





Possiamo affermare che alla destra del Fascismo vi sia la Monarchia Tradizionale?




Il libro di Sonia Michelacci
Il comunismo gerarchico è l’opera più esaustiva pubblicata in Italia sulla concezione della proprietà privata nel fascismo italiano e nel nazionalsocialismo tedesco. Il prof. Luigi Lombardi Vallauri rileva nella prefazione che questo libro «consente al profano colto di evocare dibattiti e contesti non obsoleti, scivolati giù nei flutti dell’oblio un po’ per motivi ideologici, un po’ per la tendenza degli storici a lasciare ultimi i temi giuridici». In effetti Sonia Michelacci ha svolto un lavoro davvero prezioso per quanti vogliono approfondire l’argomento. Partendo dalla Carta del Lavoro del 1927, l’autrice esamina il dibattito che si svolse attorno al tema della proprietà privata negli anni del regime fascista. Il principio di totalità sociale che stava alla base del fascismo implicava un ridimensionamento del diritto alla proprietà privata che sfociava nel vincolo della funzione sociale della proprietà, per cui il proprietario non doveva limitarsi a godere del bene che possedeva, ma doveva utilizzarlo per sviluppare la ricchezza e le possibilità di lavoro. Questa concezione della proprietà aveva antecedenti nel pensiero cattolico, la cui notevole influenza nella cultura italiana non mancò di pesare sul dibattito in corso. Già Tommaso d’Aquino aveva individuato nella proprietà una natura personale per quanto riguarda l’acquisto, e una natura comune per quanto riguarda l’uso. Ancora alla fine del XIX° secolo, Leone XIII°, sebbene con mentalità più «borghese» considerasse la proprietà privata come un diritto di natura, scrisse nella Rerum novarum: «l’uomo non deve avere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi nelle altrui necessità». In seguito, nel convegno di Ferrara del 1932, Ugo Spirito formulò la tesi della «corporazione proprietaria», ovvero un superamento dell’economia individualista che doveva trasformare il diritto di proprietà in senso pubblicistico, nell’affermazione del superiore valore etico della rivoluzione fascista. La tesi di Spirito, bollata come «eretica», e sospetta di simpatie «bolsceviche», venne accantonata, e nel codice civile del 1942 si affermò una concezione borghese e individualista della proprietà privata, anche se lo stesso Mussolini nei suoi scritti espresse una certa insoddisfazione in merito.
La seconda parte del libro è dedicata agli sviluppi che il tema ha avuto nel periodo della Repubblica di Salò. Nella RSI il fascismo attuò la sua originaria vocazione anticapitalista, e nei punti del Manifesto repubblicano di Verona si legge: «la proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro»; inoltre si sanciva il diritto alla casa per tutte le famiglie. In quest’ultima fase del fascismo, quindi, ci fu spazio per una rivincita delle idee di Ugo Spirito. In particolare fu attuata la socializzazione delle imprese, che prevedeva la ripartizione degli utili da parte dei lavoratori, e il loro coinvolgimento nei consigli di fabbrica, sempre in un contesto di valorizzazione della personalità umana che segna una distanza incommensurabile dal collettivismo marxista. A testimonianza di quanto fossero pericolose queste riforme per le ideologie di sinistra, l’autrice ricorda che, quando furono indette le votazioni per eleggere i rappresentanti degli operai alla F.I.A.T., il Partito Comunista Italiano minacciò di morte i lavoratori che avessero aderito all’iniziativa, ottenendo il risultato di far disertare le urne e guadagnandosi i ringraziamenti della famiglia Agnelli. Inoltre, non appena la guerra finì, il C.L.N.A.I., pur essendo egemonizzato da elementi di formazione socialista e comunista, decretò immediatamente l’abolizione della legge sulla socializzazione delle imprese. Così le ideologie liberali e quelle marxiste, partorite entrambe dall’illuminismo, si incontrarono in un fraterno abbraccio, per poi far finta di scontrarsi in modo da dar luogo a quella farsa che si chiama «democrazia».
