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Discussione: Il grande reset.

  1. #191
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    La Quarta Fase di Schwab

    Maurizio Blondet 13 Febbraio 2021

    “Conosciamo tutti, ma non prestiamo ancora sufficiente attenzione, lo scenario spaventoso di un attacco informatico globale che porterebbe a un arresto completo dell’alimentazione elettrica, dei trasporti, dei servizi ospedalieri e della nostra società nel suo insieme. La crisi del COVID-19 è, al confronto, come un piccolo disturbo rispetto a un grave attacco informatico. Dobbiamo chiederci, in una situazione del genere, come possiamo lasciare che ciò accada nonostante avessimo tutte le informazioni sulla possibilità e la gravità di un attacco a rischio. La criminalità informatica e la cooperazione globale dovrebbero essere in prima linea nell’agenda globale.

    https://twitter.com/i/status/1357103772602892295

    In questo breve video del luglio 2020, il fondatore del Forum di Davos Klaus Schwab preannuncia e descrive la “quarta fase” del Grand Reset, quella che dovrà portare l’umanità occidentale intera al reddito universale di base e all’abolizione della piccola proprietà privata .



    L’attacco di hacker sembra esere la scusa che sarà adottata per giustificare quello che nella “tabella di marcia” esfiltrata dal Canada viene descritta così?

    – Interruzioni della catena di approvvigionamento previste, carenza di scorte, grande instabilità economica. Previsto per la fine del secondo trimestre del 2021.

    – Impiego di personale militare nelle principali aree metropolitane e in tutte le strade principali per stabilire punti di controllo di viaggio. Limitare viaggi e movimenti. Fornire supporto logistico all’area. Previsto entro il terzo trimestre del 2021.

    Lo “spaventoso attacco cibernetico” da parte di hackers onnipotenti è stato già “paventato” (ossia preconizzato) da Ygal Unna, il capo della Direzione nazionale informatica di Israele, Yigal Unna ha avvertito l’anno scorso che un “inverno informatico” di attacchi alla Rete “sta arrivando e arrivando più velocemente di quanto sospettassi”.

    Forse non c’è bisogno nemmeno di specificare, come fanno i giornalisti Jhonny Wedmore e Withney Webb, che “ nella direzione informatica, Unna lavora a stretto contatto con le agenzie di intelligence israeliane, inclusa la Unità 8200, che ha una lunga storia di spionaggio elettronico contro gli Stati Uniti e altri paesi e che è stata responsabile di diversi attacchi devastanti, incluso il virus Stuxnet che ha danneggiato il programma nucleare iraniano”. Con la frenetica vaccinazione di massa al prezzo di vite ebraiche, il deep state israeliano si dispone ad essere tra i maggiori beneficiari del Great Reset data la forza del settore hi-tech della nazione.

    Una simulazione dell’attacco è già avvenuta
    Ricordiamo l’ Event 201 tenuto a New York sotto l’egida del World Economic Forum nell’ottobre 2019 con la Fondazione Rockefeller, Bill Gates e la John Hopkins , ha simulato una nuova pandemia di coronavirus che si diffonde in tutto il mondo e causa gravi interruzioni all’economia globale; e poche settimane dopo è comparso il primo caso di COVID-19 . Lorsignori erano pronti alla cosa che la simulazione simulava di “prevenire”..

    Stupirà apprendere che il 3 febbraio il World Economic Forum (ha annunciato che il prossimo luglio si svolgerà la simulazione di attacco informatico globale che colpirà le reti di approvvigionamento e lo “spegnimento” di internet o furto di dati privati in possesso del sistema bancario? Tale esercitazione è denominata Cyber Polygon 2021 sul sito web dell’evento appena aggiornato, si avverte che, data la massiccia digitalizzazione in corso di ogni attività economica, essa stessa resa necessaria dalla “pandemia” e dai lockdown, accade che “basta un unico collegamento vulnerabile per far collassare l’intero sistema, con effetto domino”, aggiungendo che ” un approccio sicuro allo sviluppo digitale oggi determinerà il futuro dell’umanità per i decenni a venire “.

    Il fatto che Cyber ​​Polygon 2021 sia fissato per luglio significa che l’attacco hacker preconizzato sarà fatto accadere dopo quella data? Niente è meno certo.

