Cari amici liberali,
forse non ve ne siete accorti, forse avete difficoltà ad ammetterlo, ma voi e noi conservatori siamo fratelli gemelli. Certo, a volte come in tutte le famiglie si litiga e si puntano i piedi, ma ciò che ci divide è sempre stato assai meno rilevante di ciò che ci unisce ed assai meno importante oggi di quanto poteva sembrare giusto quaranta-cinquant'anni fa. Un esempio è dato dalla figura di F. A. von Hayek, citato come riferimento da entrambi i nostri gruppi, nonostante l'Autore in questione potè scrivere il suo famoso (e più volte citato) saggio Perchè non sono un conservatore alla fine degli anni sessanta. Da allora sono accadute infatti molte cose in virtù delle quali i distinguo posti allora da Hayek hanno perso molta della loro ragion d’essere, mentre rimane tremendamente d'attualità l'incipit col quale il nostro cominciava il suo ragionamento:
In un'epoca, in cui gran parte dei movimenti considerati progressisti sono favorevoli a ulteriori attentati alla libertà individuale, facilmente chi ha cara la libertà consuma tutte le proprie energie opponendosi. [...] Oggi, nelle questioni di politica corrente in genere non ha altra scelta che appoggiare i partiti conservatori.
A quel tempo le forze conservatrici erano piuttosto diverse da quelle che conosciamo attualmente, soprattutto in Europa. Il modello rappresentativo, allora, era quello paternalistico della Middle Way, innalzato in Gran Bretagna dal celebre premier Harold MacMillan, e in poco o in nulla differiva dal welfare state di stampo socialdemocratico. Ovvio che un liberale autentico storcesse il naso. Seguito, senza ombra di dubbio, da qualsiasi conservatore odierno.
Quando Hayek ebbe modo di scrivere il famoo saggio in America la situazione in campo conservatore era piuttosto composita. Hayek stigmatizzò l'avvento nello schieramento della destra repubblicana della corrente dei New Conservatives, capitanata dai Kirk e i Nisbet, che a suo dire avrebbero voluto instaurare negli USA il conservatorismo paternalista di SuperMac. In verità, la posizione dei New Conservatives non era in alcun modo sovrapponibile a quella dei tories dell'epoca (e ovviamente era ancor più lontana da quella dei democristiani continentali), e assai più incline al laissez-faire e all'individualismo di Hayek. Oltretutto, c'è da rimarcare - e pochi, in verità, in Italia si sono finora presi la briga di farlo - che la posizione new conservative, pur notevolmente apprezzata in ambito accademico, è sempre stata minoritaria politicamente, persino nell'allora assai piccolo movimento conservatore.
Spesso i commentatori di parte liberale sono soliti semplificare il dibattito interno al conservatorismo americano riducendolo schematicamente ad un mero contrasto fra libertarian (Hayek) e tradizionalisti (Kirk), sottacendo l'opera di un terzo, meno ideologico e numericamente assai più rilevante gruppo mediatore, i cosiddetti conservative libertarians, capitanati da Buckley e Meyer, la cui ipotesi fusionista lanciata sulla rivista National Review ha di fatto scritto l'agenda della New Right da Goldwater almeno fino a Reagan.
Il libertario Rothbard nel ricordare Meyer parlò di un libertario mancato, e questo perché la posizione fusionista da egli assunta doveva molto più all'impostazione liberale classica che a quella schiettamente conservatrice (o per meglio dire, comunitarista) di Kirk. Mentre quest'ultimo si arroccava su una difesa di Burke in chiave antidemocratica e sottilmente antiamericana, l'eroe dei conservative libertarians, destinato a divenire l'emblema del Movimento Conservatore USA, era Thomas Jefferson, nella cui scia si sono costruiti i futuri successi del Partito Repubblicano. Grazie alla scelta preminente del tema della Libertà (rispetto a quelli dell'Ordine e della Virtù) si è potuto costituire quel conservatorismo aggiornato e spiccatamente liberale che avrebbe contagiato anche l'Europa grazie all'operato di Margaret Thatcher (conservatrice d’impronta schiettamente vittoriana e – guarda caso - seguace di Hayek, a dimostrazione, se ce ne fosse stato bisogno della naturale convergenza delle due linee politiche).
Viceversa, il liberalismo propriamente detto ha percorso nell’ultimo scorcio di secolo per mezzo di intellettuali come John Rawls, Ronald Dworkin, Ralf Dahrendorf, Amartya Sen, Anthony Giddens, ulteriori passi sul fronte dell'intervento statale e del laicismo irreligioso, rendendo sempre più chiara oggi la distinzione tra il conservatorismo liberale e il liberal-socialismo.
Nonostante in America la querelle liberale sia da tempo risolta senza il rischio di improponibili sovrapposizioni, in Europa il liberalismo è tuttora in mezzo al guido esposto costantemente alle sirene di destra e sinistra, preoccupato di occupare un ipotetico centro equidistante dai poli che spesso si rivela – vedi il caso dei liberaldemocratici inglesi – assai prono allo schieramento progressista. Tempo fa il settimanale Il Domenicale, finanziato da Marcello Dell’Utri, ebbe il merito di squarciare il velo dell’ipocrisia liberale e di chiedersi se oggi, in un panorama internazionale diviso fra conservatori e progressisti, con i primi più favorevoli al mercato, fosse il caso in Italia di dirsi di fatto tutti liberali. Liberali a destra, al centro e a sinistra, liberali al di là della destra e della sinistra.
Nonostante l’esperienza di Reagan e Thatcher, nonostante la tentata rivoluzione liberale di Gingrich e quella appena abbozzata in Italia da Berlusconi, il liberalismo da noi è ancor oggi altalenante tra propositi centristi e velleità massimaliste, incapace di darsi una forma e una dimensione stabile nell’alveo del centrodestra. Questa difficoltà a misurarsi con la politica corrente fa sì che tanto su Politica Online quanto adesso su Politicainrete conservatori e liberali perseguano tuttora strade diverse, salvo poi scoprire di votare per lo stesso partito e di valutare più o meno positivamente le stesse figure filosofiche e politiche. A mio avviso le correnti principali, più moderate, del conservatorismo e del liberalismo sono oggi assolutamente sovrapponibili e ciò dovrebbe rendere del tutto scorrevole un dibattito che finora, invece, anche quando c’è stato, è stato ostacolato da non pochi problemi. Il risultato paradossale è stato che i nostri gruppi abbiano preferito coltivare rapporti con realtà esterne di segno radicale piuttosto che perseguire una linea comune.
Per evitare che tutto ciò si ripeta, a mio avviso a danno di entrambe le componenti, in qualità di co-moderatore del forum Conservatori invito espressamente il moderatore Ronnie e tutti i liberali alternativi alle sinistre di frequentare il nostro forum portandovi i loro contributi, alla ricerca, a mio avviso non solo possibile ma direi necessaria, di un’opzione culturale e politica comune.
Mr. Right (un tempo, Florian)




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