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    Predefinito Il suicidio dell’Occidente

    Accademico, giornalista, avvocato, romanziere, compositore, classe 1944, da alcuni (ad esempio, dall’americano «New Yorker») l’inglese Roger Scruton è considerato addirittura il massimo filosofo mondiale vivente.
    Questo è certamente eccessivo; è vero, semmai, che Scruton è uno dei più pugnaci e determinati difensori della civiltà occidentale e del conservatorismo contemporaneo. Fra i suoi lavori tradotti in italiano si ricordano «Guida filosofica per tipi intelligenti» (1997); «L’Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica» (2004); «Manifesto dei conservatori» (2007).
    Ora (maggio 2010) la Casa editrice Le Lettere di Firenze ha appena pubblicato un volumetto in cui Luigi Iannone, scrittore e saggista, studioso di illustri figure di conservatori moderni quali Prezzolini, Schmitt e Jünger, intervista Roger Scruton su una serie di temi di scottante attualità, per fornire una specie di bussola a quanti non si rassegnano all’ineluttabilità dello spengleriano “tramonto dell’Occidente”. Il libro si intitola «Il suicidio dell’Occidente» ed è accompagnato da una breve premessa, nella quale Iannone inquadra con semplicità e chiarezza le linee essenziali del pensiero del filosofo britannico.
    L’intervista è articolata in sei agili sezioni, dedicate, rispettivamente, al problema dello Stato-nazione e del suo eventuale superamento; all’arte e alla bellezza; alla bioetica e alla questione del sacro; ai diritti individuali e alla privacy; all’economia globale; e, infine, al binomio democrazia-partecipazione.
    Secondo Scruton, l’uomo occidentale, e soprattutto l’uomo europeo, sono prigionieri di una deleteria tendenza ad autodenigrarsi, a negare la propria identità storica e culturale e a cercare sempre nuovi riferimenti in un non meglio identificato universo dei diritti, mentre è propenso a parlare sempre meno dei corrispondenti doveri.
    Imprigionato in una società sempre più edonistica e mutilato degli antichissimi legami con la sfera del sacro, l’uomo europeo sta cedendo alle suggestioni teoriche di coloro i quali negano radicalmente la tradizione, proprio in un momento storico particolarmente delicato, quello in cui l’Occidente deve fronteggiare la minaccia, esplicita o potenziale, di un Islam integralista e fanatico (bisognerebbe però vedere quanto ciò sia il risultato di una sciagurata politica delle più recenti Amministrazioni americane, sempre più legata a filo doppio al sionismo e dissennatamente ostile a regimi arabi laici e moderati, come lo era quello, truce finché si vuole, di Saddam Hussein, peraltro sempre più presentabile di quelli kuwaitiano e saudita).
    L’intervista realizzata da Luigi Iannone è tesa, graffiante, a tratti addirittura quasi sgradevole da un punto di vista “politicamente corretto”; ma sempre stimolante e ricca di spunti di riflessione per il lettore libero da pregiudizi ideologici e disposto a ragionare liberamente a trecentosessanta gradi sulla realtà del mondo contemporaneo.
    In particolare, Scruton mette in evidenza una delle debolezze fondamentali dell’Occidente: il fatto che la gran parte dei suoi intellettuali, a differenza della gente comune, si siano allontanati con disprezzo dalla tradizione e dal sacro, abbiano rescisso il legame con le generazioni passate e con quelle future e si siano fatti veicolo di una cultura che si sforza di abolire, anche visivamente (come nel caso delle arti plastiche e figurative e soprattutto in quello dell’architettura), la dimensione della trascendenza, rinchiudendo i nostri pensieri e le nostre emozioni entro un universo materialistico sempre più asfittico e circoscritto.
    Come dice Iannone nella premessa (pp. 11-12), «Scruton crede in una rivalutazione dell’elementare modello sociale operante nella vita quotidiana; quel modello che, seppur poco persuasivo per l’élite intellettuale, fa riferimento a una rivalutazione del sacro, della cultura, del buon senso e della responsabilità nei doveri.
    C’è di più. Il passaggio dal contratto sociale al “patto non scritto con i morti e con i non nati” può anche creare un ponte culturale, una sorta di richiamo pre-politico in vista di battaglie comuni per quel mondo ambientalista che nei decenni ha sposato in toto le cause di certo radicalismo, mentre al contrario restano vivaci le polemiche con il mondo animalista perché, come Eliot, Scruton ritiene che la creatività e i sussulti della modernità sono possibili esclusivamente all’interno di un assetto che non ometta la trasmissione di memoria […], nella quale rientra anche l’idea che l’uomo suia la specie predominante.»
    Non tutte le tesi esposte da Sctuton sono condivisibili, a cominciare - a nostro avviso - proprio da questa nota antropocentrica la quale, se è in linea (è vero) con la nostra tradizione, non lo è però con una critica della modernità che sappia elaborare categorie culturali e valori capaci di oltrepassare quest’ultima e non solamente di negarla; però, ripetiamo, si tratta di una lettura sempre interessante, a volte provocatoria, non di rado salutarmente demistificante.
    Crediamo, pertanto, che Iannone abbia fatto cosa utile adoperandosi per la conoscenza del pensiero di Scruton in Italia.
    In questo modo, infatti, egli ha dato un contributo non indifferente al dibattuto sulla modernità, sulla crisi dei valori e, più in generale, sulla crisi dell’Occidente: intorno al quale ruotano non solo dispute più o meno accademiche di professori e saggisti, ma la scottante concretezza del nostro prossimo futuro e, in definitiva, il destino che ci attende.
    «Il suicidio dell’Occidente» nell’intervista di Luigi Iannone a Roger Scruton, Francesco Lamendola
    Ultima modifica di carlomartello; 28-10-10 alle 06:48
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  2. #2
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    Predefinito Il suicidio dell’Occidente



    Il suicidio dell’Occidente

    di Francesco Boco


    Roger Scruton è un filosofo inglese considerato dal New Yorker «il più influente filosofo del mondo». Il fatto curioso è che non si tratta del solito pensatore progressista, impegnato a ripetere a ogni occasione la filastrocca dei diritti umani, dell’uguaglianza e dell’accoglienza indiscriminata. Roger Scruton è un filosofo conservatore, fieramente amante della civiltà occidentale, difensore della religiosità cristiana e delle piccole comunità.

    In Italia il nome dell’autore britannico è poco noto, nonostante di suo sia già stato tradotto il Manifesto dei conservatori. È da poco tempo arrivato nelle librerie del nostro Paese un rapido libretto che raccoglie una sua recente intervista curata da Luigi Iannone dal titolo Il suicidio dell’Occidente (Le lettere, 68 p., 9,50 euro). Nelle rapide pagine di questo dialogo ci si trova finalmente davanti a un pensatore che non ha paura di dire ciò che pensa, ma che anzi esprime con chiarezza e decisione il proprio pensiero, sapendo essere però incisivo e ironico, evitando sempre con destrezza la pessima abitudine di alcuni di diventare seriosi e logorroici.

    L’intervista si divide in sei parti e affronta i tratti salienti del pensiero di Scruton, il quale si mostra sempre molto diretto e preciso nelle proprie argomentazioni. Nonostante il titolo della pubblicazione, la visione del filosofo conservatore è tutt’altro che arrendevole e negativa. Certo, l’Occidente è entrato in una fase di crisi e di sfide epocali, ma a questo momento decisivo è possibile reagire con fermezza e sicurezza, appellandosi a quei valori e punti saldi che, secondo Scruton, ne costituiscono l’eredità vitale e portante: «Sostengo la sfida di vivere qui ed ora e di raggiungere la tranquillità e l’ordine tra la gente e le cose che amo».

    La discussione si apre con una critica serrata allo Stato nazionale e alla globalizzazione. Proprio le strutture statali europee, secondo il filosofo inglese, sono le istituzioni più attive nel realizzare gli scopi dell’universalismo e del multiculturalismo. Lo Stato non come argine, ma come farraginoso gigante burocratico capace solo di limitare le libertà individuali. A ciò si aggiunge una continua ricerca del benessere che perde però di vista la religiosità e le tradizioni culturali, aprendo quindi la strada a una religione molto più vitale quale quella islamica. La più forte e attuale ancora di salvezza sta nelle piccole comunità, le quali costituiscono il vero fulcro dello stare insieme e del perdurare della cultura: «è solo attraverso le piccole comunità e a quella sorta di “responsabilità” tra vicini, tipica dello Stato-nazione, che le persone acquisiranno le motivazioni per migliorare questo stato di cose. Io voglio una risoluzione locale per vivere liberamente, ma a passo lento».



    Ma chi si aspettasse di trovarsi di fronte un neoluddista decrescista sbaglierebbe. Roger Scruton è brillante e diretto anche per quanto riguarda la questione sempre aperta della tecnologia e della bioetica. Partendo dal presupposto che non esiste una bioetica, ma un’etica e basta, che coinvolge cioè tutti gli ambiti del comportamento, l’autore specifica che dal suo punto di vista la tecnica non è per nulla un evento auto-referenziale, come sostiene Emanuele Severino, ma piuttosto un mezzo. E per arrivare ad affermare ciò, risalendo in modo forse un po’ sbrigativo al concetto di Techné, il filosofo britannico porta come esempio l’utilizzo che delle tecnologie fanno gli agricoltori: il trattore è uno strumento, un mezzo nelle mani dell’uomo. All’interno della corrente del tempo e nel mare dei problemi legati alle nuove tecnologie e prospettive per l’essere umano, la condotta da tenere non è di rinuncia: «C’è una tendenza nel pensare che ci si debba lasciare trasportare dal corso degli eventi e che non si possa fare niente per cambiarli. Questo non è vero. La tecnologia aumenta il nostro controllo sugli eventi, l’importante è sapere come usare tale controllo». Il vero problema, alla fin fine, non è la tecnologia, ma la capacità dell’uomo di comprenderla e controllarla. Forse inconsapevolmente Scruton in questo passaggio conferma le problematiche heideggeriane.