    “Una simulazione simile sponsorizzata dal WEF che ha avuto luogo lo scorso luglio 2020 Cyber ​​Polygon 2020 è stato ufficialmente descritto come “formazione online internazionale per aumentare la resilienza informatica globale”; in quell’occasione i media mainstream come il New Yorker affermato che la cyber-pandemia “è già in corso”. I relatori hanno preconizzato come cosa fatta “l’imminente “pandemia” letale di attacchi informatici” che avrebbe colpito principalmente due settori economici, sanità e finanza. Un gioco di guerra a cui hanno partecipato le mega aziende del settore tecno, tipo IBM, Huawei ed Amazon, praticamernte tutte le mega-banche (Bank of America, Credit Suisse, Equifax (l’agenzia di rating del credito) .JPMc morgan Chase, Mastercard, Paypal, SWIFT (la vecchia rete di compensazione delle transazioni internazionali), Paypal e ovviamente Blackrock (deep state finance central)… la rete SWIFT (compensazione delle transazioni internazionali) e entità internazionali come INTERPOL.

    Ma fra i partecipanti, il più sorprendente – che parteciperà anche allo scenario Polygon 2021 di luglio – è la Sberbank, banca controllata dal governo russo, che vi partecipa sotto la sigla della sua sussidiaria per la sicurezza informatica BI.ZONE. Anzi, di più: la persona scelta per aprire l’evento Cyber ​​Polygon è stato il primo ministro in carica dal gennaio 2020 della Federazione Russa, Mikhail Mishustin: ingegnere informatico, già nominato (nel 2010) da Putin direttore del servizio fiscale della federazione, genio della digitalizzazione e fanatico dei big data che ha usato, dicono, sistemi ” tecno-autoritari ” di sorveglianza governativa dell’attività economica per debellare i rimborsi ingiustificati dell’IVA.

    L’invito da parte del WEF, e con tutti gli onori, del primo ministro russo prelude forse alla cancellazione della narrativa che incolpa fantomatici ed onnipotenti “hacker russi” di qualunque crimine informatico, il più grave dei quali sarebbe aver determinato l’elezione di Donald Trump? Lo sperano i due autori dell’articolo. Lo speriamo anche noi. Solo il tempo dirà se, invece, Mishustin non sia invitato alla simulazione del gran delitto profetizzato in una veste analoga a quella per cui un dirigente italiano del Tesoro fu invitato a suo tempo sul Britannia.

    Intanto vi lascio un altro profeta del paventato black-out generale, che probabilmente servirà anche a far sparire i nostri depositi, e i blog alternativi per interruzioni del Web:

    “Credo che ci sarà un’altra crisi. Sarà più significativo e sai che dobbiamo iniziare a prepararci davvero adesso. Quando vedremo questa prossima crisi, sarà più veloce di quanto abbiamo visto con COVID. Il tasso di crescita esponenziale sarà molto più ripido, l’impatto sarà maggiore e di conseguenza le implicazioni economiche e sociali saranno ancora più significative … ”

    Jeremy Jurgens, Managing Director World Economic Forum, 8 luglio 2020

    (Continua)

    La Quarta Fase di Schwab
    Ultima modifica di Eridano; 14-02-21 alle 11:03

  2. #192
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Il Governo Draghi non viene in pace: la condizione per il Recovery Fund è l’austerità

    Il Governo Draghi non viene in pace: la condizione per il Recovery Fund e l’austerita - Come Don Chisciotte

  3. #193
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  4. #194
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    Il Governo Draghi non viene in pace: la condizione per il Recovery Fund è l’austerità

    Il Governo Draghi non viene in pace: la condizione per il Recovery Fund e l’austerita - Come Don Chisciotte
    Se 76 anni fa le cose fossero andate in maniera differente tutto questo non sarebbe successo ...
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #195
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Se 76 anni fa le cose fossero andate in maniera differente tutto questo non sarebbe successo ...
    Ciao Freezer, finalmente!
    Ultima modifica di Eridano; 15-02-21 alle 14:23
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #196
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Se 76 anni fa le cose fossero andate in maniera differente tutto questo non sarebbe successo ...
    Bentornato e speriamo che ti farai sentire molto per recuperare il tempo mancato.

