Pagina 21 di 61 PrimaPrima ... 1120212231 ... UltimaUltima
Risultati da 201 a 210 di 605
  1. #201
    Forumista senior
    Data Registrazione
    02 Oct 2017
    Messaggi
    2,215
     Likes dati
    0
     Like avuti
    155
    Mentioned
    49 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Il socialismo non nasce né razzista né nazionalista. La mia è una constatazione storica, non un giudizio di valore. Fourier, Saint-Simon ed Owen precedettero Marx ed Engels e furono tutt'altro che nazionalisti (o razzisti). Il tentativo di sintesi fra nazionalismo e socialismo è un fatto posteriore. Interessante quanto si vuole, anche se per me definirsi "socialisti" è sbagliato o quanto meno equivoco, ma è ridicolo considerarlo il "vero" socialismo.
    Tutti i NazionalSocialisti (magari non gli oltranzisti pangermanici, ma ad esempio quelli francesi) pongono le basi del Socialismo Nazionale proprio nei cosiddetti "socialisti pre-marxisti" e finanche in Georges Sorel.

  2. #202
    SMF
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    141,758
     Likes dati
    21,786
     Like avuti
    33,971
    Mentioned
    1484 Post(s)
    Tagged
    34 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da Vero Socialismo Visualizza Messaggio
    Tutti i NazionalSocialisti (magari non gli oltranzisti pangermanici, ma ad esempio quelli francesi) pongono le basi del Socialismo Nazionale proprio nei cosiddetti "socialisti pre-marxisti" e finanche in Georges Sorel.
    Certamente, ma il punto è che nessun socialista pre-marxista fece mai discorsi incentrati sulla razza. Sorel, oltre tutto, è un pensatore post-marxista, che attuò una revisione ed una critica considerevoli del socialismo (marxista e non) e che si avvicinò al nazionalismo (vedasi l'esperienza dei circoli Proudhon): ma ciò avvenne in una fase successiva alla nascita del socialismo. E di non poco.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  3. #203
    SMF
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    141,758
     Likes dati
    21,786
     Like avuti
    33,971
    Mentioned
    1484 Post(s)
    Tagged
    34 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Una certa antecedenza del socialismo nazionale si potrebbe individuare in alcuni pensatori del Risorgimento italiano come Carlo Piscane e Giuseppe Ferrari o in alcune figure di spicco come Giuseppe Garibaldi, però anche in tal caso parliamo di figure successive ad Owen, Saint-Simon e Fourier.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #204
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Feb 2014
    Messaggi
    24,222
     Likes dati
    7,902
     Like avuti
    3,965
    Mentioned
    234 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Di per sé, un'ideologia socialista nazionale, così denominata, non è mai stata teorizzata, se non in Germania. Fa parzialmente eccezione il caso di Enrico Corradini che definì il nazionalismo il "socialismo nazionale" del popolo italiano, ma Corradini si definì sempre "nazionalista". Il sindacalismo nazionale in Italia è stato una corrente politica e ideale che sorse sulle ceneri dell'interventismo di sinistra nel primissimo dopoguerra. Si ispirò al sindacalismo soreliano ed ebbe per progenitore, in un certo senso, Filippo Corridoni. Un suo importante esponente fu Agostino Lanzillo. Interessante notare che all'epoca, pur sostenendo istanze sociali radicali, il sindacalismo nazionale italiano aveva un'impostazione economica abbastanza liberista.
    Una parte di esso confluì nel fascismo, tant'è che "sindacalismo nazionale" da un certo momento in poi diventò quasi sinonimo di "sindacalismo fascista" o "corporativista". Un'altra parte, invece, considerando quella fascista dal '20-'21 in poi un'involuzione reazionaria, passò nelle file dell'antifascismo (vedasi il caso di Alceste De Ambris, che pure Mussolini cercherà di riportare dalla sua parte). Nel caso spagnolo, esiste il "nazional-sindacalismo" o "sindacalismo nazionale", che ebbe come principale esponente Ledesma Ramos. In parte, le idee del nazional-sindacalismo furono riprese dal Movimiento nacional, cioè la Falange "istituzionalizzata" da Francisco Franco, il cui nome "integrale" fu "Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista".
    Tra socialismo nazionale e sindacalismo nazionale ci sono molti punti di convergenza, ovviamente, ma non c'è un rapporto di identità.
    E il nazionalsindacalismo di Olivetti?

  5. #205
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Feb 2014
    Messaggi
    24,222
     Likes dati
    7,902
     Like avuti
    3,965
    Mentioned
    234 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Corporativismo fascista e socialismo nazionale tedesco in cosa differiscono?

  6. #206
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Feb 2014
    Messaggi
    24,222
     Likes dati
    7,902
     Like avuti
    3,965
    Mentioned
    234 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Ci fu un "fascismo di destra" e un Fascismo di sinistra"?

  7. #207
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Feb 2014
    Messaggi
    24,222
     Likes dati
    7,902
     Like avuti
    3,965
    Mentioned
    234 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    La sinistra fascista e il «nuovo fascismo»


    Tra le varie «anime» del movimento fascista, la corrente «sinistra» fu certamente la più rivoluzionaria e la più interessante, che non nacque col Fascismo e con questo perì, ma che comunque vi confluì con entusiasmo, contraddizioni e originalità, apportandovi contributi di grande valore.

    Essa ha risvegliato ultimamente notevole interesse nella storiografia moderna, fruttando studi di estremo rilievo come Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona di Luca Leonello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989), Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna 1996) e Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998).

    Ma un contributo davvero imprescindibile rimane comunque La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato di Giuseppe Parlato (Il Mulino, Bologna 2000), sia per il suo ampio respiro e l’efficace sintesi che per l’analisi circostanziata dei miti, delle proposte originali e dell’afflato rivoluzionario che animò gli esponenti della sinistra fascista.

    Il prof. Parlato, esponente di punta della scuola defeliciana al pari di Francesco Perfetti, Emilio Gentile e Guglielmo Salotti, nonché relatore di recente a CasaPound per una conferenza su Nicola Bombacci, traccia nella sua opera, con altissimo spessore scientifico, la storia di questo movimento sui generis: dalle origini prefasciste e gli sviluppi protofascisti al movimentismo ante-Marcia su Roma, dalla «grande crisi» a seguito della svolta autoritaria del Regime nel 1925 alla renaissance del periodo imperiale e poi bellico, dall’esperienza della Repubblica Sociale sino ai differenti esiti nel dopoguerra.

    Veniamo così a contatto con personalità quali Edmondo Rossoni, Curzio Malaparte, Sergio e Vito Panunzio, Ugo Spirito, Angelo Oliviero Olivetti, Bruno Spampanato, Tullio Cianetti, Giuseppe Landi, Giuseppe Bottai, Berto Ricci, Edoardo Malusardi, Riccardo Del Giudice, Felice Chilanti, Luigi Fontanelli, Paolo Orano, Amilcare De Ambris (fratello di Alceste), Eno Mecheri, Ugo Manunta, per non dire di tanti altri.