    In una costruzione filosofica semplice, fortemente radicata nel senso comune e nel buonsenso – che sono altra cosa dal conformismo -, il pensatore arriva ad affermare la bontà di un percorso dell’umanità lento ma rivolto al futuro. È un conservatore anomalo, che elogia la lentezza ma non disprezza né condanna le tecnologie: «Io sono un OGM, e per questo ne sono a favore, a patto che siano attentamente costruiti per generazioni, proprio come me».

    Ma il grande problema che sembra porsi nella conclusione della discussione riguarda ovviamente l’Occidente in quanto blocco di civiltà. La messa in discussione di capisaldi quali la religione, la libertà, l’umanità e l’identità sono fortemente sentiti da Scruton, il quale conferma che «le persone hanno bisogno di radici senza le quali invecchiano e poi muoiono». E allora la soluzione è tutta politica, in un momento che richiede coraggio e autorità, appellandosi alla capacità di dare la precedenza al localismo, all’autoctonia e alla riscoperta di ciò che siamo.

    * * *

    Tratto da Linea del 30 settembre 2010.

    Il suicidio dell'Occidente | Francesco Boco


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    Ultima modifica di carlomartello; 22-10-10 alle 21:39

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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente

    Da Roger Scruton | Tempi



    A chi gli chiede di rispondere all’accusa di essere un «reazionario», risponde: «Sì, sono un reazionario. Nel senso che reagisco a ciò che vedo». Roger Scruton coltiva il sano pessimismo dei bastian contrari e l’irriducibile speranza degli architetti medioevali che, anche in tempi di barbarie, sanno dove andare a porre la pietra angolare dei loro pensieri. Giornalista, scrittore, filosofo, insegna all’Institute for the Psychological Sciences della Virginia. è conosciuto come l’ispiratore del thatcherismo, anche se la definizione può essere presa per buona solo a patto di non cristallizzarla in schemi impermeabili all’imprevisto di nuove intuizioni.
    è l’autore della Guida filosofica per tipi intelligenti e del Manifesto dei conservatori, scrive di vino sul The New Statesman e dei temi più disparati sull’American Spectator. Quello che per il New Yorker è «il più influente filosofo al mondo» ama la musica (è compositore), l’architettura (ma non le archistar) e la caccia alla volpe, Thomas Stearns Eliot e Dante Alighieri. è stato in Italia nel maggio 2006, invitato da Tempi per una serie di incontri con Giuliano Ferrara. Vita e Pensiero ha da poco pubblicato La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, brillante omaggio funebre alla cultura, dimensione ormai sconosciuta in tempi di basso impero. Eppure Scruton, anche quando s’ostina a pestare il mortaio sull’insensatezza degli idoli moderni, non si sofferma mai alla sterile elegia del passato. è per questo che, proprio al termine dell’ultimo libro si trova il capitolo “Raggi di speranza”, in cui il filosofo inglese elenca le persone e i gruppi di persone che hanno saputo nell’ultimo mezzo secolo del Novecento «rigettare il nichilismo dominante»: «Giovanni Paolo II, il movimento giovanile di Comunione e Liberazione, fondato in Italia da don Luigi Giussani, correnti filosofiche tipo quella promossa da René Girard in Francia, da Jan Patocˇka in Europa Centrale, da Czeslaw Milosz in Polonia e Aleksandr Solzenicyn in Russia».

    ***


    carlomartello
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente



    Roger Scruton ci spiega perché i neocon hanno sbagliato

    di Leonardo Tirabassi
    27 Luglio 2007


    Dal maggio 2003 fino alla metà del 2006, il focus della politica dell’amministrazione Bush era rappresentato dallo sviluppo della democrazia. E’ in questa luce che vanno letti il succedersi delle trasformazioni istituzionali: a metà 2004 viene resa la sovranità al popolo irakeno, nel gennaio 2005 si tengono le elezioni dell’Assemblea Nazionale provvisoria, nell’ottobre 2005 si ha l’approvazione della Costituzione per via referendaria e nel dicembre 2005 ecco le elezioni di una nuova Assemblea Nazionale. Tutti elementi sovrastimati nella possibilità di ridurre la violenza settaria attraverso la creazione di istituzioni inclusive ed equilibrate. Scelta pericolosa, perché per vivere una democrazia ha bisogno di presupposti forti. Innanzitutto, vi deve essere un’entità che si chiama “stato” e questa è data solo se è in grado di detenere il monopolio della violenza, o qualche cosa che vi assomiglia, cioè se dimostri la capacità di garantire l’ordine costituito, di offrire la risorsa fondamentale al suo popolo: la sicurezza. In secondo luogo, si devono presentare, se non tutte quasi, quelle precondizioni che hanno reso viva l’idea procedurale liberale di democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini in quanto appartenenti ad uno stesso territorio e non più visti come sudditi; come deve essere qualcosa di reale la concezione del contratto sociale, la relazione giuridica fondante i rapporti tra stato e individuo e capace di rafforzare un clima di fiducia nel paese. E dulcis in fundo, se vi è, una effettiva separazione tra religione e stato.

    Tutti elementi che la recente discussione riaperta dalla Chiesa cattolica, da Ratzinger a Scola, ha messo in risalto, ma anche la filosofia inglese contemporanea non è da meno. Robert Scruton apre l’ultima sua già famosa opera - il “Manifesto dei conservatori” - con un saggio intitolato “Conservare le nazioni”. Ebbene vi si può leggere, nel solco della tradizione del pensiero liberale anglosassone iniziata da Burke, una critica feroce a qualsiasi operazione di ingegneria sociale. Infatti che cosa altro non è l’idea che si possa intraprendere una costruzione dal nulla di nuove istituzioni se non un’opera ispirata da un’idea di razionalità assoluta e onnipotente? Se il pensiero liberale illuminista ha dettato per anni le linee della lotta al sottosviluppo attraverso trasferimento di montagne di soldi con esiti incredibili - da noi basta il ricordo della Cassa per il Mezzogiorno - perché adesso il pensiero neocon vuole rimpiazzare quel fallimento con un'altra operazione calata dall’alto, certo di segno diverso, ma pur sempre fondata sul mito della ragione?

    Scruton, ad un certo punto, presenta tre modelli di organizzazione sociale: quella dello stato democratico nazionale retto da un patriottismo fondato sul sentimento di appartenenza che si regge su sentimenti di fiducia e lega gli individui ad un territorio, e quindi ad una comunità, poi rinforzata da processi legali, da cui hanno origine le altre istituzioni sociali come il mercato. Ad essa si contrappone la” comunità tribale”, fortemente gerarchizzata in cui il sentimento di appartenenza tra individui non procede tra eguali, ma da suddito a capo e quindi esclude la cittadinanza agli estranei (il nazismo è stato un tentativo per forza di cose violento, perché cercava di imporsi ad una società formata in altro modo e che ha cercato di cancellare l’idea democratica di nazionalismo sostituendolo con una forma tribale: da qui lo sterminio degli altri, dagli ebrei ai rom fino agli slavi). Anche la “comunità di credo” opera, pur distinguendosi dalla precedente, per sentimenti di appartenenza non universali perché religiosi: gli individui appartengono alla stessa comunità se condividono la stessa fede. Spesso gli ultimi due criteri convivono, ma possono entrare in conflitto perché l’amore per la famiglia allargata e l’ubbidienza alla religione possono divergere appena le comunità si ingrandiscono. “Tale conflitto - sono parole di Scruton - è stato una delle forze motrici della storia islamica e se ne ha evidenza in tutto il Medio Oriente, dove le comunità di credo sono scaturite da religioni monoteistiche, ma si sono modellate secondo l’appartenenza tribale”. Lo stato nazionale non è definito da un’appartenenza al clan o dalla religione ma alla patria, cioè a un territorio; è per questo motivo che la nazione contempla la tolleranza della diversità. Non siamo davanti allora ad uno “scontro di civiltà” tra Occidente e Islam, ma ad “un conflitto tra due forme di appartenenza, quella nazionale che tollera la differenza e quella religiosa che la esecra”.

    Da questi tre modelli discende un criterio diverso di rappresentanza - basti pensare che nelle comunità tribali non vi è sopravvivenza al di fuori del gruppo - con l’ovvia conclusione che l’applicazione della democrazia rappresentativa, dalla creazione di quei presupposti sostanziali fino agli esiti formali e procedurali, a società tribali e di credo non sarebbe un processo semplice nemmeno in situazione di pace, figuriamoci in un periodo di guerre civili. Se l’obiettivo è la conquista delle menti e dei cuori, non è solo una manciata di elezioni, come dimostra anche il caso di Gaza, che poteva risolvere il problema. Huntington delinea tre possibili soluzioni da parte di una società premoderna per confrontarsi con la modernità:

    • il rifiuto tout court dei cambiamenti chiudendosi in un isolamento assoluto,


    • la scelta di una modernizzazione selvaggia che distrugga i legami tradizionali sostituendoli con quelli formali occidentali


    • e, in ultimo, una via riformista conservatrice che si confronta con l’odierno con un punto di vista interno cercando di adattarlo alla propria storia e tradizione.

    Affinché quest’ultima opzione si realizzi è necessario che si realizzino alcune condizioni: la prima è che le elite nella loro maggioranza siano convinte della bontà della democrazia, la seconda che la popolazione voglia accettare un cambiamento della propria identità e, terzo, che la comunità internazionale, a partire dagli stati confinanti, vogliano accettare la nuova ridefinizione di quello stato. E’ questo il caso dell’Iraq? O non siamo invece davanti ad una situazione in cui avvengono contemporaneamente anche quei conflitti, fino alla minaccia di guerra civile, dettati dall’appartenenza a religioni, per giunta diverse, e a clan? E, inoltre, non vi è, oltre alla lotta al terrorismo, anche uno scontro tra due idee diverse di stato, una laica inclusiva ed una religiosa esclusiva? Non sempre la storia è maestra, ma qualche cosa insegna. In primo luogo, la prudenza e la fuga dalla retorica referenziale.

