





La corporazione proprietaria, così come intesa da Spirito, a prescindere dal suo carattere utopico (innegabile), era inaccettabile anche da un punto di vista meramente teorico. Poteva essere un esperimento interessante se applicato ad alcune aziende di Stato, ma non poteva essere qualcosa di generalizzato, pena il venir meno della proprietà privata dei mezzi di produzione e l'instaurazione di un regime collettivista e comunista contrario agli ideali del fascismo e a qualsiasi concezione morale ed umana degna di tal nome. Riguardo al DAF, io ti sto dicendo che una soluzione del genere per l'Italia non sarebbe andata bene perché, stante la situazione, avrebbe favorito i padroni, più e meglio organizzati dei lavoratori. Non ho detto che in Germania fosse un'organizzazione filo-padronale, fermo restando che sono contrario ad un'organizzazione unitaria che escluda qualsiasi possibilità per i lavoratori e i datori di lavoro di avere proprie organizzazioni professionali.
Scusami ma che cosa intendi per sottomissione a "logiche padronali"? Mi sembra normale che in un regime economico in cui esistono il capitale e la proprietà privata dei mezzi di produzioni i padroni, visto che ci mettono i soldi, abbiano un ruolo. Accadeva anche nel Terzo Reich.
Tra non essere "anti-padronali" ed essere "filo-padronali" c'è comunque uno iato. Pur con tutte le limitazioni del caso, l'aver imposto dei cartelli obbligatori in determinati rami della produzione significò di fatto consolidare il monopolio di chi già era sul mercato da anni, impedendo ad altri potenziali "attori" dello scenario economico di intaccare il predominio di taluni grandi industriali. Quello che riporto è solo un fatto: a me personalmente non scandalizza e ne capisco le ragioni contingenti. Non so però quanto questo possa combaciare con la narrazione di un nazionalsocialismo decisamente anti-capitalista.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Se è per questo ci sono moltissimi testi del fascismo che ancora non sono sufficientemente conosciuti, nonostante si sia in Italia. L'editoria d'area non ha i mezzi sufficienti per coprire campi così vasti se non con una certa gradualità ed una dose considerevole di buona volontà.
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"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Rex era nato giustamente per reazione contro la deriva democristiana dell'allora partito cristiano-sociale belga, nella quale era stata coinvolta anche parte dell'Azione cattolica. La decisione di Degrelle suscitò perplessità ed ostilità all'interno del clero perché la sua scelta divideva l'unità politica dei cattolici in un paese che vedeva un partito socialista ed un partito liberale particolarmente forti. Tuttavia, nonostante toni molti accesi e a tratti insultanti da parte di Degrelle anche verso alti prelati della Chiesa in Belgio, la situazione non precipitò se non nel 1937. Fino ad allora, Rex era riuscito a mietere molti consensi nel campo cattolico, sottraendo tanti voti ai cristiano-sociali ed ottenendo vaste simpatie nel clero, nonostante le antipatie e le ostilità che ho appena ricordato. Ma Degrelle fece l'azzardo, che gli fu fatale, di sostenere pubblicamente che il riserbo che aveva mantenuto l'episcopato belga durante la campagna elettorale equivaleva ad una sorta di "silenzio-assenso" nei suoi confronti. Il cardinale Van Roey colse la palla al balzo per attaccare Degrelle, obbligando in coscienza i cattolici a votare per il candidato del partito cristiano-sociale, che era appoggiato da quasi tutti i partiti (da quello liberale a quello comunista), contro Degrelle e Rex. Forse Degrelle avrebbe perso comunque contro Paul Van Zeeland, ma probabilmente molto più di misura rispetto a quanto accadde. Fu un grave errore di calcolo politico, che peraltro segnò il declino del movimento rexista, che tornerà in auge solo durante la seconda guerra mondiale. Ad ogni modo, è innegabile che il rexismo fosse un movimento fascista, ma decisamente e dichiaratamente cattolico nelle idee e nei programmi.
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"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




1) non ritengo le tesi di Spirito "utopistiche", esattamente come non le ritennero tali Mussolini e Gentile. Certo, vi sarebbe stato bisogno di parecchia 'educazione' (ma d'altronde non si parlava, all'epoca, di "Stato Etico"?) ed anche di coercizione, ma comunque sarebbe stato, magari a lungo termine, fattibile. Anche per quanto riguarda un ipotetico D.A.F. "italiano", che avrebbe visto i lavoratori 'nostrani' in posizioni subalterne ai datori, sarebbe bastato imporre l'autorità dello Stato ed educare ai principi rivoluzionari;
2) con la fondamentale differenza che, a differenza dell'Austria e del Portogallo, gli imprenditori furono sottomessi a logiche di benessere comunitario e popolare;
3) io invece vi vedo una decisa lotta al concetto liberale della "libera concorrenza tra le imprese".






.La NSDAP si caratterizzò fin dall’inizio come un fenomeno di etno-nazionalismo radicale, senza le ambiguità borghesi che avevano caratterizzato il fascismo. Pertanto in Germania si fece strada una concezione della proprietà in cui il diritto soggettivo del singolo veniva ridotto a mera posizione giuridica: la posizione di possibilità del singolo colto nella sua funzione di membro della comunità. Il proprietario viene quindi valutato non come soggetto di diritto, ma come membro della Volksgemeinschaft. Werner Sombart definì efficacemente il nuovo concetto di proprietà privata con queste parole: «il diritto di proprietà non determina più le direttive dell’economia; ma sono queste a determinare l’ampiezza e la specie del diritto di proprietà». Nel Nazionalsocialismo lavoratori e datori di lavoro facevano parte di un’unica organizzazione nella quale formavano una comunione di popolo-nazione-razza volta al superamento della lotta di classe. Ai lavoratori dipendenti si riconosceva il diritto alle ferie per la prima volta sancite per contratto, e il divieto di licenziamento senza giusta causa. L’attacco nazionalsocialista era diretto alla proprietà creditizia, che non è frutto del lavoro, bensì dell’usura: in questo modo si mirava a liberare il popolo dalla schiavitù dell’interesse in cui lo aveva gettato l’alta finanza ebraica. Si vede anche in questo caso quanto lontane fossero queste concezioni da quell’ideale marxista dell’invidia, che in teoria dovrebbe dare a tutti in uguale quantità, ma che in realtà non dà niente a nessuno, perché soffoca il valore della personalità a pregiudizio di tutti. Infine, di particolare interesse, nella legislazione nazionalsocialista era l’istituto dell’Erbhof, ossia il bene agricolo ereditario per i contadini di pura razza germanica, bene indivisibile, inalienabile e impignorabile, volto al mantenimento della comunità di Terra e Sangue radicata sul territorio; l’Erbhof, integrato da norme di evidente ispirazione feudale, era un fondamentale strumento giuridico per affermare un’idea organica di totalità sociale.