    È doveroso tuttavia premettere che la sinistra fascista non fu mai un blocco unitario, con un’ideologia e un progetto organici, bensì vi si colgono sfumature, differenze, talvolta scontri, non sempre pacifici. Eppure questa corrente è riconoscibile grazie a caratteristiche inconfondibili quali «un forte e consapevole spirito antiborghese», «una polemica contro il modello capitalistico di produzione», «un radicato senso della socialità, che si espresse nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali», «una interpretazione della politica come rivoluzione» e il «rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana» (pp. 17-18*).

    La nascita di questo movimento politico-ideale va ricercata, innanzitutto, nel Risorgimento progressivo e popolare di Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane – esponenti di un socialismo non marxista e nazionale –, contrapposto al Risorgimento liberale e compromissorio di un Cavour (1), il cui esito era stato il giolittismo, che il Fascismo avrebbe dovuto demolire. Il Risorgimento mazziniano e garibaldino fu, infatti, un riferimento fondamentale per la sinistra fascista, e il suo richiamo ebbe un risveglio dirompente in Rsi all’approssimarsi della fine.
    Altro precedente e mito costante dei «fascisti rossi» fu il Sindacalismo Rivoluzionario, di cui Filippo Corridoni era il massimo rappresentante, e che non mancò di essere la stella polare del sindacalismo fascista. Il Fiumanesimo, inoltre, con la sua carica rivoluzionaria, sia a livello estetico ed esistenziale che politico, fu oggetto di studio e riferimento culturale della sinistra fascista, in particolare relativamente alla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris, che da alcuni fu indicata (ma non senza polemiche) come uno dei precedenti del Corporativismo.

    Dunque, «nel periodo che va da San Sepolcro al 1925, essa [la sinistra fascista] si manifestò nel sindacalismo rossoniano, nello squadrismo, nell’avanguardismo giovanile e nel ruolo di alcuni intellettuali atipici dei quali il più significativo rappresentante fu Malaparte» (pp. 18-19). E infatti Rossoni fu il punto di riferimento della sinistra fascista in questo primo momento – con la sua attività sindacale e la rivista «La Stirpe» –, fautore e alfiere di quel «sindacalismo integrale» che alla fine fu bocciato. Ed è proprio alla fine degli anni Venti con il cosiddetto «sbloccamento» (ossia la frantumazione delle organizzazioni sindacali fasciste) e con la svolta del ’25 che la sinistra fascista entrò in un periodo di crisi, non mancando tuttavia dibattiti e vivacità intellettuale.

    Con la Guerra d’Etiopia, invece, le tematiche «di sinistra» tornarono d’attualità, anche grazie alla «presenza di un agguerrito mondo universitario», alla «progressiva acquisizione di un ruolo politico del sindacato» e al «concomitante affermarsi dello Stato sociale» (p. 21). Aggiungendo, ovviamente, la polemica antiborghese suscitata da Mussolini che, se nel Duce era essenzialmente critica di costume, dagli ambienti della sinistra fascista fu combattuta con un più concreto approccio socio-economico, come si può evincere dal «bestseller» Processo alla borghesia (1939), raccolta di saggi curata da Edgardo Sulis e a cui partecipò anche Berto Ricci.
    Questa rinascenza fu definita dal De Felice il «nuovo fascismo» – in opposizione a quello che lo stesso Mussolini chiamò il «Fascismo che invecchia» –, ossia un periodo di grande rinnovamento culturale, in cui i «fascisti rossi» erano decisi a portare il Fascismo alle sue estreme conseguenze, rianimando quella Rivoluzione che aveva rallentato a causa delle resistenze dell’ala moderata della classe dirigente fascista.

    Il sindacato e i Guf si fecero interpreti di questa nuova stagione con contributi culturali di altissimo livello, attraverso riviste come «Il Lavoro Fascista» di Luigi Fontanelli, «L’Ordine corporativo», «Il Maglio», «Cantiere», «L’Universale» di Berto Ricci, «Primato» di Giuseppe Bottai, «La Verità» di Nicola Bombacci, senza contare i numerosissimi fogli universitari.
    La polemica antiborghese, in particolare, generò acute riflessioni sui meccanismi di produzione vigenti in Italia, constatando che si dovevano fare i conti con i residui del capitalismo liberale, realizzando finalmente lo Stato corporativo che – fino ad allora – aveva sì frenato l’ingordigia del «padronato» e migliorato vistosamente le condizioni dei lavoratori, ma non era ancora riuscito a trasformare strutturalmente il sistema economico italiano, condicio sine qua non per fare veramente la Rivoluzione: «Superamento del salario, programmazione economica e nuova concezione della proprietà privata rappresentarono pertanto i tre momenti attraverso i quali si tentò di trasformare il fascismo in una forza sociale e rivoluzionaria, in grado di incidere profondamente nella situazione sociale, economica e produttiva del paese» (p. 139).

    In questo senso vi furono dibattiti e proposte per l’elaborazione di un originale concetto di proprietà privata in grado di superare sia la tirannia di quello liberale che quello collettivista di stampo sovietico, i cui esiti furono raccolti nella ponderosa opera La concezione fascista della proprietà privata (1939), «summa del pensiero fascista sulla questione sociale» (p. 142). Fu altresì sostenuta la necessità del superamento del salario, inquadrata nell’ottica dello Stato corporativo – problema ben delineato nel volume di Felice Chilanti ed Ettore Soave Dominare i prezzi e superare il salario (1938).

    Il progetto della sinistra fascista fu, dunque, quello di rendere il lavoro non più oggetto, bensì soggetto dell’economia, attraverso l’autonomia delle masse lavoratrici, l’autogoverno delle categorie e l’autodisciplina nell’educazione alla responsabilità e alla coscienza politica, ossia i cavalli di battaglia del sindacato.

    E fu proprio il lavoro il nuovo mito dei «fascisti rossi», inteso come mistica e come pedagogia rivoluzionaria.
    Già Luigi Volpicelli, che aveva collaborato con Bottai (foto) alla Carta della Scuola, aveva denunciato e contestato la scissione avvenuta tra lavoro e cultura. Un vecchio preconcetto, infatti, proprio della società borghese, voleva che la vera cultura fosse essenzialmente umanistica, escludendo così il sapere tecnico dalle categorie di scienza e cultura; lo stesso Gentile, nella celebre Riforma della Scuola (1923), non si era totalmente discostato da questo fallace pregiudizio, sicché Bottai dovette rivedere questa impostazione con la già citata Carta.