    Roger Scruton ci spiega perché i neocon hanno sbagliato | l'Occidentale


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 23-10-10 alle 12:05

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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente

    Europa e islam: le due identità smarrite

    La minaccia terroristica ha fatto esplodere il conflitto tra Occidente e mondo musulmano. Ma le ragioni dello scontro sono più profonde. Sono dentro l’una e l’altra civiltà. In un libro controcorrente, un filosofo inglese spiega come e perché

    di Sandro Magister





    ROMA – È uscito da pochi giorni in Italia un libro su Occidente e islam, sul primo più ancora che sul secondo, che è una lettura d’obbligo anche per i diplomatici vaticani. È stampato da Vita & Pensiero, l’editrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ne è autore Roger Scruton, filosofo e saggista inglese, già professore al Birkbeck College di Londra e alla Boston University. Il titolo originale è "The West and the Rest". La versione italiana, "L’Occidente e gli altri", è apparsa nella collana di geopolitica dell’Alta Scuola di Economia e di Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica diretta da Vittorio E. Parsi, che è anche editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", ed esperto di fiducia del cardinale Camillo Ruini.

    Già le primissime righe del libro vanno contro i canoni del politicamente corretto:

    "La famosa tesi di Samuel Huntington secondo la quale alla guerra fredda sarebbe seguito uno scontro di civiltà ha più credibilità oggi di quanta ne avesse nel 1993, quando fu avanzata per la prima volta".

    Ma molto più ricco di sorprese è il seguito. Se la libertà di cui si fa vanto la civiltà occidentale comprende anche il rifiuto di sé – e Scruton riserva a questa pervasiva cultura del rifiuto uno dei suoi capitoli più fiammeggianti – allora "si tratta di una civiltà volta alla sua stessa distruzione". Viceversa l’islam si definisce non in termini di libertà ma di sottomissione: e anche questa sottomissione è autodistruttiva. È prigioniera di un testo sacro, il Corano, che finché continua a esser letto al di fuori del tempo e della storia fa di ogni musulmano uno sradicato. Nella prefazione all’edizione italiana del volume, Khaled Fouad Allam – acuto intellettuale della diaspora musulmana, algerino con cittadinanza in Italia – convalida in pieno questa condizione di smarrimento di sé, dell’islam nella modernità.

    E non è tutto. A giudizio di Scruton, ciò che rende ancora più esplosivo lo scontro tra le due civiltà è l’avanzata della globalizzazione. Essa diffonde nelle nazioni musulmane immagini, prodotti e figure delle democrazie occidentali secolarizzate, sia in quanto hanno di attrattivo e vincente, per ricchezza e potere tecnologico, sia in quanto hanno di vacillante e morente, sul terreno della cultura e dell’identità collettiva. E così, scrive Scruton:

    "lo spettacolo della libertà e della ricchezza occidentali, che si accompagna al declino dell’Occidente e allo sgretolarsi delle sue fedi, provoca necessariamente, in chi invidia il primo e disprezza i secondi, un cocente desiderio di punire".

    L’analisi di Scruton ha passaggi di grande acume. Tali sono ad esempio le pagine – qui riprodotte in parte, più sotto – sull’invasione dei modelli architettonici dell’Europa del Novecento nelle città nordafricane e mediorientali: con effetti distruttivi non solo dell’urbanistica, ma della cultura e della stessa visione politica e religiosa.

    Altri passaggi folgoranti del libro sono quelli che criticano la tendenza a dar vita a legislazioni transanazionali, a corti penali internazionali, alla stessa Unione Europea come superstato, in realtà nuova "mano invisibile dell’imperialismo" ed "espressione politica della cultura del rifiuto". A giudizio di Scruton solo la giurisdizione territoriale e le fedeltà nazionali possono fondare una cittadinanza condivisa e ospitale, anche per il musulmano. In Occidente sono gli Stati Uniti a tener ferma questa consapevolezza:

    "Il trionfo dell’America è stato di persuadere ondate di immigrati a rinunziare a tutti i legami conflittuali e a identificarsi con quel paese, quella terra, quel grande esperimento di insediamento, e a partecipare alla sua difesa comune".

    Il cristianesimo è indicato da Scruton come elemento essenziale di questa cittadinanza capace di dare identità all’Occidente e di accomunare l’Occidente e gli altri, pur nella diversità delle fedi. Esso "dice al cristiano di guardare l’altro non come una minaccia ma come un invito all’accoglienza".

    Ma, allo stesso tempo, il cristianesimo impone di difendere chi è aggredito. Perché la predicazione di Gesù è predicazione di pace, non però pacifista:

    "L’idea di perdono, simboleggiata dalla Croce, distingue l’eredità cristiana da quella musulmana. Una lettura corretta del messaggio cristiano fa del perdono dei nemici un elemento centrale della dottrina. Cristo ci ordina persino, quando siamo aggrediti, di porgere l’altra guancia. Ma […] egli ci pone di fronte un ideale personale, non un progetto politico. Se sono aggredito e porgo l’altra guancia, allora incarno la virtù cristiana della mansuetudine. Ma se mi è stato dato in custodia un bambino che viene aggredito, e porgo l’altra guancia del bambino, divengo complice della violenza. Questo è il modo in cui un cristiano dovrebbe comprendere il diritto alla difesa, ed è come esso è inteso dalle teorie medievali della guerra giusta. Il diritto alla difesa nasce dalle obbligazioni nei confronti degli altri. Sei obbligato a proteggere coloro il cui destino è sotto la tua custodia. Un leader politico che porge non la sua guancia ma la nostra, si rende partecipe della successiva aggressione. Perseguendo l’aggressore, anche in maniera violenta, il politico serve la causa della pace e anche quella del perdono, del quale la giustizia è lo strumento".

    Pagina dopo pagina, Scruton mette a nudo grandezze e miserie dell’Occidente di oggi, a tu per tu con la sfida islamica. Con argomentazioni spesso controcorrente. Eccone qui di seguito un assaggio, relativo all’impatto dell’architettura razionalista europea sulle tradizionali città musulmane:


    La città perduta. Da Le Corbusier alle Twin Towers

    di Roger Scruton



    Il lettore del Corano è colpito dal radicale cambiamento di tono delle rivelazioni dopo che il Profeta e i suoi seguaci furono costretti all’esilio a Medina. [...] Essi erano al-muhajirun, coloro che emigrano e vivono in hijrah, in esilio, e l’esperienza dell’esilio è invocata ripetutamente nella rinascita islamica dei nostri tempi: ad esempio dal gruppo britannico legato ad al-Qaeda e chiamato, appunto, al-Muhajirun. Il tono delle sure di Medina si accompagna a un’intensa nostalgia, e non deve sorprendere che l’idea del pellegrinaggio verso una lontana dimora fosse così radicata nella mente di Maometto, fino a diventare uno dei cinque pilastri che costituiscono i doveri principali del musulmano. [...]

    Questo aspetto contribuisce a spiegare come la visione coranica della società sia del tutto aliena da qualunque idea di giurisdizione territoriale o di fedeltà nazionale. Secondo l’impostazione del Corano il luogo in cui siamo non è il luogo a cui apparteniamo, dal momento che il luogo a cui apparteniamo è nelle mani sbagliate: [...] Questo tipo di approccio favorisce una nozione di diritto inteso come rapporto tra ciascun uomo e Dio, senza alcun riferimento particolare al territorio, alla sovranità o all’obbedienza terrena. [...] I luoghi sacri sono altrove, sono luoghi compresi nell’ordine divino delle cose. [...] Ciò riveste un grande significato nell’attuale conflitto su Gerusalemme, che per il musulmano simboleggia un luogo a parte, proprio come lo è La Mecca, che a malapena appartiene alla geografia del mondo attuale ma esiste nella regione numinosa degli imperativi divini. Da cui il nome arabo di Gerusalemme: al-Quds ovvero la Santa. [...]

    Ne consegue che lo stile di vita sotto l’egida della shari’a è essenzialmente di stampo domestico, senza alcun carattere pubblico o cerimoniale, eccezion fatta per quanto riguarda la pratica del culto da parte della comunità. La moschea e la sua scuola, la madrasa, unitamente al suq o bazar, sono gli unici spazi autenticamente pubblici nelle tradizionali città musulmane. La strada non è altro che un sentiero tracciato in mezzo ad abitazioni private, che la costeggiano e la attraversano in un insieme disordinato di cortili interni. La città musulmana è una creazione della shari’a: un alveare di spazi privati costruito cella su cella. Al di sopra dei suoi tetti i minareti guardano a Dio come mani protese, risuonando della voce del muezzin che chiama il fedele alla preghiera.

    Questa tipologia riveste un’enorme importanza nella psicologia e nella vita politica del mondo islamico. La città musulmana è, in maniera chiarissima, una città per musulmani, un luogo di raccolta in cui gli individui e le loro famiglie vivono fianco a fianco obbedendo a Dio, e dove chi non è musulmano è semplicemente tollerato. La moschea rappresenta il legame con Dio, e i credenti affermano che nessun edificio debba elevarsi al di sopra dei minareti, ovvero cancellare la loro supremazia nel cielo. La vera città è una folla di persone sotto la protezione di Dio, e anche il più bello dei palazzi è una semplice abitazione privata, regolata dai riti famigliari e santificata dalla preghiera.

    L’immagine di questo tipo di città ci è familiare grazie a "Le Mille e una Notte" e alle incisioni e ai disegni dei viaggiatori del XIX secolo. [...] Molti musulmani portano questa immagine nel cuore, e di fronte alla città occidentale, con i suoi spazi aperti e i suoi edifici pubblici, le sue larghe strade, i suoi interni visibili, i suoi grattacieli che sovrastano i pochi edifici religiosi, i suoi grandi palazzi in vetro e leghe metalliche, sono portati a provare stupore e rabbia nei confronti dell’arroganza che sfida Dio e che ha completamente cancellato una vita di pietà religiosa e di preghiera. Non ha un semplice valore aneddotico il fatto che quando Mohammed Atta lasciò il natio Egitto alla volta di Amburgo per continuare i suoi studi in architettura, non fu per studiare le costruzioni moderniste che deturpano le città tedesche, ma per scrivere una tesi sul restauro dell’antica città di Aleppo. [...] Quando lanciò l’attacco contro il World Trade Center, Atta combatteva contro un simbolo di paganesimo economico, estetico e spirituale.