  7. #197
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Anche tu però finiscila di fare ferie. 😂

  8. #198
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Cts: 'Rafforzare le misure per rallentare le varianti'

    È finito l'intervallo.
    Della crisi.
    Si rientra velocemente nei binari.

  9. #199
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Cts: 'Rafforzare le misure per rallentare le varianti'

    È finito l'intervallo.
    Della crisi.
    Si rientra velocemente nei binari.
    Era logico.
    Draghi ha suonato il campanello.
    Tutti in aula.

  10. #200
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    Predefinito Re: Il grande reset.

    Nel nome del padre.

    di Roberto PECCHIOLI

    Il diavolo si nasconde nei dettagli. In piena emergenza virale, in mezzo al tracollo
    economico e alla nascita del governo delle meraviglie, è sfuggita ai più l’ordinanza n. 18
    della Corte Costituzionale, che, in risposta a un quesito sollevato dal tribunale di Bolzano,
    ha ritenuto che non sia più adeguata ai tempi la norma secondo cui ai figli riconosciuti da
    entrambi i genitori è imposto il cognome del padre. Per la Consulta, ciò perpetuerebbe
    “una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con
    il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna”. In termini giuridici, l’oggetto
    del contendere è la validità dell’articolo 262 del codice civile, nel caso di mancato accordo
    sull’attribuzione del cognome tra i genitori 1 e 2, nell’evo antico padre e madre.
    Nelle motivazioni della sentenza, i custodi (di quel che resta) della costituzione italiana
    affermano che l’attribuzione ai figli del cognome paterno è retaggio di una concezione
    patriarcale della famiglia”. Sappiamo poco di diritto, ma ci sembra che non si tratti di
    concezione patriarcale, ma piuttosto patrilineare. La distinzione non è di poco conto, a
    livello di antropologia sociale e culturale. Non ci azzardiamo a esprimere valutazioni sulle
    modalità giuridiche di salvaguardia dell’unità familiare espresse dai giudici, i quali
    avvertono che essa è garantita solo dall’eguaglianza dei genitori. Nei casi di assenza di
    accordo, non può valere "la prevalenza del cognome paterno, la cui incompatibilità con il
    valore fondamentale dell’uguaglianza [è] da tempo riconosciuta dalla giurisprudenza di
    questa Corte.” La Consulta invoca un sollecito intervento del legislatore, in armonia con il
    disposto degli articoli 2, 3 e 117 della Costituzione.
    La nostra convinzione è che il principio dell’attribuzione ai figli del cognome paterno
    salterà presto: la cultura dominante della cancellazione non ammette deroghe e la
    distruzione della trasmissione patrilineare (o eteropatriarcale, come preferiscono dire
    femministe e progressisti) – del cognome dei figli – un sinonimo tramontato era
    “patronimico” – è uno degli obiettivi più importanti. In realtà l’articolo 262, nella sua
    formulazione vigente, ha già affievolito il principio di trasmissione per linea paterna
    introducendo la regola dell’accordo tra i genitori, ma la forza delle tradizioni fa sì che i
    nuovi nati portino quasi sempre, se riconosciuti dal padre, il suo cognome.
    Non ci impanchiamo in disquisizioni giuridiche, ma non possiamo tacere alcune
    implicazioni di quanto inevitabilmente accadrà. Di passaggio, affermiamo che uno Stato
    non può disinteressarsi di questioni dirimenti come la trasmissione del cognome dei suoi
    cittadini per i motivi che esporremo, lasciando che esso sia regolato dall’accordo tra le
    parti. E’ la concezione liberale della vita, contrattuale, indifferente a qualunque principio
    etico, spirituale o civile che ecceda l’interesse individuale e quello economico.
    Come spiega efficacemente Alain De Benost, esiste “un ’ideologia implicita che risulta dalla
    presenza di valori ammessi e considerati di per sé evidenti dalla maggioranza degli
    associati. Questo apparato civile ingloba la cultura, le idee, i costumi, le tradizioni, il
    cosiddetto buon senso.” Il potere trasforma le idee generali nello spirito dei tempi
    attraverso la cultura, “luogo del controllo e della specificazione dei valori e delle idee.” Non
    vi è alcun dubbio che l’idea-guida dell’Occidente terminale sia l’uguaglianza, declinata in
    termini di equivalenza, indifferenziazione e rifiuto di ogni diversa gerarchia di principi.
    Se questo è vero, poco potrà qualsiasi considerazione culturale, antropologica e giuridica
    che contraddica il principio guida, divenuto unico e inderogabile. Nel caso specifico,