    Le polemiche furono roventi, e la sinistra fascista non mancò di armare le proprie bocche da fuoco, capitalizzando numerosi successi e propagandando quello che doveva essere il vero spirito rivoluzionario del Fascismo; ad esempio sempre Edgardo Sulis scrisse, nella sua Rivoluzione ideale (1939), che «la misura della civiltà è il lavoro umano». Se nel soldato, quindi, il Fascismo aveva visto il proprio mito negli anni Venti, negli anni Trenta dovevano essere i lavoratori la nuova aristocrazia italiana, senza distinzione alcuna tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, il nerbo rivoluzionario dello «Stato Nuovo», in cui «il lavoro cessa di essere una merce per assumere il ruolo di soggetto dell’economia, uno Stato collettivo e totalitario mirante a portare (non solo giuridicamente ma concretamente, cioè nella cultura, nella morale, nel costume, ecc.) le classi e categorie proletarie sullo stesso piano delle classi e categorie intellettuali o detentrici degli strumenti della produzione» (2).

    Lo stesso Gentile rivide le proprie posizioni, formulando il concetto di «umanesimo del lavoro» in Genesi e struttura della società (pubblicato postumo nel 1946), «forse il suo libro più bello, comunque, il libro suo più innovatore e rivoluzionario» secondo il giudizio dell’allievo Ugo Spirito (3).
    La mistica del lavoro doveva pertanto essere il mezzo attraverso il quale creare una nuova socialità, base dello Stato Nuovo, «socialità – come scrisse Mariano Pintus – che è senso di responsabilità, dominio della competenza, primato dello spirito ed esaltazione non retorica dell’onestà» (4), giacché «la Rivoluzione fascista è anzitutto una rivoluzione sociale che dalla forza viva e sana del popolo esprime nuovi valori, forma nuove gerarchie» (5). La nuova civiltà fascista è pertanto la «civiltà del lavoro», a cui fu dedicato non a caso il noto e omonimo Palazzo all’Eur in occasione del Ventennale.

    Sia la tematica del lavoro che la polemica antiborghese, quasi fondendosi, animarono gli intrepidi spiriti dei giovani dei Guf, e proprio dall’università giunsero le più interessanti manifestazioni della nuova cultura fascista, prima teorizzata, poi applicata, con conseguenze rilevanti per lo stesso periodo postbellico: «Alla cultura classica si stava sostituendo la formazione tecnica e scientifica, all’otium borghese un sapere “attivo” sempre più finalizzato alle trasformazioni sociali, alla contemplazione estetica un’arte etica e pedagogica. Di qui la indispensabilità di una cultura e di un intellettuale militanti, nuovo modello di impegno destinato a superare il concetto di cultura tipico dell’epoca liberale, lontano dalla politica, neutrale, privo di passione civile» (p. 199). Era pertanto, come intuì benissimo Augusto Del Noce già nel ’45, «l’idea di una nuova cultura, cultura che trasforma contro cultura che consola», e tale cultura che trasforma è quella «che si identifica con la società, governa con la società, conduce gli eserciti per la società, contro quell’altra che ha predicato, che ha insegnato» (6).

    A questa poderosa rivoluzione culturale diede man forte una rivista come «Il Bargello», organo ufficiale del fascio fiorentino, in cui personaggi come i giovani Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Romano Bilenchi proponevano tematiche letterarie d’avanguardia, con l’intento di «creare una letteratura per il popolo, che evidenziasse le tendenze della società moderna; stabilire un rapporto tra cultura e mondo del lavoro, con particolare attenzione a temi quali la lotta all’analfabetismo, l’urbanesimo, le condizioni di vita delle masse operaie e contadine; elaborare una cultura che suscitasse la creazione di una coscienza sociale e rivoluzionaria; condurre una critica serrata della letteratura d’evasione e decadente, in nome di un verismo e di un realismo da applicarsi nei diversi rami della cultura» (p. 204).

    E infatti il modello letterario dei giovani fascisti non fu più il retorico e aristocratico D’Annunzio, bensì Giovanni Verga, la cui poetica di «verità» focalizzava l’attenzione sull’elemento sociale, indicando agli universitari «un’arte rivoluzionaria ispirata ad una umanità che soffre e spera» (7).
    Il verismo e l’impegno nel sociale, che privilegiavano la quotidianità e la sua autenticità, generarono conseguentemente un rifiuto e una critica severa al «decadentismo e all’intimismo, al lirismo nostalgico, alla letteratura dei sentimenti, bollati unanimemente dai giovani universitari come “borghesi”» (p. 208), tanto che la rivista «Libro e Moschetto» lanciò alla fine del 1939 una significativa Inchiesta sul romanzo, cui partecipò anche Ezra Pound. Da qui le fiere rivendicazioni di Sergio Lepri: «La nostra attuale narrativa (…) è quasi sempre un racconto non di vita aderente a una realtà attuale, ma di una vita mediata dalla memoria, dove il centro lirico è posto in una ricerca di smarrite stagioni (…). Vorremmo, ma questo forse lo permetterà unicamente una mutata realtà sociale e la conclusione di quel rinnovamento della società che è oggi in atto, che il racconto non fosse solo confessione e memoria (…) ma presenza attiva dell’uomo, centrato nel suo destino e nella sua volontà» (8).

    Se quindi in ambito letterario gli alfieri della nuova poetica sociale furono Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Luigi Bartolini e Cesare Pavese, per quanto riguarda le arti figurative i giovani fascisti si ispirarono a Manzù, Guttuso, De Chirico e, soprattutto, a quel Sironi stile anni Trenta che celebrava con le sue opere la nascente «civiltà del lavoro».
    I Guf iniziarono inoltre una polemica verso il razionalismo piacentiniano, teorizzando una nuova architettura che si occupasse prevalentemente dell’edificazione di case popolari, per la quale si cercava di elaborare un’estetica in grado di esaltare la figura del lavoratore in cui il lavoratore stesso – benché incolto – si riconoscesse.
    Ma è soprattutto all’arte cinematografica che gli universitari fascisti dedicarono la loro attenzione, rivestendo un ruolo indiscusso d’avanguardia, attraverso la funzione fondamentale del documentario dei CineGuf. Come si può osservare – e come è abbastanza noto, eccetto ritardi oramai ingiustificabili – il neorealismo nasce ben prima del dopoguerra, e specificamente con il Fascismo grazie alle proprie avanguardie giovanili.

    Immediata conseguenza di questa nuova stagione culturale fu la rivalutazione del lavoro manuale e del sapere tecnico-scientifico, come ben sintetizzò Angelo Da Prato: «Noi vogliamo fare discendere (…) la scuola dalla cattedra, fuori spesso dal mondo e assorta in vuoti razionalismi celebrali, verso la vita (…). Questa nuova affermazione del concetto di lavoro (…) parte cioè dalla ribellione contro il concetto liberale-borghese del lavoro e dei suoi valori, secondo cui il lavoro era ancora il triste fardello cui l’uomo era costretto ad essere legato» (9).

