E' l'uso, in questo periodo, d’estendere il proprio voto augurale ad amici e conoscenti e si tratta di una consuetudine che ho sempre osservato; tuttavia, prefigurandomi quel che, assai probabilmente, si profila nel nostro orizzonte immediato e ripercorrendo i fatti che hanno scandito il corso dell'anno che sta per lasciarci, mi parrebbe proprio che un qualsiasi augurio verrebbe a fatalmente tradursi in una figura dalla connotazione davvero contraddittoria e grottesca.

Nel corso del 2019, ad esempio, mi è accaduto di poter toccare con mano come quella parte politica che (sia pure con tenue convincimento) avevo un tempo sempre votato, anche quando libera dai condizionamenti politici imposti dai vari Casini e Fini di turno, assolutamente non fosse quello che aveva diffusamente affermato di essere; in altri termini, assolutamente non intendesse contrapporsi al "verbo progressista", ma, al più, in luogo di adottarne i dettami per via "rivoluzionaria", preferisse piuttosto declinarne i principî per via "riformista".

Il che, nella pratica, sta a significare che il cosiddetto “centro destra”, anziché volerci imporre socialmente il portato di certi assetti ideologici, con clamore e nel lasso di qualche mese, intenderebbe condurre la medesima operazione, con azione progressiva e silenziosa, nel volgere di qualche anno. Una lezione di "politica politicante", quest'ultima, che, già a lungo, è stata vissuta in Italia e che, per estrema sintesi, vedeva la Democrazia Cristiana accaparrarsi voti moderati e di destra su certi programmi, per poi praticamente svolgere, nel corso della legislatura, (per quanto lo consentisse l'ombrello statunitense) quanto era stato proposto dal Partito Comunista ai propri elettori. Un paio di vecchinterventi televisivi degli onn. Scajola ed Alfano (non a caso ex politici democristiani e - buon sangue non mente - figli di politici democristiani) mi hanno ulteriormente confermato nell'opinione.

Un ulteriore elemento che mi parrebbe dover raffrenare ogni entusiasmo, a mio avviso, risiede nell'analisi condotta da politici e giornalisti (con la sola eccezione, per il vero un poco surrettizia, delle dichiarazioni di un imprenditore intervistato su Libero lo scorso Sabato) circa l'effettiva causa principe dello sbilancio dei conti dello Stato. In questo senso, se si è parlato - assai genericamente - dei "costi della politica" e della "spesa statale", ben ci si è guardati dal chiarire il fatto di come il costo delle prestazioni sociali e sanitarie, nonché dei lavori pubblici, venga legalmente apprezzato in somme pari a circa il triplo od il quadruplo del loro reale valore; questo, al fine di permettere ai partiti politici d'ogni tendenza e colore il reperimento del fondi necessarî all'acquisto (poco e male retribuito) del consenso elettorale.

In luogo di individuare la reale causa scatenante del "deficit", qualsiasi politico e qualsiasi giornalista (e, anche da questo particolare, credo che possa cogliersi quanta poca differenza interceda fra la cosiddetta "stampa libera" e la tanto famigerata "stampa di regime") si è demagogicamente impegnato ad indicare al povero cittadino tartassato il falso bersaglio del numero dei parlamentari (come se, rimanendo immutata l'entità della "forza votante" da retribuire economicamente, il costo finale potesse differire, soltanto con il mutare della quantità degli eletti) e dei loro emolumenti (eticamente ingiustificabili, ma di nessun impatto sul totale della spesa). Nessuno, invece, ha voluto nemmeno accennare al fatto che, senza l'eliminazione del menzionato meccanismo di sovrapprezzamento delle attività statali ad uso elettorale, qualsiasi incrudelimento fiscale si tradurrà in una misura vana, equivalendo all'inutile fatica di voler colmare una pentola bucata. Anzi! Affinché noi, popolo bue, ci si faccia più agevolmente tosare, si è addirittura arrivati a fingere che, con la prossima manovra, i maggiori problemi troveranno una magica soluzione ...

Che cosa può dunque portarci il nuovo anno (ed i nuovi anni a venire) ? A mio parere, grosso modo, soltanto questo:

a) un ulteriore sbilanciamento degli assetti sociali, alla volta di modelli ideologici insensatamente nichilisti ed irrazionali, principalmente intesi recidere quelle nostre radici etiche e culturali che, sole, valgono a renderci spiritualmente dissimili dalle scimmie;

b) un progressivo ed ineluttabile impoverimento economico che, certamente - a seconda di quella finalità suprema esplicitamente perseguita dalle ideologie democratiche che è consacrata anche all'art. 3 della nostra vigente costituzione - varrà a renderci (quasi) tutti "uguali in senso sostanziale" (ovviamente nell'indigenza; del resto, così come insegna un indiscutibile dato d'esperienza, qualsiasi perequazione si può attuare soltanto "al basso").

A questo punto, non volendo proprio gabbare nessuno, credete possa forse sinceramente formulare l’augurio d’uso?