essendo riuscito a convincere le autorità francesi ad adottare il suo piano di demolire la parte di Parigi a nord della Senna e sostituirla con torri di vetro in stile militare, egli lavorò con i successivi governi francesi, incluso quello di Vichy, al fine di realizzare il suo prepotente progetto di radere al suolo l’antica città di Algeri, capitale dell’Algeria che all’epoca era una colonia francese. Riuscì nel suo intento, e dopo la guerra i bulldozer si fecero avanti con risultati catastrofici. Grazie agli ingenti profitti che produsse l’impatto modernista in campo edilizio, Le Corbusier divenne un eroe dell’establishment architettonico, e il suo disastroso piano per questa città, un tempo meravigliosa, è attualmente descritto e illustrato in tutti i manuali di architettura in uso in Occidente. Le Corbusier mostrò all’intelligentsia europea come le popolazioni inferiori del Nord Africa dovessero essere trattate; tale, certamente, era la percezione che ne aveva Mohammed Atta.

    Da Le Corbusier in poi, l’assalto della speculazione edilizia ha completamente trasformato l’aspetto e il ritmo quotidiano delle città del Medio Oriente. Qualunque speranza possa esservi stata che quella gente avrebbe infine ridefinito la propria comunità in termini di territorio, piuttosto che di fede, è stata cancellata dall’impatto della tecnologia occidentale, che sembra non credere né all’una né all’altra. E se desideriamo comprendere appieno il risentimento dei palestinesi nei confronti delle colonie israeliane nei Territori, non dovremmo trascurare il danno visivo che queste colonie hanno causato, introducendo stili e materiali modernisti, reticoli di strade e un onnipresente inquinamento luminoso in un paesaggio che aveva mantenuto il suo aspetto biblico per secoli, con notti luccicanti di stelle su villaggi in pietra e città storiche come Jenin.

    Come mostrano gli esempi di Osama Bin Laden, di al-Qaeda e dei terroristi dell’11 settembre, l’islamismo non è un urlo di angoscia dei miserabili della terra. È un’implacabile proclamazione di guerra lanciata da musulmani della classe media erranti per il mondo, molti dei quali estremamente ricchi e per la maggior parte buoni conoscitori della civiltà occidentale e dei suoi vantaggi. [...] Con al-Qaeda ci troviamo di fronte al vero impatto della globalizzazione sul risveglio islamico. Appartenere a questa "base" significa accettare di non avere alcun territorio come dimora e alcuna legge umana dotata di autorità. Significa votarsi a uno stato di esilio permanente, decidendo allo stesso tempo di mettere in atto l’azione punitiva di Dio [...] contro i suoi nemici, ovunque essi si trovino.

    Europa e islam: le due identità smarrite


    carlomartello

  9. #29
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell'Occidente



    Tratto da Roger Scruton | Tempi

    A chi gli chiede di rispondere all’accusa di essere un «reazionario», risponde: «Sì, sono un reazionario. Nel senso che reagisco a ciò che vedo». Roger Scruton coltiva il sano pessimismo dei bastian contrari e l’irriducibile speranza degli architetti medioevali che, anche in tempi di barbarie, sanno dove andare a porre la pietra angolare dei loro pensieri. Giornalista, scrittore, filosofo, insegna all’Institute for the Psychological Sciences della Virginia. è conosciuto come l’ispiratore del thatcherismo, anche se la definizione può essere presa per buona solo a patto di non cristallizzarla in schemi impermeabili all’imprevisto di nuove intuizioni.
    è l’autore della Guida filosofica per tipi intelligenti e del Manifesto dei conservatori, scrive di vino sul The New Statesman e dei temi più disparati sull’American Spectator. Quello che per il New Yorker è «il più influente filosofo al mondo» ama la musica (è compositore), l’architettura (ma non le archistar) e la caccia alla volpe, Thomas Stearns Eliot e Dante Alighieri. è stato in Italia nel maggio 2006, invitato da Tempi per una serie di incontri con Giuliano Ferrara. Vita e Pensiero ha da poco pubblicato La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, brillante omaggio funebre alla cultura, dimensione ormai sconosciuta in tempi di basso impero. Eppure Scruton, anche quando s’ostina a pestare il mortaio sull’insensatezza degli idoli moderni, non si sofferma mai alla sterile elegia del passato. è per questo che, proprio al termine dell’ultimo libro si trova il capitolo “Raggi di speranza”, in cui il filosofo inglese elenca le persone e i gruppi di persone che hanno saputo nell’ultimo mezzo secolo del Novecento «rigettare il nichilismo dominante»: «Giovanni Paolo II, il movimento giovanile di Comunione e Liberazione, fondato in Italia da don Luigi Giussani, correnti filosofiche tipo quella promossa da René Girard in Francia, da Jan Patocˇka in Europa Centrale, da Czeslaw Milosz in Polonia e Aleksandr Solzenicyn in Russia».


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 27-09-10 alle 14:19

 

 
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