La terza parte del libro è dedicata alla concezione della proprietà privata nel Nazionalsocialismo tedesco. La NSDAP si caratterizzò fin dall’inizio come un fenomeno di etno-nazionalismo radicale, senza le ambiguità borghesi che avevano caratterizzato il fascismo. Pertanto in Germania si fece strada una concezione della proprietà in cui il diritto soggettivo del singolo veniva ridotto a mera posizione giuridica: la posizione di possibilità del singolo colto nella sua funzione di membro della comunità. Il proprietario viene quindi valutato non come soggetto di diritto, ma come membro della Volksgemeinschaft. Werner Sombart definì efficacemente il nuovo concetto di proprietà privata con queste parole: «il diritto di proprietà non determina più le direttive dell’economia; ma sono queste a determinare l’ampiezza e la specie del diritto di proprietà». Nel Nazionalsocialismo lavoratori e datori di lavoro facevano parte di un’unica organizzazione nella quale formavano una comunione di popolo-nazione-razza volta al superamento della lotta di classe. Ai lavoratori dipendenti si riconosceva il diritto alle ferie per la prima volta sancite per contratto, e il divieto di licenziamento senza giusta causa. L’attacco nazionalsocialista era diretto alla proprietà creditizia, che non è frutto del lavoro, bensì dell’usura: in questo modo si mirava a liberare il popolo dalla schiavitù dell’interesse in cui lo aveva gettato l’alta finanza ebraica. Si vede anche in questo caso quanto lontane fossero queste concezioni da quell’ideale marxista dell’invidia, che in teoria dovrebbe dare a tutti in uguale quantità, ma che in realtà non dà niente a nessuno, perché soffoca il valore della personalità a pregiudizio di tutti. Infine, di particolare interesse, nella legislazione nazionalsocialista era l’istituto dell’Erbhof, ossia il bene agricolo ereditario per i contadini di pura razza germanica, bene indivisibile, inalienabile e impignorabile, volto al mantenimento della comunità di Terra e Sangue radicata sul territorio; l’Erbhof, integrato da norme di evidente ispirazione feudale, era un fondamentale strumento giuridico per affermare un’idea organica di totalità sociale.
L’ottimo lavoro di Sonia Michelacci è una lettura particolarmente utile nell’epoca di turbocapitalismo devastante che caratterizza la globalizzazione. Sebbene siano mutate molte delle condizioni sociali in cui si svilupparono le idee esposte nel libro, il dibattito attorno al senso della proprietà privata può trarre molti spunti utili da questo brillante studio.
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Sonia Michelacci, Il comunismo gerarchico, Edizioni di Ar, Padova, 2004, pp.196, euro 20,00.


Bisogna sempre ricordarsi che la seconda guerra mondiale fu causata dall'assetto sociale e razziale che la NSDAP volle dare alla Germania e non a causa del corridoio di Danzica.


Il miracolo economico nazionalsocialista
Solitamente si è portati a pensare che gli economisti, a causa della serietà della materia che trattano, siano obbligati a scrivere in maniera particolarmente noiosa e soporifera; la migliore cioè per rendere le loro tesi accettabili e farle considerare importanti. Se il motivo per cui John Maynard Keynes fu tenuto lontano dalle cariche pubbliche risale alla dura critica da lui mossa contro la pace punitiva imposta alla Germania dal trattato di Versailles, sicuramente alcune frasi della Teoria generale (pubblicata nel 1936), ritenute poco serie sia nella forma che nel contenuto, gli peggiorarono, agli occhi dei responsabili dei dicasteri economici, la già traballante reputazione. Il brano maggiormente incriminato, riferendosi alla disoccupazione seguita alla Grande Crisi, dice: «Se il Ministro del Tesoro riempisse delle bottiglie con banconote, le interrasse a profondità convenuta in vecchie miniere di carbone abbandonate, ricoprisse il tutto fino alla superficie di immondizie e lasciasse alle imprese private, secondo il ben noto principio del laissez-faire, il compito di dissotterrare le banconote (il diritto di fare ciò essendo ottenuto, naturalmente, mediante l’appalto dello sfruttamento del terreno), non ci sarebbe più disoccupazione e, grazie agli effetti secondari, il reddito reale della collettività, e anche il suo capitale, diventerebbe senza dubbio più alto di quanto è attualmente».