    * * *

    Potrebbe apparire stravagante porre tanta attenzione al ruolo dell’architettura nell’attuale conflitto. Ma dovremmo [...] meditare su cosa è accaduto al volto del Medio Oriente all’impatto con le regole architettoniche occidentali, che hanno un significato simbolico almeno pari a quello della moda e dei costumi. In Occidente, il modernismo architettonico fu introdotto con le fanfare della propaganda globalista dalla Bauhaus e da Le Corbusier, che interpretarono il nuovo stile architettonico sia come simbolo sia come strumento di una rottura radicale con il passato. Tale architettura fu concepita nello spirito del distacco dal luogo, dalla storia e dalla propria dimora. Fu lo "stile internazionale", un gesto contro lo stato-nazione e la patria, un tentativo di ricreare la superficie della terra come un singolo habitat uniforme dal quale le differenze e i confini sarebbero finalmente scomparsi.

    In Occidente, dove le procedure democratiche e le norme legali danno potere al cittadino, l’impatto del modernismo internazionale è stato in parte controllato e limitato. Sebbene il danno sia stato di ingenti proporzioni, molte città mantengono le proprie caratteristiche locali, e i villaggi resistono a questa ondata. La grande eccezione è la Germania, che si è legata al modernismo in architettura come a un simbolo e strumento del proprio autodisconoscimento culturale. [...] Ma altrove in Europa – particolarmente in Italia, Francia e Spagna – si è contrastato lo stile internazionale, le chiese dominano l’orizzonte e le strade sono ancora fiancheggiate da facciate a misura d’uomo. Uno sforzo consapevole è stato fatto per mantenere il carattere sia delle città sia delle regioni, nella consapevolezza che esse definiscono un’esperienza di patria, e che la patria è ciò verso cui la fedeltà del cittadino è in debito. [...]

    In Medio Oriente, invece, laddove la terra è distribuita dai governi e i piani regolatori sono inesistenti o ignorati, il panorama e la veduta delle città sono stati deturpati fino a diventare irriconoscibili. È stato Le Corbusier a indicare la strada. Non essendo riuscito a convincere le autorità francesi ad adottare il suo piano di demolire la parte di Parigi a nord della Senna e sostituirla con torri di vetro in stile militare, egli lavorò con i successivi governi francesi, incluso quello di Vichy, al fine di realizzare il suo prepotente progetto di radere al suolo l’antica città di Algeri, capitale dell’Algeria che all’epoca era una colonia francese. Riuscì nel suo intento, e dopo la guerra i bulldozer si fecero avanti con risultati catastrofici. Grazie agli ingenti profitti che produsse l’impatto modernista in campo edilizio, Le Corbusier divenne un eroe dell’establishment architettonico, e il suo disastroso piano per questa città, un tempo meravigliosa, è attualmente descritto e illustrato in tutti i manuali di architettura in uso in Occidente. Le Corbusier mostrò all’intelligentsia europea come le popolazioni inferiori del Nord Africa dovessero essere trattate; tale, certamente, era la percezione che ne aveva Mohammed Atta.

    Da Le Corbusier in poi, l’assalto della speculazione edilizia ha completamente trasformato l’aspetto e il ritmo quotidiano delle città del Medio Oriente. Qualunque speranza possa esservi stata che quella gente avrebbe infine ridefinito la propria comunità in termini di territorio, piuttosto che di fede, è stata cancellata dall’impatto della tecnologia occidentale, che sembra non credere né all’una né all’altra. E se desideriamo comprendere appieno il risentimento dei palestinesi nei confronti delle colonie israeliane nei Territori, non dovremmo trascurare il danno visivo che queste colonie hanno causato, introducendo stili e materiali modernisti, reticoli di strade e un onnipresente inquinamento luminoso in un paesaggio che aveva mantenuto il suo aspetto biblico per secoli, con notti luccicanti di stelle su villaggi in pietra e città storiche come Jenin.

    Come mostrano gli esempi di Osama Bin Laden, di al-Qaeda e dei terroristi dell’11 settembre, l’islamismo non è un urlo di angoscia dei miserabili della terra. È un’implacabile proclamazione di guerra lanciata da musulmani della classe media erranti per il mondo, molti dei quali estremamente ricchi e per la maggior parte buoni conoscitori della civiltà occidentale e dei suoi vantaggi. [...] Con al-Qaeda ci troviamo di fronte al vero impatto della globalizzazione sul risveglio islamico. Appartenere a questa "base" significa accettare di non avere alcun territorio come dimora e alcuna legge umana dotata di autorità. Significa votarsi a uno stato di esilio permanente, decidendo allo stesso tempo di mettere in atto l’azione punitiva di Dio [...] contro i suoi nemici, ovunque essi si trovino.

    Europa e islam: le due identità smarrite


    L'Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica - Risultati da Google Libri


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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente

    Roger Scruton contro l'Unione europea

    di Roger Scruton


    Noi europei apprezziamo la Democrazia perché ci garantisce il controllo sui nostri governi e riteniamo avere un governo che ci controlla, ma che non può essere controllato da noi sia uno dei peggiori mali in politica. Tuttavia, molte leggi imposte agli europei sono redatte da burocrati che non sono mai stati eletti e che non devono rendere conto dei propri errori. Alcune delle più importanti sentenze riguardanti la nostra vita sono emesse dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, composta di giudici non eletti, molti dei quali provenienti da paesi che non hanno una lunga esperienza dello stato di diritto. Voi in Italia avete avuto di recente un’esperienza in tal senso, con una sentenza che intendeva far rimuovere i crocefissi dalle vostre aule scolastiche, in quanto lesivi dei diritti umani.

    La maggior parte di noi vede le migliaia di direttive irreversibili emanate dalla Commissione europea, le sentenze a motivazione ideologica della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come una minaccia alla democrazia. Ma sembra non esserci modo di riformare tali istituzioni atto ad evitare il problema.

    Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti ad una situazione in cui la maggior parte delle nostre leggi ci vengono imposte da persone che non sono mai state elette e che non si assumono la responsabilità dei propri errori.

    Alcuni sono disposti a convivere con il problema, ritenendo che i benefici dell’Unione Europea superino i costi. Altri – in particolar modo gli ‘Euroscettici’ del mio paese- credono che i costi superino i benefici. Per loro, questa confisca del potere decisionale da parte di élite non elette è un difetto esiziale del progetto Europeo. Qualsiasi punto di vista si abbracci, è di certo palese che lo spostamento verso una governance globale è un movimento che ci allontana dalla democrazia.

    Si può ritenere che la globalizzazione sia inevitabile. Possiamo altresì credere che essa non debba sconfinare nell’ambito del sistema di governo. Per un vero democratico la globalizzazione è qualcosa che deve essere contrastata dalla politica e non da essa assorbita.

    Immaginiamo un villaggio che commercia con i paesi vicini, coi quali vive in rapporti pacifici. Tutte le decisioni che riguardano il villaggio nel suo insieme vengono prese da un Consiglio eletto. A sua volta tale Consiglio invia un suo rappresentante al governo centrale per sostenere gli interessi del villaggio nell’Assemblea nazionale. La storia ci dice che tale processo è il migliore che si possa realizzare democraticamente. Possiamo immaginare più livelli di rappresentanza tra il villaggio ed il governo: la rappresentanza a livello di contea, di regione, di cantone, etc. Il principio è però chiaro: democrazia significa controllo dal basso, ove è il popolo che decide.

    Supponiamo, ora, che ci sia un movimento di riforma politica per cui il villaggio è un’entità troppo piccola per prendere le decisioni necessarie al bene comune. Il villaggio deve essere, quindi, considerato, a fini elettorali, come parte di una grande città dalla quale dista dieci chilometri. I motivi sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato sono minacciati dall’autonomia del villaggio. Per esempio, può rendersi necessaria una strada esterna alla città, per risolvere il problema del congestionamento del traffico. L’unica strada possibile, però, passa vicino al villaggio, turbando così la tranquillità di cui gli abitanti del villaggio godevano precedentemente. Il villaggio ovviamente voterà per opporsi alla strada che quindi non sarà costruita. Tuttavia, se il villaggio fosse inglobato nella città, il numero di voti degli abitanti del villaggio verrebbe superato da quello degli abitanti della città, giungendo dunque alla realizzazione della strada. L’ allargamento del livello di governo ha comportato una perdita di democrazia del villaggio.

    Quanto detto illustra un principio generale: quanto più ampia la sfera d’azione di un sistema di governo, tanto minore è il controllo che le persone hanno sull’ ambiente circostante. Ciò è illustrato molto chiaramente in materia di infrastrutture e pianificazione. I villaggi svizzeri hanno mantenuto molti dei diritti democratici che altrove sono stati ‘confiscati’ per mano dei governi centrali. Di conseguenza, si constata che è impossibile costruire ampie autostrade in molti passi alpini, poiché le popolazioni locali votano puntualmente contro tali proposte. Il traffico nella Svizzera rurale è marcatamente più lento che non altrove, ed i confini dei villaggi sono notevolmente più chiari e netti.

    In Francia le autostrade sono decretate dal governo, i terreni sono acquisiti per decreto e soltanto l’Assemblea Nazionale può avere voce in capitolo.

    Di conseguenza il traffico è più snello in Francia, l’economia nazionale ne beneficia e la vita nei pressi delle autostrade è un inferno. La Francia è dunque più democratica rispetto alla Svizzera o lo è meno?

    Alcuni potrebbero obiettare che il potere dei villaggi e dei cantoni svizzeri impedisce progetti che potrebbero apportare benefici all’intero paese e perciò va contro la volontà della maggioranza. In Francia, invece, la facoltà del governo centrale di non tenere conto degli interessi locali significa che il bene comune può essere promosso a dispetto degli egoismi locali e la maggioranza ha un ruolo preponderante nelle decisioni che la riguarda.