    Le leggi razziali, poi, lasciarono alquanto freddi gli esponenti della sinistra fascista, se si fa eccezione del sindacalista Tullio Cianetti, apertamente filotedesco.
    Fu invece con la guerra civile spagnola, e il relativo impegno bellico italiano, che i «fascisti rossi» si distinsero con posizioni fuori dal coro, dietro un mal dissimulato unanimismo, tanto che il sindacato e intellettuali anticonformisti del calibro di Berto Ricci si profusero nella difesa de «Il Lavoro», rivista dei portuali genovesi, e «I problemi del lavoro» di Rinaldo Rigola, apertamente schierati al fianco dei repubblicani iberici e pertanto contro il conservatorismo e le forze cattoliche reazionarie di Franco.

    Al contrario il conflitto mondiale fu sostenuto dalla sinistra fascista in quanto guerra «rivoluzionaria», «di indipendenza» o addirittura «di liberazione» combattuta dai «popoli giovani e proletari» contro le «demoplutocrazie» occidentali: «Questa è una guerra che deriva necessariamente da tutta la politica sociale svolta da anni dal Regime (…): è l’ultimo colpo di spalla, quello decisivo, contro un sistema plutocratico che si opponeva dall’esterno a che il popolo italiano avesse il giusto profitto del suo lavoro nel mondo» (10).

    Si rianimò quindi la polemica antiborghese, che vide tra i protagonisti Camillo Pellizzi, presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura oltre che direttore di «Civiltà Fascista», il quale scrisse violentemente che «il nostro “ordine” non può essere, evidentemente, l’ordine dei borghesi», rincarando poi la dose in merito alla guerra contro le demoplutocrazie e l’Unione Sovietica, affermando: «si parli pure di “difesa della civiltà”, ma è indispensabile non gravare tale concetto di un senso statico e conservatore: poiché civiltà è sempre sistema ed equilibrio di forze spirituali, liberamente creatrici. Una civiltà conservatrice è, idealmente, un non senso. Una civiltà che può essere solo difesa, è come morta. La civiltà si difende sviluppandola, trasformandola» (11).

    Prima del 25 luglio è poi da segnalare l’interessantissimo progetto di Tullio Cianetti (foto), ministro delle Corporazioni dal febbraio del ’43, «senza dubbio il più intelligente e più famoso interprete di quella linea populista che del fascismo cercava di cogliere l’aspetto sociale» (p. 225).
    Ebbene, Cianetti intendeva perseguire i presupposti del disegno economico fascista, potenziando e realizzando finalmente lo Stato corporativo. Assumendo l’eredità di Rossoni e Luigi Razza, il neoministro preparò le varie riforme atte allo scopo: effettiva funzione legislativa delle Corporazioni (che la Camera dei Fasci e delle Corporazioni possedeva solo parzialmente), l’agognato autogoverno delle categorie (antico mito del sindacalismo), pianificazione dell’economia (non più delegata allo Stato ma alle Corporazioni, che finalmente si dovevano costituire Stato esse stesse). Il tutto inserito in quel progetto di «democrazia totalitaria» che era la meta dichiarata della sinistra fascista, una volta esauritasi la dittatura.
    Il piano elaborato da Cianetti, avallato da Mussolini, non fu – come ovvio – di possibile attuazione, a causa della caduta del Regime. Ma le intenzioni erano state espresse, la strada da percorrere indicata e delineata, come dimostra la scelta del Duce di aver affidato il ministero a Cianetti.

    E così, con la fine del Fascismo e la sconfitta bellica, i sogni e gli ideali dei tanti giovani che avevano creduto nella Rivoluzione fascista, portatrice di una nuova civiltà, si spensero nel sangue, proprio mentre la Repubblica Sociale lasciava il proprio testamento alle generazioni future con la Socializzazione delle Imprese.

    A fronte di questa breve e sintetica disamina, è indispensabile chiarire alcuni problemi e incomprensioni, spesso generati in maniera interessata e in malafede.

    Innanzitutto il problema della «fronda», ossia quel pensiero debole che vuole gli esponenti della sinistra fascista sostenitori del Regime per mera necessità, i quali mostrarono solo in seguito il loro vero volto di antifascisti: «in realtà fu il problema della riforma interna al fascismo condotta da giovani, da universitari, da sindacalisti che contestavano l’unanimismo del regime e le sue forme barocche di consenso per giungere a un fascismo più mistico, più spiritualista, più sociale, meno compromesso con la classe dirigente liberale e borghese: in altri termini, non soltanto non era un antifascismo criptico, ma semmai si trattava di un “iperfascismo”, più totalitario e più democratico insieme» (pp. 146-7).

    È altresì inaccettabile la tesi secondo cui il Regime, reazionario e liberticida, avrebbe soffocato l’anelito rivoluzionario e ingenuo delle giovani leve, destinate all’insuccesso e alla frustrazione. Il gradualismo pragmatico e politicamente intelligente di Mussolini, infatti, non escludeva affatto l’effettiva realizzazione della Rivoluzione fascista (i cui presupposti e traguardi erano stati esplicitamente delineati), anzi le ultime scelte del Duce confermano irrefutabilmente che il «nuovo fascismo» lo avrebbe costruito in buona parte quella «giovane sinistra» che – come mette ben in rilievo il prof. Parlato – «sarebbe stata la classe dirigente del fascismo se esso fosse durato oltre il dramma del conflitto» (p. 104).

    Ed è proprio da questo appuntamento perso con la storia, la quale col Fascismo e quella generazione d’Italia fu particolarmente severa e ingenerosa, che nacque questo «progetto mancato», che è stato senza dubbio il più affascinante e più rivoluzionario che l’Italia postunitaria abbia mai conosciuto.


    ________________________________________

    * Le pagine indicate tra parentesi si riferiscono alla già citata opera G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000.

    (1) Vd. ad es. C. MALAPARTE, L’Europa vivente e altri saggi politici (1921-1931), Vallecchi, Firenze 1961, p. 19, in cui l’autore parla di un Risorgimento «imbastardito» dalle idee straniere, il cui simbolo è «il sorriso machiavellico e, disgraziatamente, italianissimo di Cavour».

    (2) R. MAZZETTI, Proletariato e aristocrazia, Meridiani, Bologna 1936, p. 49.

    (3) Giovanni Gentile, Sansoni, Firenze 1969, pp. 193-4.

    (4) I giovani all’opposizione, in «Roma Fascista», 10 luglio 1941.

    (5) B. BIAGI, La politica del lavoro nel diritto fascista, Le Monnier, Firenze 1939, p. 231.

    (6) Di una nuova cultura, in «Il Popolo Nuovo», 6-7 ottobre 1945.

    (7) M. ALICATA, Verità e poesia: Verga e il cinema italiano, in «Cinema», 10 ottobre 1941.

    (8) Il problema della cultura, in «Rivoluzione», 10 giugno 1942.

    (9) Lavoro nelle Università, in «Posizione», 10 gennaio 1943.