J. M. Keynes, “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, pag.129
La soluzione proposta da Keynes era, tutto sommato, perfettamente logica. Presentava, però, il difetto di mandare inevitabilmente in rosso il bilancio dello Stato; ciò che gli economisti “seri”, che di certo non avevano perso il lavoro, come era invece accaduto a milioni di lavoratori americani ed europei, non apprezzavano granché.
Il 10 maggio 1932, un deputato nazionalsocialista, Georg Strasser, in un discorso al Reichstag che verrà pubblicato sotto il titolo Pane e Lavoro, anticipò di quattro anni le tesi keynesiane. «Le necessità della vita», disse, «vengono soddisfatte dal lavoro: cibo, abitazione, vestiti, luce e riscaldamento. Il benessere di una nazione sta nel lavoro e non nel capitale: è questo il punto. E perciò quando si tratta del problema della creazione di posti di lavoro lo Stato non deve, mai chiedersi: posseggo il denaro per fare ciò?, ma piuttosto c’è una sola domanda che deve porsi: come devo usare il denaro? C’è sempre abbastanza denaro per creare lavoro e come ultima risorsa si dovrebbe creare credito produttivo (incrementando il disavanzo) che è, in questo caso, economicamente del tutto giustificato». Ritenere il deficit del bilancio statale un qualcosa di giusto e di apprezzabile era un’idea che nelle più prestigiose università inglesi ed americane avrebbe inibito l’incauto assertore dal proseguire gli studi economici nella maniera più assoluta. La sufficienza con cui venne riguardato il programma economico nazionalsocialista negli ambienti finanziari avrebbe dovuto rientrare completamente in meno di tre anni, prima ancora della pubblicazione della Teoria Generale. La Germania attraversa, dalla fine della Prima Guerra Mondiale, una crisi profondissima: in balia di una disoccupazione-record, umiliata dalle condizione di pace, costretta a pagare indennità che lo stesso Keynes, un inglese, definì nel 1919, in Le conseguenze economiche della pace, come eccessivamente gonfiate. L’inflazione del 1922-23, che giunse a stabilire il cambio di un dollaro contro quattro miliardi di reichsmarks, lascia come conseguenza, anche quando si attenua, le riserve monetarie della Reich sbank ridotte al lumicino. Nel 1929, quando il livello di disoccupazione è già alto, la Grande Depressione mette la Germania definitivamente in ginocchio. Le riserve della Banca di Stato passano dai 2.381 milioni di reichsmarks del gennaio ’29 ai 923 milioni dello stesso mese quattro anni dopo, alla vigilia della vittoria elettorale del N.S.D.A.P. La “soluzione” di Briining, del ’31, fu degna del miglior conservatore inglese: riduzione dei redditi e dei prezzi e, nel contempo, aumento delle tasse. La situazione, che già non era rosea, s’incupì ulteriormente. A tutto ciò si aggiungano le conseguenze psicologiche del pesantissimo stato di cose del dopoguerra. Fermamente deciso a non sottostare alle leggi imposte dall’alta finanza, Hitler riteneva che, dopo l’allontanamento degli speculatori dalla scena economica, fosse possibile dare vita ad un meccanismo economico chiuso, ovvero in grado di trovare in se stesso la forza di alimentarsi, senza, o quasi, connessioni con l’esterno. L’unico combustibile, di cui un tale motore abbisognava, era la fiducia del pubblico; esattamente ciò che nei primi anni trenta, in tutto il mondo, mancava più di ogni altra cosa. Si sarebbe adoperato per fare si che il popolo tedesco la riacquistasse. Il programma che ne segui fu, come già accennato, accolto dal mondo economico e finanziario ufficiale con l’irritazione cui è destinato chiunque voglia quadrare il cerchio, ovvero garantire la piena occupazione a prezzi stabili. Il 30 gennaio 1933 il Partito Nazionalsocialista vinse con largo margine le elezioni e Adolf Hitler divenne cancelliere del Reich. Immediatamente la ricetta “eretica” venne messa in pratica. La spinta iniziale fu data dal riassorbimento della disoccupazione ottenuto mediante un imponente piano di opere pubbliche. Hitler prese denaro in prestito e lo spese largamente nell’edilizia pubblica, nella costruzione di canali, ferrovie e, soprattutto, di autostrade. L’aumentata facilità dei trasporti, sia privati che commerciali, favori l’esplosione dell’economia che in breve si risollevò e costituì la più seria minaccia per l’ormai affermato oligopolio delle corporations statunitensi. Le autostrade, fra l’altro, dettero l’impulso al primo fenomeno europeo di automobile di massa, la Volkswagen, la vettura del popolo, voluta da Hitler personalmente. Nel giro di tre anni il programma economico nazionalsocialista aveva impiegato quasi due milioni di cittadini del Reich e, grazie agli effetti collaterali, che Keynes più tardi riterrà scontati, altri due milioni e mezzo avevano trovato lavoro nella nuova dinamica del sistema cosi impostato.