    l’uguaglianza dei sessi è intesa sempre più come aggressiva spoliazione delle prerogative e
    dell’universo mentale e metaculturale dell’esemplare maschio della specie umana.
    Descritto come violento, stupratore seriale, dittatore millenario, l’uomo è decostruito in
    tutte le sue identità ed espropriato di quella alla quale più teneva, la funzione di
    paterfamilias. L’abolizione del padre è una delle caratteristiche più drammatiche della
    società terminale nella quale siamo immersi.
    Il padre era la legge, la guida, il modello, la protezione e l’anello principale della catena di
    trasmissione della comunità. Distruggere la sua figura, destituire la sua autorità, è stato
    l’esercizio più riuscito della rivoluzione culturale dell’ultimo mezzo secolo. L’ultimo passo è
    negare ai figli il cognome del padre, una sconfitta antropologica che provocherà nuova
    deresponsabilizzazione dell’uomo. Citiamo ancora De Benoist: “l'uomo nasce come erede,
    di un popolo, di una stirpe, di una cultura. La sua identità personale è indissociabile dalla
    sua identità collettiva, ed è precisamente questa parte fondamentale della sua identità che
    lo ricollega a coloro con cui condivide qualcosa, ma ugualmente a coloro che l'hanno
    preceduto e a tutti coloro che lo seguiranno, che è implicitamente negata da tutte le
    dottrine universaliste, e segnatamente dall’ideologia dei diritti dell'uomo, la cui
    caratteristica essenziale è di ragionare partendo da una concezione astratta dell'individuo,
    senza mai tenere conto delle sue appartenenze naturali e concrete.”
    Il cognome che porto mi connette a mio padre e a coloro che l’hanno preceduto, mi situa
    all’interno di una storia, è un elemento inderogabile della mia identità. Lo sapevano le
    civiltà religiose, per le quali attribuire il nome era prerogativa divina che attribuiva alle
    cose un alito di vita e un significato trascendente. Fino a poco tempo, era un orgoglio
    trasmettere qualcosa di sé oltre i beni materiali. I principi comunitari, i nomi di battesimo
    (ci si può ancora esprimere così?) si ripetevano tra le generazioni delle famiglie, e
    soprattutto importava il cognome, segno di continuità della propria gente, l’arco che si
    tendeva verso l’infinito.
    Ma chi rinuncia all’eredità, abbandona anche il lascito nei confronti delle generazioni
    successive, delle quali all’uomo occidentale contemporaneo non importa nulla. Che cosa
    hanno fatto per me i posteri, si chiedeva un umorista della finezza di Groucho Marx?
    Tagliati i fili culturali, sentimentali e simbolici, non resta che l’esistenza biologica, il
    transito casuale nella vita. Il cognome, per l’uomo di oggi, richiama il passato, quindi non
    interessa, se non come banale strumento di identificazione, che può essere sostituito da un
    codice a barre, dal QR, da un numero di serie, o cambiato perché ininfluente, privo di
    valore. Ecco quel che vogliono essere l’uomo e la donna di oggi, prodotti seriali che
    ciascuno provvederà a individualizzare a suo insindacabile giudizio.
    Di qui l’enorme successo di pratiche di soggettivazione – imposte dalla moda- come i
    tatuaggi e il desiderio intenso di creare se stessi, a partire dal nome. Ne sono prova il
    successo dei nickname delle reti sociali, ma anche la sempre più comune volontà di
    scegliere il proprio nome, considerato un’imposizione di chi è venuto prima di noi e ci ha
    messi al mondo. Il cognome – che è aspetto ben più importante – non poteva sfuggire
    all’attacco convergente dell’universalizzazione dell’uguaglianza e dell’individualismo
    assoluto.
    Ci è capitato di discutere con persone in buona fede – questo è il dato più sconcertante –
    che non intendevano battezzare i figli non per ateismo, ma, a loro dire, per permettere loro
    una scelta consapevole da adulti. Recidevano cioè consapevolmente una radice, quella
    dell’identità spirituale. Nel caso dei cognomi finirà allo stesso modo. La scelta iniziale
    spetterà ai genitori 1 e 2, eventualmente anche 3 e 4: tutto è possibile nella procreazione

