Il Bidet dove si lavano i gioielli di famiglia gli appartenenti al politburo comunista cinese
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Quando nel 2000 la Cina fu fatta entrare nel WTO per volontà di Clinton, noi ingenui ci stupimmo che gli Usa non pretendessero dal nuovo entrato ciò che impongono agli altri come condizione tassativa: soprattutto che la moneta del paese fisse esposta ai “mercati”: ciò che comporta che quando un paese esporta molto, la sua valuta si rivaluta e ciò rende meno conveniente importar le merci di quel paese.
Invece, gli Usa consentirono alla Cina di mantenere la sua moneta a cambio fisso; anzi – come mi ricorda un amico che opera nei metalli non-ferrosi – “con un cambio sottovalutato fino al 40 per cento. Con un sussidio del genere, ben il 40%, non c’è impresa che possa competere ed in effetti, come sappiamo le attività manifatturiere dell’Occidente, ivi compresa quella italiana, sono state quasi tutte sbaragliate mentre la Cina ha conosciuto lo sviluppo economico senza precedenti”.
Ora, rivelazione dopo rivelazione, scopriamo che non sono stati “gli americani” a regalare a Pechino l’entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio senza averne i requisiti, bensì un americano: Joe Biden.
Si scopre che ha svenduto il paese e tutto l’occidente industriale agli interessi del Partito Comunista cinese, attraverso società – facciate del Partito – di cui era socio suo figlio Hunter.
The Donald ha fatto il colpo grosso al momento del dibattito con Biden, portandosi dietro Tony Bobulinsky: ex socio di Hunter Biden, direttore esecutivo della Sinohawk Holdings, che ha descritto come “una partnership tra i cinesi e famiglia Biden. Joe Biden partecipava a collaborare con la CEFC (impresa di alti funzionari del Partito ora in via di fallimento) per guadagnare milioni di dollari” di mazzette. Era Biden quel “pezzo grosso” cui in certe mail del figlio con gli amici cinesi si diceva che andare “il 10”. Il signor dieci per cento?




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