Guillebaud, un profondo conoscitore dell’economia nazionalsocialista, descrive il “circuito chiuso” nel seguente modo:«All’origine, le commesse dello Stato forniscono l’offerta di lavoro in un momento in cui la domanda effettiva è quasi paralizzata e il risparmio netto è inesistente; la Reichsbank fornisce i fondi necessari agli investimenti, gli investimenti mettono i disoccupati al lavoro, il lavoro crea reddito e, di conseguenza, risparmio, grazie al quale il debito a breve termine precedentemente creato può essere finanziato e, in una certa misura, rimborsato».
Come aveva dichiarato Strasser l’anno precedente il denaro per iniziare i lavori fu trovato ma non ci fu bisogno di un mago, anche se il protagonista principale dell’operazione in seguito si autodefinì tale.
L’esperienza più che bimillenaria nella gestione della moneta ha dato ampia dimostrazione di due fatti. Primo: la moneta, specialmente quando è cartacea, si può creare a piacimento; secondo: seguire disinvoltamente questa pratica è estremamente pericoloso e quantomai sconsigliabile. Il rimedio nazionalsocialista contro la disoccupazione era, tutto sommato, piuttosto semplice e non si può dire che rappresentasse una grande scoperta. Se manca il lavoro si tratta di crearlo. Tuttavia, se il problema fosse di cosi pronta soluzione, è abbastanza probabile che una buona percentuale di Paesi l’avrebbe adottata fin dai tempi della prima rivoluzione industriale, sia pur contro il parere dei responsabili dei ministeri economici per tradizione scelti accuratamente fra gli uomini politici più incompetenti in materia.
L’altra faccia della medaglia della vasta occupazione era rappresentata dall’aggravarsi dell’inflazione. Questo, almeno, fino alla crisi del ’29. Ci volle Keynes per dimostrare che in un’economia che si preparava a diventare postcapitalistica, disoccupazione ed inflazione potevano benissimo convivere ed anzi andare d’amore e d’accordo. Vi è inoltre da tenere conto della particolare condizione psicologica del cittadino tedesco medio di fronte alla minaccia di una nuova ondata inflattiva, quando ancora le profonde ferite aperte da quella del ’23 non si erano rimarginate completamente. Gli economisti di sicura ortodossia non prestarono troppa attenzione a ciò che accadeva in Germania. Se l’alto livello di disoccupazione, che veniva accettato nei Paesi di secolare democrazia, condannava milioni di famiglie a vivere di stenti, l’inflazione che “sicuramente” si doveva abbattere sulla Germania avrebbe ridotto enormemente il reddito reale dei lavoratori; il che, per coloro che in Inghilterra e negli Stati Uniti un lavoro ce l’avevano, costituiva un motivo più che valido per non adeguarsi al modello tedesco. Per non parlare, poi, delle critiche cui fu soggetto il forte disavanzo della bilancia dei pagamenti del Reich. Le cause della possibile inflazione avrebbero potuto essere due. La grande massa di denaro posta in circolazione dallo Stato per pagare i lavori da esso commissionati e il giustificabile desiderio degli ex disoccupati di spenderlo immediatamente, sia per mancanza di fiducia nello stesso sia per acquistare tutti quei beni cui avevano dovuto rinunciare per troppo tempo. Al primo problema venne ovviato con i cosiddetti “effetti Me.Fo.”, una sorta di pseudo-denaro garantito dalla Banca di Stato ma con il pregio di non alimentare la massa monetaria nominale e quindi di non influire sulla fiducia del pubblico nel valore della stessa. Fiducia che il nuovo stato nazionalsocialista aveva conquistato immediatamente. L’inflazione, tenuta “sotterranea” nel modo sommariamente descritto, non era percepita ed era pertanto priva degli effetti catastrofici che altrimenti avrebbe avuto. Venne inoltre applicato un rigido controllo sul cambio, che non invogliava all’acquisto di merci di produzione