    (10) G. ANSALDO, Guerra proletaria, in «Il Telegrafo», 18 ottobre 1940. La dizione «guerra di liberazione» appartiene invece ad Italicus, con cui titolò il suo volume La guerra contro l’Inghilterra guerra di liberazione (1940).

    (11) La guerra è una, in «Civiltà Fascista», luglio 1941.

  8. #208
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Feb 2014
    Messaggi
    24,222
     Likes dati
    7,902
     Like avuti
    3,965
    Mentioned
    234 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Più leggo più mi convinco che furono solo due i movimenti che realizzarono una radicale rivoluzione nazionale: i NazionalSocialisti in Germania e gli Ustascia in Croazia....e i "socialisti nazionali" di Stalin in Russia.

  9. #209
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Feb 2014
    Messaggi
    24,222
     Likes dati
    7,902
     Like avuti
    3,965
    Mentioned
    234 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    La cultura della destra cattolica nell’Archivio della Fondazione


    di Giuseppe Parlato



    La cultura cattolica di destra è rappresentata, nell’Archivio della Fondazione Spirito – De Felice, da alcuni fondi archivistici di intellettuali e politici che, pur collocandosi rigorosamente a destra, ebbero matrici, collegamenti e relazioni con il mondo cattolico. In alcuni casi, tali relazioni furono prevalenti e si può parlare di intellettuali cattolici senza problemi, come Attilio Mordini, Primo Siena; in altri casi la figura intellettuale di alcuni personaggi è talmente composita – è il caso di Giano Accame o di Emilio Cavaterra – da non potersi utilizzare tale definizione. In altri casi ancora, si tratta di politici di formazione sicuramente cattolica ma nei quali l’attività politica ha sovrastato il dato meramente religioso: è il caso di Vanni Teodorani, di Nino Tripodi e di Gaetano Rasi.

    Tuttavia, nei fondi archivistici dei personaggi citati è possibile rintracciare fili conduttori di carattere culturale che richiamano legami e comportamenti politici in linea con il pensiero cattolico. Da aggiungere poi un fondo relativo a un centro culturale come l’Inspe (Istituto nazionale di studi politici ed economici), fondato nel 1959 da Nino Tripodi.

    A questi elementi di carattere archivistico, non si può non ricordare che la Biblioteca della Fondazione conserva alcune riviste che sono estremamente utili per disegnare il percorso del rapporto tra cattolicesimo politico e destra italiana, soprattutto negli anni che vanno dal 1952 al 1976: mi riferisco a «Cantiere» di Primo Siena, «Carattere» di Primo Siena e Gaetano Rasi, «Idea» di padre Raimondo Spiazzi, «Rivista Romana» di Vanni Teodorani, «Il Conciliatore», «il Borghese», «Italia settimanale», la «Voce della Giustizia» del giudice Giovanni Durando, «Prospettive nel mondo», «Alleanza italiana» di Mario Eichberg e Carlo d’Agostino, soltanto per citarne alcune.

    Il mondo cattolico di destra e nella destra è stato studiato, con risultati molto stimolanti e condivisibili, da Giovanni Tassani in diverse opere, la prima delle quali fu una sorta di libro pilota sull’argomento, La cultura politica della destra cattolica. Non si tratta, come si è detto, di un mondo omogeneo ma di un mondo che si riconosce in alcuni punti di cui si parlerà appresso. Esso “confina” a destra con il tradizionalismo cattolico, che nella destra italiana (e non solo italiana) spesso si manifesta in chiave neoborbonica e antiunitaria, differenziandosi non poco dal tradizionale spirito nazionale (e nazionalista) della destra: il riferimento d’obbligo è Silvio Vitale, esponente di primo piano del Msi partenopeo e fondatore e direttore per decenni de «L’Alfiere», organo dei filo borbonici napoletani; altro riferimento è il toscano Pucci Cipriani, autore de L’altra Toscana, fautore dei Lorena.

    A sinistra, invece, questa linea confina con le posizioni di Massi, cattolico e docente alla Università cattolica di Milano, il quale non solo rifiuta la definizione di “destra” per sé e per il Msi (tanto da abbandonarlo nel 1956) ma addirittura si ritrova in sintonia con il filone del mondo cattolico democratico e con Romolo Murri, fondatore della Democrazia Cristiana di fine Ottocento, scomunicato e infine fascista.

    La corrispondenza di Accame con Primo Siena, con Piero Buscaroli e con Sigfrido Bartolini, solo per citare i più significativi, la corrispondenza di Siena con Melchionda, così come gli appunti e le riflessioni di Mordini, o le relazioni ai convegni dell’Inspe offrono un quadro valoriale significativo soprattutto perché non necessariamente legato alle vicende politiche del Msi. I valori di riferimento sono sicuramente il nazionalismo, con una forte venatura in chiave europea, un originale anticlericalismo cattolico, alla Mordini per intenderci, erede di quel cattolicesimo non guelfo ma ghibellino che ha sempre informato la destra italiana anche prima del fascismo (si pensi alle posizioni del nazionalismo italiano del primo Novecento), e infine un gentilianesimo, per molti il punto d’approdo dopo un periodo di militanza culturale evoliana (come per Rasi) o punto d’incontro fra due tradizionalismi, come per Siena e Melchionda.

    Venendo a tempi più recenti, si sente profonda la lettura di Augusto Del Noce, non tanto per la interpretazione del fascismo (sulla quale il filosofo torinese influì più su Renzo De Felice che sulla destra politica), quanto per la visione di una storia d’Italia fortemente segnata dalla secolarizzazione e dalla progressiva perdita del sacro anche in campo politico. In questo senso, la triangolazione Accame – Del Noce – Baget Bozzo offre spunti di riflessione non di poco momento, da Genova ’60 fino all’esperienza di «Prospettive nel mondo» e di Comunione e Liberazione nella metà degli anni Settanta.

    E’ il periodo storico nel quale si viene formando, a livello identitario, la destra cattolica contro lo spirito del Concilio Vaticano II e soprattutto contro la teologia della liberazione. In questo senso, «il Borghese» e «Il Conciliatore» rappresentano bene i punti avanzati di una polemica che cerca di recuperare da un lato l’identità politica della destra cattolica e dall’altro i motivi di una rottura verso la chiesa post-pacelliana nella quale si distingue, fra gli altri, la penna di Emilio Cavaterra, “Lo Svizzero” del giornale di Mario Tedeschi.