    Altri potrebbero dire che il fatto di privare le collettività locali di poteri decisionali e il loro esercizio da parte del governo centrale, significa una perdita di democrazia, poiché implica che le decisioni non siano più prese da coloro che sono direttamente interessati e che la voce delle collettività umane reali è raramente ascoltata. Quale interpretazione dobbiamo dare a ciò?

    Quando un gruppo di stati-nazione si unisce per creare un’Unione che abbia poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di prendere decisioni inerenti materie a carattere nazionale, in cambio della partecipazione alle decisioni che riguardano il gruppo nel suo insieme.

    Quando e in relazione a cosa è giustificato tutto ciò? Un trattato tra stati confinanti per difendere i rispettivi territori da attacchi esterni è un contratto di facile lettura. Nessuna delle due parti perde più di quanto non guadagni e, allo stesso tempo, ciascuno mantiene il controllo sovrano sulle proprie questioni interne. Tale contratto per la difesa reciproca non implica reali cessioni di sovranità ed esso stesso è soggetto ad un controllo democratico. La popolazione di ogni stato può votare per rescindere il contratto in ogni momento. I trattati bilaterali sono stati, quindi, raramente visti come minacce alla democrazia: al contrario, essi sono stati spesso percepiti come il risultato naturale del processo democratico, in base a cui il popolo conferisce ai propri governi la libertà ed il dovere di agire nel loro interesse.

    I trattati multilaterali potrebbero non costituire alcuna minaccia alla sovranità degli stati o al processo democratico. Perfino quando tali trattati danno vita a delle istituzioni burocratiche destinate all’agenda condivisa – come nel caso della NATO, ad esempio - non costituiscono una minaccia alla democrazia, nella misura in cui non vanno al di là dello scopo per il quale sono stati firmati. I firmatari conservano la sovranità in ogni ambito, inclusi quelli relativi al trattato. Sebbene essi abbiano degli obblighi nel trattato, questi ultimi sorgono soltanto in determinate circostanze e sono liberamente accettati dal parlamento nazionale come il prezzo da pagare per i benefici.

    I trattati multilaterali sono un mezzo per gestire la globalizzazione. Man mano che gli stati diventano sempre più soggetti alle pressioni esterne, essi possono unirsi per stabilire trattati e procedure per resistere a tali pressioni: trattati per proteggere i loro ambienti condivisi, le risorse naturali condivise (come il patrimonio ittico e le risorse idriche), ovvero preoccupazioni condivise nell’ ambito della sicurezza. Il punto più importante è che un trattato, così come ogni contratto, conferisce un potere di veto ai singoli firmatari. Se i termini non sono rispettati da una delle parti, gli altri sono liberi di ritirarsi e così il trattato viene annullato.

    In tal senso i trattati possono essere utilizzati per controllare la globalizzazione e per assoggettarla alla disciplina della democrazia, proprio come il processo politico in Svizzera è soggetto alla disciplina della democrazia locale attraverso la richiesta del consenso delle collettività locali per le decisioni che le riguardano.

    Non tutti i trattati però hanno caratteristiche contrattuali. Dalla fine della seconda guerra mondiale un nuovo tipo di trattato è divenuto comune, un contratto in cui le parti hanno rinunciato alla loro capacità decisionale nelle aree regolate dal trattato, per trasferirla ad organismi che i loro elettorati nazionali non possono controllare.

    L’Unione Europea ne è un caso paradigmatico. Così come il Tribunale Penale Internazionale, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’Unione Europea è una forma di globalizzazione e non un tentativo di resistervi. Nonostante siano stabilite da un trattato, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei loro membri ed impongono agli stati-nazioni leggi e normative per le quali le loro popolazioni non voterebbero mai, ma che non possono respingere.

    Si considerino le disposizioni relative alla libertà di circolazione sancite dal Trattato di Roma. Esse garantiscono ai cittadini europei il diritto alla libera circolazione su tutto il territorio dell’Unione per cercare lavoro. Al momento della firma del Trattato di Roma sussisteva in certa misura una parità dei tassi di reddito e di occupazione delle nazioni interessate, e nessuno prevedeva il verificarsi di migrazioni di massa da un capo all’altro del continente. Se i cittadini italiani fossero stati consultati sulla questione, avrebbero certamente votato per un emendamento al Trattato volto a non includere la clausola della libertà di circolazione, ovvero si sarebbero opposti all’adesione della Romania all’Unione europea. Ma i cittadini non sono stati consultati e pertanto gli italiani sono costretti ad accettare l’immigrazione di cittadini rumeni, sebbene molti siano fortemente contrari a tale fenomeno. Non dico che gli italiani abbiano ragione, ma questo è ciò che provano. Inoltre, ritengono che sia un loro diritto democratico, attraverso i loro rappresentanti politici, imporre controlli all’immigrazione: dopo tutto è pur sempre il loro paese. Questo diritto gli è stato vietato. Qualsiasi preferenza esprimano alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare niente per reclamare che il loro paese sia loro restituito.

    Questo è un esempio di una critica che viene mossa in tutti i paesi del Nord e dell’Ovest dell’Unione. Abbiamo perso il controllo delle nostre frontiere e non esiste alcun modo per riconquistarlo che sia compatibile con lo status di Stati membri dell’Ue. Inoltre, non esiste alcun modo per modificare le istituzioni europee al fine di affrontare tale fenomeno. Le disposizioni sancite dal Trattato non sono come le leggi ordinarie: non possono essere corrette dai Parlamenti e, una volta entrate in vigore, sono effettivamente irreversibili, o reversibili solo se si rifiutasse il Trattato e l’intera sovrastruttura istituzionale e procedurale costruita su di esso. Nessun partito politico ha il coraggio di farlo, dal momento che le conseguenze sono incalcolabili.

    Coloro che hanno concepito i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli della perdita di credibilità dell’Ue di fronte ai cittadini dell’Europa. Tuttavia, erano membri di una nuova classe politica, convintamente transnazionale, ben retribuita nella vita professionale e dipendente dagli apparati europei per i propri privilegi. Tale classe politica forma parte dell’economia globale. Si relaziona con maggiore facilità con il settore delle aziende multinazionali che con le collettività locali, intrattiene rapporti con le élites di altri luoghi e ricopre senza attriti gli incarichi artificiali creati all’interno dell’Ue.

    Un tipico esempio di tale classe è il nostro nuovo ministro degli Esteri, la baronessa Ashton. Nessuno in Gran Bretagna sapeva chi fosse quando fu annunciata la sua nomina. Non è mai stata eletta a nessuna delle cariche che ha occupato, è arrivata alla Camera dei Lord tramite il partito laburista e la relativa rete di ONG senza attirare l’attenzione su di sé, ed è stata nominata come nostra rappresentante per gli affari esteri senza che nessuno nel mio paese, eccetto i suoi amici membri della nuova classe politica, abbia potuto esprimere la propria opinione in merito. Tale classe politica è molto più interessante per le aziende multinazionali della gente comune, dato che controlla una macchina legislativa che passa sopra le teste dei cittadini. Attraverso l’attività di lobby a Bruxelles, le grandi industrie del mondo possono modificare le leggi di ogni nazione in loro favore.

    In qualità di membri di tale classe politica, coloro che redigono i trattati UE sono ovviamente attenti a salvaguardare la loro posizione. Sono stati compiuti molti sforzi per creare una sorta di ‘simil-democrazia’ in cui un Parlamento Potemkin simula di prendere in esame la legislazione e simula di esercitare il proprio diritto di veto sulla stessa, ma nella quale, in realtà, nessuna nazione all’interno dell’Unione può far valere il proprio potere di veto. I Trattati ci rassicurano che è in vigore il principio della ‘sussidiarietà’, secondo il quale le decisioni devono sempre essere prese al più basso livello possibile, ma allo stesso tempo implicano che sono l’UE e la Commissione a decidere quale sia tale livello. Pertanto, la sussidiarietà è semplicemente un altro termine per indicare quel controllo esercitato dall’alto verso il basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali, garantendocene l’esercizio solo nei casi in cui ce li concedono dei funzionari non eletti.

    Ciò a cui stiamo assistendo nell’UE, e anche all’interno delle nuove forme di Tribunali internazionali e di agenzie di regolazione come l’OMC e le agenzie delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Piuttosto che difendere la sovranità nazionale dall’invasione globale, il processo politico sostiene l’invasione globale a scapito dello stato-nazione.

    Ci si potrebbe chiedere: perché no? Cosa c’è di sbagliato in questo? Dal momento che viviamo in una società globale, non abbiamo forse bisogno di un governo globale per risolvere i nostri problemi comuni? Il problema di tale approccio è che ignora il principio sul quale ogni democrazia basa la propria legittimità, ovvero l’identità nazionale. In una democrazia i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale, un ‘noi’ che si fonda sull’eredità del passato e sulla storia, si manifesta nella lingua, nella religione e nell’attaccamento al territorio e alla comunità. In Europa tale ‘noi’ è un ‘noi’ nazionale, ed è a tale concetto che i politici fanno ricorso per ottenere il consenso dei cittadini per scelte politiche che possono comportare sacrifici nel breve termine.

    Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l’interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova gli interessi di una classe politica internazionale, ovvero della rete globale delle multinazionali. Tuttavia, un numero sempre maggiore delle loro leggi sono imposte da quella classe politica, sotto la pressione delle aziende che svolgono attività di lobby.

    Cosa dovremmo fare, dunque? Il mio parere personale è che, senza dei cambiamenti radicali, l’UE entrerà in un periodo di crisi. Un numero crescente delle sue decisioni saranno eluse o respinte, e i cittadini cercheranno in ogni modo di riconquistare quei poteri dei quali sono stati erroneamente privati a favore dell’UE. In un modo o in nell’altro l’UE deve cessare di fungere da agente della globalizzazione e diventare un centro di resistenza ad essa, uno strumento per imporre l’ordine politico sull’entropia economica e sociale. Ritengo che l’unico modo per raggiungere tale obiettivo sia ristabilire la sovranità nazionale in tutte quelle aree in cui è stata persa: definire come raggiungere tale obiettivo spetta, tuttavia, ai politici e non a un semplice filosofo.