straniera, indirizzandolo, invece, su quelle di produzione tedesca. Oltretutto la crisi aveva provocato una maggior caduta dei prezzi agricoli e delle materie prime, cioè di quei beni di cui la Germania era importatrice, mentre i prezzi dei prodotti finiti, che essa esportava, pur risentendo dell’effetto della depressione, si mantennero relativamente agli altri, molto più alti. Contemporaneamente l’aumento del reddito della quasi totalità dei lavoratori tendeva a provocare l’aumento dei prezzi interni, cosi nel novembre 1936 venne stabilito un “tetto” sia ai redditi che ai prezzi. Esattamente il contrario della scala mobile. L’effetto fu che il costo della vita, dal 1933 allo scoppio della guerra, rimase praticamente stabile. Un risultato decisamente unico nel mondo industrializzato. Il “moto perpetuo” era ormai ben avviato. A conferma di ciò, mentre la situazione economica tedesca andava, come si è visto, costantemente migliorando, lo Stato non ebbe più bisogno di investire denaro per creare nuovi posti di lavoro, poiché questi venivano già generati dal sistema economico stesso, senza necessità di alcun intervento esterno. Ormai la fiducia nella moneta era stata pienamente riacquistata, il che comportò la fine della corsa a convertire il denaro appena guadagnato in beni “reali” e, quindi, favori un aumento dei risparmi e il rinsanguamento delle riserve della Reichsbank, quasi azzeratesi nel triennio 1930-32. Di fronte a queste misure clamorosamente eterodosse e al loro altrettanto clamoroso successo gli economisti dei Paesi democratici, oltre a giudicare artificiale l’esperimento nazionalsocialista, e a predirne il collasso, vollero dare dimostrazione ufficiale della loro scienza consigliando accoratamente a Roosevelt il ritorno al pareggio del bilancio. Roosevelt, infatti, preoccupato per il riarmo della Germania, oltre che per il suo successo economico, si era visto costretto ad aumentare considerevolmente il budget per le commesse militari, il che non solo aveva il difetto di far calare la disoccupazione (una calamità poiché aggravava l’inflazione), e questo per Roosevelt poteva ancora passare, ma, cosa ben peggiore, mandava in rosso il bilancio federale, fatto che l’opposizione repubblicana avrebbe indubbiamente sfruttato a proprio vantaggio non appena se ne fosse presentata l’occasione. Nel 1937 gli effetti della Grande Depressione iniziarono a mitigarsi. Immediatamente l’ortodossia dell’establishment si fece sentire. Le spese pubbliche (con l’eccezione di quelle militari) furono diminuite e le tasse aumentate. La politica fiscale del Presidente ottenne esattamente il risultato previsto da Keynes. Ne segui un immediato crollo dei titoli e, con esso, delle speranze di ripresa. La disoccupazione tornò ad aumentare. Non sarebbe stato bene che un economista di Cambridge o un consigliere economico del Presidente avessero riconosciuto la bontà del sistema imposto in Germania, anche perché ciò avrebbe implicato un conseguente giudizio positivo sull’intera dottrina politica nazionalsocialista. Il fatto era che nel Reich le manovre economiche funzionavano tutte mentre, anche quando di analoghe ne venivano adottate negli Stati Uniti, esse lasciavano pur sempre il Paese con quasi dieci milioni di disoccupati. Fu allora che vennero attribuiti a Schacht poteri quasi magici. Egli, dal 1934, aveva riunito in sé le cariche di Presidente della Reichsbank e di Ministro dell’economia, ovvero nel campo di sua competenza, il potere pressoché assoluto. Tuttavia oltre ad avere avuto compromissioni con la Repubblica di Weimar, Schacht restava pur sempre un liberale. Fedele, quindi, alla sua natura politica, una volta risanata l’economia tedesca, iniziò a proporre una serie di misure “conciliatorie” verso i Paesi a democrazia liberale; prime fra tutte l’arresto