    Le analisi politiche e storiche della destra italiana negli anni Settanta hanno in genere trascurato il problema dei cattolici, soffermandosi soprattutto sull’ambiente rivoluzionario, da Ordine Nuovo agli altri movimenti dell’eversione di destra. Questo interesse verso l’evolismo applicato alla progettualità rivoluzionaria della destra ha offerto della destra stessa una immagine distorta. Da parte degli studiosi che dalla destra provengono (si pensi agli ottimi lavori di Rao, ad esempio) l’interesse verso la componente evoliana offre la possibilità di dimostrare che il neofascismo non era conservatore o reazionario ma anzi previde crisi e difficoltà in merito alla rappresentanza politica quando altri mostravano di aderirvi. Per chi invece alla destra non appartiene e anzi ha come riferimenti culturali modelli opposti, occuparsi della componente rivoluzionaria e cioè dei “veri fascisti” offre la possibilità di dimostrare la distanza siderale fra il neofascismo e il sistema democratico e quindi permette la condanna morale prima che politica della destra nel suo insieme.


    In realtà, l’analisi di questi materiali, certamente discontinui e bisognosi di ulteriori, seri approfondimenti in settori più propriamente cattolici (mi riferisco ad esempio alle carte di Luigi Gedda), potrebbe rappresentare una pista di ricerca in buona misura inedita: al di là dei già citati studi di Tassani e di quelli di Riccardi sul partito romano, infatti, manca a tutt’oggi l’analisi dei rapporti fra mondo cattolico e destra italiana.

    A ben vedere, il momento in cui il Msi ha avuto la possibilità di esprimere un abbozzo di strategia politica è stato dopo la fine della prima segreteria Almirante (gennaio 1950), allorché De Marsanich e Michelini (con l’aiuto di De Marzio e di Tripodi) impostarono una linea che privilegiava proprio l’elemento cattolico. Si trattava di allargare il partito dai reduci della Rsi alla grande massa cattolica che si sentiva poco (sempre meno) rappresentata dalla Dc. Emerse così la possibilità di formulare una strategia che, senza perdere di vista l’identità dettata in qualche modo dal fascismo e dal suo modello, potesse realizzare l’ossimoro: essere fascisti in democrazia.

    Si è trattato di una strategia che durò dal 1950 al 1976, concludendosi definitivamente con la scissione di Democrazia Nazionale, e cioè per 26 dei 49 anni della storia del Msi e cioè per più della metà della sua vicenda politica.


    La destra cattolica divenne così il veicolo culturale di tale modello politico: se pensiamo ai Centri di vita italiana di De Marzio e al già citato Inspe vediamo che la linea culturale che Michelini impresse al partito fu quella della vicinanza al mondo cattolici. Al congresso milanese del 1956, Michelini esordì affermando che il Msi era un partito di cattolici e i rautiani di Ordine Nuovo, evoliani e pagani, se ne adontarono, per poi uscire subito dopo quel congresso. Attorno a De Marzio si venne formando un gruppo di giovani che poi ebbe notevole importanza nel partito: Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, suo cugino Franco, Piero Vassallo, Sergio Pessot, Gianfranco Legitimo, Fausto Belfiori, Enzo Erra, Carlo Casalena, Gaetano Rasi, Francesco Zusich. Essi affinarono la posizione culturale del Msi e dei suoi organismi giovanili e sindacali sottolineando le vicinanze fra il pensiero del Msi e la dottrina sociale della Chiesa. Il corporativismo cattolico, la partecipazione agli utili e alla gestione delle imprese erano temi fascisti, anzi erano i cavalli di battaglia della “sinistra” socializzatrice dei Massi e dei Palamenghi Crispi; ma fu messo in evidenza che proprio i cattolici alla Toniolo erano stati i primi a parlarne. E ciò per dimostrare, da parte degli intellettuali della destra vicini al mondo cattolico, che la dottrina sociale dei Papi era la meno distante dal corporativismo fascista.

    Insomma, quella che era stata interpretata dagli ambienti nostalgici e identitari del partito come un progressivo scivolamento verso la Dc era in realtà la preparazione di una soluzione politica diversa dall’irrigidimento e dalla trascurabilità politica, che prevedeva la nascita di un secondo partito cattolico, posizionato decisamente a destra.

    Ciò sarebbe dovuto avvenire allorché la tensione fra destra e sinistra Dc si fosse fatta insostenibile. I contatti tra Gedda e ambienti del Msi (Vanni Teodorani e Michelini fra tutti) stavano a dimostrare l’attenzione del presidente dell’Azione Cattolica e dei Comitati Civici alla evoluzione del Msi da partito di mera testimonianza a partito attivo politicamente e determinante anche dal punto di vista parlamentare.

    Dal punto di vista storico sono molti gli interrogativi che queste carte potrebbero aiutare a risolvere. Ad esempio capire quale sia stato in tutto questo il ruolo svolto dal card. Siri, arcivescovo di Genova, sul quale la letteratura storica oggi tende a sorvolare gli aspetti prettamente politici, preferendo concentrarsi su quelli pastorali e spirituali. La medesima operazione si sta facendo su Gedda e tutto questo rende la ricostruzione un poco sospetta. Secondo alcune ricostruzioni da parte della destra, si cerca, comprensibilmente, di coinvolgere in alcuni eventi dell’immediato dopoguerra anche il cardinale di Genova: probabilmente esiste la possibilità di una interpretazione più articolata che, pur nella evidente differenza delle finalità, possa ammettere contiguità e contatti fra la destra e il mondo cattolico soprattutto di curia. Andrebbero verificati i contatti dell’ambiente missino o comunque della destra culturale con i già citati Gedda e Siri, ma anche con il card. Micara, con padre Spiazzi, della cui simpatia verso la destra non dovrebbero esserci dubbi, e con Francesco Leoni, uomo di fiducia del card. Ottaviani, il cui archivio è ancora da analizzare e sul quale non esiste alcuno studio.

    I momenti caldi di questo percorso sono sicuramente l’Operazione Sturzo (1952), nella quale l’uomo vero di riferimento fu Gedda e Sturzo rimase pochi giorni al vertice dell’operazione – dandole anche il nome – il tempo necessario per comprenderne l’impossibilità; poi vi furono i governi nei quali il Msi ebbe comunque un ruolo politico (Pella 1953-54, Zoli 1957-58, Segni 1959-60, Tambroni 1960); quindi la segreteria democristiana di Moro, con le maggiori possibilità che si venissero a creare le condizioni per la nascita del secondo partito cattolico. Infine i fatti di Genova del 1960 che sembrarono chiudere tale esperimento. In realtà non fu così perché da parte missina e da parte degli ambienti moderati cattolici si riteneva che l’apertura a sinistra preludesse a un irrigidimento del Vaticano che non ci fu.

    La morte di Pio XII fece vanificare il piano del vertice missino e con Giovanni XXIII venne meno anche l’opposizione a un governo aperto ai socialisti; il che fece naufragare le prospettive missine. Ma a dimostrazione che questa linea era probabilmente l’unica percorribile, essa fu perseguita anche oltre la scomparsa del segretario che l’aveva inventata e cioè Michelini. Con Almirante, in maniera meno coerente e più spregiudicata, in qualche modo fu mantenuta, come la creazione della Destra nazionale nel 1973, la campagna referendaria contro il divorzio del 1974 e infine la Costituente di destra del 1975 stettero a dimostrare.