    Roger Scruton contro l'Unione europea | Miradouro


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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente



    SCRUTON Aboliamo la rivoluzione

    di Angelo Ascoli


    Quelli che lo odiano, tutti politicamente corretti, lo definiscono uno dei maggiori reazionari e clerico-fascisti europei. Quelli che lo amano lo considerano uno dei pochi maestri coraggiosi del pensiero occidentale. È chiaro, quindi, che il Manifesto dei conservatori (Raffaello Cortina editore, pagg. XII-247, euro 22) è destinato a dividere, come ogni libro di questo professore inglese che lancia le sue provocazioni dalla campagna del Wiltshire dove si è ritirato a vivere.

    Professor Scruton, il suo conservatorismo, dalla difesa delle nazioni a quella del matrimonio, ha molti valori in comune con uno dei grandi nemici dell’Occidente, l’Islam. È d’accordo?
    «L’Islam non è esattamente un nemico dell’Occidente, ma porta un duro attacco al governo secolare, alla libertà religiosa, alla tolleranza e alla libertà dello stile di vita. Come i musulmani, io credo nel matrimonio, nella famiglia, nella necessità di dare spazio a uno stile religioso di vita. Ma, a differenza dei musulmani, io credo che sia lo Stato-nazione, piuttosto che Dio, la fonte dell’ordine legale».

    Lei denuncia il conflitto del tradizionale Stato-nazione contro l’Unione Europea, l’Onu e le altre organizzazioni sovrannazionali. In un mondo sempre più globale, non è una battaglia antistorica?
    «Non c’è bisogno, per uno Stato-nazione di essere contro l’Ue o l’Onu. Ma l’Ue deve riformarsi, così come deve accettare che l’opinione pubblica privilegi le nazioni e non gli altri organismi internazionali. Io non penso che la globalizzazione abbia cambiato qualcosa a questo riguardo: ha soltanto reso più urgenti certe esigenze. L’Unione Europea è popolare presso le élite, perché ha diffuso la loro libertà e il loro potere; non è popolare presso il popolo, perché ha sottratto forme preziose di supporto e ha ostacolato la vita quotidiana con assurdi regolamenti».

    Il suo conservatorismo va contro il movimento della storia: lei pensa che sia soltanto una provocazione intellettuale oppure potrebbe realmente deviare il corso della storia?
    «La storia non è una forza indipendente dalle decisioni umane che la creano. È un modo di pensare marxista vecchio e senza senso supporre che o si va con la storia oppure se ne è travolti. Non accadono simili cose nella storia, ci sono solo le nostre libere scelte. Immaginiamo cosa sarebbe successo se qualcuno avesse detto a Cristo sulla croce: tu stai andando contro il corso della storia!».

    Il conservatorismo è il contrario della rivoluzione. Ma che cosa sarebbe stata la storia senza rivoluzioni, senza strappi, anche violenti? Cosa sarebbe stata la storia senza la rivoluzione francese?
    «La storia senza la rivoluzione francese sarebbe stata una storia senza il primo genocidio europeo, quello della Vandea, senza Napoleone e senza l’invasione dell’Europa. Sarebbe stata un’Europa senza le tensioni che hanno provocato la prima guerra mondiale, e senza le due rivoluzioni, quella sovietica e quella nazista, che hanno provocato la distruzione del nostro continente. Per tutto questo io sono attratto dall’idea di una storia senza rivoluzioni».

    Lei parla di buonsenso come antidoto contro tanti mali moderni. Che cos’è il buonsenso?
    «Il buonsenso vuol dire preferire una soluzione ragionevole; significa risolvere i conflitti umani con il compromesso e il dialogo; significa sospettare degli intellettuali con le loro utopie e i loro ideali».

    Il suo conservatorismo va al di là di destra e sinistra?
    «Sinistra e destra sono parole ereditate dalla rivoluzione francese, quando il Terzo Stato sedeva alla sinistra del re, la nobiltà e il clero alla sua destra. Sarebbe potuto essere al contrario e sarebbe stato un ribaltone per il re. Ma se sono costretto a definirmi, preferirei dire che io sono di destra da quando credo nell’autorità, nell’ordine, nella legge, nella proprietà e nella tradizione».

    Ottimista o pessimista sul destino della nostra epoca?
    «La nostra epoca ha aspetti che fanno sperare. Ma certamente io cerco di essere pessimista in modo che possa essere piacevolmente sorpreso dagli eventi».

    Professore, lei è credente?
    «Io sono un cristiano, non posso accettare tutti i dogmi della Chiesa cattolica».

    I giovani sono, per antonomasia, ribelli. Possono le nuove generazioni essere ribelli?
    «Da giovane sono stato ribelle. Mi sono ribellato al socialismo; mi sono ribellato allo Stato e al suo disprezzo per la libertà individuale. E mi sono ribellato ai giovani, alla loro stupidità e mancanza di cultura. Io penso che possano esserci altri giovani che sentano ciò che ho sentito io».

    Cosa pensa dell’educazione delle nuove generazioni?
    «È un problema difficile. Il futuro della civiltà non dipende più dalla cultura universale, ma da un’élite colta. Bisogna creare le condizioni per incoraggiare un’élite simile a emergere».

    Con Eliot, lei denuncia il pericolo dell’umanesimo liberale e scientifico. Perché proprio Eliot e non altri poeti o pensatori antimoderni, come Nietzsche?
    «Amo Eliot perché è sereno, moderato e non è apocalittico. Nietzsche fu un egocentrista e un pazzo, che ebbe pensieri di distruzione e fu incapace di accettare che la gente possa vivere di compromessi e possa accettare il proprio destino con rassegnazione, invece che vivere tra guerre e sofferenze».

    Quali sono stati i suoi maestri del pensiero?
    «La maggiore influenza sul mio pensiero politico l’ha avuta Hegel. Sul resto del mio pensiero, Kant, Wittgenstein e Dante».

    Quali sono i tre libri necessari per un perfetto conservatore?
    «Le riflessioni sulla rivoluzione francese di Edmund Burke; i Quattro quartetti di T.S. Eliot e i Promessi sposi di Manzoni».

    E i tre libri che un vero conservatore non deve leggere?
    «I conservatori non hanno bisogno di difendersi da libri da cui sono in disaccordo. Comunque, ci sono libri che riescono a farli arrabbiare più del necessario: includo in questa lista tutte le opere di Foucault, Deleuze, Guattari, Lacan, Derrida, ecc.».

    SCRUTON Aboliamo la rivoluzione - Cultura - ilGiornale.it del 01-06-2007


    carlomartello

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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente



    Roger Scruton. Un portentoso provocatore della vita comune


    Anticonformista, politicamente molto scorretto, laicissimamente cattolico.
    Ritratto di un vignettista dell'Occidente



    Roger Scruton è il cantore dell'Inghilterra che non c'è più. Conservatore inattuale, convertito al cattolicesimo dopo anni di svogliato socialismo parigino, questo scrittore austero ha fornito un ritmo musicale all'idea che «la civiltà è più facile perderla che trovarla». Si può immaginarlo in giacca rossa, a cavallo fra le siepi della sua campagna, a caccia di volpi, ottanta miglia a ovest di Londra, dove vive con la moglie papirologa e i figli. O a Princeton, dove ha tenuto un corso sulla morte e l'amore nell'opera di Richard Wagner. Negli anni della Guerra fredda si recò a Praga, dove organizzava incontri clandestini sulla letteratura europea. Arrestato, bandito ed espulso dalla Cecoslovacchia, si innamorò del «patriottismo dell'immaginazione» di Margaret Thatcher, di cui divenne sostenitore sulla stampa e in accademia, e della monarchia britannica, a cui non rinuncerebbe per nulla al mondo: "Il monarca è sacro e misterioso, ma gli inglesi sanno che la sacralità e il mistero sono attaccati a una maschera, dietro la quale un altro ordinario e riservato inglese si è ritirato". Roger Scruton, che ha insegnato per anni al Birkbeck College, un santuario di sinistra, è uno stilista del pensiero, un reminiscente di professione, un «vignettista» dell'Occidente, geniale nella polemica e devoto al senso religioso, perché "la preghiera t'insegna a essere umile, a pensare alle tue azioni, e a superare l'umana debolezza". È irrinunciabile nel suo pessimismo aristocratico. Ha firmato una decina di classici dell'invettiva anglosassone.


    Contro scientismo e darwinismo

    «Paradigma della lucidità», come lo ha definito il «Financial Times», Scruton intesse Joyce, Baudelaire, Flaubert, Dante, Manzoni, i Winterreise di Schubert, Wagner, Messiaen, Matisse, Stravinsky, Spengler e T. S. Eliot (autore amato e imitato) in una riflessione che Oltreoceano ammalia e incanta, al punto da convincerlo a trasferirsi negli Stati Uniti, dove non deve sorbirsi il perbenismo dei trend inglesi. "Filosofo più influente al mondo" secondo il «New Yorker», Scruton definisce la "filosofia ricerca dell'esistenza perduta della casa". Virtù e doveri, umiltà e pietà, nostalgia e abnegazione sono i canali attraverso cui si dispiega il suo paesaggio intellettuale. All'aeroporto di Glasgow fu indetto un boicottaggio contro la sua presenza in città e un liberale come Isaiah Berlin non voleva più nemmeno sentirlo nominare. Perché Scruton ha la colpa di tessere gli elogi dei pregiudizi morali, delle «necessarie» élite e dei movimenti religiosi, nonché di quel benedettismo da cui risorgerà l'Europa, come successe nel Medioevo, e a cui si è ispirato Joseph Ratzinger. "È diventato un onore per gli intellettuali di lingua inglese dissociarsi da me".