del riarmo tedesco, da lui indicato ormai come nulla più che una fonte di inflazione. Tecnicamente la proposta era ragionevole. In presenza di piena occupazione (o comunque una volta instradati verso di essa) le spese dello Stato rischiano di gonfiare eccessivamente e senza alcuna necessità la massa monetaria. Schacht riteneva inoltre opportuno un riaggiustamento del valore del reichsmarck sul mercato dei cambi internazionali, onde favorire le esportazioni degli altri Paesi verso la Germania in cambio del reingresso di questa nel sistema mondiale. L’economia di un Paese, tuttavia, non è semplicemente soggetta ad una serie di regole tecniche, seguendo le quali si ottiene, quasi fosse un problema scolastico, la soluzione meccanica. Esiste una complessa interazione di equilibri geopolitici dei quali è obbligatorio tenere conto. La Germania aveva fatto la sua scelta radicale rifiutando di sottostare al dominio del dollaro e della sterlina. Si delineava la possibilità del sorgere di un mondo economico parallelo a quello che faceva centro a Londra e a New York e, nei suoi confronti, assolutamente autonomo. Una simile prospettiva non doveva certo far saltare di gioia i banchieri e i responsabili delle multinazionali, che vedevano sottrarsi ai loro affari una parte del mondo, da essi considerata ormai sotto il loro pieno controllo. Inoltre lo spargersi dell’idea nazionalsocialista (in senso lato, quindi non solo tedesco) faceva presagire la creazione di un blocco economico-politico-militare di cui si supponeva avrebbero fatto parte l’Italia, la Spagna, forse il Giappone e, ovviamente, la Germania, con un ruolo di guida da parte di quest’ultima in ragione delle sue maggiori potenzialità economico-militari. A fianco di questo blocco vi sarebbe stata tutta una schiera di Paesi quali la Romania, l’Ungheria, l’Irlanda, l’Austria, alcuni stati arabi e forse qualcuno sudamericano, in cui una larga parte della popolazione era favorevole ad inserirvisi alla prima occasione e, addirittura, si temeva che esso potesse costituire un punto di appoggio per le istanze nazionali in Francia e in Inghilterra. Questa miscela di minacce, portate contemporaneamente su tutti e tre i piani geopoliticamente più importanti, non lasciò di certo indifferenti coloro che, favorita la crisi del ’29 per distruggere le piccole e medie imprese, rischiavano ora di trovarsi di fronte ad un’opposizione ben più radicale. Del resto la Germania voleva autenticamente un’indipendenza che non fosse solo formale e nel contempo non accettava di essere utilizzata come gendarme di Wall Street contro il comunismo (a mò di tanti Paesi latinoamericani del dopoguerra) la sua doveva essere una politica di forza. Economicamente e militarmente intesa. In base a queste considerazioni per il liberale Schacht dal 1936 in poi non vi era più spazio. Egli venne cosi man mano rimpiazzato al vertice dell’economia del Reich da Gòring, il quale si mise subito al lavoro per rendere ancora più spinta l’autosufficienza tedesca, in particolare laddove essa risultava debole. Venne cosi lanciato un piano quadriennale di produzione delle materie prime di sostituzione. Nel frattempo venne fissato il termine del completo riarmo della Germania approssimativamente per il 1942-43 e, nell’ottica della creazione di una “Patria di tutti i tedeschi”, nel 1938 l’Austria venne annessa al Reich. L’Italia fascista dichiarò immediatamente il suo appoggio all’Anschluss; nel frattempo la situazione interna spagnola appariva ormai sufficientemente stabilizzata. I timori espressi dalle corporation angloamericane e dai Ministeri della Guerra delle democrazie liberali incominciavano ad assumere una dimensione concreta. Il 1° settembre 1939 le truppe del Reich entrarono in Polonia. Due giorni dopo l’Inghilterra dichiarava guerra alla Germania.
