
Originariamente Scritto da
cireno
Ho scritto un libro, su quegli anni, è esaurito ma uscira fra qualche mese la seonda edizione. Ti incollo un pezzo del capitolo che parla di quei giorni. Leggilo, fallo leggere a tuo padre e vediamo se se lo ricorda.
Ecco qua
Inverno 1945
L’inverno del 1945, il primo dopo la fine della guerra, vide una Milano povera ma soprattutto fredda, anzi ghiacciata. Non che le temperature di quei mesi siano state particolarmente rigide, ma stufe e termosifoni non venivano quasi mai accesi per mancanza di carbone o legna; la luce veniva erogata a tratti, e se scaldare o illuminare la casa era un problema, trovare da mangiare era anche peggio: gli alimenti, tutti i tipi di alimenti, erano diventati ancor più scarsi di prima, di quando c’era la guerra, e tutto questo, il freddo, la poca luce, gli scarsi alimenti, resero quell’inverno ancora più duro da sopportare.
Ricordo che mio padre inforcava la bici e andava quasi ogni giorno verso le campagne del Lodigiano, a cercare uova e magari anche pane, o quel che riusciva a trovare da mettere sotto i denti, e tornava sempre con qualcosa, specialmente uova, e ogni tanto anche qualche forma di pane, e allora mia mamma faceva frittate incredibili: non ho mai mangiato tante frittate, tante uova sode o in tegamino come in quei giorni.
Fuori ci si spostava su camionette o addirittura su camion privati che supplivano alla mancanza, o meglio alla scarsità dei mezzi pubblici: si saliva su questi mezzi, c’erano di solito due panche di legno dove sedersi, e si partiva. Chi guidava, cercava di fare quasi da taxi: se c’erano passeggeri che dovevano andare, tanto per dire, in piazza Castello, lui, tutte le volte che si fermava per far scendere chi doveva scendere e salire chi voleva salire, urlava: «Vado in piazza Castello» così tutti capivano quale sarebbe stata la sua direzione. Per questi volontari del trasporto pubblico si pagava volentieri qualche lira, perché in effetti erano molto utili.
Ma il mezzo di trasporto più comune e più usato, in quei giorni, era la bicicletta. Le strade erano piene di biciclette, uomini e donne che pedalavano, donne su bici da uomo e uomini su bici da donna, magari, pur di potersi muovere con una certa autonomia. Ovviamente la bicicletta era diventata una cosa molto appetibile per chi non l’aveva, quindi i furti erano all’ordine del giorno. Si aveva sempre paura, fermandosi, di non trovare più la bici dove la si era lasciata. Mio padre, per evitare sorprese, la sua Taunus, che pesava una tonnellata, se la portava sempre in casa, al secondo piano, e la metteva sul balcone.
Un paio d’anni dopo, Vittorio De Sica uscì con un film che rifletteva proprio quei giorni. Un film stupendo, che fece di De Sica uno dei miei eroi di quel tempo: Ladri di Biciclette.
Scrive “Inventario Italiano” ne Le cose che hanno cambiato l’Italia:-
È il film più famoso del Neorealismo, apprezzato dal pubblico, in Italia e all’estero, e dalla critica di tutti i tempi e di tutti i Paesi. Con “Ladri di biciclette”, Vittorio De Sica rappresenta una storia minima di vita quotidiana che raccoglie in sé il dramma sociale del dopoguerra, il rapporto familiare tra padre e figlio, l’investimento nella speranza di un popolo stremato e straccione che tenta di recuperare una dignità economica ed esistenziale. De Sica scelse due attori non professionisti, l’adulto Lamberto Maggiorani (con una fisionomia bella, scavata, elastica), il bambino Enzo Stajola (piccolo, pacioccone ed energico al tempo stesso). Il protagonista è un uomo in cerca di lavoro, per ottenere il quale deve possedere una bicicletta. Trovata la bici e ottenuto l’impiego comincia l’attività di attacchino comunale, ma proprio mentre sta lavorando qualcuno gli ruba la bicicletta, unico mezzo che gli permette di svolgere la sua occupazione. Disperato per la vicenda comincia a vagare per la Roma del dopoguerra alla ricerca della sua bicicletta insieme al figlio, ma senza esito. Così trova il coraggio di rubare una bicicletta, una domenica in cui tanta gente è allo stadio a vedere una partita di calcio ma lui non è un ladro, e questa cosa non gli riesce.
Ed eccoci nel 1946, e finalmente la situazione dei mezzi pubblici di trasporto iniziò lentamente a migliorare, e anche i taxi cominciarono a farsi vedere più numerosi. Mangiare era sempre difficile, comunque, e i negozi, quando avevano qualcosa da offrire, venivano letteralmente presi d’assalto da chi poteva permettersi i prezzi che chiedevano, naturalmente, e svuotati in men che non si dica.
Ho scritto ‘da chi poteva permetterselo’ di proposito, perché l’inflazione aveva dato un durissimo colpo alle tasche degli italiani, e tutto costava troppo per quello che la gente aveva in tasca. Un esempio? Un chilo di burro 1200 lire, e se pensiamo che un operaio guadagnava 11mila lire al mese di media, per comperarsi un chilo di burro si sarebbe dovuto mangiare un decimo del suo stipendio mensile. E non era solo il burro a costare carissimo, tutti gli alimenti usuali erano fuori controllo.
E pensare che fino a qualche anno prima poter guadagnare 1000 lire al mese era un autentico sogno. Andava di moda, a quel tempo, una canzone le cui parole erano: Se potessi avere, mille lire al mese, che Umberto Melnati, noto attore del momento, cantava in un film del 1939 che aveva proprio quelle parole come titolo.
Per dire quanto quella somma rappresentasse un sogno per gran parte dei lavoratori, mio padre, che era vice-capo reparto alla Pirelli, ci arrivava per un pelo. Da 1000 sognate lire al mese a 11/12mila lire di stipendio effettivo: la guerra, in sei anni, aveva prodotto una svalutazione effettiva del 1200% circa sulla nostra moneta.
Eppure l’atmosfera che si respirava non induceva a un clima deprimente di miseria, quanto al febbrile desiderio di darsi da fare, a una ricerca fantasiosa dei modi per rimettersi in sesto, e a una grande voglia di conoscere le cose di cui eravamo stati tanto a lungo privati.