    Per lui l'Europa più che una geografia è un'idea, uno stato d'animo a cui non vuole rinunciare, anche se ricorda sempre che "la più civile nazione europea in due anni s'abbandonò alla barbarie nazista. Oggi la gente non sa, non ricorda: i nati nel Dopoguerra credono che la pace, la prosperità, la libertà sessuale, il Welfare State siano eterni. Al massimo hanno visto il Sessantotto: non hanno più responsabilità". L'Inghilterra in cui è cresciuto e che ha amato non esiste più, "gli studenti d'arte, di fronte a un quadro della Vergine con Gesù, domandano: chi è quel bambino? Oppure: che fa quell'uomo appeso a una croce?".

    Scruton resta un colonialista, un purista che rimpiange il tempo in cui tutto era più basso, le gerarchie avevano ancora un senso e "nel mezzo della vita eravamo dentro la morte". Ha dei tratti sassoni, affida alla malinconia e all'elegia il ricordo di "quei morti che hanno affidato a te la loro memoria". Antidarwinista mai dogmatico, antiscientista nemico di quella genetica che paragona alla pornografia, critico raffinato e poliglotta della modernità tecnica, Scruton celebra incessantemente «il simbolo della Ragione», l'Uomo. Dice che il valore della vita umana non si esaurisce nella sua spiegazione o nella sua descrizione biochimica, perché "l'essere umano inizia come una palla di cellule, ma questo non significa che «non è altro» che una palla di cellule". Persino quel gigante ebraico di Erwin Chargaff, scienziato della Columbia University, si diceva debitore dell'antiriduzionismo di Scruton. "La visione etica della nostra natura dà senso alla nostra vita. Ma è una visione molto esigente. Dobbiamo comportarci secondo la nostra natura umana, ma allo stesso tempo respirare l'aria degli angeli; essere naturali e soprannaturali. Una comunità che sopravviva alla morte dei suoi dèi ha tre possibilità. Può trovare una via laica alla vita etica. Oppure può fingere di avere emozioni superiori, pur vivendo senza di esse. Oppure può rinunciare alla finzione e crollare, come ha detto Burke, «nella polvere dell'individualismo»". Banditore della distinzione fra diritto e desiderio, sostiene che il matrimonio e la famiglia naturale sono necessari per «proteggere la riproduzione» e quei "bambini che grazie al sociologismo imperante, si guardano da fuori, come se appartenessero a una tribù". Per lui esiste un metodo scientifico che minaccia di distruggere non solo «la nostra relazione con la superficie», quello strato sottile dove «si gettano i semi della felicità umana», ma il vivere umano in generale, "de-moralizzato, tirato giù dal suo sacro piedistallo e sezionato in laboratorio".


    L'esistenza di Dio

    È convinto che la filosofia angloamericana abbia molte più cose da dirci del marxismo, dell'esistenzialismo, dello strutturalismo e del decostruzionismo. "L'esperienza che sto cercando di comunicare è familiare a tutti quelli che partecipano alla Santa Comunione: è stata incomparabilmente rappresentata nel Parsifal di Wagner, e ha ricevuto innumerevoli commenti nelle opere di devozione. Ma con le importanti eccezioni di Hegel e del suo critico Heidegger, i filosofi l'hanno appena menzionata. Per la maggior parte dei filosofi della nostra tradizione, sulla questione di Dio c'è poco più di qualche fragile prova della sua esistenza. Se ho ragione, invece, c'è molto di più. Infatti, l'impulso a credere deriva da un predicamento metafisico. E il Dio del monoteismo è l'unica soluzione possibile di questo predicamento. Conferma la nostra libertà, fornendoci lo specchio in cui la libertà può essere vista. La natura, allora, cessa di essere una prigione".


    Razionalmente anti-illuminista

    Dice che la poesia di William Blake, i suoi magici versi sulla «pietà/ il volto, l'amore/ la forma divina, e la pace/ il sepolcro», ci mostra che «un'aria di sacro divieto circonda l'umanità». Scruton vorrebbe, riprendendo un tema caro ai «Sonetti a Orfeo» di R. M. Rilke, un'esistenza ancora «incantata», figlia di una tradizione sinonimo di fedeltà agli antenati e alla progenie. Padre e madre, pace e guerra, diritti e doveri, famiglia e singolo, bene e male, islam e cristianesimo, tempo ed eternità, tradizione e dissoluzione, canone e anarchia, ortodossia ed eresia, per dirne alcuni, sono tutti elementi della sua geografia della ragione. Scruton è grande perché contemporaneamente razionalista e anti-illuminista, kantiano per vocazione che fa parte di quei virtuosisti dell'esperienza umana che non cedono, per nostra fortuna, alla tentazione di scorgere vie di fuga nella restaurazione o in un partitino dei valori. Piuttosto sa che è seminando verità nelle moderne contraddizioni, innamorando con il linguaggio e tornando a parlare di sentimenti come la pietà e la speranza che può avere ancora un senso «quell'unione con i morti e i non ancora nati che dà senso a ogni impresa umana». E che costituisce il nobile passato e (forse) il futuro del «malato Occidente».

    Roger Scruton. Un portentoso provocatore della vita comune


    carlomartello
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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente



    Il declino della risata è un brutto segno per la società occidentale

    di Roger Scruton
    9 Agosto 2010


    La ragione si manifesta in tutti i nostri tentativi di comprendere il mondo, e in tutti i nostri modi di relazionarci con gli altri. E’ manifesta nelle nostre scelte, e anche nelle nostre reazioni involontarie. Solo un essere razionale può piangere o arrossire, sebbene il pianto e l’arrossire siano azioni non controllate dalla nostra volontà. In particolare, solo un essere razionale può ridere.

    Le iene producono un suono simile a una risata, ma non si tratta di una manifestazione di divertimento, né quel suono possiede la funzione sociale tipica della risata: mettere in risalto le nostre differenze ed esser felici di ciò che abbiamo in comune. La risata non è soltanto gioia e sollievo, è anche la maniera migliore che abbiamo per accettare i difetti dei nostri simili. La risata, sebbene limitata agli esseri razionali, deve essere spontanea affinché sia vera. Una risata “comandata” è una specie di ghigno; una risata spontanea è l’accettazione di ciò che l’ha provocata, anche quando, ridendo di qualcosa, se ne ridimensiona l’importanza.

    Una società dove non si ride è una società cui manca un’importante valvola di sfogo; una società in cui la gente interpreta una battuta salace non come un primo passo verso l’amicizia, ma come un’offesa mortale, è una società in cui la vita di ogni giorno è densa di pericoli. Gli esseri umani inseriti in comunità a loro straniere hanno un grande bisogno di ridere, e farebbero bene a farlo non appena le differenze tra loro e gli altri non siano tali da scatenare una guerra civile. E’ il caso delle barzellette etniche. Quando polacchi, irlandesi, ebrei e italiani si contendevano le terre del Nuovo Mondo in cui si erano rifugiati, si attrezzarono di un ampio bagaglio di barzellette etniche con le quali ridere delle reciproche differenze.

    L’umorismo etnico è stato studiato a fondo dal sociologo britannico Christie Davies, e le sue scoperte – in “The Mirth of Nations” (L’ilarità delle nazioni) – sono un salutare monito della facilità con la quale soluzioni sgorgate spontaneamente dalla società possano essere confiscate da qualche ottuso censore nel tentativo di governarci. Le barzellette e le provocazioni raccolte da Christie sono gesti di riconciliazione, con i quali disinnescare i pericoli che possono sorgere da una differenza per archiviarla, appunto, con una risata.

    Eppure, quasi dappertutto, nel mondo moderno, una sorta di vigilanza ultrapuritana sta cancellando la barzelletta etnica, condannandola in quanto offesa contro la nostra comune natura umana. Ciò che era sempre stato considerato come un modo per prevenire l’insorgere di conflitti sociali, è adesso visto come una delle principali cause di quei conflitti: la barzelletta etnica è accusata di “stereotipare”, e dunque segnata con il marchio indelebile del razzismo.

    Ancor più peccaminosa della barzelletta etnica è, agli occhi dei nostri guardiani morali, la vecchia commedia dei sessi. Nonostante tutto l’ingegnoso lavorìo delle femministe, la gente normale continua ad accorgersi delle profonde differenze tra i sessi, e del profondo bisogno di comporre queste differenze in modo da evitare le tensioni che ne potrebbero scaturire. L’umorismo è stata la risorsa cui l’umanità si è tradizionalmente affidata in tale delicata operazione, con gli uomini che si riferiscono ironicamente alla propria “dolce metà” e le donne che, altrettanto ironicamente, si sottomettono ai “suoi artigli”.

    Ma adesso, chi mai si azzarderebbe a fare una battuta sull’indole femminile in un’aula universitaria? Si potrebbe peraltro pensare che la censura sia unidirezionale; dopo tutto, tremende accuse agli uomini riprese e rilanciate da discipline pseudo-scientifiche sono diventate una caratteristica della vita accademica americana. Ma provate e fare una battuta sui difetti dei maschi: vi trovereste negli stessi guai che se aveste detto qualcosa sui difetti delle donne. Perché, per le femministe, i difetti degli uomini non sono materia su cui scherzare. Non sorprende, allora, che la letteratura femminista sia del tutto priva di senso dell’umorismo; un’assenza assolutamente voluta, perché non appena quella risorsa, l’umorismo, venisse impiegata in quelle trattazioni, tutta la materia ne morirebbe ridendo di sé.

    Ci sono molte aree “umorismo-free” nella nostra letteratura religiosa. Il Vecchio Testamento ne è pieno – si pensi allo sconvolgente Libro di Joshua – mentre il Corano è rigidamente privo di humour come qualunque altro documento che sia sopravvissuto agli sforzi umani di sbarazzarsene con una risata. Tutto ciò indica un’altra zona in cui l’umorismo è diventato pericoloso. Cristiani, ebrei, atei e musulmani, vivendo l’uno a fianco dell’altro con piena coscienza delle reciproche differenze, hanno un gran bisogno di un umorismo a carattere religioso. Gli ebrei, attraverso la loro esperienza della diaspora, che li ha fatti vivere come stranieri o persone di passaggio in mezzo a comunità che in ogni momento potevano rivoltarglisi contro, ne sono sempre stati convinti. Come risultato, le tradizioni rabbiniche includono anche un fornito bagaglio di battute autoironiche, con le quali viene sottolineata la posizione assurda del popolo prescelto da Dio, costretto a vivere ghettizzato in un mondo che non sa che proprio loro sono gli eletti.