    zootecnica e per l’abolizione programmatica delle figure paterna e materna. Poi, in nome
    dell’uguaglianza e della libera scelta potrà essere modificata dalla volontà personale. E’ una
    conseguenza logica dell’uguaglianza-equivalenza e del soggettivismo come uniche bussole
    esistenziali. Il primo cambiamento starà nella volontà dei genitori: quel cognome è brutto,
    quell’altro è “migliore”, magari perché richiama un personaggio influente o famoso. Alla
    maggiore età, decideremo se mantenere o cambiare nome e cognome, esattamente come ci
    sarà permesso indicare il nostro “genere”, in base non alla biologia, ma al sentimento
    soggettivo e cangiante.
    La volontà inflessibile del mondo liquido è tagliare ogni sorgente di trasmissione e
    continuità, di cui il cognome è un elemento centrale. Basteranno tre generazioni perché
    nello stesso ramo familiare ci siano tre cognomi diversi. Per questo, lungi dal credere nel
    valore dell’accordo privato tra i genitori, preferiamo senz’altro che vinca la
    femminilizzazione della società occidentale e prescriva la trasmissione matrilineare del
    cognome. Pur nel rovesciamento di millenni di storia, salveremmo la continuità e la
    comunità, di cui il nome di famiglia trasmesso alle generazioni è un elemento identificativo
    assai potente.
    Pazienza se i poemi omerici, testi fondanti della nostra civiltà, dovranno essere aggiornati e
    Telemaco- figlio di Ulisse – non potrà più dire che il suo massimo desiderio è il ritorno del
    padre. Meglio la tela di Penelope dei Proci di ogni tempo. Anche Ettore, il padre per
    antonomasia, il guerriero protettore del suo popolo che abbraccia la moglie Andromaca
    prima del combattimento fatale e leva il figlioletto sopra la sua testa chiedendo agli dei che
    diventi più forte di lui, dovrà essere cancellato. Sia Andromaca il modello, ma per favore,
    permanga la continuità, il passato che si fa presente e scommette sul futuro.
    La nostra è una civilizzazione morente che tutto distrugge poiché a nulla dà valore.
    Sappiamo bene che le presenti riflessioni risulteranno illeggibili e ridicole ai sostenitori
    dello “spirito dei tempi”, per cui ci convinciamo sempre più della necessità di “cavalcare la
    tigre”, ovvero di lavorare affinché la civilizzazione morente chiuda in fretta la sua penosa
    parabola. Scrive Jean François Brient “il mio ottimismo si basa sulla certezza che questa
    civiltà fondata sul nulla sta per crollare. Il mio pessimismo su tutto quello che fa per
    trascinarci nel suo vortice”. Occorre restare in piedi tra le rovine e tenere la posizione:
    sepolto – forse insepolto- l’Occidente, qualcun altro ritesserà il filo della civiltà.
    A questo fine, partendo dalla questione non certo irrilevante della trasmissione del
    cognome, occorre una riflessione sulla particolare idea di uguaglianza elaborata dalla
    nostra civiltà. Il paradosso dell’egualitarismo contemporaneo è che si converte nel suo
    contrario, l’autoriconoscimento di diversità da parte di minoranze che si considerano
    differenti nel modello di sessualità, nelle capacità e caratteristiche fisiche o in altri aspetti e
    per questo pretendono privilegi, ovvero il contrario dell’uguaglianza davanti alla legge,
    l’isonomia greca. Per un altro verso, l’uguaglianza si trasforma in ossessione
    dell’equivalenza, il divieto di giudicare, paragonare, perfino riconoscere e dare un nome a
    ciò che si vediamo con i nostri occhi. L'egualitarismo contraddice qualsiasi esperienza di
    vita quotidiana, eppure è diventata la passione principale, se non unica, nella fase estrema
    della civiltà occidentale.
    Lo capì per primo Tocqueville ne La democrazia in America. I fatti gli danno ragione da un
    secolo e mezzo, il presente sta portando a compimento i processi metastorici immaginati
    dal conte normanno. Per questo, non ci illudiamo che la tendenza possa essere ribaltata:
    non resta che sperare nella conclusione del ciclo e nell’inizio di un altro. Per Tocqueville,
    l’esito dell’uguaglianza è la tirannia della maggioranza, a cui è estirpato progressivamente