    Da questo punto di vista la figura di Primo Siena è fondamentale per rispondere a una domanda di fondo. L’apertura ai cattolici e la costruzione di una strategia filocattollica nel Msi rispondeva a una esigenza meramente pragmatica, era frutto di una semplice logica dell’inserimento (come si è spesso sostenuto) o rispondeva invece anche a una esigenza di carattere culturale?

    Sappiamo che nel Msi il rapporto, per dirla alla marxista, tra teoria e prassi è tra i meno coerenti che esistano nella storia dei partiti della prima Repubblica. Il messaggio culturale che il Msi presentava era quanto di meno legato alla realtà di un partito che sedeva in Parlamento e che contribuiva a elaborare le leggi. Il bagaglio culturale del partito andava da Gentile a Evola, da Prezzolini a Bottai, dal sindacalismo rivoluzionario al conservatorismo liberale, dalla reazione controrivoluzionaria al socialismo in chiave nazionalista.

    Ma tra il 1952 e il 1960 si assiste a un tentativo di riepilogare e definire meglio non solo l’offerta politica del Msi, ma anche quella culturale. I due piani, in questo caso, s’intrecciano: la linea politica di Michelini impone, in qualche modo, alla sinistra di Pettinato e Pini, nonché a quella di Massi, l’uscita dal partito, anche se in tempi diversi; allo stesso modo, il congresso di Milano impone a Rauti e al gruppo di Ordine Nuovo l’abbandono del partito. Non si tratta solo di correnti politiche che abbandonano la casa madre ma di due modi di intendere il partito incompatibili con la linea del segretario. Da un lato viene abbandonata l’idea che il Msi possa arroccarsi nel binomio nostalgia-terzaforzismo, che è quella dei socializzatori della sinistra, che si rifà alla Rsi e vede equidistanti Usa e Urss; dall’altro, viene esclusa l’idea che il Msi possa, culturalmente più che politicamente, inseguire il mondo di Evola, il tradizionalismo antimoderno, il rifiuto di una visione storica in divenire, in nome della Tradizione che rassicura nella sua fissità e immobilità .

    Quale allora l’alternativa? Occorre tornare alla figura di Primo Siena che, in anticipo su altri, colse la necessità di una precisazione culturale rigorosa e senza equivoci. Già nel volume Le alienazioni del secolo, uscito nel 1959 e che aveva ottenuto significativamente il premio “Angelicum” dueanni prima (quando il volume era ancora solo un saggio) dato all’autore da una giuria presieduta dal filosofo cattolico Guido Manacorda e composta da altri filosofi cattolici di altissimo livello come Michele Federico Sciacca e Marino Gentile, dal traduttore di Eliot e Shakespeare Alfredo Orbetello e dal teologo padre Raimondo Spiazzi.

    Nel volume Siena affrontava sistematicamente le tre alienazioni contemporanee (quella laicista, quella liberale e quella marxista) e la «perennità dei valori cristiani» all’interno dei quali vedeva sostenuta, dalla dottrina sociale della Chiesa quel solidarismo cristiano che poteva rappresentare una alternativa anche a livello politico. Contestando Mounier e il progressismo cattolico, Siena si collocava in una posizione di forte sintonia con la sociologia cattolica (qualche anno più tardi, Legitimo individuava in de Maistre, Taparelli d’Azeglio e Toniolo i sociologi cattolici italiani più significativi per un impegno di carattere politico) e sosteneva che l’espressione cattolicesimo sociale fosse una tautologia, non potendosi ammettere un cattolicesimo non sociale.

    E’ significativo che Siena ricordi il convegno nazionale dei giovani universitari di destra, tenutosi a Firenze nel novembre 1957 sul tema “La scelta dei Cattolici”: vi parteciparono diversi intellettuali di area, a cominciare dallo stesso Primo Siena e da Attilio Mordini, e fu presieduto da P. Agostino di Cristo Re, al secolo Umberto Visetti, già valoroso ufficiale della seconda guerra mondiale, medaglia d’oro, poi diventato monaco agostiniano.

    Un quadro complessivo di questo percorso – e del quale esiste puntuale riscontro fra le carte – è il volume di Siena, Incontri nella terra di mezzo, che costituisce una rassegna dei contatti, dei riferimenti culturali di questa area politica: ne emerge un quadro estremamente ricco con richiami a maestri e amici come Giovanni Gentile, Marino Gentile, Julius Evola, Guido Manacorda, Silvano Panunzio, Michele Feederico Sciacca, Vintila Horia, Russel Kirk, Giovanni Papini, Attilio Mordini, Ferdinando Tirinnanzi, Romano Guardini, Emilio Bodrero, Charles Maurras e carlo Alberto Disandro.

    In questo quadro si inseriva il recupero del concetto di democrazia, che costituiva il vero elemento politico qualificante di questo gruppo. Rispetto al nostalgismo dei socializzatori e all’altrove evoliano dei rautiani, il concetto di democrazia desunto dal solidarismo cristiano rappresentava il vero quid novi in campo neofascista. Si trattava – Siena lo aveva spiegato più volte – di una concezione che vedeva la democrazia come metodo non come fine assoluto; in questo larga parte del mondo cattolico moderato si ritrovava. Si trattava di una concezione organica della democrazia che partiva dalla contestazione del principio illuminista della mera rappresentanza politica sulla base delle posizioni ideologiche dell’elettore. A questa visione Siena contrapponeva la rappresentanza duplice, politica e professionale, nella quale tutte le dimensioni del reale fossero rappresentate. Era evidente l’assonanza con analoghe esperienze iberiche, in particolare nel Portogallo di Salazar, che fu per molta cultura cattolica di destra un modello di riferimento per certi versi ancora più indicativo dello stesso fascismo. Ed è molto significativo che Siena individui questa evoluzione nell’arco del fascismo tale da comprendere anche la Repubblica sociale, che Siena vede, in alcuni personaggi che ne fecero parte, avviata verso una concezione pluralistica e non più totalitaria.

    Su questa linea, che Malagodi e Togliatti, da punti di vista poi non così differenti, definirono clericofascismo, si ritrovarono, alla fine degli anni Cinquanta Gedda, Siri, Baget Bozzo, Teodorani e lo stesso Michelini. Fu questo cattolicesimo nazionale, solidarista e anticomunista, democratico efondato sui corpi sociali intermedi, di destra ma anticapitalista, conservatore e nettamente ostile a simpatie o condiscendenze naziste o razziste, contro il quale si schierarono quasi tutte le forze politiche a Genova per impedire formalmente il congresso del Msi nel quale Michelini avrebbe annunciato una trasformazione significativa del partito, ma in realtà per impedire che prendesse piede ulteriormente un governo Tambroni che di questo cattolicesimo nazionale – lui, esponente non a caso della sinistra Dc – finiva col diventare la sintesi e la legittimazione.