    L’umorismo ebraico è uno dei più grandi meccanismi di sopravvivenza mai inventati, che ha permesso non solo la sopravvivenza di quel popolo, ma anche della sua identità – a dispetto di una lunga e ineguagliata serie di tentativi di distruggerla.

    A me sembra che siamo tutti in speranzosa attesa di un repertorio di battute d’argomento religioso, e di un atteggiamento abbastanza spavaldo per poterle dire. Molti musulmani hanno un’esagerata tendenza ad offendersi, e scarseggiano battute sull’Islam che si possano dire senza che siano accolte come una manifestazione di ostilità. Anche qui i censori lavorano sodo, privando l’umanità del suo modo più naturale di disinnescare i conflitti, e imponendo a tutti noi un tipo di deferenza apprensiva e cavillosa che, in verità, è assai più vicina all’ostilità di qualsiasi battuta scherzosa.

    E’ ovvio che la religione è un argomento delicato e l’atteggiamento tipicamente inglese che prescrive di non parlarne affatto è comprensibile. Ma in un mondo dove le professioni di fede si fanno sempre più aggressive, una tale soluzione non funziona più. Una satira sul tipo del Tartuffe di Molière è quello che i mullah si meritano. Ironizzare su qualcuno, è iniziare ad accettarlo. Sappiamo anche distinguere tra la ridicola, ipocrita rigidezza dei custodi della fede e la normalità dei musulmani normali, che non ambiscono ad altro che a una sistemazione pacifica.

    Un osservatore esterno non può non stupirsi di quanto l’America stia perdendo il senso dell’umorismo. Questa risorsa umana universale, che attraverso il lavoro di James Thurber, H.L. Mencken, Nathanael West e altri come loro ha permesso a questo grande paese di placare ciò che in tempi più lontani avrebbe provocato tensioni sociali, e persino di adattarsi alla nuova donna americana, adesso è marginalizzata quando non disapprovata. Una battuta infelice può costarti la carriera, come ha scoperto Don Imus (Don Imus, allora popolarissimo conduttore radiofonico della Cbs, il 7 aprile 2007 venne subissato dalle critiche di politici, giornalisti e dell’intera comunità nera americana dopo aver definito alcune ragazze di colore nappy-headed hos, ovvero “puttanelle nere spettinate”. Il termine “hos” è usato frequentemente dai rapper di colore, ma viene considerato offensivo quando a pronunciarlo è un bianco.

    Imus venne sospeso per due settimane, quindi licenziato - ndt); in effetti, ogni battuta, per quanto sofisticata, che vada a toccare temi quali razza, sesso o religione, fa correre grossi rischi a chi la pronuncia. Il risultato è che un inquietante silenzio circonda la grandi questioni della società americana moderna; un silenzio punteggiato dalle esplosioni isteriche di quelli che l’umorismo non sanno proprio cosa sia, ogniqualvolta venga provocata le loro faziosissima sensibilità.

    Che si tratti di una situazione insana, non c’è neanche bisogno di dirlo. Più deprimente è però il suo effetto sulla morale comune. Nel passato era dato per scontato che gli errori fossero perdonati, qualora fossero seguiti da una sincera volontà di riparazione. Sembra che questa pratica non sia più in auge nell’attuale mondo della censura americana. Dite una cosa che venga bollata come “razzista”, “sessista”, “stereotipata” o “omofobica”, e sarete per sempre banditi dalla comunità della gente per bene. E’ la fine di ogni prospettiva di carriera nei settori in cui i censori esercitano il loro controllo – in particolare, nell’educazione e nel governo. Potrete strisciare quanto volete, come Don Imus; potrete replicare il pellegrinaggio di Enrico II a Canterbury, o qualcosa di simile: non farà alcuna differenza. Un errore, e siete fuori.

    E non importa se non si tratta veramente di un errore. La vostra frase può essere stata fraintesa, la vostra battuta può essere stata calibrata male senza intenzione, vi può essere scappata la lingua – potreste, come l’eroe del grande romanzo “The Human Stain” di Philip Roth, avere usato semplicemente una parola nel suo senso tradizionale, senza preoccuparvi del fatto che quella parola abbia acquistato, in un qualche nuovo gergo, un significato politicamente sconveniente.

    Per di più, la capacità di questi personaggi autonominatisi censori di individuare peccati ideologici ed eresie è stata ampliata a dismisura dai loro esercizi quotidiani di risentimento. Questi accusatori riescono a scovare un pensiero colpevolmente razzista, sessista o omofobico in quello che a un orecchio non allenato suonerebbe come il più innocente dei discorsi. E non conoscono il perdono, dal momento che è loro preclusa – come accade a ogni persona priva di senso dell’umorismo – la conoscenza di se stessi. Il desiderio di accusare, che porta con sé una reputazione di virtù senza la fatica di conquistarla, prevale sul naturale impulso umano del perdono, creando personalità rigide anche troppo familiari a chiunque abbia avuto a che fare con le lobby che controllano l’opinione pubblica americana.

    Come dobbiamo reagire a tutto ciò? Sarebbe facile dire: dovremmo riderne. Ma compromettere una carriera non è cosa su cui scherzare; e ancor meno c’è da scherzare quando si finisce sulla lista dei bersagli della macchina islamica anti-offese. Quello di cui c’è bisogno, a mio avviso, è un gruppo di giornalisti bene educati, ma anche ruvidi e persino arroganti, che si appoggino a vicenda nel porre alla berlina le ridicole pretese dei censori.

    Fino a non molto tempo fa, in Inghilterra una tale classe di giornalisti esisteva. Durante l’ascesa della sinistra nelle università, negli anni Settanta, gente come T.E. Utley, Peregrine Worsthorne, George Gale e Colin Welch demolirono a forza di corsivi i nuovi movimenti intellettuali. Il risultato fu che quei movimenti arrivarono a controllare le università, ma non l’opinione pubblica. Alcuni di quei giornalisti erano di sinistra, come Alan Watkins e Hugo Young; altri erano di destra, come Utley e Worsthorne. Ma nella battaglia contro la censura fecero gruppo, uniti nel combattere la malattia puritana. Ognuno poteva essere ruvido quanto credeva verso il mare di stupidità che montava intorno a loro, e così facendo suscitare una sana risata nei propri lettori.

    Purtroppo gran parte di quei giornalisti non sono più tra noi, e leggendo del caso Don Imus sulla stampa americana, mi chiedo se in questo paese ci sia qualcuno della loro specie.

    Roger Scruton | l'Occidentale


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    Predefinito Rif: Il suicidio dell’Occidente

    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio

    Scruton, ad un certo punto, presenta tre modelli di organizzazione sociale: quella dello stato democratico nazionale retto da un patriottismo fondato sul sentimento di appartenenza che si regge su sentimenti di fiducia e lega gli individui ad un territorio, e quindi ad una comunità, poi rinforzata da processi legali, da cui hanno origine le altre istituzioni sociali come il mercato. Ad essa si contrappone la” comunità tribale”, fortemente gerarchizzata in cui il sentimento di appartenenza tra individui non procede tra eguali, ma da suddito a capo e quindi esclude la cittadinanza agli estranei (il nazismo è stato un tentativo per forza di cose violento, perché cercava di imporsi ad una società formata in altro modo e che ha cercato di cancellare l’idea democratica di nazionalismo sostituendolo con una forma tribale: da qui lo sterminio degli altri, dagli ebrei ai rom fino agli slavi). Anche la “comunità di credo” opera, pur distinguendosi dalla precedente, per sentimenti di appartenenza non universali perché religiosi: gli individui appartengono alla stessa comunità se condividono la stessa fede. Spesso gli ultimi due criteri convivono, ma possono entrare in conflitto perché l’amore per la famiglia allargata e l’ubbidienza alla religione possono divergere appena le comunità si ingrandiscono. “Tale conflitto - sono parole di Scruton - è stato una delle forze motrici della storia islamica e se ne ha evidenza in tutto il Medio Oriente, dove le comunità di credo sono scaturite da religioni monoteistiche, ma si sono modellate secondo l’appartenenza tribale”. Lo stato nazionale non è definito da un’appartenenza al clan o dalla religione ma alla patria, cioè a un territorio; è per questo motivo che la nazione contempla la tolleranza della diversità. Non siamo davanti allora ad uno “scontro di civiltà” tra Occidente e Islam, ma ad “un conflitto tra due forme di appartenenza, quella nazionale che tollera la differenza e quella religiosa che la esecra”.

    La comunità di credo (teocrazia) regge finchè permane la credenza in un astratta superstizione religiosa (o utopia ideologica) che cementa la società: con il venire meno della fede in questa superstizione, la società è costretta a ricorrere a valori secolari (la nazione, la libertà) per non sfaldarsi.

    La comunità democratica (democrazia) regge finchè la società non diventa troppo eterogenea e venuto meno il sentimento di appartenenza tra le varie comunità che la compongono, essa si sfalda. Considerano che per sua natura questo tipo di società è aperta all'immigrazione dall'esterno, il suo destino è segnato.

    La comunità tribale (etnocrazia) si basa invece sull'unico legame concreto tra esseri umani, quello di sangue ovvero l'appartenenza etnica che il popolo capisce ed accetta instintivamente senza bisogno di caste sacerdotali/intellettuali e relative teologie/ideologie che edifichino un astratta mitologia unificante basata su un Dio o Valori. Questo tipo di società è più semplice e primitiva delle altre ma dura come una noce e non propensa a sfaldarsi in quanto è veramente un unità monolitica e naturale.

    Il Giappone, più del III° Reich, era ed è (sotto la facciata democratica) un etnocrazia.
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

 

 
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