    il pensiero. "Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di
    esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri
    di cui si pasce la loro anima. Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere
    tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro
    sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla
    potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma,
    al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. “
    L’analisi si focalizza sul concetto di passione per l’uguaglianza. Tocqueville vede nell’uomo
    egalitario un inestinguibile desiderio di uniformità che si trasforma nella volontà che
    nessuno sia o abbia più di lui. L’uguaglianza diventa conformismo e massificazione. In più,
    accanto alla passione per l’eguaglianza sussiste la “passione per il possesso”, l’egomania
    dell’avere che non si soddisfa mai. Di qui la straordinaria contraddizione tra
    un’uguaglianza assoluta, assunta come dogma senza tempo e senza eccezione,
    accompagnata a una disuguaglianza di mezzi economici mai sperimentata prima, che non
    viene percepita nella sua intollerabile ingiustizia.
    Per Tocqueville, l’uguaglianza suscita nello spirito umano diverse idee che senza di essa
    non sarebbero esistite, e modifica tutte quelle che già possedeva. Una è l'idea della
    perfettibilità umana, base del sentimento positivo, indiscutibile del “progresso”. Della
    triade nata dalla Rivoluzione Francese, messa in soffitta la fraternità, resta sul trono
    l’uguaglianza, per la quale gli uomini sviluppano “una passione ardente, insaziabile, eterna,
    invincibile”. Gli uomini vogliono l'uguaglianza nella libertà ma “se non possono ottenerla,
    la vogliono anche nella schiavitù. Sopporteranno la povertà, l'asservimento, la barbarie, ma
    non sopporteranno l'aristocrazia.” Questo è vero in tutti i tempi, ma soprattutto nel nostro.
    Tutti gli uomini che vorranno lottare contro questa forza irresistibile saranno travolti e
    distrutti, è la conclusione di Tocqueville.
    All’uguaglianza gli uomini d’oggi sacrificano non solo la libertà- che è differenza- ma anche
    la verità, negando ciò che vedono. Uomo e donna hanno pari dignità, ma non sono uguali.
    Le loro differenze non sono un errore della creazione, bensì un fatto che risponde alle leggi
    della biologia. Ma queste sono parole inutili: la contemporaneità occidentale ha deciso
    consapevolmente di sfidare la natura e di tagliare ogni legame con la verità e la continuità.
    Il nome e il cognome non possono fare eccezione alla regola dell’uguaglianza e della scelta
    individuale revocabile, totem della grande cancellazione.
    La trasmissione si è interrotta, il padre è il nemico, neanche la madre se la passa troppo
    bene. I profeti del nulla sono riusciti a farci credere che siamo atomi senza ieri e senza
    domani. Loro sanno che chiamarsi Giovanni Rossi significa “essere” Giovanni Rossi e non
    un altro, e voler trasmettere qualcosa di sé. In nome dell’uguaglianza, oggi travolgono il
    padre, domani distruggeranno la madre, ridotti a numeri, genitore 1 e 2. In nome
    dell’uguaglianza e dell’equivalenza, nulla ha valore. Il transito verso il nulla avanza anche
    sulle ali delle sentenze e delle eleganti costruzioni giuridiche. Per tutto esiste una
    giustificazione ammantata di legalità e giustizia. Il cognome del padre è nemico
    dell’uguaglianza; il sesso è genere; il genere è una costruzione della società eteropatriarcale
    che ha imposto la maternità e via farneticando.
    Doctores tiene la iglesia, dottori ha il potere per legittimare l’ingiustificabile. Nulla è
    definitivo: dopo la notte tornerà il giorno. Ma noi non ci saremo, cantavano i Nomadi: “il
    vento d'estate che viene dal mare intonerà un canto fra mille rovine, fra le macerie delle
    città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà, fra macchine e strade risorgerà il
    mondo nuovo, ma noi non ci saremo”.


    Nel nome del padre.

 

 
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