    Una linea, questa, destinata come si è detto a proseguire nel tempo: nelle carte di Siena vi è un importante appunto relativo al Convegno corporativo che si tenne, su iniziativa di Michelini, ad Arezzo nel maggio 1967. Ci pare opportuno riportarlo come memoria perché dà conto della linea politica che in quel momento il Msi stava perseguendo.

    Il convegno, presieduto dall’on. Franco Franchi in rappresentanza dell’on. Michelini, si svolse su cinque relazioni, coronate da un interessante dibattito seguito da un pubblico qualificato. La prima relazione incentrata sul tema “La Carta del Lavoro e lo Stato Corporativo” fu svolta dal Dr. Diano Brocchi, il quale sviluppò un’ampia analisi della genesi della Carta del Lavoro, mettendone in evidenza i punti salienti sui quali venne costituendosi lo Stato Corporativo quale profonda trasformazione sociopolitica della società nazionale.

    Il Dr. Ugo Clavenzani, antico sindacalista corridoniano, trattò successivamente della “socializzazione” considerandola un naturale sviluppo della Carta del Lavoro nel processo di superamento della lotta di classe apportatrice di odio e di scompiglio sociale; superamento che nella partecipazione dei lavoratori al processo produttivo sigilla il traguardo istituzionale della collaborazione sociale.

    L’on Achille Cruciani trattò dell’azione parlamentare condotta dal Msi per l’attuazione degli articoli della Costituzione italiana rimasti ostinatamente lettera morta, per la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, per il miglioramento della previsione sociale e contro il blocco delle retribuzioni.

    L’On Franco Franchi, portando a testimonianza una serie di scritti e documenti, rilevava come la Carta del Lavoro contenga delle indicazioni di mirabile vitalità ed attualità, tuttora idonee a risolvere molti problemi determinati dalla crisi della società moderna.

    Fu poi la volta della relazione svolta dal prof. Primo Siena sul tema “Corporativismo e libertà: verso un nuovo tipo di rappresentanza”. Prendendo in esame i falsi assiomi del democratismo, Siena appoggiandosi sulle testimonianza di intellettuali insospettabili di “lesa democrazia” quali Benedetto Croce, Salvador de Madariaga, Simone Weil, Walter Lippmann,rilevava maliziosamente la separazione di fatto tra le libertà concrete e la democrazia illuminista fondata sul sofisma della “volontà generale”; la quale, monopolizzata dai partiti, ha preso in ostaggio la libertà dei cittadini-produttori trasformando lo Stato democratico moderno in un “tiranno senza volto” secondo la denuncia del costituzionalista Giuseppe Maranini, dove lo statalismo diventa la caricatura dello Stato. Avvertendo che l’immoralismo dei sistemi politici vigenti deriva dai filosofemi di Rousseau, perché la partitocrazia devasta come un tumore maligno i tessuti organici della società e dello Stato, il relatore sosteneva: «Oggi è necessario partire dalla libertà per avviare il processo di rinnovamento dello Stato e dell’ordine civile», e proseguiva affermando: «La rappresentanza corporativa è l’alternativa che la libertà nell’ordine oppone al tirannico regime fondato sulle oligarchie di partito e sulla entocrazia (cioè sulla giungla degli enti di sottogoverno infeudati ai partiti e che vivono parassitariamente sulla comunità nazionale)». Di conseguenza, il metodo elettorale (oggi basato sul “principio del numero”) andava riorientato verso il criterio della competenza (cioè il “principio del meglio”). Il che, sottolineava il relatore, non significava contravvenire al principio del suffragio universale del voto a tutti., ma mediante l’adozione del voto plurimo da esercitare sia in sede politica che sindacale, ci si avvierebbe verso quella rappresentanza organica che, poco a poco, potrebbe sottrarre ai partiti il monopolio della rappresentanza, restituendoli al ruolo di stimolatori del pubblico dibattito politico.

    Qual era la novità di tale intervento? Essa era nel fare del tema della libertà – fino ad allora abbastanza trascurato nel dibattito interno del popolo missino – l’argomento principe della proposta alternativa rappresentata dal Msi, dimostrando, così, di mantenere su un terreno di permanente attualità il suo impegno costituente: non rinnegare, ma non restaurare.

    Il convegno veniva chiuso da Augusto De Marsanich, presidente del Msi, il quale illustrò i principi economici e sociali dell’ordinamento corporativo, saldamente ancorato alla parità dei fattori della produzione, sulla giustizia ed equità nei rappporti di lavoro scaturenti dalla volontà delle parti sociali, sull’autogoverno delle categorie socioeconomiche, sulla rappresentanza organica scaturita dalla volontà effettiva di tutte le forze vive della nazione.

    L’Italia, con la Carta del Lavoro, nel 1927 si era spinta molto in avanti sulla via dell’evoluzione sociale avviando un rinnovamento della società e dello Stato, di cui la dittatura era stata solo un capitolo irripetibile, essendo legato storicamente all’autobiografia politica di Mussolini; rinnovamento che meritava profonda attenzione da parte di chi, rifiutando desueti nostalgismi, intendeva trarre dal passato elementi di giudizio ed indicazioni positive da proiettare nel futuro.

    Come si può vedere, il programma e la prospettiva del Msi erano, alla fine degli anni ’60, assolutamente legati alla condivisione dei un metodo democratico e al superamento – difficile e faticoso – del bagaglio fascista, a cominciare dalla dittatura, per finire con lo Stato etico. Riteniamo che lo studio di queste carte possa aprire nuovi e innovativi scenari alla ricerca storica, scopo questo precipuo del lavoro che la Fondazione Spirito – De Felice va svolgendo da diverso tempo non soltanto nell’ambiente accademico.



    Relazione al convegno “Le culture politiche nell’archivio della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice”, svoltosi nella sede della Fondazione, in Roma, il 15 dicembre 2017.

    Il testo completo di apparato di note e bibliografia è disponibile in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2018, XXX, pp. 153-164.

  10. #210
    Moderatore
    Data Registrazione
    22 Apr 2009
    Messaggi
    13,575
     Likes dati
    564
     Like avuti
    1,711
    Mentioned
    218 Post(s)
    Tagged
    10 Thread(s)

    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    Ci fu un "fascismo di destra" e un Fascismo di sinistra"?
    Ci furono correnti di destra e di sinistra. Il fine magari era lo stesso.
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

 

 
Pagina 21 di 61 PrimaPrima ... 1120212231 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Dì una cosa di destra!
    Di Florian nel forum Conservatorismo
    Risposte: 106
    Ultimo Messaggio: 23-02-10, 03:53
  2. Risposte: 48
    Ultimo Messaggio: 08-10-08, 18:19
  3. Dico una cosa di destra.
    Di Enrico1987 nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 04-04-08, 20:27
  4. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 21-12-07, 20:17
  5. Una cosa di destra
    Di marcejap nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 12-05-03, 15:20

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito