Virginia, una disabile a morte i giudici non fermano il boia
di Gabriel Bertinetto
La strumentale e provocatoria accusa rivolta agli Stati Uniti dal presidente iraniano Ahmadinejad, paragonando la vicenda di Teresa Lewis a quella di Sakineh Ashtiani, non ha salvato la vita alla detenuta americana. Anziché essere messa a morte nel silenzio generale, Teresa riceverà oggi un’iniezione letale di veleno, mentre il mondo intero discute il suo caso. Solo questo è cambiato per la donna che nel 2002 uccise marito e figliastro per incassarne l’assicurazione sulla vita.
Poche speranze. Ieri notte erano rimaste infatti ormai poche speranze in un rinvio dell’esecuzione, dopo il rifiuto della Corte Suprema a concedere la grazia. Salvo clamorose sorprese dell’ultimo minuto, il boia si metterà all’opera stasera nel carcere di Troy, in Virginia, dove Teresa Lewis è rinchiusa da sette anni. Gli unici a sperare ancora nel miracolo sono i promotori della campagna che viene condotta sul sito online «saveteresalewis.org», che continuano ad insistere per strappare un ripensamento al governatore della Virginia, Bob McDonnell. Questi ha però già una volta respinto la domanda di grazia, e dopo il pronunciamento della Corte Suprema è molto difficile che possa fare marcia indietro. La Corte ha deciso a larga maggioranza. Di nove membri, solo due, Sonya Sotomayor e Ruth Bader Gonsburg, entrambe donne, hanno accolto la richiesta di salvare la Lewis dal patibolo. A nulla sono valse le argomentazioni di coloro che indicano nella disabilità mentale dell’imputata una valida attenuante della sua comunque acclarata colpevolezza.
Entrano i sicari. La vicenda è atroce. La sera del 30 ottobre 2002 la donna lasciò aperta la porta di casa, consentendo a due sicari di entrare e uccidere a colpi di pistola sia il marito sia il ragazzo che quest’ultimo aveva avuto da un precedente matrimonio. Uno degli assassini, Matthew Shallenberger, era l’amante di Teresa. Fu quest’ultimo a raccontare successivamente, durante il processo di appello, di essere stato lui a trascinare la donna nella trama criminale, promettendole che, una volta ereditata la casa del marito e incassati i soldi dell’assicurazione, avrebbe vissuto assieme a lui per il resto dei suoi giorni.
Shallenberger aveva 21 anni quando conobbe Teresa Lewis, che all’epoca ne aveva 33. In tribunale il giovane raccontò di avere circuito la poveretta: «Era una donna brutta e scema, che aveva spostato un uomo solo per i soldi». Stavo cercando, confessò, proprio una così, da potere «convincere facilmente a fare per me tutto ciò che volevo». Ma i giudici non accettarono quelle dichiarazioni, e sia in primo che in secondo grado condannarono la Lewis come mandante. Shallenberger, che assieme all’altro esecutore materiale del delitto era stato condannato all’ergastolo, nell’intervallo di tempo fra l’una e l’altra sentenza si suicidò.
Ribaltamento di posizioni. La storia di Teresa Lewis è stata abilmente sfruttata dal leader di Teheran per distogliere l’attenzione mediatica dal caso di Sakineh, condannata a morte in Iran per adulterio ed omicidio. La campagna internazionale contro la lapidazione di Sakineh ha messo in imbarazzo le autorità della Repubblica islamica, che rimandano ora al mittente l’accusa di violare i diritti umani. Non potete dare lezioni a noi, voi americani che a casa vostra vi comportate esattamente nello stesso modo. Questo il senso delle dichiarazioni rese negli ultimi giorni da Ahmadinejad.
23 settembre 2010