C.W.Guillebaud. “The economie recovery of Germany”. pag 61
II supporto tecnico a tutto il sistema economico venne dato da Hjalmar Schacht. Questi, già presidente della Reichsbank negli anni Venti, si dimise dopo l’entrata in vigore del piano Jang ej nonostante le sue convinzioni liberali si schierò con “l’opposizione nazionale” che allora era un coacervo indistinto nel mezzo del quale il NSDAP non era ancora diventato egemone. A capo della banca centrale, al posto di Schacht, venne posto Hans Luthe conservatore e persona incapace di dominare la delicata situazione. I primi contatti fra Schacht e Hitler risalgono al 1931, ampiamente dopo la prima grande impennata elettorale nazionalsocialista, il che porta a sospettare nel banchiere quelle doti di opportunismo politico che egli rivelerà in seguito. Con la vittoria del NSDAP del 1933, Schacht diviene nuovamente presidente della Reichsbank e dopo poco più di un anno ministro dell’economia. Nel dopoguerra spiegherà nei dettagli il suo rimedio alla crisi tedesca nel libro “Memorie di un mago”. Un clamoroso pur se non unico, esempio di sconsiderata creazione di moneta venne dato nel 1719 da John Law, uno scozzese che ottenne dal duca d’Orleans, reggente del trono di Francia, l’autorizzazione a fondare la Banque Royale. Il permesso venne accordato in cambio del risanamento, da parte di detta banca, della pesantissima situazione del Tesoro francese. La Banque Royale liquidò in fretta il debito pubblico con l’emissione di banconote da essa create, garantite in oro e argento dalle riserve più fornite della Terra. Tali enormi quantità di metalli preziosi, si diceva, non attendevano altro che di essere portate alla luce dal profondo delle miniere nelle quali si trovavano. Miniere situate in quel favoloso continente di recente scoperta che era l’America. Law possedeva, naturalmente, il diritto di sfruttamento di tali miniere e le numerose mappe indicavano i luoghi ove esse si trovavano con grande precisione. Non è noto se il proprietario della Banque Royale si sia mai interrogato sulla probabilità dei suoi possedimenti d’oltreoceano. Se anche lo avesse fatto è certo che non andò a controllare di persona. In realtà le famose miniere non erano mai state viste da nessuno (quanto a questo non lo furono neppure in seguito) e le mappe, probabilmente, redatte da qualcuno che del Nuovo Continente non aveva mai messo piede. Nonostante ciò non,solo le banconote di Law godettero di ottima fama, ma pure le azioni della sua banca e della Compagnia dal Mississipi, da lui creata per sfruttare tutta quella ricchezza, conobbero un boom spettacoloso. Law divenne Controllore Generale di Francia; la massima autorità in maniera finanziaria. Nei primi mesi del 1720 cominciarono però a sorgere i primi dubbi. La convenzione del valore della cartamoneta di Law venne messa rispettosamente in forse Egli allora annunciò candidamente quello che pure Nixon avrebbe fatto due secoli e mezzo più tardi: la non convertibilità. Cioè nessuno poteva più richiedere oro in cambio delle banconote che possedeva. Statisticamente i responsabili di misure di questo genere non hanno avuto carriera fortunata. Se Richard Nixon fu costretto a dimettersi sia pure per altri motivi, Jonn Law si salvò a stento dalla furia della popolazione di Parigi con una ingloriosa quanto rapida fuga. Si deve comunque ammettere che la manovra dell’ex presidente degli Stati Uniti era meno truffaldina ed egli personalmente non ne trasse gli stessi spropositati guadagni.
Cristina della Redazione
( Fonte: www.vocedellafogna.wordpress.com )


Certi personaggi sono diventati diabolici perchè hanno osato toccare il sistema economico neoliberista.




Due domande
1) Cosa ne pensate del giustizialismo di Peron.
2) cosa ne pensate di Pinochet e della Giunta militare argentina.